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sabato 5 luglio 2014

I ragazzi della via Paal

Ferenc Molnár, I Ragazzi della Via Paal, Milano, Opportunity Book, 1995, 159 pp. (Classici Junior, 13), ISBN 88-8111-013-X.

Ho letto questa storia all'età di dieci anni. Era uno dei miei primi libri. Non riuscivo a capire in che periodo fosse ambientato il racconto e nemmeno quale fosse la città teatro della storia. Tuttavia ricordo perfettamente quei compagni di giuoco. Giovanni Boka era il leader che stimavo, l'amico che desideravo nella solitudine estiva di quegli anni in cui tutto era scoperta e voglia di conoscere. Forse in me c'era qualcosa del piccolo Ernesto Nemecsek, fragile e poco coraggioso. Non era necessario immaginare i luoghi di quelle appassionanti battaglie e di quelle pericolosissime missioni: quei posti li conoscevo bene, li vedevo, li frequentavo nei pomeriggi votati a qualche fantasioso passatempo con dei crudeli amici, che erano, sì cattivi e crudeli come la squadra delle famigerate Camicie Rosse, ma non così ingegnosi e geniali.
Ricordo perfettamente che la mia scuola elementare - un edificio degli anni trenta, tanto imponente quanto freddo - era identica a quella del racconto. Lo stucco delle finestre non l'ho mai masticato e non immagino nemmeno che sapore abbia, però posso dire di comprendere quanto fosse duro custodire un segreto e sopportare le ingiurie a costo di difenderlo. Qualche piccolo segreto era lo stucco che custodivamo in pochi nelle stradine sterrate.
Poi vi era il campo di battaglia. Io lo conoscevo a menadito. Certo, più che tirare le bombe di sabbia ai nemici, lo usavamo per i gavettoni o per giocare le interminabili partite di pallone.
Non avevo un laghetto, dove tirare i sassi. Avevamo però i limoni da mangiare o tirare.
Anch'io avevo paura dei fratelli Pásztor, figure inquietanti e inique, dotati di forza sovraumana.
Non ho mai sopportato i tipi come Desiderio Geréb, invidiosi e doppiogiochisti, sempre pronti ad annotare tutto nel libro nero e pianger ostentando un pentimento. Molnár forse era sincero quando scriveva del pentimento di Geréb, ma io rimango diffidente.
Non ricordo tutti quei mitici protagonisti del racconto, però quando l'ho letto - e lo rilessi più volte nel corso degli anni - essi mi tennero compagnia, sentendoli veramente amici quei ragazzi della via Paal insieme al loro papà Molnar.

Lorenzo Cusimano




lunedì 5 maggio 2014

I sonetti a Orfeo

Rainer Maria Rilke, I sonetti a Orfeo, a cura di Franco Rella, Milano, Feltrinelli, 1991, 176 pp. (I Classici Universali Economica Feltrinelli), ISBN 978-88-07-82025-0.

Le liriche di Rilke sono un vero e proprio tempio orfico.
La lettura di questi sonetti è una continua catabasi nel mondo dei morti. Un autentico e duro viaggio nelle ragioni più profonde del mutamento: il mutamento che è nello stesso tempo vita, morte e rinascita. Un ciclo perpetuo si compie tra i versi di questi sonetti, che invocano la riverenza panica verso i riti orfici, verso le danze sacre, i profumi e le nebbie. Nulla è più.
La lettura di quest'opera inebria, soffoca e stordisce: troppo dolci risultano i nettari dei ricordi di una gioventù effimera e di un qualcosa "per ciò che non fu mai"; troppo spinte sono le fragranze germoglianti dai fiori che adornano la lira di Orfeo e del poeta; troppo incalzanti suonano i tamburi, che segnano il ritmo della metamorfosi, che il poeta cerca di catturare, ma che continuamente sfugge.
Ne I sonetti a Orfeo molto sfugge al lettore, i testi sono complessi quanto l'architettura dell'opera. Un vero tempio a Orfeo, dio del mutamento.

Lorenzo Cusimano



sabato 5 aprile 2014

Raccolta di poesie contro la mafia dedicate a Padre Pino Puglisi

Association Européenne des Cheminots (a cura di), Raccolta di poesie contro la mafia di autori coinvolti in concorsi di poesia "Kalura" ed "Il Paladino". Antologia dedicata a Padre Pino Puglisi, Caltanissetta, Tipografia Lussographica, 2012, 77 pp.

La raccolta di poesie contro la mafia è dedicata alla figura di Padre Pino Puglisi, ucciso la sera del 15 settembre 1993 e beatificato, nel maggio del 2013, dalla Chiesa Cattolica che finalmente – forse con un po' di ritardo – lo riconosce martire.
Il libro è stato realizzato dalla Association Européenne des Cheminots - Sezione Italiana – Sicilia,  istituita il 22 luglio del 1961 a Torino, per iniziativa di un gruppo di ferrovieri di differenti aziende ferroviarie europee. La raccolta è stata presentata nella Sala Gialla di Palazzo dei Normanni il 27 settembre del 2012.
Le poesie raccolte sono state selezionate tra quelle che hanno partecipato ai concorsi di poesia "Kalura" e "Il Paladino" e sono tutte dedicate al tema della mafia. Sono scritte in lingua italiana e in dialetto siciliano.
Edizione fuori commercio, ma che andrebbe letta anche per la bellezza lirica e per la sincerità commovente di alcuni componimenti. «Io non ci sto / a stare zitto / e non denunciare...» è il grido di Antonino Causi. Dolorosa e riconoscente è la lirica di Giuseppe Ingardia: «Jò li vitti ddi carni squarciati...».
A Padre Pino Puglisi e ai bambini di Brancaccio sono dedicate le prime quattro poesie di questa raccolta.

Don Pino, tu non muristi, ammatula spararu.
Sì tu ca li mittisti chi spaddi contra u muru.
Iddi ristaru suli, tu sì chinu d'amici.
C'amuri di la genti, sarai sempri felici!
(Mimmo Burgio)

Lorenzo Cusimano





mercoledì 5 marzo 2014

La lettera scarlatta

Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta, Roma, Gruppo Editoriale L'Espresso, 2004, 333 pp. (Ottocento, 11), ISBN 88-89145-11-0.

La lettera scarlatta è la storia di violenza e di ipocrisia. Non voglio forzare in questa "recensione" temi che possono sembrare dettati dal tempo presente. Tuttavia questo romanzo del XIX secolo non riesce a non farmi pensare a due piaghe sociali che oggi contraddistinguono la società occidentale – e in particolare quella italiana – quali la violenza sulle donne e l'emarginazione sociale.
Non si vogliono generalizzare o minimizzare tematiche importanti, si vuole solo affermare la capacità di Nathaniel Hawthorne (1804-1864) di descrivere due fenomeni sociali con abile finzione narrativa – in modo tale da renderli estremamente pertinenti con i nostri tempi – e di spiegare i motivi che si insinuano nei meandri dei meccanismi socio-culturali.
Hester Prynne, la protagonista di questo romanzo, è colei che porta la lettera scarlatta. La lettera scarlatta è un odioso e infame segno della manifesta colpa adulterina della donna. Questo simbolo non rappresenta solo il marchio del peccato e la pena da scontare (Hester Prynne è obbligata a portarla per sempre sul petto, tenendola bene in vista). Esso è la cifra di una società. Non è bene fare paragoni tra epoche e luoghi differenti; è utile però evidenziare come l'amarezza di certe vicende lontane nel tempo e nello spazio, siano ancora oggi perfettamente calzanti e attuali, e siano proprie e connotanti di alcuni ambienti della nostra società.
È odioso parlare di violenza sulle donne nel XXI secolo del mondo cosiddetto "civile", eppure non si può che prendere atto che il cammino è lungo ancora per l'uomo bianco. Per questo motivo, non si può non pensare alla violenza subita da madri, spose, fidanzate e figlie, quando si leggono le azioni di un uomo come Roger Chillingworth, il quale condanna una donna, con il silenzio opportunista e vigliacco, alla dannazione pubblica in quanto "peccatrice", in quanto depositaria della sua stessa colpa perché donna e quindi fautrice della sua stessa pena. Come si fa a non parlare di femminicidio quando Arthur Dimmesdale, "rispettabilissimo" uomo di chiesa, accompagna Hester Prynne, con la bambina di pochi mesi al seno, al patibolo per il pubblico disprezzo, lui che è complice e padre di quella bambina. Due uomini, due complici di un misfatto nei confronti di una donna, che ha amato e che non ha voluto disonorare due uomini, che hanno scelto – nella codardia – di scrollarsi di dosso una responsabilità grande e bruciante: Arthur Dimmesdale, uomo di chiesa; Roger Chillingworth, uomo di scienza.
Dalla pena della donna si generano anche l'emarginazione sociale e il disprezzo. La lettera scarlatta sul petto di Hester Prynne, oltre a essere il marchio della violenza, è anche lo stemma dell'esclusione degli ultimi, di coloro che sono allontanati e messi al bando dall'onorata società, perché diversi, o peggio ancora perché ritenuti diversi a causa di un ricamo sul petto e di una bambina libera e bizzarra. Questa è l'emarginazione che ancora oggi contraddistingue le città occidentali, le città delle metropolitane, dei centri commerciali, degli uffici bancari, dei pub frequentati dalla buona borghesia, dei caffè letterari degli intellettuali. L'adultera è isolata e allontanata come i lebbrosi e gli appestati. E per strada si genera il largo durante il suo passaggio, in piazza si crea un cerchio di vuoto intorno a lei. Tuttavia, in questo romanzo, nell'emarginazione si produce il riscatto sociale, che è conferito dall'onesto lavoro e dall'assistenza e dalla vicinanza ai più deboli. Eppure non bastano il lavoro e l'assistenza a togliere via il pregiudizio, sebbene questo sia un passaggio significativo sull'attualità delle parole di Nathaniel Hawthorne.
Nello stesso modo però l'ipocrisia della società – che condanna Hester Prynne a portare la lettera scarlatta – genera le prime vittime. E le vittime sono proprio i due uomini già citati: Roger Chillingworth e Arthur Dimmesdale i quali soccombono rispettivamente nel senso di vendetta e nella codardia. Così muore Arthur Dimmesdale e tuttavia rimane nella memoria come santo, un sir Ciappelletto involontario e ancor più irrisorio, nei confronti del pastore. Una pena grande per l'animo di chi troppo tardi ha deciso di redimere e rendere manifeste le proprie colpe.
Roger Chillingworth muore nell'indifferenza e nella mancanza di scopo dopo aver condotto una parte della vita alla macchinazione della vendetta.
Questa è La lettera scarlatta, storia di violenza su una donna, di emarginazione sociale, di ipocrisia e dei loro effetti. Se insegnamento deve essere, è meglio non discuterlo in una recensione, che è, più che altro, una raccolta di pensieri su un classico della letteratura dell'Ottocento.


Lorenzo Cusimano



mercoledì 5 febbraio 2014

Miele di mare

Emanuele Lanzetta, Miele di mare. Romance di una compagna e di un viaggio, Palermo, Editrice Officina Trinacria, 2013, 79 pp., ISBN 978-88-96490-59-4.

Raccontare un amore, raccontare un viaggio: questo è compito della Poesia.
Amore e viaggio hanno sfumature e mille significati. I più veri e i più normali nello stesso tempo. Ci si affida ai versi per narrare e salvare l'anima, dopo che essa si è persa in un amore e in un viaggio, e stenta a trovare la via del ritorno.
Miele di mare è un tentativo per l'anima, un espediente per cacciare la morte, sebbene sia la morte il rischio della poesia, come estremo e sublime sacrificio per il suo poeta: «Siate pronti a dimenticare / queste parole / fuori dai solchi / siate pronti a dimenticare / spesso / vi lascio un ricordo per ciò che a voi / importa / mi riprendo un silenzio / che addolcisca la voce rugginosa / stavolta e ancora» [p. 68].
In morte di Madonna Laura verrebbe da dire, se non fosse già un ardire l'aver dedicato questi versi alla «Laura», donna che muta e che è forse più poesia che donna. Una poesia gracile e ricamata nelle trame di un sogno: «Colgo un fiore / solo per immaginarlo / tra i tuoi capelli» [p. 64].
Lanzetta poeta canta versi di sole e di inverno. Versi che vogliono emanare calore, ma appaiono circuiti dalla timidezza, viziati dal dolore che l'indifferenza ultraterrena di una donna causa, o semplicemente dalla natura riservata del cor gentile, tanto da raccomandare «con inconsapevole pudore» chi verrà a chiedere dell'amore. Sono poesie di schiuma e di salsedine che residue rimangono sulla pelle e sulla battigia, insieme agli ossi di seppia che si sfarinano di fronte all'impotenza di una vita che non è né maligna né benevola, ma solo vita.
Sono mille i modi per leggere questi versi e lo stesso poeta consiglia di alcune l'ascolto sotto le note del De André poeta e cantore. Eppure non ci sarebbe bisogno di suoni, poiché la poesia di Lanzetta è già musica che ritma il cuore.


Lorenzo Cusimano


Dono dell'editore

domenica 5 gennaio 2014

Puntu e a Capu. Poesie in lingua siciliana

Rita Elia, Puntu e a Capu. Poesie in lingua siciliana, Geraci Siculo (PA), Edizioni Arianna, 2010, 89 pp., ill.,  ISBN 978-88-8994350-2.

La poesia non ha lingua, non ha ideologia: segue soltanto le ragioni dell'interiorità dell'anima. Per parlare di poesia, e quindi anche dei componimenti di Rita Elia, bisogna, innanzitutto, scrollare queste pagine delle inutili catafratte del barocchismo, delle velleità e delle rivendicazioni culturali. Altrimenti si corre il rischio di celebrare il trionfo del "partito spagnuolo" siciliano.
La poesia non è mai provinciale, per questo motivo a nulla vale la lingua in cui essa è scritta. La poesia è racconto dell'universale e del possibile – ce lo dicono i filosofi – e l'anima è pronta a generare la poesia dall'aorgica potenza delle passioni e delle sofferenze che riempiono il cuore e che soltanto per una combinazione casuale si traduce in versi scritti, ed ancor più casuale è la lingua e l'espressione in cui essa si manifesta.
Poesia, per le ragioni dell'universale, è quindi emanazione del sacro, che permette al lettore di poter percorrere la strada per l'incontro con il divino. Solo il contatto con il sacro ci permette di leggere le poesie di Rita Elia. Non è casuale, infatti che i più bei componimenti, siano quelli rivolti alle Madonne, alle Madunnuzze e alle Sante. «Inchiodati dalle colpe e dagli errori», i lettori possono tuttavia ritrovare in questi versi, il ristoro della grazia e della poesia, la quale, pur comprendendo la natura ctonia dell'uomo, concede la possibilità della salvezza dell'anima, che è un percorso che inizia con una «valigia, una sola». Alla Madonna del mare sono infine rivolti la suprema preghiera e il verso rispettoso, affinché non sia lasciato alle asperità della Natura il vincolo terreno che lega all'uomo alla sua terra. Ed è per questo che la lettura di questa raccolta di poesie è come il ritorno del pescatore, è un peso che si allontana insieme alla malinconia.


Lorenzo Cusimano


Dono dell'autrice

giovedì 5 dicembre 2013

Ventimila leghe sotto i mari

Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari, Milano, BUR, 2004, 438 pp., ISBN 978-88-17-00-244-8.

Una bandiera nera con una "N" dorata al centro. Questo è il vessillo del Capitano Nemo che sventola al Polo Sud.
«Mobilis in mobile» è il suo motto.
Il Capitano Nemo - misteriosissimo e imperscrutabile principe indiano, un po' pirata, un po' filosofo e un po' scienziato - è la figura centrale, preponderante e apparentemente contraddittoria di Ventimila leghe sotto i mari, romanzo, forse, tra i più popolari di Giulio Verne. Eppure del personaggio si sa poco, come poche sono le sue parole, pochissime; le sue emozioni quasi pari a zero; le sue azioni secche e risolute al massimo grado; la sua conoscenza profonda e superiore del mondo e della natura. Il prof. Aronnax, stimato e acclamato naturalista, tuttavia, ne resta profondamente ammaliato e affascinato. Una sorta di sindrome di Stoccolma, che investe in pieno il naturalista - costretto a uno status di prigioniero, insieme a Ned Land e a Consiglio - e che si basa sulla meraviglia del conoscere e della scienza.
Abituati alle fantasiose e sempre artificiose tecniche dell'effetto speciale cinematografico fine a se stesso, è difficile - per certi versi - comprendere e accogliere la natura avventurosa e fantascientifica di questo capolavoro della seconda metà dell'Ottocento, che ebbe un notevole successo e che fa parte di una trilogia che inizia con I figli del capitano Grant e si conclude con L'isola misteriosa.
Uscito nel 1870 per i tipi di Hetzel, il romanzo è ambientato nel 1867 (alla vigilia dell'apertura del canale di Suez), negli anni in cui le potenze europee hanno raggiunto l'acme nella corsa alle colonie. L'opera di Giulio Verne appare come una fotografia attenta del mondo europeo ottocentesco e nello stesso tempo punto di svolta e cambiamento. Infatti, pur non essendo un romanzo per certi versi "enciclopedico" e didascalico, in esso convivono due nature che sono entrambe facce della stessa medaglia della conoscenza. Il Positivismo imperante, classificatorio e tassonomico del prof. Aronnax e del suo aiutante Consiglio, fa da contraltare alla conoscenza e alla padronanza della tecnica raggiunto dal Capitano Nemo, le quali si esprimono principalmente nella progettazione del Nautilis e nelle sue sofisticatissime apparecchiature. Il grado della tecnica raggiunto dal Capitano e il suo uso, che sembrano andare verso una concezione umanitaria e non economica del progresso, sono tuttavia connotate, in maniera paradossale, dal distacco e dall'esilio volontario del capitano dal mondo e dagli esseri umani. Dichiarando di non voler più mettere piede sulla terra ferma e di non volerne più essere dipendente per quanto riguarda le materie prime e le risorse energetiche - così come dal lavoro degli uomini -, il Capitano Nemo esclude, di fatto, il mondo dalla sua conoscenza e dalle meraviglie che si possono ammirare soltanto esplorando gli abissi.
Non è un caso però che dietro questo distacco misantropico (tanto da far apparire il Nautilus come un monastero sottomarino, dove albergano il silenzio e la solitudine, e risuonano le note dell'organo suonato dal capitano) si nasconda uno dei primi manifesti "ecologisti" rivolti al grande pubblico:

- Voi amate il mare, capitano?
- Sì! L'amo! Il mare è tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre; il suo respiro è puro e sano; è l'immenso deserto in cui l'uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita al suo fianco. Il mare non è altro che il veicolo di un'esistenza straordinaria e prodigiosa; non è che movimento e amore, è l'infinito vivente, come ha detto uno dei vostri poeti. Infatti, signor professore, la natura si manifesta qui con i suoi tre regni: minerale, vegetale, animale. Quest'ultimo vi è largamente rappresentato da quattro gruppi di zoofiti, da tre classi di articolati, da cinque classi molluschi, da tre di vertebrati, dai mammiferi, dai rettili e dalle innumerevoli legioni di pesci, che contano oltre tredicimila specie, di cui un decimo soltanto appartiene all'acqua dolce; il mare è il serbatoio della natura; è dal mare che il globo è, per così dire, incominciato, e chissà che non finisca in lui. Nel mare è la tranquillità suprema. Il mare non appartiene ai despoti, che possono solo esercitare alla sua superficie diritti iniqui e battersi, e divorarsi, e trasportarvi tutti gli orrori della terra, ma a trenta piedi sotto il suo livello, il loro potere cessa, la loro influenza si estingue, tutta la loro potenza svanisce! Ah! Signore, vivete, vivete in mezzo ai mari! Qui soltanto è indipendenza, qui non riconosco padroni, qui sono libero! [pp. 89-90]

Il Nautilus sembra quasi una nave di Greenpeace ante litteram.
L'aspetto "attivista" e rivoluzionario del Capitano si intravede, non solo nelle parole appena riportate che inneggiano a una riflessione attenta sulle risorse e sullo sfruttamento dei mari, ma anche in quelle azioni - che il linguaggio contemporaneo definirebbe "sovversive" e che sembrano un'ulteriore contraddizione del carattere misterioso del Capitano - di aiuto finanziario ai rivoluzionari greci, sostenuti con l'oro recuperato dai relitti dei galeoni spagnoli, oppure di aiuto agli ultimi e agli sfruttati, come i poveri raccoglitori di perle dell'isola di Ceylon, sfruttati dagli Inglesi (ci sarà in questo episodio un modesto omaggio a Bizet e alla sua opera Les pêcheurs de perles del 1863?).
Le pagine di Ventimila leghe sotto i mari soffrono in alcuni tratti i 150 anni circa di età, tuttavia esse nascondono la freschezza e la lungimiranza di Giulio Verne e di un mondo comunque votato alla scoperta e al progresso non solo scientifico e tecnologico, ma anche umano.
Quello che è stato un romanzo per ragazzi, forse oggi appare estremamente noioso alle generazioni multitasking, eppure la sua lettura può ancora riservare stupore e meraviglia.


Lorenzo Cusimano



martedì 5 novembre 2013

Cronaca dei tre giorni

La memoria. Il 14 novembre del 1973, all’epoca della dittatura dei colonnelli, un gruppo di giovani studenti occupa il Politecnico di Atene in segno di protesta contro la Giunta militare. La rivolta viene soppressa dall’esercito su ordine di Papadopoulos. Moltissimi i feriti, alcuni di essi rimarranno invalidi a vita. Quei giovani lottavano contro la dittatura, per la libertà e la democrazia. Il 14 novembre 2013 ricorre il quarantesimo anniversario di quella rivolta. Noi vogliamo ricordarlo così. Ringraziamo Lorenzo Cusimano per la sua recensione.


Kostula Mitropulu, Cronaca dei tre giorni, Palermo, Sellerio, 1976, 48 pp.

I Greci sono da sempre un popolo che ama la libertà. L'esempio più significativo è forse la resistenza contro i Persiani. Il sacrificio dei trecento alle Termopili o la vittoria degli Ateniesi nella piana di Maratona. Tuttavia la storia greca è costellata di atti di resistenza e di estremo coraggio. Estrema punta dei Balcani, la Grecia è stata da sempre baluardo della libertà. Democrazia e libertà sono concetti nati e avviluppati all'essenza greca.
I recenti fatti – legati alla grave crisi economica – hanno sicuramente gettato ulteriormente un'ombra sul popolo greco e sulla civiltà che ha dato i natali all'idea di Europa. Nel Novecento e all'inizio del terzo millennio, il popolo greco, i giovani di Atene, sono stati almeno tre volte protagonisti di una strenua e fiera resistenza alla barbarie, alla tirannide, alla speculazione e al capitalismo sfrenato. Non è un caso che questa strenua e fiera resistenza sia stata mossa in difesa della democrazia e della libertà.
Nel 1943 il popolo greco resistette all'occupazione nazi-fascista.
Nel 1973 i giovani studenti ateniesi resistettero alla dittatura e alla vigliacca azione dell'esercito. Nel novembre del 1973 fu occupato il Politecnico di Atene.
Dal 2010 i greci lottano contro la crisi finanziaria, contro l'Europa della povertà, contro le banche che vogliono tutto, che vogliono la fame di un popolo.

«Nella Cronaca dei tre giorni si sottolinea enfaticamente più volte il fatto che i giovani siano inermi. Eppure, in un mondo in cui i biechi oppressori sembrano dominare incontrastati, sono essi i più forti. Sono, anzi, i soli ad essere armati, come sono i soli ad essere al posto giusto. La loro condizione di reclusi all'interno della «loro» Scuola non scaturisce da una forzata prigionia, ma è frutto di libera scelta. In effetti sono loro i veri uomini liberi in mezzo a tanti schiavi, più o meno mascherati. Sono anch'essi «liberi assediati», come i loro avi di Missolungi che avevano ispirato l'omonimo poema al poeta nazionale della Grecia moderna Dionisio Solomòs. E come i liberi assediati di Missolungi, anch'essi credono in un mondo di giustizia e di libertà, dove non può esserci spazio per tiranni e militari golpisti. Sono essi i liberi assediati di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sempre pronti al supremo sacrificio contro il nemico di sempre, contro il fascismo di ieri e di oggi». [Vincenzo Rotolo, Introduzione, in Kostula Mitropulu, Cronaca dei tre giorni, Palermo, Sellerio, 1976, pp. 10-11]

La Cronaca dei tre giorni è la narrazione «libera» di Kostula Mitropulu. Libera perché in quei giorni di novembre il Politecnico di Atene si trasformò in una sola grande voce che reclamava libertà. Voce che chiama nella notte: «Libertà!». Una radio, una musica, un canto, una voce. «Non è qualcuno dei ragazzi; non è qualcuno che soffre; non è paura o dolore o freddo. È semplicemente una voce nella notte. Una voce che piange. Notte e pianto» [p. 20].
La Cronaca dei tre giorni è un canto e i suoi versi risuonano nella notte, nelle porte e nei ricordi:
«Gas lacrimogeni piangono come
possono al fine che sopraggiunge.
I ragazzi cantano.
Alcune ombre si sono dissolte
nella notte. Altre sono entrate.
Al buio si sono unite con le voci
dei ragazzi. Sono diventate subito un canto.
Un canto ben definito.
I 1.050 chilocicli hanno perduto
la parola. La voce esce da un altro punto.
Un punto nella notte. Un punto
nel tempo. Questa voce dice con fermezza:
"Ragazzi, non lanciate nulla contro di loro.
Accoglieteli con la frase - Soldati fratelli nostri".
La notte è piena di questo voto.
La notte è un voto. La notte è la voce
del ragazzo che parla sui 1.050. chilocicli.
La notte è la frase ripetuta dall'emittente.
La notte è una tacita alleanza con i cannoni
immobili e con i volti chiusi. La notte è una
e una sola. Non ci sarà una seconda notte
o un'altra ancora o comunque una qualsivoglia
notte, per correggere tutto ciò che di errato
o di inopportuno è avvenuto stasera.
La notte è l'unico testimone che possa
essere considerato degno di fede» [pp. 21-22, 24, 25]

Sembrano versi quelli scritti prima e invece sono le parole cariche di Kostula Mitropulu, l'autrice dell'opera. L'intento non è di dare un racconto dettagliato di quello che furono quei giorni di novembre del 1973. Mancano i nomi, mancano le cifre, i luoghi precisi. In quest'opera, che in quei mesi del 1973 e del 1974 circolò anonima in tutta Europa, è narrato il gesto dei giovani Ateniesi e l'emozione che guidò la mano e che temprò la voce, il coro, il canto.
La maledizione delle pagine di Kostula Mitropulu è di non essere, purtroppo, il racconto, il mito, la tragedia di una generazione di giovani nati e cresciuti sotto la dittatura dei Colonnelli. Il canto di libertà e il racconto dell'oppressione è identico ovunque, non ha lingua e nazionalità. Il 1973 è anche l'anno di Santiago: l'11 settembre 1973 veniva abbattuta la democrazia in Cile e nell'ottobre di quello stesso anno moriva la libertà. La libertà era portata via dalla carovana della morte. Scomparirono migliaia e migliaia di uomini, che avevano perduto la libertà e volevano semplicemente riconquistarla. Sempre allora, qualche anno dopo, nel 1976, nella notte delle matite spezzate scomparivano migliaia di studenti argentini. Studenti argentini, cileni, cinesi, ungheresi o greci? Studenti. Studenti che cantavano di libertà, che volevano la libertà.
Il canto di libertà non ha barriere nazionali per questo esso è voce di tutte quelle piazze: Tien an Men, Fontana, Tahrir, Taksim, Plaza de Mayo. E il Politecnico di Atene è la scuola Diaz di Genova o la caserma di Bolzaneto.
E dov'è la Siria? Dove sono i morti di Damasco? Cantano, insieme agli studenti greci, la libertà. Sempre.


Lorenzo Cusimano



giovedì 5 settembre 2013

Finzioni



Jorge Luis Borges, Finzioni, Torino, Einaudi, 1995, 154 pp. (ET Scrittori, 328), ISBN 978880617367.

Esistono libri cui si appartiene.
Non è necessario averli letti. Basta anche solo conoscerne il titolo, perché s'instauri un profondo legame tra la persona e il libro. E il titolo del libro ricorre nella vita, rincorre l'esistenza nelle strane circostanze, negli amori, nelle giornate infinite in cui è insopportabile riflettere, nelle giornate in cui la memoria fa cilecca e le immagini dei giorni andati ritornano confuse e fastidiose.
 È già il titolo a parlare, a trasmettere, a guidare riflessioni su mondi lontanissimi, girando l'angolo, e labirinti intricati.
 La mano, in totale autonomia, riempie le pagine di questo titolo.
Ficciones di Borges è tutto e niente. È niente come libro, raccolta di racconti. Ogni racconto è tutto. Ogni racconto è un universo che implode sulla sua contraddizione di surreale variante del mondo possibile. Come se, invece, nel nostro mondo non si scatenassero contraddizioni e situazioni surreali... la legge del verosimile in questo libro è ridicolizzata e violentata: non serve.
 Inutile seguire il filo di questo libro: è un dedalo, come quello di Ts'ui Pên, che fu governatore dello Yunnan, che dà incomodo alla memoria; una memoria che fa disprezzare di noi stessi, perché a ognuno mostra «sul volto il marchio della [propria] infamia».
 E la "luna" di Vincent Moon sorge sulle notti della lettura. E ogni pagina riapre le contraddizioni e le difficoltà. È un po' la storia della biblioteca di Babele e di tutti i libri: il dover essere, il voler dire, il dover dire, il voler dire, il dover dire, il voler essere.
 Bioy Casares è certo di aver letto la voce Uqbar nella opera The Anglo-American Cyclopaedia, ma noi siamo certi di queste "finzioni"?
 Non a caso in questa raccolta si può leggere la storia di Babilonia e della sua lotteria e dei suoi centri-scommesse che aprono in ogni quartiere e in cui tutti gli abitanti babilonesi giocano la propria esistenza e non la moneta. E c'è chi gioca l'intera pensione nelle riffe di Babilonia. Prima c'erano le librerie o i negozietti di alimentari, ora ci sono le finzioni del guadagno facile e della vincita al super enalotto. E mi viene in mente quello che scrisse Pessoa ne Il banchiere anarchico in merito alle finzioni sociali:

Il vero male, l'unico male, sono le convenzioni e le finzioni sociali, che si sovrappongono alle realtà naturali – tutto, dalla famiglia al denaro, dalla religione allo stato. Si nasce uomo o donna – voglio dire, si nasce per essere, da adulti, uomo o donna; non si nasce, a buon diritto naturale, né per essere marito, né per essere ricco o povero, come non si nasce per essere cattolico o protestante, o portoghese o inglese. Si è tutte queste cose in virtù delle finzioni sociali. Ora, queste finzioni sociali perché sono negative? Perché sono finzioni, perché non sono naturali. È negativo tanto il denaro che lo stato, l'istituzione famigliare come le religioni. Se ce ne fossero altre, che non fossero queste, sarebbero egualmente negative, perché sarebbero anch'esse finzioni, perché anch'esse si sovrapporrebbero e disturberebbero le realtà naturali. Dunque, qualunque sistema che non sia il puro sistema anarchico, il quale si prefigge l'abolizione di tutte le finzioni e di ciascuna di esse totalmente, è anch'esso una finzione. Usare tutta la nostra volontà, tutti i nostri sforzi, tutta la nostra intelligenza per creare, o contribuire a creare, una finzione sociale invece di un'altra è un assurdo, quando non è addirittura un crimine, perché è realizzare una perturbazione sociale con il fine esplicito di mantenere tutto uguale. Se riteniamo ingiuste le finzioni sociali perché schiacciano e opprimono quel che è naturale nell'uomo, a quale fine adoperarci per sostituirle con altre finzioni, quando possiamo agire per distruggerle tutte?
[...]
La tirannia che può essere scaturita dalla mia azione di lotta contro le finzioni sociali, è una tirannia che non parte da me e che dunque non ho creato io; sta nelle finzioni sociali, non l'ho sommata a quelle. Quella tirannia è la tirannia specifica delle finzioni sociali; e io non potevo, né era il mio scopo, distruggere le finzioni sociali. Glielo ripeto per la centesima volta: solo la rivoluzione sociale può distruggere le finzioni sociali; al contrario, l'azione anarchica perfetta, come la mia, può solo soggiogare le finzioni sociali, soggiogarle solo in relazione all'anarchico che mette in pratica quel processo, perché tale processo non permette una più ampia sottomissione di quelle finzioni [Fernando Pessoa, Il banchiere anarchico, pp. 14-15, 55].

 E se il dramma claustrofobico dei racconti di Borges necessita una fuga, è bene sapere che ogni via è preclusa. Nemmeno il sogno rappresenta una possibilità di evasione da queste finzioni sconcertanti. Divenire è un pericolo. Dormire anche, poiché il sogno, nel racconto Le rovine circolari, rischia di intrappolare l'esistenza nel sogno di qualcun altro. E chi ci dice che non siamo il sogno di qualcun altro?
E Finzioni è anche un'elucubrazione mentale. Gli anni della gioventù, le idee e i sogni mi avevano sempre fatto credere che le parole, e solo le mie, fossero le più vere. Credevo che i miei sentimenti fossero verità assoluta rivolta a persone vere, autentiche, legate a giorni vissuti, momenti goduti o funestamente occorsi.
 Poi però nella solitudine mi emozionai della finzione, di cose che oltre ad apparire sempre più lontane, apparivano irreali, incomprensibili. Ma la sorpresa terribile fu quella dello scoprire che la poetica creazione a vere e proprie finzioni fu rivolta. Finzioni di finzioni quindi: ispirata da finzioni, pséudea...
 Allora fu naturale porsi la domanda se anche tutto il resto non fosse anch'esso una finzione di finzioni.
 E la risposta fu solo una, nonostante Funes, tutto è finzione: ecco perché Finzioni.
 «Io ascoltavo con rispettosa venerazione queste antiche finzioni, forse meno ammirevoli del fatto che le avesse ideate un uomo d'un impero remoto, nel corso d'una disperata avventura, in un'isola occidentale. Ricordo le parole finali, ripetute in entrambe le versioni come per un comando segreto: 'Così combatterono gli eroi, tranquillo e ammirevole il cuore, violenta la spada, rassegnati a uccidere o a morire'» [Il giardino dei sentieri che si biforcano, p. 89].
Ecco perché finzioni ha un altro significato: separare e il suo contrario, unire. Già, perché finzioni e verità sono cose diverse, ma credere alle finzioni e non credere alla verità è la stessa cosa. Ed è inutile spiegare dove sta la finzione e dove la verità, tutto si mescola perché in ogni cosa si crederà in ciò che è conveniente e si taccerà di menzogna quello che non conviene.
 Ecco perché Finzioni di Borges è anche la fine di un amore, perché fu più facile credere e gioire delle finzioni, che delle verità.

Lorenzo Cusimano