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giovedì 5 giugno 2014

La carta più alta

Marco Malvaldi, La carta più alta, Palermo, Sellerio, 2012, (La memoria; 875), 198 pp., ISBN 88-389-2608-5.

Un libro si compra perché è un must di stagione e lo hanno letto tutti, e non puoi sfigurare con il tuo parrucchiere. O perché piace la copertina, perché è scritto bene, perché ha una bella trama, perché te lo raccomanda qualcuno, o perché…sì.
Questo libro non è (per ora) un obbligo sociale, però appartiene alla collana ‘La memoria’ della Sellerio, con la grafica minimalista colorata che piace sempre, e sta comunque bene sul tavolinetto fiancodivano. Motivazione anche frivola, dite? Se non bastasse l’autore, Marco Malvaldi ha evidentemente letto tanto – e bene! – di filosofia e letteratura, ma la sua scrittura chiara e discorsiva è leggibile e godibile ‘a strati’, dal ragazzo al lettore smaliziato. La citazione di striscio, la metafora palese, l’aggettivazione talvolta colta alternata al linguaggio informale, ma mai pesante, creano il piacere intellettivo anche della ‘caccia al tesoro’ e del rimando evocativo.
La trama è accattivante: nella provincia toscana, al tavolinetto sotto l’olmo del classico baretto in centro, quattro arzilli vecchietti si riuniscono quotidianamente a giocare, fumare, sparlare e bere con buona pace del barrista Massimo. Ed è con gli occhi di quest’ultimo che viene raccontata, ironicamente e spietatamente, la quotidianità cittadina: la vicina Gorgonoide («un comodino di un metro e cinquantacinque con una ghigna da incrinare i vetri, che presumibilmente non aveva mai salutato nessuno in vita sua: una cosa antropomorfa di aspetto gretto», p. 13); la ex che ritorna («la mai troppo rimpianta banconista, Tiziana dai capelli ramati e dalle puppe spettacolari», p. 12); i litigi degli irriducibili vecchietti nonno Ampelio, il Rimediotti, il Del Tacca e Aldo («A parte Aldo, tutti gli altri giovincelli hanno da tempo festeggiato il ‘doppiaggio’, ovvero il fatto di aver passato più anni in pensione che a lavorare: una di quelle tradizioni italiche d’altri tempi che piano piano sono destinate a sparire, nonostante l’aumento della durata della vita media», p. 23).
Loro sono stati già protagonisti delle opere precedenti di Malvaldi: La briscola in cinque (2007), Il gioco delle tre carte (2008), Il re dei giochi (2010), sempre per i tipi di Sellerio. Anche qui, con battute, indiscrezioni e critiche corrosive, sono loro la vera fonte di notizie che permettono a Massimo, immobilizzato in ospedale, di ricreare e dipanare il mistero di un giallo che ha sconvolto la pace della città. La tecnica ‘investigativa’ sarebbe la più classica, quella deduttiva, britannica e razionale di Poirot e Holmes, se solo non fosse così intrisa di italianità, e l’empatia scatta immediata.
Se ancora questo libro non ve lo ha consigliato nessuno, rimedio io: è vivace, intelligente, spiritoso, mai becero né volgare. E se ancora volete sapere perché leggerlo: perché sì.


Eloisia Tiziana Sparacino



Un ragazzo

Nick Hornby, Un ragazzo, Milano, Tea, 2007, 265 pp., ISBN 978-88-7818-880-8.

La stravaganza e la spensieratezza che avevano caratterizzato i due primi romanzi di Nick Hornby – scrittore inglese classe ’57 – ossia Febbre a 90° e Alta fedeltà, non mancano in questo terzo volume, che invece, rispetto ai precedenti, sembra essere il frutto di una più matura rielaborazione critica personale dei temi afferenti alla sfera emozionale e sentimentale.
Questo romanzo racconta una storia d’Amicizia (la “A” maiuscola non è un errore di battitura) tra due persone anagraficamente molto distanti tra loro: uno è Will, “giovane” trentaseienne, fresco, alla moda (“COOL” dice lui), ma allo stesso tempo cinico e immaturo, senza alcuna voglia di invecchiare; l’altro è Marcus, ragazzino di dodici anni, figlio di genitori separati, molto maturo per la sua età, che non ha molti amici ed è bersaglio di soprusi da parte dei bulli di turno. La storia si svolge in una uggiosa Londra degli inizi degli anni ’90: Will è impegnato a infilarsi nei letti di mamme single, anche a costo di inventarsi un fantomatico figlio di Ned. È a questo punto che intervengono nella sua vita Marcus e sua mamma, Fiona: in un primo momento, Will non vuole avere niente a che fare con loro, ma col passare del tempo, imparano gli uni dagli altri. O meglio, l’uno ha bisogno dell’altro: Will insegna a Marcus ad agire come un dodicenne, e Marcus, a sua volta, insegna a Will a diventare uomo.
Il libro è molto divertente. Il lettore si trova a condividere empaticamente le emozioni dei personaggi in maniera spontanea, perché questi sono molto ben descritti in quello che fanno, pensano o dicono: insomma, sono al 100% reali: a tratti hai quasi l’impressione di poterli rivedere e ritrovare in persone che hai avuto la possibilità di conoscere durante la tua vita.
Una lettura particolarmente piacevole che ti sorprende per la profondità delle riflessioni, scritte in un linguaggio molto semplice e fluido.
Solo una domanda resta senza risposta alla fine del volume: chi è il “ragazzo” del titolo? Sarà Will o sarà Marcus?


Vincenzo Bagnera



Miley Cyrus. C’era una volta Hanna Montana

Michele Monina, Miley Cyrus. C’era una volta Hanna Montana, Reggio Emilia, Imprimatur, 2014, 128 pp., ISBN 978-88-6830-089-0.

La biografia di Miley Cyrus, scritta da Michele Monina e pubblicata nel febbraio 2014 da Imprimatur, è la storia di uno shock. Il 25 maggio 2013 l'America subisce uno shock. La popstar Miley Cyrus si esibisce sul palco degli MTV Video Music Awards. Canta il suo ultimo singolo We Can't Stop. Ha 20 anni. Da quando ne aveva 14, interpreta Hanna Montana in una fortunatissima serie Disney Channel. Per tutta la sua adolescenza incarna la ragazza americana grintosa ma virginale, figlia dell'America più “bianca” e tradizionalista. Miley viene dal Tennessee. È figlia del cantante country Bill Ray Cyrus, il massimo del nazionalpopolare, il “Claudio Baglioni d'America”. Miley è cresciuta sotto i riflettori. Recita per la prima volta a 9 anni, a fianco del padre nel telefilm Doc. A 11 anni fa parte del cast di Big Fish di Tim Burton. A 13 anni vince il provino con la Disney. Diventa Hanna Montana. Per i suoi 16 anni i genitori le organizzano una festa di compleanno, che poi è anche un megaevento e un megaconcerto a Disney World. “Miley” è il suo soprannome. In realtà si chiama Destiny Hope. Destino e Speranza. “Miley” invece sta per “Smiley”. Sorriso. Il suo sorriso puro, pulito, luminoso ha incantato mamme e figlie, ha rassicurato genitori e insegnanti. È stata Hanna Montana, la brava ragazza acqua e sapone. Ha toccato il tetto del mondo tante volte, con la parrucca biondo angelo di Hanna Montana. I suoi dischi in cima alle classifiche.
Adesso si è tagliata i capelli e irrompe sul palco degli Mtv Video Music Awards con un body rosa confetto e un orsacchiotto marrone stampato sul seno. Si muove un po' scomposta, fa qualche movimento un po' volgare, come i rapper dell'hip hop, ma niente di preoccupante. Da un annetto si è un po' “sporcata” con la musica nera. Ha fatto alcune collaborazioni con Snoop Dogg e altri rapper. Si sta evolvendo. Ma Miley resta sempre Hanna Montana. Come no.
I ballerini sono travestiti da orsacchiotti. Immensi orsacchiotti. Poi è un momento. Miley si sfila il body con l'orsacchiotto. È un gesto da spogliarellista consumata. Da night club. Da bordello. Miley resta seminuda sul palco. Solo un microscopico bikini color carne che le copre davvero poco. Sul palco irrompe allora il cantante Robin Thike, che ha fatto scandalo con il suo ultimo video Blurred Lines, pieno di donnine nude, che a un certo punto compongono con i palloncini la scritta “Robin Thike has a big dick”. Miley Cyrus e Robin Thike cominciano a ballare sul palco. I movimenti di Miley sono spudorati, sfacciati, espliciti. Rivela la sua padronanza del twerking, lo sculettamento sfrenato ed eccessivo, che finora era stata prerogativa delle donnine seminude nei video hip hop. Miley sculetta e si strofina contro Robin Thike. Di fatto simulano un rapporto anale. Poi Miley gioca, con modalità assolutamente non-innocenti, con l'americanissimo gadget a forma di guantone da baseball con l'indice puntato. È lo scandalo. C'è rumore, clamore, stordimento. L'esibizione di Miley è un'esplosione, che ancora oggi riverbera nel mondo dello spettacolo. Miley Cyrus ammazza Hanna Montana a colpi di twerking. L'America è sotto shock.
L'inventore del gadget del guantone attaccherà Miley per la “profanazione” di un' “icona”. La comunità hip hop attaccherà Miley per “appropriazione indebita” del twerking. Ci saranno polemiche infinite su quanto Miley sia femminista o squallida o grottesca o cinica o consapevole o pericolosa o puttana o idiota o geniale o chissacosa. Intanto Miley Cyrus scalzerà Lady Gaga dal trono di Nuova Regina del Pop. Lady Gaga (classe 1986) invecchierà di colpo e le sue provocazioni sessuali diventeranno d'un tratto obsolete. Perché Miley Cyrus (classe 1992) non ammicca, non evoca. Miley Cyrus espone. È totalmente esplicita. Prende a piene mani dall'immaginario porno. Non erotico, non soft-core, no. Proprio porno porno. Miley Cyrus fa cose che Lady Gaga se le sogna. Da quel 25 agosto in poi:
1)       Canterà totalmente nuda nel video di Wrecking Ball. Leccherà un martello e cavalcherà una gigantesca palla di ferro – quella delle ruspe – sempre totalmente nuda;
2)       Poserà seminuda per il fotografo Terry Richardson, colui che ha girato anche il video di Wrecking Ball. Indosserà impensabili perizomi che le coprono a malapena l'inguine. Mostrerà la lingua e si toccherà fieramente i genitali guardando dritto verso lo spettatore;
3)       Poi sul palco. Gli scandali durante i concerti. A Natale farà twerking con Babbo Natale;
4)       Farà sesso orale con un enorme fallo di plastica;
5)       Farà sesso orale con una bambola gonfiabile (con attributi maschili);
6)       Farà cantare la propria vagina (però in playback).

Risultati? Un successo clamoroso. Aveva toccato il tetto del mondo come Hanna Montana e ora quel tetto lo sfonda come Miley Cyrus. Vendite dei dischi alle stelle. Concerti sold-out. Centinaia di milioni di visualizzazioni su youtube. È La Nuova Regina Del Pop. Occupa il trono che fu di Lady Gaga, Britney Spears e Madonna (già nel 2011, comunque, Rolling Stones incoronava Miley Cyrus “regina del pop”, mentre nel 2010, secondo Forbes, è “l'adolescente più ricca del mondo”. Nel 2013 invece, secondo Maxim, è “la donna più sexy del mondo”).

IL PORNO

Monina, come sempre avviene nei suoi libri, non giudica, non interpreta, non spiega. Espone i più possibile i fatti e fornisce spunti di riflessioni.
La storia di Miley Cyrus è emblematica di un Mondo Che Cambia. Cosa significa, infatti, questo straordinario successo di Miley Cyrus? Forse lo sdoganamento definitivo del porno? Il porno di massa? La presa d'atto – il dato di fatto – che per il pubblico americano (e occidentale) l'immaginario porno è ormai entrato nella cultura popolare? Miley Cyrus d'altronde – scrive Monina – appartiene a quella generazione “post-internet” in cui il web ormai è una cosa scontata. Il web in cui il porno è sempre stato parte fondamentale, un pilastro. A metà degli anni '90, infatti, più della metà delle ricerche avevano contenuti hard. Mentre adesso, tra i 50 siti più visitati del mondo 2 sono porno. L'industria del porno online, secondo una relazione ONU del 2012, sfiorerebbe addirittura i 96 miliardi di dollari. Miley Cyrus – 22 anni – sta cavalcando l'onda, dunque. E sta dimostrando di conoscere benissimo i gusti dei giovani e dei giovanissimi. Finora tutte le sue mosse sono state un capolavoro di marketing. E un segno dei tempi.

FEMMINISMO E POLEMICHE

Ma cosa significa l'exploit di Miley Cyrus declinato sotto il segno dell'immaginario sessuale? È degradante per l'immagine femminile? Oppure il contrario? E lei? Sta consapevolmente sfruttando il suo corpo per fare il botto nello show-biz? Oppure è manovrata, sfruttata, plagiata dai cinici affaristi del mondo dello spettacolo?
Interrogativi aperti. A tal proposito c'è stata una polemica durissima tra Sinead O' Connor e la stessa Miley Cyrus, cominciata con una dichiarazione di ammirazione di Miley per la O' Connor (il video Wrecking Ball si apre con una citazione di un suo vecchio video) e finita in una lite stratosferica sui social network. Sinead O' Connor – dopo essere stata “apprezzata” da Miley Cyrus – pubblica una lunghissima lettera aperta in cui, con tono materno e un po' moralistico, si preoccupa per il fenomeno-Miley. “Lo show-biz ti vuole prostituta”. “Tu vali più del tuo corpo”. “È pericoloso lanciare il messaggio che è bello essere prostitute”. Miley risponde su twitter con modalità particolari. Retweetta vecchi tweet della O' Connor, scritti in un periodo in cui la cantante soffriva di disturbi depressivi. Frasi malinconiche, richieste d'aiuto, parole sconnesse. Miley la prende per pazza, in altre parole, e la sbeffeggia sui social network. La situazione degenera. La O' Connor risponde con due lettere infuocate in cui parla apertamente di “bullismo”, in cui chiede “scuse pubbliche a nome di tutte le persone che soffrono o hanno sofferto di disturbi mentali”. E conclude: “Quando finirai in un reparto psichiatrico o in una clinica di riabilitazione sarò felice di farti visita...e non mi abbasserò a prenderti in giro”. Intervengono anche altre due personaggi molto sentiti nel mondo femminista: Amanda Palmer – che sostiene che “probabilmente non c'è nessuno che la sfrutta” e che quindi “Miley regge il gioco”. “Credo che sia tutto farina del suo sacco” - e Annie Lennox, che si dice “preoccupata” per tutti questi “culi e tette usati per vendere”, attaccando internet e la sua fruizione che sta facendo “perdere il concetto di limite (di età ndr)”.

Il dibattito è aperto. La metamorfosi di Miley è femminista o no? Alimenta atteggiamenti e modi di pensare maschilisti e sessisti oppure apre altre strade per l'emancipazione femminile? Monina fa un parallelo con un fenomeno della controcultura di una generazione fa. Evoca i cortometraggi porno di metà anni '80 di Lydia Lunch, idolo della no-wave newyorkese, frontman dei Teenage Jesus and The Jerks. Il film Fingered del regista Richard Kern, che finisce con una violentissima scena in cui Lydia Lunch viene sodomizzata. Questo film e le citazioni al regista Russ Mayer, anche lui idolo di certa controcultura. Tutte le sue scene di sesso violento in cui però è la donna a reggere le fila, a volere quella violenza selvaggia. Film in cui avviene uno strano capovolgimento, in cui sodomia e sesso orale (per esempio) non sono più simbolo di sottomissione sessuale, ma diventano invece bandiere da sventolare, pratiche liberatorie e orgogliose da praticare con gusto della trasgressione. Segni di avvenuta emancipazione. Quindi porno e femminismo. Oppure porno e sessismo. Porno e degradazione. Porno ed emancipazione. Cosa sta combinando Miley Cyrus? Si sta facendo trascinare da cinici affaristi, sta rischiando la salute mentale o sta liberamente esibendo il suo corpo per portare avanti la sua performance? La sua fierezza, la sua violenza nell'aver ammazzato in questo modo Hanna Montana, sono segni di una stabilità e di una forza che le farà “reggere il gioco” anche in futuro? Oppure stiamo assistendo a un salto talmente in alto che avrà una ricaduta dolorosa?

VITA SOTTO I RIFLETTORI

Un'ultima nota. Miley Cyrus – spiega Monina – è letteralmente “cresciuta sotto i riflettori”. La sua vita è sempre stata condizionata dagli impegni di lavoro, dagli orari pazzi dello show biz e dalla sovraesposizione mediatica. Le sue relazioni amorose – il più delle volte tenute nascoste dai manager di Hanna Montana – sono sempre state vissute all'interno di questa dimensione particolare. Fino alle ultime relazioni, rese pubbliche, consumate a furia di tweet e gossip, pettegolezzi e insinuazioni che puntualmente finivano nei tabloid e nei siti internet di tutto il mondo. Scrive Monina: «Essere una popstar di fama mondiale, specie essere una popstar di fama mondiale fin da quando si è bambini, comporta dei sacrifici che sulle prime potrebbero sfuggire, come il venir meno di un minimo di libertà d'azione. Ma soprattutto la privazione, quasi violenta, di ogni rapporto che si possa definire disinteressato, l'accesso al mondo dei sentimenti fini a se stessi. […] Provate voi a crescere davanti alle telecamere, a ritrovare ogni vostro sospiro lì, immortalato da un paparazzo, deriso su questo o quell'altro forum...».


Nino Fricano



L'età dell'oblio

Tony Judt, L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ‘900, Roma-Bari, Laterza, 2011, 484 pp., ISBN 978-88-420-9632-0.

Impossibile recensire in modo puntuale il testo di Tony Judt. Questo volume offre, infatti, una panoramica piuttosto complessa dei protagonisti e dei fatti più importanti del secolo scorso. Intellettuali, politici, papi, persino Stati (come la Francia, l’Inghilterra, la Germania, il Belgio, la Romania) aiutano il lettore a tratteggiare i momenti storici cruciali del Novecento, con le mille contraddizioni annesse, gli eventi più rilevanti, i momenti di impasse e quelli che hanno, invece, determinato le svolte epocali. Non sempre condivisibili, da parte di chi scrive, alcune affermazioni o prese di posizione da parte dell’autore, ma senza dubbio il contributo storico che questo volume è in grado di offrire al lettore è di inestimabile valore.
L’età dell’oblio raccoglie un insieme di saggi composti da Judt tra il 1994 e il 2006. Pur affrontando svariati temi (dal marxismo francese alla globalizzazione), è possibile rintracciare i nuclei principali attorno ai quali ruotano i vari scritti: il ruolo degli intellettuali e delle loro idee e la funzione esercitata dalla storia in un’età definita appunto dell’oblio.
Nell’affrontare queste due tematiche – indubbiamente connesse tra loro – l’autore sottolinea come si sia diffusa, ormai capillarmente, l’idea secondo la quale il passato non abbia più nulla da insegnarci. Questo discutibile atteggiamento ha provocato, innanzitutto, l’oblio della guerra, rimozione, questa, particolarmente diffusa in Europa, specialmente dopo il secondo conflitto mondiale, ma anche in seguito alle terribili guerre civili che hanno martoriato il ventesimo secolo. Diversa è la realtà statunitense, dove si esaltano ancora le imprese belliche e le forze armate. Le ragioni di tale diversità sono da ricercare, secondo Judt, nel fatto che gli USA non hanno mai patito le conseguenze di una sconfitta: il loro territorio non è mai stato invaso né smembrato e, per tale ragione, i nordamericani credono ancora che le guerre alle quali hanno partecipato siano state delle «guerre giuste» [p. 9]. Quindi, se per gli europei la guerra costituisce l’ultima spiaggia cui fare ricorso, per gli statunitensi, invece, è la prima via da intraprendere in caso di risoluzione dei contrasti.
Strettamente connesso al tema della guerra è, poi, quello del declino dello Stato che ha avuto inizio proprio nel ventesimo secolo. La convinzione più diffusa è che lo Stato impedisca, con le sue innumerevoli pastoie burocratiche, con i ritardi, con la corruzione di buona parte dei suoi funzionari, il buon andamento degli affari umani. Di qui l’ingente ricorso alle privatizzazioni, nell’ultima parte del secolo passato, con conseguenze piuttosto onerose sui cittadini.
Ma il Novecento è stato anche il secolo degli intellettuali. Qual è il loro ruolo oggi?  Difficile rispondere a questa domanda in un’epoca in cui la maggior parte della gente crede che le ideologie o i sistemi di credenze siano del tutto scomparsi. Pur rifiutandoci di ammettere che le ideologie siano ormai roba d’altri tempi, bisogna altresì riconoscere che, quelle formatesi nel corso dell’Ottocento e sviluppatesi poi nell’arco del ventesimo secolo, hanno subito un profondo mutamento. Né, d’altra parte, sarebbe possibile immaginare uno scenario diverso. Le paure con cui i cittadini delle democrazie occidentali devono fare i conti oggi sono, infatti, diverse da quelle del secolo scorso: la paura del terrorismo internazionale, della velocità del cambiamento, della disoccupazione ma, soprattutto, il timore che «non solo non possiamo più decidere della nostra vita, ma che anche coloro i quali comandano hanno perso il controllo in favore di forze oltre la loro portata» [p. 23]. Questo punto della riflessione di Judt è cruciale, a mio parere, perché riesce a spiegare il diffondersi – a partire dagli anni successivi alla stesura di questa introduzione e cioè gli anni in cui stiamo vivendo – dell’avanzata dei populismi, della xenofobia, della chiusura delle frontiere. Perfetto corollario, insomma, della politica dell’insicurezza.
L’excursus attraverso le più importanti figure di intellettuali del Novecento, è – per scelta dell’autore – un viaggio attraverso i totalitarismi del «secolo breve»: Primo Levi fra tutti, che cerca le parole per descrivere l’orrore dell’olocausto, stando attento a usare toni “credibili” per i lettori. Perché la tragedia dello sterminio nazista fu anche questa: ci volle tempo prima che qualcuno iniziasse a credere alle vittime. Le prime inibizioni di Levi, in tal senso, aspramente criticate da Jean Améry saranno poi superate, definitivamente, con Se questo è un uomo che si conclude con una inequivocabile accusa di responsabilità collettiva contro quei tedeschi – la maggior parte – che seguirono Hitler [p. 63].
Il tema del totalitarismo è forte anche nell’opera di Hannah Arendt. Esso viene interpretato come «il non plus ultra del controllo e della distruzione dell’essere umano» [p. 79] e, in tal senso, fondamento stesso del regime. Nazismo e stalinismo confluiscono in lei in un unico archetipo. Questa scelta le vale moltissime incomprensioni, attirandole numerose critiche.
È il totalitarismo di Stalin che spinge, invece, Althusser – che pure Judt non esita a tacciare di astruse apologie politiche condite da folli illusioni – a dare del marxismo una «lettura sintomatica» [p. 107]. Né del resto era una novità: a lungo, nel Novecento, molti studiosi presero da Marx quello di cui avevano bisogno, ignorando il resto.
Persino Eric Hobsbawm, nella critica di Judt, vede pregiudicato il suo istinto storico dalla sua “incondizionata” adesione al comunismo. Ciò che nello specifico Judt attribuisce al grande storico, è di non aver mai affrontato «l’eredità morale e politica di Stalin e delle sue azioni» [p. 126].
Sarebbe molto difficile comprendere bene la prima parte del volume se omettessimo di dire che Judt – e chiara appare tale convinzione nel corso di tutto il volume – ritiene che tra gli estremismi di sinistra e quelli di destra, vi sia una «fondamentale affinità» [p. 127]. Non si salva il marxismo che non può certo – a dire dell’autore – sentirsi immune da responsabilità per via del totalitarismo stalinista. Anzi, andando a riprendere l’opera di Leszek Kolakowski e la sua critica feroce al marxismo, Judt si proprone di spiegare ai suoi lettori come le pesanti analogie tra la crisi della fine del diciannovesimo secolo e quella attuale, sintetizzata in parte nella formula marxista dell’«esercito industriale di riserva» [p. 140], potrebbe determinare una rinascita del marxismo come unica chiave risolutiva al declino attuale, come soluzione alla crisi del capitalismo. E ciò per Judt rappresenta, niente meno, che una follia. Proprio perché, coloro che vorrebbero far rinascere il marxismo grazie alla caduta del comunismo, commetterebbero, a suo dire, un errore irreparabile. Quello che però Judt non ci spiega è quale possa essere l’alternativa ai due sistemi, specialmente oggi che il capitalismo sembra essersi incartato in una sorta di spirale perversa, in un labirinto senza via d’uscita, dal quale sembra sempre più difficile venir fuori.
Un altro dramma del Novecento è poi la questione mediorientale, tutt’altro che risolta. Judt fa riferimento a Edward Said e alla sua opera, perché a essa dobbiamo la verità sul trattamento dei palestinesi da parte di Israele, ma anche il riconoscimento della necessità di trovare degli accordi, partendo dall’ammissione dei propri difetti e dei propri errori. Said non esita, infatti, a rivolgere critiche feroci ai leader arabi, in particolare a quelli dell’OLP, accusandoli apertamente di ogni sorta di corruzione e cupidigia; ma non tralascia, per questo, di segnalare tutti gli abusi compiuti da Israele a danno dei palestinesi, con la complicità degli Stati Uniti. La peculiarità della vicenda mediorientale è, tra l’altro, basata sul paradosso vissuto dai palestinesi, di essere «vittime delle vittime» [p. 170]. Sì, perché chi aveva cacciato i palestinesi dalle loro legittime terre non erano i colonialisti occidentali, ma i sopravvissuti all’Olocausto. Questa riflessione, legata anche alle analisi sui puntuali fallimenti di tutte le negoziazioni, ha spinto Said a passare dalla convinzione di una necessaria costruzione di due stati per due popoli, all’idea che fosse meglio, invece, creare uno stato unico secolare per israeliani e palestinesi.  Ma Said si spinge oltre: comprende che i veri nemici della pace in Medio Oriente sono gli americani. Non tanto i governi quanto piuttosto l’opinione pubblica statunitense, che si mostra sensibile alla causa israeliana perché non ha mai conosciuto quella palestinese. Per questo, per tutta la vita, Said cerca di tenere sempre vivi in America la questione palestinese e il conflitto mediorientale. Ed è proprio sulla scia delle teorie di Said che Judt formulerà, nel 2006, un articolo molto interessante, pubblicato sul quotidiano liberale israeliano Ha’aretz, che peraltro susciterà molte reazioni critiche. In esso Judt taccia apertamente Israele di immaturità. Successivamente alla Guerra dei Sei giorni (1967), la percezione che gran parte del mondo aveva avuto di Israele, fino a quel momento, cambia radicalmente, come dimostra la diffusione repentina di un nuovo simbolo, destinato ad avere una fortuna universale, e che verrà riprodotto su migliaia di editoriali giornalistici e vignette satiriche: la Stella di David su un carro armato [p. 279]. L’autore afferma apertamente che non è possibile giustificare ogni azione di Israele ricordando Auschwitz. Anzi: non è accettabile la teoria secondo la quale chiunque critichi la politica di Israele, venga tacciato di antisemitismo. E non è accettabile perché, così facendo, Israele finisce per parlare e agire, impunemente, a nome di tutti gli ebrei. In relazione alla violazione delle leggi internazionali nei territori occupati, o all’umiliazione delle popolazioni sottomesse a cui ha confiscato le terre, è come se gli israeliani dicessero: «queste azioni non sono israeliane, ma ebree; l’occupazione non è israeliana ma ebrea; e se questo non vi va giù è perché non vi piacciono gli ebrei» [p. 281].  Israele dunque non cambia e si ostina, immaturamente, a restare immobile sulle sue posizioni. Il punto è, però, che il mondo invece è cambiato. Oggi sono sempre più numerosi i cittadini che considerano lo Stato di Israele alla stregua della Spagna di Franco. E moltissimi di questi cittadini sono statunitensi. Tutto ciò, afferma Judt, dovrebbe far riflettere tanto Israele quanto il Nord America che è l’unico suo sostenitore.
Sugli Stati Uniti e sulla sua storia novecentesca, fatta di ostilità più o meno cruente, l’autore si sofferma a lungo. Da qui l’affascinante report sulla crisi missilistica a Cuba del 1962. La ricostruzione storica e dettagliata dell’evento è condita dalla citazione di numerosi dialoghi tra i protagonisti della vicenda – ricavati dalle registrazioni – che ci forniscono un quadro preciso sia sui rapporti di forza all’interno degli Stati Uniti e tra gli uomini della presidenza Kennedy, sia sulle loro qualità caratteriali e sul loro modo di reagire ai momenti di crisi nelle fasi cruciali e concitate. Solo i fratelli Kennedy, peraltro, sapevano che le conversazioni venivano registrate. Possiamo quindi leggere stralci di discussioni tra il vicepresidente Lyndon Johnson e l’ExComm Mc Namara; oppure tra il Presidente Kennedy e il Generale Wheeler o tra Kennedy e l’ex ambasciatore a Mosca Llewellyn Thompson. Attraverso queste testimonianze dirette, riusciamo a comprendere meglio non solo quella crisi, ma anche i rapporti reali tra il Presidente USA e i militari. Questi ultimi non provavano per lui che un mero sentimento di disprezzo, assolutamente ricambiato, peraltro, con l’aggiunta di una buona dose di sospetto.
Profonda e interessante analisi, poi, è quella che l’autore dedica al confronto tra Europa e Stati Uniti. Colpisce molto la parte dell’articolo – scritto tra il 2002 e il 2006 – in cui Judt fa riferimento a diverse autorevoli voci, secondo le quali un’Europa compatta e unita rappresenterebbe una minaccia agli interessi degli Stati Uniti. Dunque l’America ha tutto l’interesse a bloccare sul nascere questa unione [p. 391]. In effetti, osservando bene quanto sta accadendo oggi, a ben otto anni di distanza da quell’articolo, tale affermazione deve far riflettere. Siamo alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo e l’Europa sembra tutt’altro che una realtà unitaria e solidale, anzi, in molti casi è sentita fortemente come un’entità lontana e persino ostile ai cittadini, tanto che i sondaggi danno l’astensionismo al 40% e le previsioni decretano una pericolosa avanzata dei populismi.
Ritornando, per un attimo, al confronto tra Europa e America esce fuori un quadro mediamente idilliaco della prima, rispetto alla seconda: vi campeggia un continente che, grazie alla lezione appresa nel passato, «non conoscerebbe, se non raramente, il patriottismo belligerante di stile americano» [p. 393]. Eppure l’Europa è una realtà piena di contraddizioni e, spesso, di scelte violente che non si possono omettere: dalla produzione di armi (di cui il nostro continente detiene il triste primato) agli interventi militari (Iraq, Afghanistan, Libia) solo per fare alcuni esempi. Un’Europa che non sembra interessata né alla questione mediorientale, se non per appoggiare la politica statunitense di supporto a Israele, proprio in un momento in cui – come abbiamo visto – le reazioni alla condotta americana si fanno sempre più severe; né alla incredibile emergenza umanitaria delle massicce ondate migratorie provenienti dal continente africano e dalla Siria che, in questi giorni, stanno interessando le coste della Sicilia.
Dinanzi a questo panorama tutt’altro che idilliaco, le conclusioni di questo volume, appaiono di incredibile attualità. Non è casuale, a mio avviso, la scelta da parte di Judt, di una lucida quanto sconfortante analisi, risalente al 1997, del sorpasso da parte della destra neofascista e xenofoba sui partiti di sinistra. In Francia, ad esempio – allora come oggi – sono proprio gli ex elettori di sinistra a votare Le Pen.  Perché? Le parole amare che Judt dedica, alla fine, alla sinistra europea (in particolare ai socialisti) riflettono una condizione attualissima e una ferita ancora aperta che si è già ulteriormente incancrenita: la visione di una sinistra incapace di governare e in permanente protesta. Dice l’autore: «la sinistra non ha idea di cosa potrebbe significare un suo successo politico, se riuscisse a conseguirlo; non ha una visione articolata di una società buona, o semplicemente migliore, di quella attuale. In assenza di una simile visione, far parte della sinistra non è che prendere parte a una protesta permanente» [p. 411]. Come è possibile, del resto, dargli torto? Oggi, poi, che la situazione si fa ancora più pesante – rispetto al 1997 – in considerazione del fatto che i governi hanno un margine limitato di iniziativa politica in materia fiscale e monetaria? Ciò, ovviamente, determina il principio secondo cui, vinte le elezioni, nessun governo rispetta mai gran parte delle promesse fatte in campagna elettorale.
Come salvarci dunque? Judt ci ha lasciati nel 2010, stroncato da una malattia orribile che lo ha tenuto, fino all’ultimo, prigioniero lucidissimo di un corpo ormai morto. In una sua ultima intervista a Charlie Rose, ci dice, tra le tante cose, che la sua paura più grande è quella di venir privato della possibilità di comunicare. Pensiamo che per uno storico questa sia una delle pene più atroci da sopportare. Non possiamo fare a meno di chiederci cosa penserebbe Judt di questi ultimi quattro anni, del modo in cui rileggerebbe la storia del Novecento alla luce degli ultimi eventi, ma soprattutto ci chiediamo se continuerebbe a pensare, con speranza, che lo Stato moderno possa ancora salvarsi, determinando il modo migliore della distribuzione – sia pure soltanto a livello locale – della crescita economica generata dai privati [p. 415].
Consiglio la lettura di questo volume perché – a prescindere dalle convinzioni ideologiche o dagli approcci storiografici – rappresenta un ricchissimo strumento di conoscenza e riflessione sugli uomini e i fatti di un secolo, il Novecento, col quale dobbiamo fare i conti ancora oggi. Perché è soltanto leggendo tra le carte di quel secolo che, forse, possiamo trovare la chiave interpretativa per il presente – del tutto oscuro e ancora in fieri – che ci tocca in sorte vivere. E forse, almeno così si augura chi scrive, la sinistra europea, sempre più divisa dai protagonismi e dall’inettitudine, troverebbe qualche spunto per decidersi, finalmente, ad intraprendere una seria riflessione sulle alternative concrete alla globalizzazione economica, alle sue leggi spietate e alle sue insaziabili richieste.


Alessandra Mangano

Il trono vuoto

Paolo Viola, Il trono vuoto. La transizione della sovranità nella rivoluzione francese, Einaudi, Torino 1989, 200 pp., ISBN 88-06-11447-6.

Prima dei fatti del 1789 il termine "rivoluzione" indicava un grande atto riformatore che facesse uscire lo Stato dall'illegalità, rendendo una «libertà precedente, forse mai esistita prima di allora, ma in qualche modo radicata nella ragione umana, e quindi nel tacito patto fra chi governa e chi è governato» (p. VII).
La rivoluzione francese fu, invece, un fenomeno innovativo, che colse di sorpresa sia le persone colte e politicizzate, sia «chi era stato da sempre oggetto passivo della sovranità e si trovava ora a esserne collettivamente il soggetto» [p. VIII].
La rivoluzione fu quindi un «trauma della transizione della sovranità». Tuttavia essa è il luogo anche di altre transizioni nelle diverse sfere della politica, dei conflitti sociali e dell'economia.
L'ambiguità del termine "rivoluzione" fa in modo che i contemporanei parlassero di «terminare la rivoluzione» ancor prima dei fatti dell'Ottantanove.
Dal 1789 al 1793 si verificò quel vuoto di sovranità che terrorizzò il popolo. A questo punto si fa forte e storicamente rilevante la posizione dei giacobini. Il giacobinismo, infatti, riuscì a «dirigere la rivoluzione», e «fu l'unica forza politica che si diede da fare concretamente ed efficacemente per essere gruppo dirigente della rivoluzione, e per far valere la propria 'egemonia' sulle forze sociali che erano state evocate» [p. X]. Il giacobinismo non a caso è visto come luogo di nascita della politica moderna.
La transizione della sovranità si concluse, o si avviò a conclusione nel 1793, quando il «trono vuoto» venne rioccupato.
L'analisi compiuta da questo libro propone l'individuazione di due momenti di svolta della rivoluzione francese.
Il primo momento è l'estate del 1789: la rivoluzione si trasforma dal «progetto costituente che si sforzava di terminare la 'rivoluzione', cioè l'illegalità della monarchia, in una catastrofe alla quale non si può, non si sa, addirittura non si vuole opporsi». Il secondo momento è la fine del 1792, quando la rivoluzione ha esaurito il suo andamento catastrofico: allora essa potrà esprimere un gruppo dirigente egemone capace di rioccupare il trono rimasto vuoto.
I due momenti, a giudizio di Paolo Viola, separano le tre fasi della rivoluzione francese: bisogna però badare – ed è l'autore a specificarlo – che non si tratta di tre fasi cronologiche, ma di tre momenti logici.
La prima fase della rivoluzione, alla quale è dedicata la prima parte del libro, è caratterizzata dalla volontà dei dirigenti di terminare l'illegalità con un progetto costituzionale, e quindi di «terminare la rivoluzione». La prima fase è quindi quella dell'«immenso equivoco che caratterizza l'avvio della rivoluzione francese. Ci si proponeva di bloccare la rivoluzione con cui il re tentava di accrescere la propria sovranità, e di riequilibrarne il potere con il ricorso della conservazione, garantita dal consenso popolare, delle antiche istituzioni del regno. E così facendo, si avviava quella transizione della sovranità dal monarca al popolo, che avrebbe sprofondato un paese, mentalmente e istituzionalmente impreparato, verso il baratro della vera e propria rivoluzione» [p. 20].
La seconda fase, alla quale è dedicata la seconda parte dell'opera, è invece quella della «rivoluzione vera e propria, che nessuno si aspettava e che sul momento nessuno seppe fronteggiare: non un progetto, ma una fatalità; negazione di ogni costituzionalismo ma anche di qualsiasi direzione [...]», e quindi quella in cui fu impossibile non «subire la rivoluzione». In questa fase comincia a manifestarsi un movimento popolare dalle sconosciute potenzialità, che era indotto a usare la violenza; ma non era un popolo «assetato di sangue, ma di giustizia, e la giustizia fatta su Luigi XVI gli sembrava che scaricasse la nazione da un pesante fardello; che finalmente compisse la rivoluzione, o piuttosto che finalmente la iniziasse, con l'ambivalenza delle svolte fondamentali della storia, e che la libertà, come una dea dell'antichità, non si potesse propiziare se non col sacrificio di un colpevole» [p. 165].
La terza fase della rivoluzione, alla quale è dedicata la terza parte del libro, vede il tentativo di governare una violenza, di governare la rivoluzione, di occupare il trono vuoto, di «dirigere la rivoluzione», ed era necessario che «il popolo non si scindesse, bisognava che continuasse a operare in corpo unico, mantenendo la sua caratteristica, che si potrebbe definire di società naturale, di rapporto fra fratelli, prevenendo il rischio che i cittadini si isolassero per riaggregarsi secondo raggruppamenti volontari arbitrariamente legati a loro volta da vincoli organizzativi estranei alla legge, che avrebbero minacciato la collettività, perché facilmente utilizzabili dai cospiratori. [...] Senza la difesa dell'unità, o indivisibilità, o fraternità, secondo i giacobini, ma anche secondo i loro avversari, si sarebbero persi gli altri termini della triade: la libertà e l'uguaglianza. Essa diventava così il perno centrale intorno a cui ruotava tutta la politica rivoluzionaria» [p. 220].
Forse è superfluo (e magari banale) dire che ogni fase della rivoluzione francese è legata a uno dei tre termini della formula rivoluzionaria: «Liberté Egalité Fraternité». Sebbene, a conti fatti, alla libertà che mosse la prima fase e all'uguaglianza della seconda fase sopravvisse solo la fratellanza, l'unica «in grado di far sopravvivere il paese e di conservare nei limiti del possibile l'uguaglianza; mentre era incompatibile con la libertà e ne provocò, o non ne impedì la rovina» [p. 220].


Piero Canale

lunedì 5 maggio 2014

Perché il Sud è rimasto indietro

Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Bologna, Il Mulino, 2013, 258 pp., (Contemporanea, 233), ISBN 978-88-15-24792-6.

Leggere il libro di Emanuele Felice mi fa tirare un sospiro di sollievo. Da qualche tempo mi chiedevo, dove fossero finiti gli storici, in un momento in cui la storia è stata ridotta a variante per libro da classifica e scritturata per recitare la parte nella compiaciuta pantomima del talk-show bipartisan.
È bene ricordare che la storia non è esito di una verità rivelata, ma il frutto di una dura ricerca condotta con rigorosa metodologia sulle fonti (siano esse documentarie, archeologico-materiali e/o orali) e non frutto della doxa e del sentimento.
Emanuele Felice, docente di storia economica presso l'Università Autonoma di Barcellona - ma anche uno di quei "cervelli" fuggiti dal Meridione -, ci dimostra in questo bel libro, come si faccia un buon libro di storia, soprattutto in un momento in cui titoli suggestivi e improbabili, sedicenti narratori e «tesi pseudorevisioniste (il vero revisionismo è insito in ogni ricerca storica) che finiscono per capovolgere la realtà» [p. 7], pretendono di raccontarci la "verità" sul sud Italia e sull'unità d'Italia.
Il libro di Felice analizza, a partire da fonti e dati economici certi - non «inattaccabili (nessuna stima storica lo è per definizione)» [p. 8], ma tutti inseriti in note e citati (prova della serietà con cui è stata condotta la ricerca, non solo perché consente al lettore di verificare i dati, ma anche di constatare il lavoro che sta dietro la realizzazione di una ricerca storica) -, il motivo per cui il Sud è rimasto indietro.
È bene dire che questo non è un libro pro unità d'Italia o contro il Regno delle Due Sicilie. La storia non accerta chi ha ragione o chi ha torto (non è pertanto pro o contro qualcuno o qualcosa), ma cerca di comprendere e spiegare le ragioni economiche, politiche e sociali, al fine di aiutarci a essere migliori interpreti del presente.
Il libro si divide in tre capitoli e procede sulle analisi della situazione del Sud Italia a partire dalla prima metà dell'Ottocento, ossia prima dell'unità d'Italia, fino a oggi.
Grazie a una robusta bibliografia scientifica e a una corposa quantità di dati, tutti rigorosamente citati nel primo capitolo, Il divario all'Unità [pp. 17-90], emerge nel 1859 una situazione di divario di partenza  del Regno delle Due Sicilie e dello Stato Pontificio rispetto agli stati del Nord. Un divario che è evidente e significativo, se si prendono in considerazione i dati sulle infrastrutture (ferrovie, strade, porti), sull'istruzione, sull'occupazione e sulle condizioni sociali. L'esempio classico è quello delle ferrovie. Vero è che la prima ferrovia italiana fu costruita nel 1839 nel Regno delle Due Sicilie (la famosa Napoli-Portici di ben 7 km), ma è vero anche che nel 1859 nell'intero Meridione (compresa la Sicilia, dove non vi erano strade ferrate) i km di ferrovie sono solo 99, contro gli 850 del Piemonte e Liguria, i 522 della Lombardia e Veneto e i 257 della Toscana. [pp. 21-22]
Nel secondo capitolo, La modernizzazione passiva: il divario dell'Unità a oggi [pp. 91-180], lo storico ragiona sul perché il Sud sia rimasto indietro rispetto al Centro-Nord, esaminando i dati dal 1871 a oggi. Un periodo lungo e non omogeneo, ma che in ogni suo momento è significativo. L'Italia liberale fa spazio all'Italia fascista (quella del massimo divario tra Nord e Sud), l'Italia del boom economico fa largo ai decenni di decrescita (fino alla crisi odierna) che corrisponde anche con il fallimento dell'industrializzazione passiva, attraverso l'intervento dello Stato.
Dati che dimostrano un tentativo di convergenza Nord-Sud, ma che risulta assai fragile quando si consuma il rallentamento della crescita economica nazionale, tale da determinare un nuovo aprirsi della forbice. Non sono risparmiate pagine, sia nel primo sia nel secondo capitolo, alle organizzazioni criminali (mafia, camorra e 'ndrangheta) e sul ruolo attivo nel ritardo strutturale del Meridione, una piaga che l'Italia eredita dal Regno delle Due Sicilie.
Il terzo capitolo, che dà il titolo al libro [pp. 181-237], invita a riflettere su quelle tesi assolutorie nei confronti del Mezzogiorno e dei Meridionali e accusatorie verso tutto quello che viene dall'esterno o, che non è direttamente identificabile con il marchio "Made in Sud". L'invito dello storico è, infatti, quello di critici con il proprio passato, poiché è l'uomo a essere «padrone della sua storia» [p. 181].
Non sfruttato, non colonia, non inferiore, ma Meridione artefice del proprio destino e vittima di se stesso e delle proprie classi dirigenti, poiché non bisogna dimenticare il ruolo della politica all'interno del quadro di analisi. Importante per questo diventa fondamentale la differenza tra «istituzioni politiche ed economiche di tipo 'estrattivo'» e «di tipo 'inclusivo'» ben spiegata nel primo paragrafo, La modernizzazione [pp. 92-100], del secondo capitolo.
Nelle conclusioni il futuro è a un bivio: «proseguire lungo lo stesso cammino che è stato percorso negli ultimi quarant'anni: senza cambiare nulla, attendere una manna che si fa sempre più rada; nel frattempo continuare a scivolare indietro, lentamente ma inesorabilmente, in pressoché tutti gli indicatori della modernità, rispetto agli altri paesi avanzati. È la prospettiva più probabile, anche se non obbligata. Ed è probabile anche perché alle ragioni già dette occorre aggiungerne un'altra: i cittadini meridionali hanno una libertà (e una concreta possibilità) che agli altri abitanti delle periferie del mondo non è data, almeno non nella stessa misura: la libertà di emigrare. [...] La seconda strada è quella del riscatto. Ovvero rifondare la vita civile e le istituzioni così da renderle inclusive, avviando in questo modo un autonomo processo di modernizzazione attiva; una modernizzazione che forse aiuterebbe l'Italia tutta a uscire dalle secche in cui è finita. A chi scrive questa strada appare più difficile, ma non impossibile» [pp. 240-241].
Le ultime righe sono dedicate a Gaetano Filangieri, emblema di un riscatto mancato, perché naufragato nell'immobilismo della politica borbonica, ma lungimirante e lucido nelle idee.
Libro che va letto, che gli insegnanti dovrebbero leggere e spiegare agli studenti, affinché le nuove generazioni comprendano sin da subito i problemi del proprio territorio e riflettano sul destino del Sud e dell'Italia, poiché solo se consapevoli potranno essere quella via del riscatto e della speranza.

Piero Canale


Per approfondire la questione consiglio la lettura di A. Barbero, I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle, Roma-Bari, Laterza, 2014; P. Bevilacqua, Breve storia dell'Italia meridionale dall'Ottocento a oggi, Roma, Donzelli, 2005; Giampaolo D’Andrea-Francesco Giasi (a cura di), Luigi Sturzo-Antonio Gramsci. Il Mezzogiorno e l’Italia, Roma, Edizioni Studium, 2012; R. De Lorenzo, Borbonia Felix. Il Regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo, Roma, Salerno, 2013; S. Lupo, L'unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Roma, Donzelli, 2011; Id., Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 2004; L. Riall, Il Risorgimento. Storia e interpretazioni, Roma, Donzelli, 2007; Id., La Sicilia e l'unificazione italiana. Politica liberale e politica locale 1815-1866, Torino, Einaudi, 2004; A. Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna, Il Mulino, 2004; C. Triglia, Non c'è Sud senza Nord. Perché la crescita dell'Italia si decide nel Mezzogiorno, Bologna, Il Mulino, 2012.




Storia di una Matita

Michele D’Ignazio, Storia di una Matita, Milano, Rizzoli, 2012, 120 pp., ISBN 978-8817055659.

L’idea alla base di Storia di una Matita nasce da un gioco di parole: «Vorrei avere la vita temperata come una matita». Una frase isolata, un’intuizione non sviluppata, ma è stata come una molla. Perché non scrivere la storia di una matita? Lapo, il protagonista principale, da quando era bambino ha un grande sogno: diventare un illustratore. Ci spera talmente tanto che una mattina, in maniera rocambolesca, il suo corpo si trasforma in una gigantesca matita: «Fu il mignolo della sua mano sinistra a dirigersi verso la narice destra. Gira e rigira, scava e riscava, a un certo punto, Lapo sentì un odore. Era l’odore delle sue matite. “Ah! Fantastico”, sussurrò» [p. 18].
Pochi secondi dopo, Lapo si accorge che al posto del suo dito mignolo c’è una matita gialla bellissima e ben temperata. Qualche ora dopo, la trasformazione è completa. La sua testa è diventata una gigantesca punta di grafite e anziché pettinarsi deve temperarsi.
Non ha una faccia e per uscir di casa ha bisogno di un viso con degli occhi, delle orecchie, una bocca... una faccia per ogni circostanza, per ogni emozione: ne disegna più di un centinaio e ben presto si rende conto che non bastano.
E come si muove? Non avendo due gambe, non può più camminare. Però scivola, lasciando punti, linee, segni che infine diventano disegni, disegni bellissimi.
Storia di una matita è un racconto sulla capacità di sognare, ma anche sulle controindicazioni che il sognare porta con sé. Racconta inoltre la scoperta di un talento, ma la necessità di capire anche come poterlo utilizzare. È un cammino di crescita in cui Lapo incontrerà molti altri personaggi: la vicina di casa Rosa, con il suo cagnolino Stella che sempre abbaia; il magnate che prima gli dà un lavoro e poi vuole renderlo famoso; la dolce Mirella di cui timidamente si innamora.
Storia di una matita racconta le avventure tragicomiche di Lapo che, con coraggio e ingenuità, si lancia alla scoperta di un mondo che ha un gran bisogno di essere ridisegnato e in cui, a sorpresa, non è il solo a essersi trasformato in un oggetto.  
«Guarda che non c’è nulla di strano», continuò la madre, «anch’io ho rischiato di trasformarmi in una padella, quando passavo troppo tempo a cucinare. E poi, quando mi hanno dato il lavoro a scuola, mi stavo per trasformare in un quaderno a quadretti. Sarebbe stato un grosso problema. Ma per fortuna non è successo…» [p. 94]

Ulteriori immagini e info: http://storiadiunamatita.wordpress.com/

Michele D’Ignazio






Io ero l'Africa

Roberta Lepri, Io ero l'Africa, Roma, Avagliano Editore, 2013, 171 pp., ISBN 978-88-8309-380-7.

Gli italiani che nel dopoguerra emigravano in Somalia e brutalizzavano, picchiavano, facevano i Padroni con gli indigeni. Razzismo, violenza, prepotenza. Altro che “gente di cuore” e cliché simili. Il colonialismo italiano in Africa che è sempre stato feroce e spietato. Le legislazioni coloniali durante la democrazia liberale e poi durante il fascismo erano da meno, in quanto a discriminazione, soltanto alle legislazioni naziste e sudafricane. Una storia sempre non-raccontata dalla storiografia e narrazione “ufficiale”.
Ecco cosa racconta questo gran bel romanzo di Roberta Lepri, scrittrice umbra di nascita ma toscana d'adozione, pubblicato nel novembre 2013 da Avagliano Editore. Racconta questo – uno spaccato storico importantissimo e colpevolmente trascurato – ma non solo. A partire da uno spunto autobiografico, e con grande competenza storica e contestualizzante, la Lepri riesce a comporre un'opera che ha un valore altissimo soprattutto a livello narrativo e – diciamo così – umano.
Un libro che è quasi un capolavoro, sicuramente un'opera davvero intensa, autentica, viscerale e allo stesso tempo ben costruita, sudata e lavorata in ogni minimo dettaglio con evidente amore artigiano.
Un libro che ha solo un difetto: la casa editrice ha deciso di spacciarlo per un libro di avventure, piazzando in copertina una foto da National Geographic e puntando tutto su cose tipo l'esotismo del continente africano, la promessa di grandi emozioni, scenari suggestivi, paesaggi mozzafiato eccetera eccetera. Una scelta un po' troppo “vintage” e – direi – decisamente superata (a livello di marketing) e che poi non rende affatto giustizia a un romanzo che invece è molto più sfaccettato e profondo di un semplice libro di avventure.
La Lepri, infatti, è una scrittrice sapiente e appassionata – di grande qualità e attualità, a suo modo postmoderna – e questo libro riesce a raccontare, allo stesso tempo, una sofferta e coinvolgente storia umana e familiare e insieme a tratteggiare un contesto storico obliato (per chissà quali motivi) dalla narrazione italiana condivisa, ovvero: il colonialismo italiano in Africa, soprattutto quello del dopoguerra in Somalia.
Io ero l'Africa racconta una storia italiana e una storia umana. Una storia di emigrazione e sopraffazione, di scardinamento e disvelamento. Teo e Angela che dalle campagne umbre se ne vanno in Africa, in Somalia, a gestire una piantagione di banane nei pressi di Mogadiscio. Sono gli anni '50 e l'agricoltura delle campagne umbre non rende più niente, la fame e la miseria peggiorano sempre di più, nonostante che in Italia – dicono in televisione – ci sia il cosiddetto Boom Economico. Teo è figlio di un mezzadro di modestissime condizioni economiche. Ha sposato Angela, che è più ricca di lui, più alta di lui, giunonica, imponente e biondissima tanto che Teo la chiama “la Normanna”. Angela però è pure chiamata “la Santa” perché è devota, sottomessa e timorata di Dio, educazione cattolica e addirittura un fratello vescovo. Per loro – per Teo e Angela – l'Africa è occasione di cambiamento e, forse, di disvelamento. Bruciare convenzioni e sovrastrutture sociali. Teo – socialista che in Italia parlava sempre di giustizia ed eguaglianza – diventa padrone feroce e autoritario che picchia i neri. Angela – la Santa – viene investita dalla vastità degli orizzonti della terra d'Africa, viene stravolta a livello intimo da quella natura selvaggia, colori forti, odori forti, Angela che prova attrazione per la pelle dei neri, che si chiede come dev'essere toccare la pelle dei neri, che viene sconvolta dall'erotismo suscitato da Said, guerriero Masai al servizio di Teo, silenzioso, orgoglioso, superiore, quasi astratto. Angela che non prova più vergogna per i suoi istinti – che freme per quelle notti africane che odorano “di foglie umide e di sterco” – tutta presa da una blasfema e inaudita “gratitudine pagana” verso quel cosmo.
La Lepri ha il dono di una lingua di straordinaria qualità: sveglia e agile, elegante ed efficace, mai banale e capace di essere delicata e carezzevole ma anche – quando occorre – feroce, crudele, di una violenza controllata e intelligentissima. Oltre alla lingua in senso stretto, la Lepri riesce sempre – senza sbagliare un colpo – a raccontare personaggi, situazioni e azioni che affondano le loro radici in una sensibilità di scrittrice acutissima e priva di pregiudizi, ideologie, letture stereotipate. Tutto ciò che viene raccontato dalla Lepri è (o dà l'impressione di essere) carne e sangue, roba vera, sentita e in qualche modo – sempre – “vissuta”. Niente di tutto ciò che racconta la Lepri sembra un artificio letterario, un tappabuchi narrativo, una pigrizia scrittoria. La letteratura della Lepri – per questi motivi – è di un'intensità e di un'autenticità che raramente si trovano nei raffazzonatissimi e artificiosissimi Grandi Autori Italiani, e questo libro – con alcuni minuscoli accorgimenti di editing – ha la qualità, l'energia e la freschezza per essere notato a livello nazionale e non sfigurare in competizioni tipo il Premio Strega o queste acclamatissime (e mistificatorie, e disoneste) occasioni di vetrina letteraria.

Nino Fricano

Link esterni

Tutte le recensioni, interviste, interventi (RobertaLepri.it)





La sovrana lettrice


Alan Bennet, La sovrana lettrice, Milano, Adelphi Edizioni, 2007, 95 pp., ISBN 978-88-459-2209-1.

Questo interessante romanzo di Alan Bennett racconta una vicenda, oserei dire, surreale: immaginate che la sovrana d’Inghilterra decidesse tutt’a un tratto di cominciare a leggere. Anzi, non solo leggere, ma divorare libri come fossero cornflakes. Quale la reazione dell’apparato politico-amministrativo inglese? Una reazione particolarmente indignata, visto che i libri pian piano cominciano a scardinare quel sistema costituito da abitudini e consuetudini che scandisce le giornate della monarca.
Tutto comincia in una giornata qualsiasi, in cui la regina, sentendo l’abbaiare dei cani, nota, in un cortile del palazzo non molto familiare, la presenza di un furgone carico di libri: una biblioteca circolante. Qui fa la conoscenza del bibliotecario, Hutchings, e di Norman, unico utente di quella biblioteca. Norman è un ragazzo basso e magrolino, che, per queste sue non-doti estetiche, era stato relegato a lavorare in cucina. Da questo momento in poi tra Norman e Sua Maestà inizia un rapporto affettuoso: il ragazzo dalla cucina viene “promosso” a consigliere “bibliografico“ regio, con l’unico compito di curare, proporre e procurare le letture alla sovrana. Proprio per questa sua mansione poco impegnativa – a detta degli altri – comincia ad essere malvisto, prima dal resto della servitù, quindi dal segretario privato della regina, Sir Kevin Scatchard: proprio questi, approfittando di un lungo viaggio istituzionale della regina, ad insaputa di quest’ultima, lo allontana dal palazzo con l’allettante proposta di andare a studiare presso la prestigiosa Università dell’East Anglia.
Questa scoperta della lettura avviene per fasi. La prima è quella della “rivelazione” e dell’inconsapevolezza di ciò cui si sta andando incontro. Quindi segue quella della percezione della propria reale condizione e della necessità essenziale di qualcosa di nuovo: «Lei, che aveva vissuto una vita diversa dalle altre, scopriva di avere un estremo bisogno di tutto questo. Fra le pagine e dentro le copertine poteva passare inosservata» [p. 30]. Il terzo momento è quello dell’insofferenza per tutto ciò che fino ad allora aveva caratterizzato la sua vita e, di conseguenza, il senso di odio nei confronti dei libri che, di quella vita, ne aveva messo in evidenza l’indigeribile vuotezza: «Era colpa dei libri, e a volte lei si pentiva di aver cominciato a leggerli, a entrare in altre vite. Era come un tarlo, un tarlo nella testa.» [p. 51]
Nel complesso il volume risulta divertente, dalla lettura fluida e scorrevole e ricco di spunti di riflessione, in particolare riguardo al tema della lettura nella vita di ogni individuo. CONSIGLIATO!

Vincenzo Bagnera



I sonetti a Orfeo

Rainer Maria Rilke, I sonetti a Orfeo, a cura di Franco Rella, Milano, Feltrinelli, 1991, 176 pp. (I Classici Universali Economica Feltrinelli), ISBN 978-88-07-82025-0.

Le liriche di Rilke sono un vero e proprio tempio orfico.
La lettura di questi sonetti è una continua catabasi nel mondo dei morti. Un autentico e duro viaggio nelle ragioni più profonde del mutamento: il mutamento che è nello stesso tempo vita, morte e rinascita. Un ciclo perpetuo si compie tra i versi di questi sonetti, che invocano la riverenza panica verso i riti orfici, verso le danze sacre, i profumi e le nebbie. Nulla è più.
La lettura di quest'opera inebria, soffoca e stordisce: troppo dolci risultano i nettari dei ricordi di una gioventù effimera e di un qualcosa "per ciò che non fu mai"; troppo spinte sono le fragranze germoglianti dai fiori che adornano la lira di Orfeo e del poeta; troppo incalzanti suonano i tamburi, che segnano il ritmo della metamorfosi, che il poeta cerca di catturare, ma che continuamente sfugge.
Ne I sonetti a Orfeo molto sfugge al lettore, i testi sono complessi quanto l'architettura dell'opera. Un vero tempio a Orfeo, dio del mutamento.

Lorenzo Cusimano