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giovedì 5 febbraio 2015

Inés dell’anima mia

Isabel Allende, Inés dell’anima mia, Milano, Feltrinelli, 2013, 326 pp., ISBN 978-88-07-88369-9.

Di Isabel Allende si parla sempre con rispetto sin dalla sua folgorante opera prima, La casa degli spiriti, affresco di una delle pagine più dolorose della storia civile del Cile contemporaneo.  Venticinque anni dopo, in questa opera, la scrittrice affronta nuovamente molti dei temi che resero così particolare e unico il primo romanzo: la grande narrazione della nascita di una nazione, un quadro storico – stavolta è il xvi secolo – molto accurato, una figura di donna forte e catalizzante. Inés Suarez è un'eroina che dall’Estremadura attraversa l’universo mondo allora conosciuto, avventurandosi per gli oceani, alla conquista del Nuovo Mondo, spinta dall’amore e dalla sete di avventura. Irrefrenabile personaggio, ha spinto la Allende a una lunga indagine documentaria, perché su di lei poco si parlava, pochissimo si sapeva e molto si favoleggiava. In una intervista del 2008 Isabel Allende dichiarava: «È una guerriera, una donna che lotta e ottiene ciò che vuole. Ottiene prima di tutto l'amore, ottiene la terra, poi ottiene il potere, e finalmente ottiene, per trent'anni, l'amore di un altro uomo. Per me, è una donna con una vita straordinaria, una vita che mi sarebbe piaciuto vivere».
Narrato in prima persona, il testo ha pochi discorsi diretti, e può risultare per questo poco veloce e ritmato; rispetto a La casa degli spiriti, manca quell’alone sovrannaturale che tanto caratterizza la letteratura sudamericana degli anni ’80 (Amado, García Márquez). Manca anche il coinvolgimento politico della scrittrice, che stavolta narra un’epica. Tuttavia c’è un nuovo popolo che cresce, sangue che si versa, foreste che si sventrano, indigeni che (forse) sono domati, e c’è soprattutto una donna consapevole della propria forza e di ciò che questo le comporta: «La tempra è una virtù che è apprezzata negli uomini, ma che si considera un difetto nel nostro sesso. Le donne con una forte tempra mettono in pericolo l’equilibrio del mondo, che pende dalla parte degli uomini, i quali provano gusto a vessarle e distruggerle» [p. 262]. Il libro, a mostra della sua accuratezza storica, ha uno sviluppo di capitoli in ordine cronologico: dopo la Nota dell’autrice [p. 5], i capitoli Europa 1500-1537 [pp. 11-649]; America 1537-1541 [pp. 65-118]; Verso il Cile 1540-1541 [pp. 119-160]; Santiago della Nuova Estremadura 1541-1543 [pp. 161-208]; Gli anni tragici 1543-1549 [pp. 209254]; La guerra del Cile 1549-1553 [pp. 255-308]. In chiusura Ringraziamenti [p. 309] e Appunti bibliografici [pp. 311-312].

Eloisia Tiziana Sparacino



lunedì 5 maggio 2014

I sonetti a Orfeo

Rainer Maria Rilke, I sonetti a Orfeo, a cura di Franco Rella, Milano, Feltrinelli, 1991, 176 pp. (I Classici Universali Economica Feltrinelli), ISBN 978-88-07-82025-0.

Le liriche di Rilke sono un vero e proprio tempio orfico.
La lettura di questi sonetti è una continua catabasi nel mondo dei morti. Un autentico e duro viaggio nelle ragioni più profonde del mutamento: il mutamento che è nello stesso tempo vita, morte e rinascita. Un ciclo perpetuo si compie tra i versi di questi sonetti, che invocano la riverenza panica verso i riti orfici, verso le danze sacre, i profumi e le nebbie. Nulla è più.
La lettura di quest'opera inebria, soffoca e stordisce: troppo dolci risultano i nettari dei ricordi di una gioventù effimera e di un qualcosa "per ciò che non fu mai"; troppo spinte sono le fragranze germoglianti dai fiori che adornano la lira di Orfeo e del poeta; troppo incalzanti suonano i tamburi, che segnano il ritmo della metamorfosi, che il poeta cerca di catturare, ma che continuamente sfugge.
Ne I sonetti a Orfeo molto sfugge al lettore, i testi sono complessi quanto l'architettura dell'opera. Un vero tempio a Orfeo, dio del mutamento.

Lorenzo Cusimano



mercoledì 5 marzo 2014

Gli sdraiati

Michele Serra, Gli sdraiati, Milano, Feltrinelli, 2013, 108 pp., ISBN 978-88-07-01834-3.

Esistono i libri che ti fanno piangere. Quelli che ti fanno ridere. Quelli tristi e quelli allegri. Quelli di pura fantasia. Quelli che ti raccontano la cruda realtà. Esistono i libri di guerra. I libri che narrano una storia d’amore. E ancora, quelli che ti lasciano a bocca aperta e quelli che ti lasciano, a tratti, perplesso. Questo libro di Michele Serra, giornalista e scrittore classe ’54, racchiude tutte le caratteristiche prima enumerate.
Gli sdraiati è il nome che Serra usa per identificare la nuova generazione, quella dei nativi digitali, dei sedicenni degli anni ’10 del 2000, che trovano nel divano il loro habitat ideale e nell’orizzontalità “rilassata” la loro posizione preferita. Gli occhi da cui tutto ciò viene osservato sono quelli di un padre che tenta in tutti i modi di essere autoritario, ma si rende conto che questa autorità sarebbe una totale simulazione; capisce, nel corso della narrazione, che non è nella sua indole, che non fa per lui: arriva addirittura ad autodefinirsi “relativista etico”, “dopopadre”.
Ma chi sono queste creature mitologiche? Questi esseri che si aggirano per la casa e le cui azioni non trovano la rituale e culturalmente accettata conclusione circolare? La loro abitazione sarà piena di cassetti e di ante di armadi aperti, migliaia di calzini sparsi ovunque, il lavello pieno di piatti sporchi, i posacenere ricolmi di cicche di sigarette, i vestiti buttati ovunque, «sputi di dentifricio nel lavandino e righe di merda nel water» [p. 87].
Esilaranti le pagine in cui si dipinge la figura del figlio disteso sul divano, trangugiante qualcosa, con tv accesa, cuffie collegate a un iPod nascosto non si sa dove, cellulare nella mano destra, computer sulle gambe, e nella mano sinistra un lembo di una pagina di un libro di chimica: il padre resta attonito, ma allo stesso tempo estasiato alla vista, tanto che non riesce a staccare gli occhi da questa immagine “sovrumana”. Il figlio non aspetta la domanda ma, allo stupore del padre, risponde: «E’ l’evoluzione della specie» [p. 51].
L’adulto si rende quindi conto che la stranezza, la particolarità, la a-normalità sta negli occhi di chi guarda: tutto ciò, questo comportamento, non è né giusto né sbagliato. Semplicemente «prima non si era mai visto» [p. 47].
A separare un capitolo dall’altro degli incisi, a tratti nervosi, a tratti allegri, a tratti collerici del padre nei confronti del figlio, tutti con lo stesso tema: la passeggiata verso il Colle della Nasca. Questo percorso naturalistico è quasi un’ossessione per il genitore, che non comprende la reticenza dell’erede ad addentrarsi in questo viaggio fantastico e stupefacente nei meandri di madre natura.
Il romanzo risulta intenso e carico di significati: ogni frase, ogni espressione, ogni costrutto appare ben calibrato e qualsivoglia parola non sembra essere lì per caso.

Vincenzo Bagnera





domenica 5 gennaio 2014

Il giorno prima della felicità

Erri DE LUCA, Il giorno prima della felicità, Milano, Feltrinelli, 2009, 135 pp. ISBN 978-88-07-01773-5

Sono cose che capitano il giorno prima.
Il giorno prima di che?
Il giorno prima della felicità. [p. 73]

Napoli, anni '50: la seconda guerra mondiale ha lasciato la città distrutta ma viva, una città che rinasce e comincia a rialzarsi; qui si muove lo Smilzo, protagonista del libro, che cresce insieme alla sua città. Lo Smilzo è un ragazzo vispo, sveglio, orfano, animato da una voglia incredibile di sapere e apprendere; inizia a imparare la vita grazie a Don Gaetano, il portiere di uno stabile, che lo adotta e lo nutre di storie e racconti e dei ricordi della guerra appena finita. Anche Don Gaetano è orfano, e ha il potere di sentire i pensieri delle persone (i pensieri che sfuggono dalla testa delle persone distratte). E lo Smilzo cresce, cresce all’ombra di una città piena di storie e personaggi, ama la scuola, prende il vizio del leggere, grazie a don Raimondo, un libraio di cui diventa amico che gli presta i libri che lo Smilzo divora letteralmente, e poi ci sono i racconti di Don Gaetano grazie ai quali conoscerà la vita, il dolore e l’amore; l’amore vero che lo Smilzo prova è quello nei confronti di una bimba di cui si innamora quando, anche lui bambino, gioca a pallone con i compagni, e che poi ritroverà quando saranno entrambi grandi; ma è amore impossibile, la ragazza è ormai la fidanzata del Guappo. E sarà la causa della sua fuga da Napoli.
Il giorno prima della felicità può considerarsi un romanzo di formazione, un romanzo che vede il protagonista attraversare la fase dell’adolescenza, della maturazione, fino a quando diventa uomo. Il giorno prima della felicità è proprio il giorno in cui nulla sarà più come prima, in cui si diventa adulti e che cambia per sempre la vita di ciascuno di noi.
Romanzo denso, emozionante, coinvolgente, lineare ma mai banale, in pieno stile De Luca.


Alberto Capizzi



Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia

Giuseppe Rizzo, Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia, Milano, Feltrinelli, 2013, 272 pp., ISBN 9788807019449.

Pirandello fa cacare, dice Gaga. Tomasi di Lampedusa fa cacare.
E Camilleri, anche Camilleri fa cacare?, chiede l’americano.
Camilleri è il male assoluto. Dovrebbero imprigionarlo e rileggergli tutti i romanzi di Montalbano fino a che non implori pietà. Bisognerebbe mettere mano alla pistola ogni volta che qualcuno dice della splendida decadenza e dell’irredimibilità di questo posto, come fanno Camilleri Pirandello Tomasi. Bisognerebbe appiccare il fuoco, incendiare tutto, cambiare i connotati toponomastici e geografici di quest’isola, togliere ogni punto di riferimento agli isolani e al resto del mondo. Bisognerebbe, ecco, bisognerebbe che qualcuno si decidesse a scrivere un piccolo manuale per organizzare una guerra lampo, radere al suolo la Sicilia e resettare la mente di quelli un po’ cretini come te. Senza offesa, tesoro, era solo un esempio [p. 19].
Ma quando mai la Sicilia e l'Italia hanno conosciuto la dissacrazione vera, liberatoria? Nati in una terra di Chiesa, Chiese, dogmatismo e fanatismo, di pubbliche verità e dubbi privati, di integrità esibita e dissolutezza sotto il tappeto, gonfi di ipocrisia sottopelle ma fedeli al dogma «è sempre meglio non sputtanare il potente», davvero non conosciamo la potenza della dissacrazione. E invece Giuseppe Rizzo, scrittore agrigentino di 30 anni che vive e lavora a Roma, per l'immagine finale del suo romanzo Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia, sceglie proprio questa formula, questa arma, questa energia.
Splendida, liberatoria, esplosiva è l'immagine finale del romanzo, con il mafioso legato e imbavagliato che penzola dalla pala eolica appena inaugurata, con il sindaco truffaldino che resta a bocca aperta subito dopo aver tolto il telo, e tutta la carovana in pompa magna al suo seguito che resta a bocca aperta, compreso l'imprenditore rozzo e ignorante che però è vicino alla politica e vicino alla mafia e tutti insieme fanno affari, distruggono il territorio come hanno sempre fatto, fanno un sacco di soldi come hanno sempre fatto, sfruttando e succhiando sangue a questa terra stremata, senza più futuro, nient’altro che una manica di parassiti. E, un po' più giù, il macchinone del mafioso sfregiato dalla scritta “Pidocchio”. Pidocchi, parassiti. Dire le cose come stanno, vedere sentire parlare, il sogno proibito di ogni – usiamo un termine abusato – “siciliano onesto”.
Un po' la stessa cosa, pensandoci, di una delle scene finali di Bastardi senza Gloria di Quentin Tarantino. Il corpo di Hitler inquadrato in primo piano, e una raffica di mitra che gli massacra la faccia, il collo e tutto il corpo. Una raffica, poi un’altra, poi un’altra ancora. Piombo infuocato a infierire sul corpo del dittatore. Vendetta. Sadismo. Violenza. Alla faccia del politicamente corretto. Praticamente, il sogno proibito di tutti gli ebrei.
Dissacrante e liberatorio è questo libro, un libro che ci voleva, splendido e necessario, che tutti dovrebbero leggere, che dovrebbe essere tradotto e fare il giro del mondo, per quanto è bello, profondo e scritto bene.
Ecco la trama. I trentenni Osso, Gaga e Pupetta, spiantati globalizzati smaliziati emigrati e precari a Roma, Praga e Berlino, tornano nel loro paesucolo disperato nell'entroterra disperato della disperata Sicilia, tornano per togliersi un po' di soddisfazioni. Scaricano quintali di merda davanti l'abitazione del sindaco, rovinano a suon di pernacchie la festa di paese con annesso tromboneggiante discorso del ministro, in un crescendo di risentita e divertita goliardia che diventerà presto gioco pericoloso che sfuggirà loro di mano e gli metterà contro i mafioselli del paese, costringendoli a fare i conti con la violenza e la prepotenza fatta sistema – la mafia, la politica, il potere, le collusioni, la paura, l'omertà, tutta la “palude” siciliana e italiana.
Stilisticamente, è un concentrato di intelligenza e sapienza narrativa, senza una – dico una – caduta di tono, senza neppure un minimo sfasamento di ritmo. Non c’è una frase banale, in questo libro, non si riesce a trovare niente che sia messo lì per pigrizia. Nessun riempitivo, nessun concetto trito, luogo comune. E poi è divertente da morire, si ride tanto, mentre si legge. Ed è anche e soprattutto un romanzo pieno di passione, di rabbia e di speranza, anche lì dove la speranza sembra impossibile.
E poi ha il dono dell'universalità, condizione necessaria perché ci sia grande letteratura. Parla infatti di paese e provincia, senza essere né localistico né provinciale. Ci sono i giovani e la Sicilia, infatti: la Sicilia da cui i giovani scappano, e i giovani che scappano dalla Sicilia. Ma c'è pure la nuova umanità tutta, senza stereotipi o cazzate giornalistiche. Mente, carne e sangue dei ragazzi e delle ragazze che affrontano quotidianamente l’effimero, la volatilità e la precarietà in tutti i campi dell’esistenza: denaro, lavoro, affetti, relazioni, orizzonti, futuro, senso dell’esistenza. Una generazione lontana anni luce dal mondo del propri genitori – non è un caso che nessuno dei protagonisti abbia un padre – un popolo anomalo che fa i conti ogni giorno con il cinismo quasi obbligatorio del postmoderno, la sua forzata assenza di sacralità e valori condivisi. Ragazzi e ragazze che, nonostante tutto, sono splendidamente vivi, traboccano di vita.
Chi ci riesce, di questi tempi, sinceramente e profondamente, senza pose o ipocrisia, e in più facendo ridere e piangere, e anche – quando ci vuole – provocando e indignando, a raccontare una cosa del genere?


Nino Fricano



sabato 5 ottobre 2013

Gli scarafaggi non hanno re

Daniel Evan Weiss, Gli scarafaggi non hanno re, traduzione di Bruno Amato, Milano, Feltrinelli, 2010, 242 pp., ISBN 978-88-07-81607-9.

Probabilmente, se non fosse stato per il consiglio di un amico, questo libro non lo avrei mai letto. Sì. E pensare che nel corridoio di casa mia, dove sono posizionati buona parte dei libri di mia madre, ci sarò passato davanti milioni di volte. Mi sarei perso un capolavoro.
Questo libro racconta la storia della tranquilla vita di una banda di scarafaggi, che viene sconvolta dall’arrivo della fidanzata del proprietario dell’abitazione, ossessionata dalla pulizia. A questo punto iniziano le mille peripezie dei poveri insetti per sfuggire alla quasi certa estinzione.  Si viene a ribaltare, quindi, ogni schema tradizionalmente e convenzionalmente fissato: quelle bestioline, facili prede del nostro orrore, diventano gli eroi, mentre gli esseri umani si trasformano in carnefici irrazionali. Tutto ha ovviamente lo scopo di simpatizzare – “blattofobici” compresi – con degli esseri che, per nostra natura, detestiamo.
Peccato che nessun blattofobico prenderebbe mai in mano un libro sulla vita di uno scarafaggio.  
L’autore vuole mettere in evidenza, a tutti i costi, la crudeltà degli uomini e, di conseguenza, la scrittura si adatta subito a questo punto di vista: una scrittura rapida, sprezzante, incisiva e cruda. Spesso sembra quasi che l'autore stesso inserisca punte di insensato razzismo e, per tale ragione, il libro diventa a tratti frustrante. Lo scrittore tratteggia lo scarafaggio protagonista, Numeri, in maniera magistrale, riuscendo ad ottenere una perfetta mimesi del modo in cui questi insetti pensano e sentono il mondo circostante. Il racconto è insieme divertente e inquietante e, probabilmente, la prossima volta che sentirete l’istinto di schiacciare qualche insetto a casa vostra ci penserete due volte…

Vincenzo Bagnera




Storia di un corpo



Daniel Pennac, Storia di un corpo, Milano, Feltrinelli, 2012, 352 pp., ISBN 978-88-0701-921-0

Storia di un corpo è – nella recita che Daniel Pennac ha imbastito con la complicità del lettore – il diario non quotidiano che un uomo ha tenuto del proprio corpo e lasciato post mortem alla figlia. Il diario di un corpo e della sua fisicità – «non un diario intimo, figlia mia, sai quante riserve ho sul resoconto dei nostri mutevoli stati d’animo» [p. 9] – ma proprio una registrazione delle sensazioni che il nostro corpo trasmette fisicamente. Inizialmente poco attratto da questo titolo, ho deciso di acquistarlo per una rara (per me) forma di suggestione: entrato in libreria, infatti, ho aperto questo tomo in offerta e, scegliendo a caso una pagina, mi sono trovato di fronte il giorno della mia nascita. Incuriosito, l’ho letto e, sebbene non sia una giornata memorabile per il protagonista, ho scelto di acquistarlo e ora voglio recensirlo e consigliarlo a tutti perché nessuno perda l’occasione di leggere queste pagine solo perché meno fortunato di me nel trovarvi una data simbolica.
Con la trovata del diario di un corpo altrui, Pennac imbastisce un racconto di ciò che più ci accomuna: il nostro crescere, trasformarci e invecchiare (non so che effetto farà a una donna ma per un uomo l’immedesimazione è fortissima, e sarebbe bello se un giorno un’autrice donna, brava come Pennac, volesse scrivere un libro speculare a questo). Vedere cambiare la nostra interfaccia con il mondo, mutare le nostre sensazioni, scoprire i piaceri e le differenze tra sé e gli altri, il dolore fisico di una perdita perché – e questo è per me il grande segreto del libro – la dicotomia tra anima e corpo non esiste! Raccontando una vita tramite le sensazioni corporee – dalle gioie infantili, alla scoperta del sesso, alla malattia e alla vecchiaia – Pennac ci mostra come tutti i nostri sentimenti e le sensazioni risiedano nel nostro fragile contenitore, mettendo a nudo la vacuità della distinzione tra corpo e mente – o corpo e anima se preferite – che vivono insieme in ogni pagina di questo diario, che parla del corpo e, contemporaneamente, illustra i nostri sentimenti, desideri, valori.
Molto altro ci sarebbe da dire e non tacerò la trovata delle note alla figlia, che rende il tempo del racconto più breve e fruibile, risparmiando ai lettori i periodi di stasi della crescita corporea, o l’invenzione di Dodo, perfetto esempio di come il nostro corpo altro non sia che un’estensione della nostra mente che lo percepisce e di come la nostra mente d’altro non si nutra che di ciò che dal nostro corpo le giunge.
Consiglio questo libro a tutti, sia per godere della felice vena creativa di Pennac (un piccolo gruppo di partigiani che sarebbe stato bene nel suo ciclo Malaussene ci consola con un po’ di già visto) sia perché l’esperienza qui raccolta ne fa un classico d’oggi, che sarà, credo, capace di parlare per generazioni agli uomini. Un solo avvertimento, se temete di invecchiare o vi credete invincibili ai mali del corpo non leggete questo libro, o vi scoverete i primi segni del vostro essere “solo” umani.

Bartolo Megna



sabato 1 dicembre 2012

Il libro dell'inquietudine



Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, Milano, Feltrinelli, 2000, 277 pp., ill. (Universale Economica Feltrinelli), ISBN 978-88-07-81626-0.

Il libro dell'inquietudine è il diario di Bernardo Soares, un contabile della Lisbona degli anni Trenta. L'autore del diario, che altro non è che un eteronimo di Fernando Pessoa, trascorre il suo tempo tra lo sterile lavoro, il sogno e la scrittura quasi maniacale delle pagine asfittiche, ostiche, soffocanti che compongono questo romanzo.
Bernardo Soares non è un sognatore, quale l'idea romantica potrebbe suggerire. Infatti, il sogno di cui parla il contabile è l'unica esperienza reale di vita che gli sia permessa. Per Soares la vita è una complessa, e a volte insensata, oscillazione tra l'inazione e la mancanza di consapevolezza. Solo il sogno dà la vera prova dell'esistenza: «omnia fui, nihil expedit».
Il diario si contorce, come viscere in preda a degli spasmi. Tra le pagine di pioggia e le pagine del caldo umido e asfissiante si insinuano profondamente le riflessioni sull'esistenza e sull'umanità, le massime sulla religione e sul secolo. Quella di Soares è una filosofia pratica, che si fa forte dell'esperienza non vissuta.
Soares (o Pessoa?) scioglie momento per momento la sua esistenza - il diario risale agli ultimi anni di vita dello scrittore - la analizza con lo stesso metodo con cui si osserva la vita intorno, alla quale sembrerebbe totale il disinteresse, ma che tuttavia l'autore descrive con incredibile partecipazione interiore: ogni cosa investe in pieno i sensi di Soares. Ogni suono ogni colore, ogni odore: «nulla è fuori di lui...», verrebbe da dire...
La costante di questo libro è la peregrinazione angosciosa, tra la meditazione, i sogni e il tedio.
Difficile è però ripercorrere le pagine di questo libro, cercando di seguire una sua logica interna. Non credo si possa fare una recensione, ovvero una descrizione puntuale di questo diario.
Le pagine sono libere e libera ne è l'accoglienza che ciascuno può farne nel proprio animo, nella propria testa. Questo libro ha troppe facce: l'autore ne ha disegnate troppe; il lettore troppe ne può scorgere, accogliere o decidere di ignorare.
E nello stesso tempo questo libro può essere una condanna o una salvezza.
Salvezza... per chi il pericolo lo ha già scampato. Questo libro è dunque un conforto, una speranza: «ho evitato di fare la sua fine, non vivo più come Soares, prima vivevo così». Il libro dell'inquietudine è allora il più grande invito alla vita, a lasciare Rua dos Douradores, ad affrontare con occhi diversi il mondo intorno.
Non basta il sogno: diventa necessario l'Amore. E in questo libro manca l'Amore. E allora per chi vive senza Amore, questo libro è un'atroce condanna. Bernardo Soares non sa cosa è l'Amore. É lontano dall'Amore. E chi vive senza Amore è condannato a essere Bernardo Soares, a vivere chiuso in un'umida e insalubre stanza, a dormire senza posa e senza ristoro in un letto sempre sfatto.
Il libro non dà soluzioni. Non mostra vie da seguire. Non scioglie le contraddizioni.
Al lettore la voglia, la forza di continuare la lettura.
Consigliarlo? Una responsabilità troppo grande.

Piero Canale

Stranalandia



Stefano Benni, Stranalandia, disegni di Pirro Cuniberti, Milano, Feltrinelli, 2009, 109 pp., ISBN 978-88-07-81079-4.

Esiste davvero, in mezzo all’Oceano Atlantico, l’isola di Stranalandia «dove tutto è così strano che più niente sembra strano»? (quarta di copertina). 
Questa diciannovesima edizione di una pubblicazione del 1984 di Stefano Benni, che potrebbe apparire un libro per soli bambini, risulta invece una gradevole lettura per tutte le età.
Stranalandia è un’isola; un’isola dove tutto appartiene a una fantasia operata con sapienza dalla natura, rappresentata da bizzarre creature zoologiche, botaniche, ecc. In quest’opera si ritrovano fantastiche descrizioni di animali quali la Bancaruga, il Cervo Pomellato o il Topo Cagone, tutti residenti in quest’isola misteriosa dove, agli inizi del ‘900 a causa di un naufragio, due professori-scienziati dell’università di Edimburgo riescono a sopravvivere per tre anni: durante tale periodo i due riescono a raccogliere una grande quantità di dati, disegni e osservazioni. Misteriosamente è stato rinvenuto il secondo volume del loro diario, originariamente composto da tre libri, dove si leggono narrazioni inverosimili: tutto ciò «è un’invenzione fantastica o la testimonianza reale del più incredibile prodigio naturale mai scoperto»? (quarta di copertina). Ai lettori la risposta.
Un tuffo in una natura fantastica dove alla fine di questo meraviglioso viaggio si avverte la voglia di ideare e creare un nuovo stravagante personaggio e collocarlo tra le spiagge e le foreste di Stranalandia.
Un libro divertente attraverso il quale Stefano Benni, con trovate assolutamente geniali, si conferma nuovamente autore creativo e di grande livello; presenti anche 6 tavole a colori e 64 disegni in bianco e nero di Pirro Cuniberti che rendono perfettamente le descrizioni degli animali. 

Biagio Bertino