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lunedì 5 ottobre 2015

Boliviario

Gabriele Camelo, Boliviario. Delusioni e conquiste di un volontario, Milano, Paoline Editoriale Libri, 2015, 244 pp. (Libroteca Paoline, 185), ISBN 978-88-315-3925-8.

Ci vuole coraggio per intraprendere un viaggio come volontario per la Bolivia e a lasciare la vita degli agi e delle cose date per scontate. Ci vuole coraggio ed anche un po’ d'incoscienza per farlo.
Da persona coraggiosa qual è, Gabriele Camelo - autore del Boliviario. Delusioni e conquiste di un volontario - e con un pizzico di incoscienza, ha deciso di mollare tutto e di vivere appieno l’esperienza del volontariato, non per riceverne qualcosa, piuttosto per donare qualcosa a chi sta indubbiamente peggio.
È durante questi lunghissimi mesi che Gabriele entrerà in contatto con gli uomini e le donne, i colori e i profumi, il tempo e la solitudine della Bolivia, che inevitabilmente lo plasmeranno.
Il Boliviario non nasce per essere pubblicato, ma sfogo personale, come ricerca di salvezza per un giovane, partito come volontario del VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) e ritrovatosi di fronte alla solitudine e alla disperazione, non solamente dei bambini e dei giovani emarginati di cui ha dovuto prendersi cura, ma anche e soprattutto di fronte alla solitudine e alla disperazione personali.
I racconti che si susseguono, sotto forma di diario, sono una sorta di dialogo interiore, sono parole e sensazioni dettate da un flusso di emozioni personali, fissate come cura immediata e come memoria futura, affinché il giovane scrittore non dimentichi mai e possa rivivere quanto provato e vissuto.
Leggendo una pagina dopo l’altra, il lettore ha la sensazione di provare le medesime impressioni provate da Gabriele, poiché gioisce delle sue conquiste e si dispera delle sue sconfitte.
Una costante è il rifugio e il conforto che l’autore cerca e trova ogni volta nella Fede, che è una Fede pura, cristiana, senza secondi fini, semplicemente una forza superiore che lo ha sempre accompagnato e che gli ha permesso di completare questo difficile percorso, nonostante lo sconforto abbia più volte preso il sopravvento.
Gabriele farà degli incontri che modificheranno per sempre il suo modo di essere e di vedere la vita. Capirà come le piccole cose, date per ovvie in Italia, in Bolivia non esistono neppure, e di contro apprezzerà il valore e il peso di un abbraccio e di un sorriso di chi vive nella miseria.
A conclusione della sua esperienza, portata a termine non senza contrasti e liti, si renderà conto di avere dato veramente tanto e di avere ricevuto altrettanto, inaspettatamente.
Gabriele Camelo, l’autore, ha conseguito diverse lauree, indispensabili per la sua formazione personale e per il raggiungimento della sua attuale forma mentis. È laureato in Scienze della Comunicazione alla LUMSA, in Pedagogia della comunicazione mediale e in Psicologia presso l'UPS e in Scienze della Formazione primaria presso l’Università dell’Aquila. Ha conseguito un Master in Cinema Digitale e Produzione televisiva presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano.
È una mente in continua evoluzione, veloce e curiosa, come si evince anche dal suo scritto, in cui si fa menzione alla sua attività di giocoliere, camminatore sui trampoli, clown.
Ha anche lavorato come autore televisivo per la RAI. Attualmente è autore di reportage per il canale TV2000.
Inserito all’interno della collana Libroteca Paoline, di cui occupa la posizione 185, il Boliviario. Delusioni e conquiste di un volontario è un ottimo diario-documentario, dalla scrittura fluida e dal linguaggio ricercato, da leggere più volte anche a distanza di tempo, per cogliere ogni volta delle diverse sfumature. È una buona lettura anche per i momenti in cui ci si sente persi e abbandonati, da interpretare come rimedio per l’animo e per comprendere come ci sia in ognuno di noi una luce e una forza di volontà, che Gabriele chiama Fede, che ci guida e che ci dà conforto.


Agostina Passantino



sabato 5 luglio 2014

A lezione di antirazzismo

Giusto Catania, A lezione di antirazzismo. Elogio della scuola indisciplinata interculturale e di frontiera, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2014, 151 pp. (Le opinioni, 13), ISBN 978-88-96251-43-0.

Molte volte un gesto accidentale o una parola pronunciata senza la giusta accortezza possono spalancare le porte di un sostrato culturale fortemente razzista. L’altro, il diverso è sempre stato oggetto di discriminazioni e di ingiustizie solo perché latore di tradizioni culturali ritenute “inferiori” dal popolo culturalmente egemone. Questo interessante volume di Giusto Catania, dirigente scolastico di un istituto comprensivo e dottore in Pedagogia e Didattica interculturale, vuole invece mettere in evidenza l’importanza del melting pot e del ruolo fondamentale che la scuola ricopre nella sua costituzione.
La trattazione prende le mosse dall’analisi del termine integrazione, con il quale si suole indicare il processo di cooptazione degli studenti “stranieri” all’interno della comunità locale. L’autore crede che questo concetto “rischia di essere dannoso poiché è – per sua natura – proteso ad avviare percorsi tendenti all’assimilazione, alla lenta e inesorabile eliminazione delle culture ospitate” [p. 10]. La scuola ha invece il compito di ridefinire il concetto di ospitalità: come, quando si invita qualcuno a casa propria a cena, si cerca di andare incontro ai gusti degli invitati, allo stesso modo si deve tenere conto delle esigenze di tutti, diversificando l’offerta formativa secondo le esigenze personali, garantendo a tutti la possibilità di partecipare a un percorso formativo in sinergia con tutti gli altri compagni di classe.
Il percorso continua con una disamina delle iniziative ministeriali in prospettiva interculturale che in questi vent’anni hanno visto la luce, ma che – purtroppo - non sono state condivise dal corpo dei docenti e dei dirigenti. Ci troviamo quindi tanti anni indietro rispetto ad altre regioni europee, che contano intere generazioni formate sui valori dell’antirazzismo e dell’intercultura.
Concetto di grande interesse del testo è la convinzione della necessità dell’immigrazione come fattore di crescita sociale ed economica, ma anche dal punto di vista culturale.
Un capitolo interessantissimo è quello intitolato Antologia di scrittori italiani, anzi italianissimi, in cui l’autore palesa la necessità, per una scuola che deve formare elementi di una società interculturale, di “adeguare gli strumenti agli obiettivi” [p. 123]: propone di abbandonare per un mese Dante o Manzoni, per concentrarci alla conoscenza di autori contemporanei stranieri, ma che hanno deciso di scrivere nella nostra lingua. Tra gli autori passati in rassegna troviamo Amara Lakhous, Igiaba Scego e Randa Ghazy.
Il testo si conclude con i Ringraziamenti [p. 147] e un utilissimo Indice dei nomi [p. 149].

Vincenzo Bagnera


Dono dell'editore

giovedì 5 giugno 2014

Muscodol

Alessandro Musco, Muscodol, Palermo, Novantacento edizioni, 2014, 95 pp. (I libri di S), ISBN 978-88-96499-46-7.

Senza doverci spostare troppo indietro nel tempo, se questa raccolta fosse stata pubblicata tre mesi fa, durante la sua lettura avrei di certo inviato un messaggio al professore Musco con scritto: - Prof., sto leggendo la raccolta Muscodol e mi sto divertendo un sacco! - ; e lui sicuramente mi avrebbe risposto con un: - Agostella! - è così che mi chiamava, con il soprannome che devo a lui, per altro - Ammuccamu! – tipico suo intercalare, per esprimere un compiacimento lieto e da condividere.
Questa più che una recensione canonica, vuole essere un pretesto per scrivere un ricordo di una persona che tanto ho ammirato, un buon amico, nonché un esempio di rigore e precisione sul lavoro.
Il volume Muscodol, pubblicato in questi giorni dal gruppo editoriale Novantacento ed allegato alla rivista «S», è la raccolta degli articoli scritti da Alessandro Musco, nello spazio dedicato alla sua rubrica all’interno del medesimo periodico e su LiveSicilia.it, rubrica che curava da poco meno di due anni e bruscamente interrotta nel marzo scorso, a causa della sua improvvisa scomparsa.
Gli articoli rivelano uno spaccato realistico e crudo di quella sicilianità, che tanto amava, nella consapevolezza delle innumerevoli falle che perdono acqua da ogni settore: politica, lavoro, occupazione, forma mentis.
Alessandro Musco scrive con un gusto che definirei “auto-ironico”, da siciliano «radicato ed incarcato» [p. 83], come si definiva lui stesso e come si definisce all’interno di uno degli articoli contenuti nella raccolta.
Accostandosi al testo, il lettore non può che sorridere di un riso amaro e malinconico sulle disgrazie più profonde della Regione Siciliana, unica regione con «l’aggettivo che fa la differenza» [p. 15], come viene spiegato in uno dei contributi.
Un’ironia sferzante e pungente, che cede il passo a sottili e celate parole ed intendimenti non detti, e nonostante ciò evidenti alle menti più lucide ed attente. Un flusso di scrittura rapido, dai voli pindarici e dalle argute associazioni mentali.
Musco era ciò che scriveva: schietto, diretto, mai offensivo, ma allusivo, e per questo in grado di colpire e far ugualmente sentire offeso chi si trovava ad essere dalla parte del torto; per ritrovare i medesimi giri retorici e le uguali abili doti nell’arte della parola occorre risalire fino ai retori dell’antichità classica, protagonisti indiscussi della sua formazione personale, dei suoi studi e dei suoi interessi, che manteneva vivi ed in continuo aggiornamento, non smettendo mai di apprendere, pur essendo ormai un affermato docente di Storia della filosofia medievale presso l’Università degli Studi di Palermo. Fino alla fine è stato anche Presidente e anima dell’Officina di Studi Medievali.
Spesso, quando noi giovani collaboratori andavamo via dall’Officina a tarda sera, lo trovavamo concentrato ed estraniato a scrivere al suo pc, forse il suo prossimo articolo da pubblicare proprio su «S»; notandoci sulla soglia della porta della sua stanza, interrompeva la scrittura e ci salutava con il suo solito ampio sorriso, che partiva dagli occhi e si espandeva fino a noi, mischiando qualche parola in siciliano, idioma a lui caro e ricorrente anche negli articoli di questa raccolta.
Questo volume sarebbe stato per lui un gradito omaggio, ancor più per la premessa in esso contenuta, redatta dal figlio Alberto, il quale riporta la personale visione del padre, scevra da stereotipi o da etichette accademiche, e semplicemente descritto come figura paterna.
È un volume che consiglio a tutti di leggere: a chi non conosceva Musco per provare ad immaginare la straordinaria personalità di quest’uomo; ai siciliani per riuscire a leggere con leggerezza e piacere alcuni aspetti rognosi della Sicilia; ai non siciliani per capire che si può – e si deve –  sorridere di ciò che, in realtà, ci penalizza e ci paralizza; e soprattutto lo consiglio a chi, come me, ha conosciuto Alessandro Musco, per tentare di rivivere, per un’ultima volta ancora, il particolare ed unico sapore che avevano le chiacchierate assieme a lui.
Il professore poteva permettersi di criticare la Sicilia ed i siciliani, perché sentiva viscerale e predominante la sua appartenenza a questa terra Sicula, ed è questo l’aspetto che predomina all’interno di ogni articolo della raccolta.
Pagine intense e fitte di cronaca e di politica, attualissime e ben comunicate al lettore.
Solo una volta il tono si sposta verso la formulazione di un desiderio personale, all’interno dell’articolo dedicato idealmente alla Befana, in vista della conclusione dell’anno. Musco dichiara il desiderio di non volere ricevere per tutto il nuovo anno «sorprese di nessun tipo, misura o dimensione e neppure novità impreviste» (p. 83) per sé e per la sua Sicilia; mentre, invece, quasi facendosi beffa di questa piccola richiesta, il nuovo anno ha portato l’imprevisto più inatteso e più definitivo che si potesse aspettare: il nuovo anno ha portato via con sé il professore Musco.
Eppure credo che, se anche avesse saputo ciò che lo attendeva dopo appena due mesi di questo 2014, avrebbe scritto esattamente le stesse parole, così da farle citare o riportare postume da qualcuno, in suo ricordo, come in un malinconico ed ironico scherzo teatrale, quasi da finale di romanzo. Una teatralità senza maschera.
Professore, posso solo aggiungere che, purtroppo, la sua richiesta personale non è stata rispettata, però le assicuro che il resto del desiderio, quello riguardante la Sicula terra, procede alla grande! Infatti non è ancora cambiato nulla, le buche stradali sono ancora lì e della fila alle poste non possiamo che lamentarcene.
Confesso, infine, che mi mancherà domani non potere commentare assieme al Prof. questa simpatica raccolta, magari davanti a un bello caffettino, come eravamo soliti fare.

Agostina Passantino





Miley Cyrus. C’era una volta Hanna Montana

Michele Monina, Miley Cyrus. C’era una volta Hanna Montana, Reggio Emilia, Imprimatur, 2014, 128 pp., ISBN 978-88-6830-089-0.

La biografia di Miley Cyrus, scritta da Michele Monina e pubblicata nel febbraio 2014 da Imprimatur, è la storia di uno shock. Il 25 maggio 2013 l'America subisce uno shock. La popstar Miley Cyrus si esibisce sul palco degli MTV Video Music Awards. Canta il suo ultimo singolo We Can't Stop. Ha 20 anni. Da quando ne aveva 14, interpreta Hanna Montana in una fortunatissima serie Disney Channel. Per tutta la sua adolescenza incarna la ragazza americana grintosa ma virginale, figlia dell'America più “bianca” e tradizionalista. Miley viene dal Tennessee. È figlia del cantante country Bill Ray Cyrus, il massimo del nazionalpopolare, il “Claudio Baglioni d'America”. Miley è cresciuta sotto i riflettori. Recita per la prima volta a 9 anni, a fianco del padre nel telefilm Doc. A 11 anni fa parte del cast di Big Fish di Tim Burton. A 13 anni vince il provino con la Disney. Diventa Hanna Montana. Per i suoi 16 anni i genitori le organizzano una festa di compleanno, che poi è anche un megaevento e un megaconcerto a Disney World. “Miley” è il suo soprannome. In realtà si chiama Destiny Hope. Destino e Speranza. “Miley” invece sta per “Smiley”. Sorriso. Il suo sorriso puro, pulito, luminoso ha incantato mamme e figlie, ha rassicurato genitori e insegnanti. È stata Hanna Montana, la brava ragazza acqua e sapone. Ha toccato il tetto del mondo tante volte, con la parrucca biondo angelo di Hanna Montana. I suoi dischi in cima alle classifiche.
Adesso si è tagliata i capelli e irrompe sul palco degli Mtv Video Music Awards con un body rosa confetto e un orsacchiotto marrone stampato sul seno. Si muove un po' scomposta, fa qualche movimento un po' volgare, come i rapper dell'hip hop, ma niente di preoccupante. Da un annetto si è un po' “sporcata” con la musica nera. Ha fatto alcune collaborazioni con Snoop Dogg e altri rapper. Si sta evolvendo. Ma Miley resta sempre Hanna Montana. Come no.
I ballerini sono travestiti da orsacchiotti. Immensi orsacchiotti. Poi è un momento. Miley si sfila il body con l'orsacchiotto. È un gesto da spogliarellista consumata. Da night club. Da bordello. Miley resta seminuda sul palco. Solo un microscopico bikini color carne che le copre davvero poco. Sul palco irrompe allora il cantante Robin Thike, che ha fatto scandalo con il suo ultimo video Blurred Lines, pieno di donnine nude, che a un certo punto compongono con i palloncini la scritta “Robin Thike has a big dick”. Miley Cyrus e Robin Thike cominciano a ballare sul palco. I movimenti di Miley sono spudorati, sfacciati, espliciti. Rivela la sua padronanza del twerking, lo sculettamento sfrenato ed eccessivo, che finora era stata prerogativa delle donnine seminude nei video hip hop. Miley sculetta e si strofina contro Robin Thike. Di fatto simulano un rapporto anale. Poi Miley gioca, con modalità assolutamente non-innocenti, con l'americanissimo gadget a forma di guantone da baseball con l'indice puntato. È lo scandalo. C'è rumore, clamore, stordimento. L'esibizione di Miley è un'esplosione, che ancora oggi riverbera nel mondo dello spettacolo. Miley Cyrus ammazza Hanna Montana a colpi di twerking. L'America è sotto shock.
L'inventore del gadget del guantone attaccherà Miley per la “profanazione” di un' “icona”. La comunità hip hop attaccherà Miley per “appropriazione indebita” del twerking. Ci saranno polemiche infinite su quanto Miley sia femminista o squallida o grottesca o cinica o consapevole o pericolosa o puttana o idiota o geniale o chissacosa. Intanto Miley Cyrus scalzerà Lady Gaga dal trono di Nuova Regina del Pop. Lady Gaga (classe 1986) invecchierà di colpo e le sue provocazioni sessuali diventeranno d'un tratto obsolete. Perché Miley Cyrus (classe 1992) non ammicca, non evoca. Miley Cyrus espone. È totalmente esplicita. Prende a piene mani dall'immaginario porno. Non erotico, non soft-core, no. Proprio porno porno. Miley Cyrus fa cose che Lady Gaga se le sogna. Da quel 25 agosto in poi:
1)       Canterà totalmente nuda nel video di Wrecking Ball. Leccherà un martello e cavalcherà una gigantesca palla di ferro – quella delle ruspe – sempre totalmente nuda;
2)       Poserà seminuda per il fotografo Terry Richardson, colui che ha girato anche il video di Wrecking Ball. Indosserà impensabili perizomi che le coprono a malapena l'inguine. Mostrerà la lingua e si toccherà fieramente i genitali guardando dritto verso lo spettatore;
3)       Poi sul palco. Gli scandali durante i concerti. A Natale farà twerking con Babbo Natale;
4)       Farà sesso orale con un enorme fallo di plastica;
5)       Farà sesso orale con una bambola gonfiabile (con attributi maschili);
6)       Farà cantare la propria vagina (però in playback).

Risultati? Un successo clamoroso. Aveva toccato il tetto del mondo come Hanna Montana e ora quel tetto lo sfonda come Miley Cyrus. Vendite dei dischi alle stelle. Concerti sold-out. Centinaia di milioni di visualizzazioni su youtube. È La Nuova Regina Del Pop. Occupa il trono che fu di Lady Gaga, Britney Spears e Madonna (già nel 2011, comunque, Rolling Stones incoronava Miley Cyrus “regina del pop”, mentre nel 2010, secondo Forbes, è “l'adolescente più ricca del mondo”. Nel 2013 invece, secondo Maxim, è “la donna più sexy del mondo”).

IL PORNO

Monina, come sempre avviene nei suoi libri, non giudica, non interpreta, non spiega. Espone i più possibile i fatti e fornisce spunti di riflessioni.
La storia di Miley Cyrus è emblematica di un Mondo Che Cambia. Cosa significa, infatti, questo straordinario successo di Miley Cyrus? Forse lo sdoganamento definitivo del porno? Il porno di massa? La presa d'atto – il dato di fatto – che per il pubblico americano (e occidentale) l'immaginario porno è ormai entrato nella cultura popolare? Miley Cyrus d'altronde – scrive Monina – appartiene a quella generazione “post-internet” in cui il web ormai è una cosa scontata. Il web in cui il porno è sempre stato parte fondamentale, un pilastro. A metà degli anni '90, infatti, più della metà delle ricerche avevano contenuti hard. Mentre adesso, tra i 50 siti più visitati del mondo 2 sono porno. L'industria del porno online, secondo una relazione ONU del 2012, sfiorerebbe addirittura i 96 miliardi di dollari. Miley Cyrus – 22 anni – sta cavalcando l'onda, dunque. E sta dimostrando di conoscere benissimo i gusti dei giovani e dei giovanissimi. Finora tutte le sue mosse sono state un capolavoro di marketing. E un segno dei tempi.

FEMMINISMO E POLEMICHE

Ma cosa significa l'exploit di Miley Cyrus declinato sotto il segno dell'immaginario sessuale? È degradante per l'immagine femminile? Oppure il contrario? E lei? Sta consapevolmente sfruttando il suo corpo per fare il botto nello show-biz? Oppure è manovrata, sfruttata, plagiata dai cinici affaristi del mondo dello spettacolo?
Interrogativi aperti. A tal proposito c'è stata una polemica durissima tra Sinead O' Connor e la stessa Miley Cyrus, cominciata con una dichiarazione di ammirazione di Miley per la O' Connor (il video Wrecking Ball si apre con una citazione di un suo vecchio video) e finita in una lite stratosferica sui social network. Sinead O' Connor – dopo essere stata “apprezzata” da Miley Cyrus – pubblica una lunghissima lettera aperta in cui, con tono materno e un po' moralistico, si preoccupa per il fenomeno-Miley. “Lo show-biz ti vuole prostituta”. “Tu vali più del tuo corpo”. “È pericoloso lanciare il messaggio che è bello essere prostitute”. Miley risponde su twitter con modalità particolari. Retweetta vecchi tweet della O' Connor, scritti in un periodo in cui la cantante soffriva di disturbi depressivi. Frasi malinconiche, richieste d'aiuto, parole sconnesse. Miley la prende per pazza, in altre parole, e la sbeffeggia sui social network. La situazione degenera. La O' Connor risponde con due lettere infuocate in cui parla apertamente di “bullismo”, in cui chiede “scuse pubbliche a nome di tutte le persone che soffrono o hanno sofferto di disturbi mentali”. E conclude: “Quando finirai in un reparto psichiatrico o in una clinica di riabilitazione sarò felice di farti visita...e non mi abbasserò a prenderti in giro”. Intervengono anche altre due personaggi molto sentiti nel mondo femminista: Amanda Palmer – che sostiene che “probabilmente non c'è nessuno che la sfrutta” e che quindi “Miley regge il gioco”. “Credo che sia tutto farina del suo sacco” - e Annie Lennox, che si dice “preoccupata” per tutti questi “culi e tette usati per vendere”, attaccando internet e la sua fruizione che sta facendo “perdere il concetto di limite (di età ndr)”.

Il dibattito è aperto. La metamorfosi di Miley è femminista o no? Alimenta atteggiamenti e modi di pensare maschilisti e sessisti oppure apre altre strade per l'emancipazione femminile? Monina fa un parallelo con un fenomeno della controcultura di una generazione fa. Evoca i cortometraggi porno di metà anni '80 di Lydia Lunch, idolo della no-wave newyorkese, frontman dei Teenage Jesus and The Jerks. Il film Fingered del regista Richard Kern, che finisce con una violentissima scena in cui Lydia Lunch viene sodomizzata. Questo film e le citazioni al regista Russ Mayer, anche lui idolo di certa controcultura. Tutte le sue scene di sesso violento in cui però è la donna a reggere le fila, a volere quella violenza selvaggia. Film in cui avviene uno strano capovolgimento, in cui sodomia e sesso orale (per esempio) non sono più simbolo di sottomissione sessuale, ma diventano invece bandiere da sventolare, pratiche liberatorie e orgogliose da praticare con gusto della trasgressione. Segni di avvenuta emancipazione. Quindi porno e femminismo. Oppure porno e sessismo. Porno e degradazione. Porno ed emancipazione. Cosa sta combinando Miley Cyrus? Si sta facendo trascinare da cinici affaristi, sta rischiando la salute mentale o sta liberamente esibendo il suo corpo per portare avanti la sua performance? La sua fierezza, la sua violenza nell'aver ammazzato in questo modo Hanna Montana, sono segni di una stabilità e di una forza che le farà “reggere il gioco” anche in futuro? Oppure stiamo assistendo a un salto talmente in alto che avrà una ricaduta dolorosa?

VITA SOTTO I RIFLETTORI

Un'ultima nota. Miley Cyrus – spiega Monina – è letteralmente “cresciuta sotto i riflettori”. La sua vita è sempre stata condizionata dagli impegni di lavoro, dagli orari pazzi dello show biz e dalla sovraesposizione mediatica. Le sue relazioni amorose – il più delle volte tenute nascoste dai manager di Hanna Montana – sono sempre state vissute all'interno di questa dimensione particolare. Fino alle ultime relazioni, rese pubbliche, consumate a furia di tweet e gossip, pettegolezzi e insinuazioni che puntualmente finivano nei tabloid e nei siti internet di tutto il mondo. Scrive Monina: «Essere una popstar di fama mondiale, specie essere una popstar di fama mondiale fin da quando si è bambini, comporta dei sacrifici che sulle prime potrebbero sfuggire, come il venir meno di un minimo di libertà d'azione. Ma soprattutto la privazione, quasi violenta, di ogni rapporto che si possa definire disinteressato, l'accesso al mondo dei sentimenti fini a se stessi. […] Provate voi a crescere davanti alle telecamere, a ritrovare ogni vostro sospiro lì, immortalato da un paparazzo, deriso su questo o quell'altro forum...».


Nino Fricano



L'età dell'oblio

Tony Judt, L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ‘900, Roma-Bari, Laterza, 2011, 484 pp., ISBN 978-88-420-9632-0.

Impossibile recensire in modo puntuale il testo di Tony Judt. Questo volume offre, infatti, una panoramica piuttosto complessa dei protagonisti e dei fatti più importanti del secolo scorso. Intellettuali, politici, papi, persino Stati (come la Francia, l’Inghilterra, la Germania, il Belgio, la Romania) aiutano il lettore a tratteggiare i momenti storici cruciali del Novecento, con le mille contraddizioni annesse, gli eventi più rilevanti, i momenti di impasse e quelli che hanno, invece, determinato le svolte epocali. Non sempre condivisibili, da parte di chi scrive, alcune affermazioni o prese di posizione da parte dell’autore, ma senza dubbio il contributo storico che questo volume è in grado di offrire al lettore è di inestimabile valore.
L’età dell’oblio raccoglie un insieme di saggi composti da Judt tra il 1994 e il 2006. Pur affrontando svariati temi (dal marxismo francese alla globalizzazione), è possibile rintracciare i nuclei principali attorno ai quali ruotano i vari scritti: il ruolo degli intellettuali e delle loro idee e la funzione esercitata dalla storia in un’età definita appunto dell’oblio.
Nell’affrontare queste due tematiche – indubbiamente connesse tra loro – l’autore sottolinea come si sia diffusa, ormai capillarmente, l’idea secondo la quale il passato non abbia più nulla da insegnarci. Questo discutibile atteggiamento ha provocato, innanzitutto, l’oblio della guerra, rimozione, questa, particolarmente diffusa in Europa, specialmente dopo il secondo conflitto mondiale, ma anche in seguito alle terribili guerre civili che hanno martoriato il ventesimo secolo. Diversa è la realtà statunitense, dove si esaltano ancora le imprese belliche e le forze armate. Le ragioni di tale diversità sono da ricercare, secondo Judt, nel fatto che gli USA non hanno mai patito le conseguenze di una sconfitta: il loro territorio non è mai stato invaso né smembrato e, per tale ragione, i nordamericani credono ancora che le guerre alle quali hanno partecipato siano state delle «guerre giuste» [p. 9]. Quindi, se per gli europei la guerra costituisce l’ultima spiaggia cui fare ricorso, per gli statunitensi, invece, è la prima via da intraprendere in caso di risoluzione dei contrasti.
Strettamente connesso al tema della guerra è, poi, quello del declino dello Stato che ha avuto inizio proprio nel ventesimo secolo. La convinzione più diffusa è che lo Stato impedisca, con le sue innumerevoli pastoie burocratiche, con i ritardi, con la corruzione di buona parte dei suoi funzionari, il buon andamento degli affari umani. Di qui l’ingente ricorso alle privatizzazioni, nell’ultima parte del secolo passato, con conseguenze piuttosto onerose sui cittadini.
Ma il Novecento è stato anche il secolo degli intellettuali. Qual è il loro ruolo oggi?  Difficile rispondere a questa domanda in un’epoca in cui la maggior parte della gente crede che le ideologie o i sistemi di credenze siano del tutto scomparsi. Pur rifiutandoci di ammettere che le ideologie siano ormai roba d’altri tempi, bisogna altresì riconoscere che, quelle formatesi nel corso dell’Ottocento e sviluppatesi poi nell’arco del ventesimo secolo, hanno subito un profondo mutamento. Né, d’altra parte, sarebbe possibile immaginare uno scenario diverso. Le paure con cui i cittadini delle democrazie occidentali devono fare i conti oggi sono, infatti, diverse da quelle del secolo scorso: la paura del terrorismo internazionale, della velocità del cambiamento, della disoccupazione ma, soprattutto, il timore che «non solo non possiamo più decidere della nostra vita, ma che anche coloro i quali comandano hanno perso il controllo in favore di forze oltre la loro portata» [p. 23]. Questo punto della riflessione di Judt è cruciale, a mio parere, perché riesce a spiegare il diffondersi – a partire dagli anni successivi alla stesura di questa introduzione e cioè gli anni in cui stiamo vivendo – dell’avanzata dei populismi, della xenofobia, della chiusura delle frontiere. Perfetto corollario, insomma, della politica dell’insicurezza.
L’excursus attraverso le più importanti figure di intellettuali del Novecento, è – per scelta dell’autore – un viaggio attraverso i totalitarismi del «secolo breve»: Primo Levi fra tutti, che cerca le parole per descrivere l’orrore dell’olocausto, stando attento a usare toni “credibili” per i lettori. Perché la tragedia dello sterminio nazista fu anche questa: ci volle tempo prima che qualcuno iniziasse a credere alle vittime. Le prime inibizioni di Levi, in tal senso, aspramente criticate da Jean Améry saranno poi superate, definitivamente, con Se questo è un uomo che si conclude con una inequivocabile accusa di responsabilità collettiva contro quei tedeschi – la maggior parte – che seguirono Hitler [p. 63].
Il tema del totalitarismo è forte anche nell’opera di Hannah Arendt. Esso viene interpretato come «il non plus ultra del controllo e della distruzione dell’essere umano» [p. 79] e, in tal senso, fondamento stesso del regime. Nazismo e stalinismo confluiscono in lei in un unico archetipo. Questa scelta le vale moltissime incomprensioni, attirandole numerose critiche.
È il totalitarismo di Stalin che spinge, invece, Althusser – che pure Judt non esita a tacciare di astruse apologie politiche condite da folli illusioni – a dare del marxismo una «lettura sintomatica» [p. 107]. Né del resto era una novità: a lungo, nel Novecento, molti studiosi presero da Marx quello di cui avevano bisogno, ignorando il resto.
Persino Eric Hobsbawm, nella critica di Judt, vede pregiudicato il suo istinto storico dalla sua “incondizionata” adesione al comunismo. Ciò che nello specifico Judt attribuisce al grande storico, è di non aver mai affrontato «l’eredità morale e politica di Stalin e delle sue azioni» [p. 126].
Sarebbe molto difficile comprendere bene la prima parte del volume se omettessimo di dire che Judt – e chiara appare tale convinzione nel corso di tutto il volume – ritiene che tra gli estremismi di sinistra e quelli di destra, vi sia una «fondamentale affinità» [p. 127]. Non si salva il marxismo che non può certo – a dire dell’autore – sentirsi immune da responsabilità per via del totalitarismo stalinista. Anzi, andando a riprendere l’opera di Leszek Kolakowski e la sua critica feroce al marxismo, Judt si proprone di spiegare ai suoi lettori come le pesanti analogie tra la crisi della fine del diciannovesimo secolo e quella attuale, sintetizzata in parte nella formula marxista dell’«esercito industriale di riserva» [p. 140], potrebbe determinare una rinascita del marxismo come unica chiave risolutiva al declino attuale, come soluzione alla crisi del capitalismo. E ciò per Judt rappresenta, niente meno, che una follia. Proprio perché, coloro che vorrebbero far rinascere il marxismo grazie alla caduta del comunismo, commetterebbero, a suo dire, un errore irreparabile. Quello che però Judt non ci spiega è quale possa essere l’alternativa ai due sistemi, specialmente oggi che il capitalismo sembra essersi incartato in una sorta di spirale perversa, in un labirinto senza via d’uscita, dal quale sembra sempre più difficile venir fuori.
Un altro dramma del Novecento è poi la questione mediorientale, tutt’altro che risolta. Judt fa riferimento a Edward Said e alla sua opera, perché a essa dobbiamo la verità sul trattamento dei palestinesi da parte di Israele, ma anche il riconoscimento della necessità di trovare degli accordi, partendo dall’ammissione dei propri difetti e dei propri errori. Said non esita, infatti, a rivolgere critiche feroci ai leader arabi, in particolare a quelli dell’OLP, accusandoli apertamente di ogni sorta di corruzione e cupidigia; ma non tralascia, per questo, di segnalare tutti gli abusi compiuti da Israele a danno dei palestinesi, con la complicità degli Stati Uniti. La peculiarità della vicenda mediorientale è, tra l’altro, basata sul paradosso vissuto dai palestinesi, di essere «vittime delle vittime» [p. 170]. Sì, perché chi aveva cacciato i palestinesi dalle loro legittime terre non erano i colonialisti occidentali, ma i sopravvissuti all’Olocausto. Questa riflessione, legata anche alle analisi sui puntuali fallimenti di tutte le negoziazioni, ha spinto Said a passare dalla convinzione di una necessaria costruzione di due stati per due popoli, all’idea che fosse meglio, invece, creare uno stato unico secolare per israeliani e palestinesi.  Ma Said si spinge oltre: comprende che i veri nemici della pace in Medio Oriente sono gli americani. Non tanto i governi quanto piuttosto l’opinione pubblica statunitense, che si mostra sensibile alla causa israeliana perché non ha mai conosciuto quella palestinese. Per questo, per tutta la vita, Said cerca di tenere sempre vivi in America la questione palestinese e il conflitto mediorientale. Ed è proprio sulla scia delle teorie di Said che Judt formulerà, nel 2006, un articolo molto interessante, pubblicato sul quotidiano liberale israeliano Ha’aretz, che peraltro susciterà molte reazioni critiche. In esso Judt taccia apertamente Israele di immaturità. Successivamente alla Guerra dei Sei giorni (1967), la percezione che gran parte del mondo aveva avuto di Israele, fino a quel momento, cambia radicalmente, come dimostra la diffusione repentina di un nuovo simbolo, destinato ad avere una fortuna universale, e che verrà riprodotto su migliaia di editoriali giornalistici e vignette satiriche: la Stella di David su un carro armato [p. 279]. L’autore afferma apertamente che non è possibile giustificare ogni azione di Israele ricordando Auschwitz. Anzi: non è accettabile la teoria secondo la quale chiunque critichi la politica di Israele, venga tacciato di antisemitismo. E non è accettabile perché, così facendo, Israele finisce per parlare e agire, impunemente, a nome di tutti gli ebrei. In relazione alla violazione delle leggi internazionali nei territori occupati, o all’umiliazione delle popolazioni sottomesse a cui ha confiscato le terre, è come se gli israeliani dicessero: «queste azioni non sono israeliane, ma ebree; l’occupazione non è israeliana ma ebrea; e se questo non vi va giù è perché non vi piacciono gli ebrei» [p. 281].  Israele dunque non cambia e si ostina, immaturamente, a restare immobile sulle sue posizioni. Il punto è, però, che il mondo invece è cambiato. Oggi sono sempre più numerosi i cittadini che considerano lo Stato di Israele alla stregua della Spagna di Franco. E moltissimi di questi cittadini sono statunitensi. Tutto ciò, afferma Judt, dovrebbe far riflettere tanto Israele quanto il Nord America che è l’unico suo sostenitore.
Sugli Stati Uniti e sulla sua storia novecentesca, fatta di ostilità più o meno cruente, l’autore si sofferma a lungo. Da qui l’affascinante report sulla crisi missilistica a Cuba del 1962. La ricostruzione storica e dettagliata dell’evento è condita dalla citazione di numerosi dialoghi tra i protagonisti della vicenda – ricavati dalle registrazioni – che ci forniscono un quadro preciso sia sui rapporti di forza all’interno degli Stati Uniti e tra gli uomini della presidenza Kennedy, sia sulle loro qualità caratteriali e sul loro modo di reagire ai momenti di crisi nelle fasi cruciali e concitate. Solo i fratelli Kennedy, peraltro, sapevano che le conversazioni venivano registrate. Possiamo quindi leggere stralci di discussioni tra il vicepresidente Lyndon Johnson e l’ExComm Mc Namara; oppure tra il Presidente Kennedy e il Generale Wheeler o tra Kennedy e l’ex ambasciatore a Mosca Llewellyn Thompson. Attraverso queste testimonianze dirette, riusciamo a comprendere meglio non solo quella crisi, ma anche i rapporti reali tra il Presidente USA e i militari. Questi ultimi non provavano per lui che un mero sentimento di disprezzo, assolutamente ricambiato, peraltro, con l’aggiunta di una buona dose di sospetto.
Profonda e interessante analisi, poi, è quella che l’autore dedica al confronto tra Europa e Stati Uniti. Colpisce molto la parte dell’articolo – scritto tra il 2002 e il 2006 – in cui Judt fa riferimento a diverse autorevoli voci, secondo le quali un’Europa compatta e unita rappresenterebbe una minaccia agli interessi degli Stati Uniti. Dunque l’America ha tutto l’interesse a bloccare sul nascere questa unione [p. 391]. In effetti, osservando bene quanto sta accadendo oggi, a ben otto anni di distanza da quell’articolo, tale affermazione deve far riflettere. Siamo alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo e l’Europa sembra tutt’altro che una realtà unitaria e solidale, anzi, in molti casi è sentita fortemente come un’entità lontana e persino ostile ai cittadini, tanto che i sondaggi danno l’astensionismo al 40% e le previsioni decretano una pericolosa avanzata dei populismi.
Ritornando, per un attimo, al confronto tra Europa e America esce fuori un quadro mediamente idilliaco della prima, rispetto alla seconda: vi campeggia un continente che, grazie alla lezione appresa nel passato, «non conoscerebbe, se non raramente, il patriottismo belligerante di stile americano» [p. 393]. Eppure l’Europa è una realtà piena di contraddizioni e, spesso, di scelte violente che non si possono omettere: dalla produzione di armi (di cui il nostro continente detiene il triste primato) agli interventi militari (Iraq, Afghanistan, Libia) solo per fare alcuni esempi. Un’Europa che non sembra interessata né alla questione mediorientale, se non per appoggiare la politica statunitense di supporto a Israele, proprio in un momento in cui – come abbiamo visto – le reazioni alla condotta americana si fanno sempre più severe; né alla incredibile emergenza umanitaria delle massicce ondate migratorie provenienti dal continente africano e dalla Siria che, in questi giorni, stanno interessando le coste della Sicilia.
Dinanzi a questo panorama tutt’altro che idilliaco, le conclusioni di questo volume, appaiono di incredibile attualità. Non è casuale, a mio avviso, la scelta da parte di Judt, di una lucida quanto sconfortante analisi, risalente al 1997, del sorpasso da parte della destra neofascista e xenofoba sui partiti di sinistra. In Francia, ad esempio – allora come oggi – sono proprio gli ex elettori di sinistra a votare Le Pen.  Perché? Le parole amare che Judt dedica, alla fine, alla sinistra europea (in particolare ai socialisti) riflettono una condizione attualissima e una ferita ancora aperta che si è già ulteriormente incancrenita: la visione di una sinistra incapace di governare e in permanente protesta. Dice l’autore: «la sinistra non ha idea di cosa potrebbe significare un suo successo politico, se riuscisse a conseguirlo; non ha una visione articolata di una società buona, o semplicemente migliore, di quella attuale. In assenza di una simile visione, far parte della sinistra non è che prendere parte a una protesta permanente» [p. 411]. Come è possibile, del resto, dargli torto? Oggi, poi, che la situazione si fa ancora più pesante – rispetto al 1997 – in considerazione del fatto che i governi hanno un margine limitato di iniziativa politica in materia fiscale e monetaria? Ciò, ovviamente, determina il principio secondo cui, vinte le elezioni, nessun governo rispetta mai gran parte delle promesse fatte in campagna elettorale.
Come salvarci dunque? Judt ci ha lasciati nel 2010, stroncato da una malattia orribile che lo ha tenuto, fino all’ultimo, prigioniero lucidissimo di un corpo ormai morto. In una sua ultima intervista a Charlie Rose, ci dice, tra le tante cose, che la sua paura più grande è quella di venir privato della possibilità di comunicare. Pensiamo che per uno storico questa sia una delle pene più atroci da sopportare. Non possiamo fare a meno di chiederci cosa penserebbe Judt di questi ultimi quattro anni, del modo in cui rileggerebbe la storia del Novecento alla luce degli ultimi eventi, ma soprattutto ci chiediamo se continuerebbe a pensare, con speranza, che lo Stato moderno possa ancora salvarsi, determinando il modo migliore della distribuzione – sia pure soltanto a livello locale – della crescita economica generata dai privati [p. 415].
Consiglio la lettura di questo volume perché – a prescindere dalle convinzioni ideologiche o dagli approcci storiografici – rappresenta un ricchissimo strumento di conoscenza e riflessione sugli uomini e i fatti di un secolo, il Novecento, col quale dobbiamo fare i conti ancora oggi. Perché è soltanto leggendo tra le carte di quel secolo che, forse, possiamo trovare la chiave interpretativa per il presente – del tutto oscuro e ancora in fieri – che ci tocca in sorte vivere. E forse, almeno così si augura chi scrive, la sinistra europea, sempre più divisa dai protagonismi e dall’inettitudine, troverebbe qualche spunto per decidersi, finalmente, ad intraprendere una seria riflessione sulle alternative concrete alla globalizzazione economica, alle sue leggi spietate e alle sue insaziabili richieste.


Alessandra Mangano

lunedì 5 maggio 2014

Perché il Sud è rimasto indietro

Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Bologna, Il Mulino, 2013, 258 pp., (Contemporanea, 233), ISBN 978-88-15-24792-6.

Leggere il libro di Emanuele Felice mi fa tirare un sospiro di sollievo. Da qualche tempo mi chiedevo, dove fossero finiti gli storici, in un momento in cui la storia è stata ridotta a variante per libro da classifica e scritturata per recitare la parte nella compiaciuta pantomima del talk-show bipartisan.
È bene ricordare che la storia non è esito di una verità rivelata, ma il frutto di una dura ricerca condotta con rigorosa metodologia sulle fonti (siano esse documentarie, archeologico-materiali e/o orali) e non frutto della doxa e del sentimento.
Emanuele Felice, docente di storia economica presso l'Università Autonoma di Barcellona - ma anche uno di quei "cervelli" fuggiti dal Meridione -, ci dimostra in questo bel libro, come si faccia un buon libro di storia, soprattutto in un momento in cui titoli suggestivi e improbabili, sedicenti narratori e «tesi pseudorevisioniste (il vero revisionismo è insito in ogni ricerca storica) che finiscono per capovolgere la realtà» [p. 7], pretendono di raccontarci la "verità" sul sud Italia e sull'unità d'Italia.
Il libro di Felice analizza, a partire da fonti e dati economici certi - non «inattaccabili (nessuna stima storica lo è per definizione)» [p. 8], ma tutti inseriti in note e citati (prova della serietà con cui è stata condotta la ricerca, non solo perché consente al lettore di verificare i dati, ma anche di constatare il lavoro che sta dietro la realizzazione di una ricerca storica) -, il motivo per cui il Sud è rimasto indietro.
È bene dire che questo non è un libro pro unità d'Italia o contro il Regno delle Due Sicilie. La storia non accerta chi ha ragione o chi ha torto (non è pertanto pro o contro qualcuno o qualcosa), ma cerca di comprendere e spiegare le ragioni economiche, politiche e sociali, al fine di aiutarci a essere migliori interpreti del presente.
Il libro si divide in tre capitoli e procede sulle analisi della situazione del Sud Italia a partire dalla prima metà dell'Ottocento, ossia prima dell'unità d'Italia, fino a oggi.
Grazie a una robusta bibliografia scientifica e a una corposa quantità di dati, tutti rigorosamente citati nel primo capitolo, Il divario all'Unità [pp. 17-90], emerge nel 1859 una situazione di divario di partenza  del Regno delle Due Sicilie e dello Stato Pontificio rispetto agli stati del Nord. Un divario che è evidente e significativo, se si prendono in considerazione i dati sulle infrastrutture (ferrovie, strade, porti), sull'istruzione, sull'occupazione e sulle condizioni sociali. L'esempio classico è quello delle ferrovie. Vero è che la prima ferrovia italiana fu costruita nel 1839 nel Regno delle Due Sicilie (la famosa Napoli-Portici di ben 7 km), ma è vero anche che nel 1859 nell'intero Meridione (compresa la Sicilia, dove non vi erano strade ferrate) i km di ferrovie sono solo 99, contro gli 850 del Piemonte e Liguria, i 522 della Lombardia e Veneto e i 257 della Toscana. [pp. 21-22]
Nel secondo capitolo, La modernizzazione passiva: il divario dell'Unità a oggi [pp. 91-180], lo storico ragiona sul perché il Sud sia rimasto indietro rispetto al Centro-Nord, esaminando i dati dal 1871 a oggi. Un periodo lungo e non omogeneo, ma che in ogni suo momento è significativo. L'Italia liberale fa spazio all'Italia fascista (quella del massimo divario tra Nord e Sud), l'Italia del boom economico fa largo ai decenni di decrescita (fino alla crisi odierna) che corrisponde anche con il fallimento dell'industrializzazione passiva, attraverso l'intervento dello Stato.
Dati che dimostrano un tentativo di convergenza Nord-Sud, ma che risulta assai fragile quando si consuma il rallentamento della crescita economica nazionale, tale da determinare un nuovo aprirsi della forbice. Non sono risparmiate pagine, sia nel primo sia nel secondo capitolo, alle organizzazioni criminali (mafia, camorra e 'ndrangheta) e sul ruolo attivo nel ritardo strutturale del Meridione, una piaga che l'Italia eredita dal Regno delle Due Sicilie.
Il terzo capitolo, che dà il titolo al libro [pp. 181-237], invita a riflettere su quelle tesi assolutorie nei confronti del Mezzogiorno e dei Meridionali e accusatorie verso tutto quello che viene dall'esterno o, che non è direttamente identificabile con il marchio "Made in Sud". L'invito dello storico è, infatti, quello di critici con il proprio passato, poiché è l'uomo a essere «padrone della sua storia» [p. 181].
Non sfruttato, non colonia, non inferiore, ma Meridione artefice del proprio destino e vittima di se stesso e delle proprie classi dirigenti, poiché non bisogna dimenticare il ruolo della politica all'interno del quadro di analisi. Importante per questo diventa fondamentale la differenza tra «istituzioni politiche ed economiche di tipo 'estrattivo'» e «di tipo 'inclusivo'» ben spiegata nel primo paragrafo, La modernizzazione [pp. 92-100], del secondo capitolo.
Nelle conclusioni il futuro è a un bivio: «proseguire lungo lo stesso cammino che è stato percorso negli ultimi quarant'anni: senza cambiare nulla, attendere una manna che si fa sempre più rada; nel frattempo continuare a scivolare indietro, lentamente ma inesorabilmente, in pressoché tutti gli indicatori della modernità, rispetto agli altri paesi avanzati. È la prospettiva più probabile, anche se non obbligata. Ed è probabile anche perché alle ragioni già dette occorre aggiungerne un'altra: i cittadini meridionali hanno una libertà (e una concreta possibilità) che agli altri abitanti delle periferie del mondo non è data, almeno non nella stessa misura: la libertà di emigrare. [...] La seconda strada è quella del riscatto. Ovvero rifondare la vita civile e le istituzioni così da renderle inclusive, avviando in questo modo un autonomo processo di modernizzazione attiva; una modernizzazione che forse aiuterebbe l'Italia tutta a uscire dalle secche in cui è finita. A chi scrive questa strada appare più difficile, ma non impossibile» [pp. 240-241].
Le ultime righe sono dedicate a Gaetano Filangieri, emblema di un riscatto mancato, perché naufragato nell'immobilismo della politica borbonica, ma lungimirante e lucido nelle idee.
Libro che va letto, che gli insegnanti dovrebbero leggere e spiegare agli studenti, affinché le nuove generazioni comprendano sin da subito i problemi del proprio territorio e riflettano sul destino del Sud e dell'Italia, poiché solo se consapevoli potranno essere quella via del riscatto e della speranza.

Piero Canale


Per approfondire la questione consiglio la lettura di A. Barbero, I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle, Roma-Bari, Laterza, 2014; P. Bevilacqua, Breve storia dell'Italia meridionale dall'Ottocento a oggi, Roma, Donzelli, 2005; Giampaolo D’Andrea-Francesco Giasi (a cura di), Luigi Sturzo-Antonio Gramsci. Il Mezzogiorno e l’Italia, Roma, Edizioni Studium, 2012; R. De Lorenzo, Borbonia Felix. Il Regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo, Roma, Salerno, 2013; S. Lupo, L'unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Roma, Donzelli, 2011; Id., Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 2004; L. Riall, Il Risorgimento. Storia e interpretazioni, Roma, Donzelli, 2007; Id., La Sicilia e l'unificazione italiana. Politica liberale e politica locale 1815-1866, Torino, Einaudi, 2004; A. Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna, Il Mulino, 2004; C. Triglia, Non c'è Sud senza Nord. Perché la crescita dell'Italia si decide nel Mezzogiorno, Bologna, Il Mulino, 2012.




Io ero l'Africa

Roberta Lepri, Io ero l'Africa, Roma, Avagliano Editore, 2013, 171 pp., ISBN 978-88-8309-380-7.

Gli italiani che nel dopoguerra emigravano in Somalia e brutalizzavano, picchiavano, facevano i Padroni con gli indigeni. Razzismo, violenza, prepotenza. Altro che “gente di cuore” e cliché simili. Il colonialismo italiano in Africa che è sempre stato feroce e spietato. Le legislazioni coloniali durante la democrazia liberale e poi durante il fascismo erano da meno, in quanto a discriminazione, soltanto alle legislazioni naziste e sudafricane. Una storia sempre non-raccontata dalla storiografia e narrazione “ufficiale”.
Ecco cosa racconta questo gran bel romanzo di Roberta Lepri, scrittrice umbra di nascita ma toscana d'adozione, pubblicato nel novembre 2013 da Avagliano Editore. Racconta questo – uno spaccato storico importantissimo e colpevolmente trascurato – ma non solo. A partire da uno spunto autobiografico, e con grande competenza storica e contestualizzante, la Lepri riesce a comporre un'opera che ha un valore altissimo soprattutto a livello narrativo e – diciamo così – umano.
Un libro che è quasi un capolavoro, sicuramente un'opera davvero intensa, autentica, viscerale e allo stesso tempo ben costruita, sudata e lavorata in ogni minimo dettaglio con evidente amore artigiano.
Un libro che ha solo un difetto: la casa editrice ha deciso di spacciarlo per un libro di avventure, piazzando in copertina una foto da National Geographic e puntando tutto su cose tipo l'esotismo del continente africano, la promessa di grandi emozioni, scenari suggestivi, paesaggi mozzafiato eccetera eccetera. Una scelta un po' troppo “vintage” e – direi – decisamente superata (a livello di marketing) e che poi non rende affatto giustizia a un romanzo che invece è molto più sfaccettato e profondo di un semplice libro di avventure.
La Lepri, infatti, è una scrittrice sapiente e appassionata – di grande qualità e attualità, a suo modo postmoderna – e questo libro riesce a raccontare, allo stesso tempo, una sofferta e coinvolgente storia umana e familiare e insieme a tratteggiare un contesto storico obliato (per chissà quali motivi) dalla narrazione italiana condivisa, ovvero: il colonialismo italiano in Africa, soprattutto quello del dopoguerra in Somalia.
Io ero l'Africa racconta una storia italiana e una storia umana. Una storia di emigrazione e sopraffazione, di scardinamento e disvelamento. Teo e Angela che dalle campagne umbre se ne vanno in Africa, in Somalia, a gestire una piantagione di banane nei pressi di Mogadiscio. Sono gli anni '50 e l'agricoltura delle campagne umbre non rende più niente, la fame e la miseria peggiorano sempre di più, nonostante che in Italia – dicono in televisione – ci sia il cosiddetto Boom Economico. Teo è figlio di un mezzadro di modestissime condizioni economiche. Ha sposato Angela, che è più ricca di lui, più alta di lui, giunonica, imponente e biondissima tanto che Teo la chiama “la Normanna”. Angela però è pure chiamata “la Santa” perché è devota, sottomessa e timorata di Dio, educazione cattolica e addirittura un fratello vescovo. Per loro – per Teo e Angela – l'Africa è occasione di cambiamento e, forse, di disvelamento. Bruciare convenzioni e sovrastrutture sociali. Teo – socialista che in Italia parlava sempre di giustizia ed eguaglianza – diventa padrone feroce e autoritario che picchia i neri. Angela – la Santa – viene investita dalla vastità degli orizzonti della terra d'Africa, viene stravolta a livello intimo da quella natura selvaggia, colori forti, odori forti, Angela che prova attrazione per la pelle dei neri, che si chiede come dev'essere toccare la pelle dei neri, che viene sconvolta dall'erotismo suscitato da Said, guerriero Masai al servizio di Teo, silenzioso, orgoglioso, superiore, quasi astratto. Angela che non prova più vergogna per i suoi istinti – che freme per quelle notti africane che odorano “di foglie umide e di sterco” – tutta presa da una blasfema e inaudita “gratitudine pagana” verso quel cosmo.
La Lepri ha il dono di una lingua di straordinaria qualità: sveglia e agile, elegante ed efficace, mai banale e capace di essere delicata e carezzevole ma anche – quando occorre – feroce, crudele, di una violenza controllata e intelligentissima. Oltre alla lingua in senso stretto, la Lepri riesce sempre – senza sbagliare un colpo – a raccontare personaggi, situazioni e azioni che affondano le loro radici in una sensibilità di scrittrice acutissima e priva di pregiudizi, ideologie, letture stereotipate. Tutto ciò che viene raccontato dalla Lepri è (o dà l'impressione di essere) carne e sangue, roba vera, sentita e in qualche modo – sempre – “vissuta”. Niente di tutto ciò che racconta la Lepri sembra un artificio letterario, un tappabuchi narrativo, una pigrizia scrittoria. La letteratura della Lepri – per questi motivi – è di un'intensità e di un'autenticità che raramente si trovano nei raffazzonatissimi e artificiosissimi Grandi Autori Italiani, e questo libro – con alcuni minuscoli accorgimenti di editing – ha la qualità, l'energia e la freschezza per essere notato a livello nazionale e non sfigurare in competizioni tipo il Premio Strega o queste acclamatissime (e mistificatorie, e disoneste) occasioni di vetrina letteraria.

Nino Fricano

Link esterni

Tutte le recensioni, interviste, interventi (RobertaLepri.it)





venerdì 25 aprile 2014

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945), a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Prefazione di Enzo Enriques Agnoletti, Torino, Einaudi, 1952, 346 pp.


sabato 5 aprile 2014

Luigi Sturzo-Antonio Gramsci. Il Mezzogiorno e l’Italia

Giampaolo D’Andrea e Francesco Giasi (a cura di), Luigi Sturzo-Antonio Gramsci. Il Mezzogiorno e l’Italia, Roma, Edizioni Studium, 2012, 196 pp., (UNIVERSALE Studium 13. Nuova serie. Storia / 2), ISBN 978-88-382-4215-1.

Il Mezzogiorno è sempre stato il grande tema dell’Italia. Se ne sono occupati in tanti, sin dai tempi remoti, come attestano del resto le numerose analisi formulate da storici, intellettuali, giornalisti, politici. Già Antonio Serra, l’economista italiano più originale del Seicento, dedica gran parte dei suoi studi alle condizioni socio-economiche del Mezzogiorno, accusando apertamente i meridionali di scarsa iniziativa imprenditoriale e rivolgendo poi grande attenzione alla carenza di strutture manifatturiere. Quest’ultimo è per Serra un vero problema proprio perché, secondo l’economista cosentino, l’industria è molto più redditizia dell’agricoltura e la buona disponibilità di oro e argento deriva dalla prosperità dell’economia e non il contrario.
Non è un caso che nel recensire questo volumetto – pubblicato dalle Edizioni Studium in collaborazione con la Fondazione con il Sud e la Fondazione Istituto Gramsci – mi venga in mente Serra. L’economista, infatti, non lesina critiche nei confronti degli stessi meridionali, unici responsabili, a suo dire, dell’arretratezza del Mezzogiorno: la totale assenza di spirito imprenditoriale, l’incapacità di mettersi in gioco e di rischiare per investire sono stati a lungo il leitmotiv principale delle accuse rivolte agli italiani del Sud, rei con questo atteggiamento di aver determinato le condizioni di inferiorità in cui versano da secoli. È con Sturzo e Gramsci – e quindi rispettivamente col Partito Popolare e con il Partito Comunista Italiano – che questa prospettiva viene rovesciata con forza, dando inizio a un’analisi meno riduttiva e semplicistica della questione meridionale. Se per certi versi le due riflessioni sembrano coincidere in alcuni punti, per altri esse divergono nettamente, specialmente se si guarda all’approccio ideologico con cui i due grandi protagonisti della storia italiana della prima metà del Novecento, affrontano il tema del Meridione.
Proprio questo è il nodo centrale del libro: Sturzo e Gramsci vengono messi a confronto attraverso la riproposizione di due documenti molto importanti: Il Mezzogiorno e la politica italiana di Sturzo e le Note sul problema meridionale di Gramsci.
Sturzo rivendica, prima di ogni cosa, il merito dei popolari di aver impostato la questione meridionale come problema unitario e nazionale. Nondimeno Gramsci insisterà costantemente nella necessità di una unione tra operai del Nord e contadini del Sud, finalizzata all’abbattimento del potere borghese.
Ciò che accomuna entrambi è sicuramente la profonda avversione nei confronti del “centralismo burocratico” dello Stato unitario e l’inclinazione verso uno Stato delle autonomie che in Sturzo si tradurrà poi nel regionalismo, mentre per Gramsci rimarrà indeterminato [p. 11].
Da subito emerge, dunque, che se nell’analisi del problema tra i due sembra esserci una sostanziale convergenza è poi sulle soluzioni politiche che Sturzo e Gramsci finiscono inevitabilmente per dividersi.
Il meridionalismo di Sturzo è, innanzitutto, qualcosa che accompagna la sua stessa vita e la sua esperienza politica e spirituale con l’isola più a Sud del Paese: il suo approccio al problema del Mezzogiorno matura, infatti, a contatto con i problemi della Sicilia [p.33]. Sturzo non tralascia di ricordare come l’agricoltura svolga un ruolo essenziale nell’isola. La Sicilia, che egli immagina autonoma dal punto di vista amministrativo, avrebbe dovuto trarre capitali dall’iniziativa privata, mentre agricoltura e industria avrebbero dovuto essere strettamente connesse [p. 34].
In quest’ottica, fondamentali diventano, pertanto, il decentramento e il regionalismo. La forzata unificazione nazionale, infatti, crea i presupposti per il mancato sviluppo del Mezzogiorno non solo dal punto di vista economico e politico, ma perfino sul piano culturale e sociale. Le idee che Sturzo si forma sul decentramento e sulla necessità di realizzare un vero e proprio regionalismo nel Paese, sono influenzate dal pensiero di De Viti De Marco, di Gioacchino Ventura e persino di Nitti [p. 38].
Sturzo auspica, inoltre – come poi fa anche Gramsci con la classe operaia settentrionale – il coinvolgimento del movimento cattolico del Nord nella soluzione della questione meridionale. Presto però si accorge dell’assoluta indisponibilità, da parte dei settentrionali, a realizzare tale collaborazione a causa del «cumulo di prevenzioni e diffidenza verso il Meridione» [p. 39].
Questa impostazione diventa comunque centrale nei programmi del nuovo Partito Popolare, assieme alla convinzione che i problemi del Mezzogiorno sono prima di tutto problemi nazionali.
Per far sì che il Meridione diventi davvero un ponte naturale di collegamento tra l’Africa del Nord e l’Albania, la Spagna e l’Asia minore, è necessario, secondo Sturzo, superare prima di tutto il sistema doganale e il regime protezionista che fino a quel momento hanno favorito le industrie del Nord a discapito del Mezzogiorno; successivamente risolvere il tema dell’uniformità legislativa in spregio alle tradizioni giuridico-amministrative dell’isola e, infine, attuare la riforma del sistema tributario che di fatto, così com’era strutturato, non faceva che accentuare lo squilibrio tra Nord e Sud [p. 45].
Il Mezzogiorno necessita poi di una Riforma Agraria e naturalmente di nuovi indirizzi di politica internazionale, in base ai quali si possa unire l’Italia alla Jugoslavia, all’Austria, alla Cecoslovacchia e all’Ungheria, per realizzare un regime di liberi scambi.
L’avvento del fascismo, di fatto, blocca il progetto sturziano. La ragione va ricercata nel fatto che le classi sociali alle quali il prete calatino si rivolge per realizzare il suo programma, ossia la piccola e media borghesia rurale del Mezzogiorno, finiscono per aderire apertamente a Mussolini nel quale vedono l’uomo capace di riportare ordine nel Paese, mettendo a tacere le rivendicazioni operaie e contadine.
Per Sturzo, dunque, Mezzogiorno e Stato non sono due categorie separate ed è proprio questo dualismo che va superato, perché i meridionali sono parte integrante dell’Italia.
Eppure, anche Sturzo crede che i meridionali abbiano le loro responsabilità, riscontrabili non soltanto nell’atteggiamento volto a chiedere di continuo aiuti e interventi allo Stato, ma anche nelle politiche di quanti non sono riusciti nemmeno a capire i veri problemi del Mezzogiorno e, di conseguenza, si mostrano impreparati nel proporre soluzioni efficaci. Né bastano a Sturzo le classiche giustificazioni: la permanenza delle strutture feudali, ben oltre la data ufficiale del loro smantellamento, o la mancanza di una borghesia imprenditoriale audace, come sostiene ad esempio Serra. Secondo il politico popolare è infatti da superare quello «stato psicologico che ci mette in condizioni di inferiorità» [p. 74] affinché gli stessi meridionali possano creare un programma politico della questione meridionale e farlo poi diventare pensiero generale di tutti gli italiani. In un’ottica rovesciata, dunque, almeno per una volta, non bisogna aspettare la soluzione dall’esterno, ma farsi promotori attivi di una strada non solo da percorrere in prima persona, ma da far intraprendere all’intero Paese, nella certezza che i problemi del Sud si ripercuotono a catena anche nel resto del Paese: «La redenzione comincia da noi» [p. 74] afferma con veemenza il prete calatino.
Un tema caldo sollevato da Sturzo e, a mio avviso, di grande attualità politica, è poi il ruolo esercitato dall’alta banca e dalla finanza nel determinarsi delle condizioni economiche del Paese.  Secondo Sturzo, infatti, l’alta banca – che non è mai esistita nel Mezzogiorno – ha sempre mantenuto un dominio molto forte delle principali scelte economiche e industriali del Paese. Le industrie di natura domestica e artigiana, per fare un solo esempio, non sono appetibili per la finanza perché «ven[gono] meno col cadere delle linee doganali interne e non po[ssono] tentare la loro trasformazione industriale, perché lontane dal mercato generale» [p. 92]. Ciò ha finito, inevitabilmente, per determinare nel Mezzogiorno la prevalenza del settore agricolo e, ciò che è peggio, è che non si tratta di un’agricoltura soltanto povera e arretrata ma anche vessata dai latifondisti, dai gabelloti, dalla mafia, dall’abigeato e dalla malaria.
D’altra parte, qualcuno potrebbe obiettare che se lo Stato non interviene con la costruzione di infrastrutture, nessun industriale sarà mai interessato a investire in queste zone del Paese. Questa impostazione, pur partendo da presupposti giusti, non è affatto condivisa da Sturzo, poiché da essa sembra evincersi quel solito atteggiamento, proprio di chi vuole che i problemi del Meridione restino di esclusivo interesse e a totale carico dei meridionali. Dovrebbe invece diventare un problema di tutto il Paese farsi carico e risolvere le contraddizioni del Mezzogiorno, poiché se una parte del Paese è malata, allora tutti complessivamente ne risentono.
Indubbiamente il meridione presenta delle povertà naturali, un clima difficile e una organizzazione sociale e politica piuttosto mediocre. Eppure ci sono state epoche in cui questa parte della penisola è stata florida. Le ragioni, secondo Sturzo, sono da ricercare nel fatto che, in quei periodi di splendore, esisteva una politica mediterranea intesa come «fatti e fenomeni politici sotto l’influsso delle economie prevalenti» [p. 102].
L’unica via per poter salvare il Mezzogiorno dal degrado è, in conclusione, quella di riuscire a dar vita a una politica nazionale orientata al bacino del Mediterraneo e capace di creare a Sud del Paese «un hinterland che va dall’Africa del nord all’Albania, dalla Spagna all’Asia Minore» aprendo traffici, circolazione di scambi etc. [p. 104]. In questo modo «il mezzogiorno può certo trasformarsi da un regime economico passivo ad un regime attivo, a patto che si superino le barriere poste dal regime doganale, dalla pressione tributaria e dalla legislazione uniforme e livellatrice» [p. 116].
Guardando invece al Partito Comunista Italiano e all’elaborazione gramsciana della questione meridionale, già nel 1923 era chiaro a tutti i comunisti che tra «le forze motrici della rivoluzione italiana vi erano anche i contadini del Mezzogiorno e delle Isole» [p. 141].
È a Gramsci, comunque, che si deve l’analisi più lucida della questione meridionale e l’aver messo al centro della politica dei comunisti italiani il tema del Mezzogiorno. Riportare al centro dei programmi e delle proposte del PCI il movimento contadino al Sud della Penisola, ha come effetto immediato, tra l’altro, la piena adesione di Giuseppe Di Vittorio al PCI e la collaborazione di Guido Miglioli (leader del movimento contadino cattolico) con i dirigenti comunisti.
Per Gramsci – la cui riflessione trae spunto dalle critiche che un gruppo di giovani muove, su «Quarto Stato», al PCI e alla sua proposta politica circa la soluzione dei problemi del Mezzogiorno – è chiaro che la borghesia settentrionale è la causa dell’arretramento del Sud e delle isole, sottoposte a un regime di vero e proprio sfruttamento coloniale. È ovvio che la soluzione può venir fuori soltanto da un’alleanza politica tra gli operai del Nord e i contadini del Sud per rovesciare la borghesia dal potere di Stato. In tal senso, la «spartizione meccanica» dei latifondi – che diventerà il tema capitale delle lotte contadine negli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra – viene vista criticamente da Gramsci che la considera – da sola – una soluzione effimera. Del resto cosa avrebbe potuto mai fare un contadino, dopo aver occupato una terra incolta o mal coltivata? Senza risorse o macchinari ben poco, eccetto che finire nelle mani di qualche usuraio.
In verità Gramsci inquadra il tema della terra e dei contadini in una cornice ben più ampia: quella cioè della rivoluzione di cui devono farsi promotrici le due classi alleate dei contadini e degli operai, sotto la guida del proletariato industriale [p. 164].
Ma – e qui sta l’intuizione di Gramsci – per far ciò è necessaria innanzitutto una rivoluzione culturale. Il proletariato, infatti, è impregnato della tradizione borghese che si respira dappertutto e – qui coincidendo con l’analisi sturziana – ormai è divenuto luogo comune ben diffuso che il Mezzogiorno sia la palla al piede della penisola e che i meridionali, inferiori per natura, blocchino con il loro lassismo lo sviluppo del Paese.
Secondo la tradizione borghese, diffusasi ormai ampiamente anche presso le classi proletarie, se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è, dunque, del capitalismo o della stessa borghesia ma dei meridionali che sono per natura «barbari», «incapaci» e «criminali» [p. 166].
Gramsci aggiunge, poi, che il Mezzogiorno presenta una grande disgregazione sociale in cui sono presenti tre strati sociali: «la massa contadina amorfa e disgregata, gli intellettuali della piccola e media borghesia rurale, i grandi proprietari terrieri e i grandi intellettuali» [p. 182]. Il contadino meridionale è legato al grande proprietario terriero mediante proprio la figura dell’intellettuale. Questa – sebbene Gramsci riconosca che quando si parla di Mezzogiorno non si possa fare un’analisi complessiva e indistinta poiché il Mezzogiorno continentale è profondamente diverso rispetto a quello delle isole – sarebbe però una caratteristica comune all’intero meridione. In sostanza il riferimento è al cosiddetto “blocco agrario” che fa da intermediario e sorvegliante al capitalismo settentrionale e alle grandi banche. Questo ha il compito preciso di mantenere lo statu quo. E chi sono i responsabili di tale immobilismo se non gli intellettuali meridionali che, a detta di Gramsci, hanno avuto il compito di arginare eventuali frane del blocco agrario? Tra questi intellettuali vengono annoverati persino Croce e Fortunato. Il loro settarismo vieta ai meridionali (o intellettuali medi) che cercano di uscire dal blocco agrario, di potersi esprimere sulle riviste principali.
Gramsci, d’altra parte, non nega l’influenza che Croce e Fortunato ebbero su l’Ordine Nuovo e sui comunisti Torinesi, pur rivendicando, però, la rottura completa con quella impostazione a cominciare dal nuovo ruolo che il proletariato deve assumere in qualità di «protagonista moderno della storia italiana e quindi della quistione meridionale» [p. 192].
È ovvio, dunque, che per spezzare il blocco agrario è necessario che il proletariato riesca a disgregare quel blocco intellettuale che ne resta «l’armatura flessibile ma resistentissima» [p. 196].
È attraverso questa disgregazione che è possibile unire il proletariato e i contadini in un’ottica nazionale della soluzione della questione meridionale.
Il testo che parte da una intuizione brillante – il confronto tra due grandi politici e pensatori degli inizi del Novecento, a partire soprattutto dalle loro diverse ideologie – è un valido strumento di consultazione per gli studiosi del Mezzogiorno. I testi di Sturzo e Gramsci sono preceduti da due introduzioni – rispettivamente di Giampaolo D’Andrea [pp. 57-75] e di Francesco Giasi [pp. 139-159] e dalle riflessioni di Giuseppe Vacca [pp. 9-32] e Francesco Malgeri [pp. 33-53].

Alessandra Mangano