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giovedì 5 febbraio 2015

Black Jesus

Federico Buffa, Black Jesus. The Anthology, Milano, Edizioni Libreria dello Sport, 2009, 223 pp. (Collana Tullio), ISBN 978-88-6127-023-7.

L’Italia, si sa, è famosa per il buon cibo, le belle donne, la moda ed il calcio. Milioni di appassionati trascorrono la domenica incollati al teleschermo o appollaiati sui seggiolini degli spalti di qualche stadio ad ammirare le prodezze degli ipermilionari atleti. Da un po’ di tempo, però, gli italiani stanno cominciando ad apprezzare un altro sport, grazie alla fortissima influenza culturale a stelle e strisce: il basket (o pallacanestro, che dir si voglia).
Questo interessante volume è un must per chi vuole conoscere gli aspetti meno noti del basket americano, o semplicemente, vuole rilassarsi leggendo le erudite evoluzioni linguistiche dell’autore, Federico Buffa. Anche noto con il soprannome di “Avvocato”, Buffa è un giornalista, nonché telecronista sportivo italiano, conosciuto per la sua grande verve e per la sua abilità retorica. Tra le pagine di questo libro sentiremo parlare non solo di NBA e di coloro che “ce l’hanno fatta” (coloro che sono riusciti a diventare professionisti nella massima serie americana di pallacanestro), ma anche dei campetti in cemento dei sobborghi d’oltreoceano, dove, per farti rispettare, devi sgomitare, fare a spallate e provare a resistere al più violento dei falli. Leggeremo le storie di Earl Manigault o di Ronnie Fields e della sua straordinaria capacità nell’elevazione, tanto che sembrava planare verso canestro; di Lamar Odom o del rissoso Ron Artest, e ancora di quel “serbatoio” di campioni che è la Oak Hill Accademy.
Una lettura veramente piacevole, quindi, per chiunque voglia aprirsi nuovi orizzonti sportivi, e non rimanere chiuso nel tradizionale e classico undici contro undici tricolore.

Vincenzo Bagnera





sabato 5 luglio 2014

A lezione di antirazzismo

Giusto Catania, A lezione di antirazzismo. Elogio della scuola indisciplinata interculturale e di frontiera, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2014, 151 pp. (Le opinioni, 13), ISBN 978-88-96251-43-0.

Molte volte un gesto accidentale o una parola pronunciata senza la giusta accortezza possono spalancare le porte di un sostrato culturale fortemente razzista. L’altro, il diverso è sempre stato oggetto di discriminazioni e di ingiustizie solo perché latore di tradizioni culturali ritenute “inferiori” dal popolo culturalmente egemone. Questo interessante volume di Giusto Catania, dirigente scolastico di un istituto comprensivo e dottore in Pedagogia e Didattica interculturale, vuole invece mettere in evidenza l’importanza del melting pot e del ruolo fondamentale che la scuola ricopre nella sua costituzione.
La trattazione prende le mosse dall’analisi del termine integrazione, con il quale si suole indicare il processo di cooptazione degli studenti “stranieri” all’interno della comunità locale. L’autore crede che questo concetto “rischia di essere dannoso poiché è – per sua natura – proteso ad avviare percorsi tendenti all’assimilazione, alla lenta e inesorabile eliminazione delle culture ospitate” [p. 10]. La scuola ha invece il compito di ridefinire il concetto di ospitalità: come, quando si invita qualcuno a casa propria a cena, si cerca di andare incontro ai gusti degli invitati, allo stesso modo si deve tenere conto delle esigenze di tutti, diversificando l’offerta formativa secondo le esigenze personali, garantendo a tutti la possibilità di partecipare a un percorso formativo in sinergia con tutti gli altri compagni di classe.
Il percorso continua con una disamina delle iniziative ministeriali in prospettiva interculturale che in questi vent’anni hanno visto la luce, ma che – purtroppo - non sono state condivise dal corpo dei docenti e dei dirigenti. Ci troviamo quindi tanti anni indietro rispetto ad altre regioni europee, che contano intere generazioni formate sui valori dell’antirazzismo e dell’intercultura.
Concetto di grande interesse del testo è la convinzione della necessità dell’immigrazione come fattore di crescita sociale ed economica, ma anche dal punto di vista culturale.
Un capitolo interessantissimo è quello intitolato Antologia di scrittori italiani, anzi italianissimi, in cui l’autore palesa la necessità, per una scuola che deve formare elementi di una società interculturale, di “adeguare gli strumenti agli obiettivi” [p. 123]: propone di abbandonare per un mese Dante o Manzoni, per concentrarci alla conoscenza di autori contemporanei stranieri, ma che hanno deciso di scrivere nella nostra lingua. Tra gli autori passati in rassegna troviamo Amara Lakhous, Igiaba Scego e Randa Ghazy.
Il testo si conclude con i Ringraziamenti [p. 147] e un utilissimo Indice dei nomi [p. 149].

Vincenzo Bagnera


Dono dell'editore

giovedì 5 giugno 2014

La biblioteca dei "libri liberati" intitolata a Sandra Novelli (a cura di Eloisia Tiziana Sparacino)

«I libri hanno un'anima e possono aiutarci a liberare la cultura. Allora perché tenerli chiusi nelle nostre cantine quando possono diventare compagni di strada di tante persone che non possono permettersi di comprarli?»
Con queste parole si apriva, nell'autunno del 2012, la campagna Dona un libro per liberare la cultura, promossa dall'associazione Librido - Laboratorio di Studi e Servizi Culturali. L'obiettivo era quello di creare una biblioteca di quartiere, grazie alle donazioni di cittadini, editori, istituzioni e biblioteche.
Perché creare una biblioteca? Le ragioni sono tante: da quelle personali dei singoli soci di Librido, a quelle personali dei donatori dei libri "liberati", a quelle fortemente culturali e sociali, che spingono dei laureati e degli esperti in materie biblioteconomiche a mettere gratuitamente a disposizione le loro competenze a favore della città. Tuttavia preme di più sottolineare l'importanza di una biblioteca nei quartieri periferici delle grandi città, come Palermo.
La biblioteca è un «facilitatore della conversazione»[1] e poiché la conoscenza si crea tramite la conversazione, ogni biblioteca è coinvolta nei processi di diffusione e di trasferimento di conoscenza. É chiaro che da questo punto di vista la biblioteca smette di essere un deposito di conoscenza e diventa un soggetto di disseminazione della conoscenza stessa.
La biblioteca di quartiere vuole essere un punto di riferimento, quale luogo di incontro, rinascita, riscatto sociale, educazione, formazione, confronto. Per questo motivo il motto di una biblioteca di quartiere può racchiudersi in quattro brevi parole: «di tutto per tutti». Ogni genere di conoscenza e di informazione deve pertanto essere fornita a tutti senza distinzione di età, razza, sesso, religione, nazionalità, lingua o condizione sociale. I servizi che una biblioteca intende offrire al quartiere e ai cittadini devono necessariamente essere alla portata di tutti, anche (e soprattutto) a chi non frequenta la biblioteca, in modo da contribuire smantellare un sistema di pensiero che tende alla ghettizzazione e alla marginalizzazione sociali, che sempre più è cifra del mondo post-moderno.
L'idea di biblioteca di quartiere è quindi quella di uno spazio condiviso, persino nell’uso dei cataloghi e nell’interazione sul web (come avremo modo di spiegare più avanti), che ha il compito di dare voce alla cultura locale e quella straniera (con riferimento agli immigrati); di documentare la cultura contemporanea; di alfabetizzare fornendo risposte di prima informazione su qualunque area tematica e di formare supportando i percorsi formativi di autoapprendimento.
La biblioteca deve garantire il pluralismo della società contemporanea ed essere in grado non solo di insegnare ma di dimostrare in modo pratico che la diversità è una ricchezza culturale e che non solo vanno abbattute le barriere economiche, ma anche e soprattutto le barriere ideologiche e culturali tra i cittadini e le informazioni. 
La biblioteca di quartiere ha come principale target i giovani e i bambini. Spiegare e far conoscere alle nuove generazioni cosa è una biblioteca e in che modo servirsene. Far conoscere le collezioni e i vantaggi, le possibilità di conoscenza, divertimento e accrescimento date gratuitamente (prestito di libri, dvd, cdrom, fumetti, navigazione su internet). E soprattutto far sentire e dimostrare che la biblioteca è un luogo d’incontro e confronto attivo, dov’è possibile passare del tempo in un ambiente accogliente, piacevole e sicuro.
La biblioteca di quartiere non vuole essere qualcosa di straordinario: mira semplicemente ad essere libera, imparziale, universale, intergenerazionale, inclusiva, gratuita, finanziata, sociale, amichevole, centrata sull’utente, locale, interculturale e multilingue, multimediale, contemporanea, reticolare…in una parola? Vuole essere pubblica e svolgere la propria attività all'interno del quartiere nel pieno rispetto di quanto sancito dall'articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Dopo un anno e mezzo la campagna Dona un libro per liberare la cultura ha dato il suo frutto più sperato. Giorno 22 maggio 2014 è stata inaugurata la biblioteca nell'Istituto Comprensivo Crispi-Cocchiara-V.Veneto di via Barisano da Trani (PA): il Consiglio d'Istituto, con a capo il dirigente dott. Giusto Catania, ha voluto credere nel progetto dell'Associazione Librido, offrendo i locali e le strutture. La biblioteca, oltre ad essere rivolta agli studenti dell'istituto, sarà anche accessibile ai cittadini del quartiere, garantendo l'apertura pomeridiana. Il progetto prevede inoltre la catalogazione del patrimonio librario su SBN, polo nel quale sono presenti ancora pochissime biblioteche scolastiche.
Saggi, romanzi, libri di testo, fiabe, enciclopedie, racconti, vocabolari, testi universitari, atlanti e monografie "liberati" si sono affiancati al fondo bibliotecario scolastico preesistente, pronti per essere ordinati, collocati, catalogati in rete e resi fruibili a tutti.
Nella cerimonia di inaugurazione il dirigente dott. Catania, ha scoperto una targa che intitola la biblioteca a Sandra Novelli, docente dell'Istituto da poco scomparsa.
Oggi, fra applausi e lacrime, è nata una biblioteca. E come scriveva Marguerite Yourcenar: «Fondare biblioteche è un po' come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l'inverno dello spirito».


In principio era il caos...
Con impegno...
Con tanto impegno...
Gli scaffali si riempiono dei libri "liberati"
Cerimonia commemorativa di Sandra Novelli
Il dirigente scolastico Giusto Catania e il marito di Sandra Novelli scoprono la targa
Biblioteca "Sandra Novelli"



[1] R. David Lankes, Joanne Silverstein, Scott Nicholson, Information Institute of Syracuse, Syracuse University’s School of Information Studies. 

Un ragazzo

Nick Hornby, Un ragazzo, Milano, Tea, 2007, 265 pp., ISBN 978-88-7818-880-8.

La stravaganza e la spensieratezza che avevano caratterizzato i due primi romanzi di Nick Hornby – scrittore inglese classe ’57 – ossia Febbre a 90° e Alta fedeltà, non mancano in questo terzo volume, che invece, rispetto ai precedenti, sembra essere il frutto di una più matura rielaborazione critica personale dei temi afferenti alla sfera emozionale e sentimentale.
Questo romanzo racconta una storia d’Amicizia (la “A” maiuscola non è un errore di battitura) tra due persone anagraficamente molto distanti tra loro: uno è Will, “giovane” trentaseienne, fresco, alla moda (“COOL” dice lui), ma allo stesso tempo cinico e immaturo, senza alcuna voglia di invecchiare; l’altro è Marcus, ragazzino di dodici anni, figlio di genitori separati, molto maturo per la sua età, che non ha molti amici ed è bersaglio di soprusi da parte dei bulli di turno. La storia si svolge in una uggiosa Londra degli inizi degli anni ’90: Will è impegnato a infilarsi nei letti di mamme single, anche a costo di inventarsi un fantomatico figlio di Ned. È a questo punto che intervengono nella sua vita Marcus e sua mamma, Fiona: in un primo momento, Will non vuole avere niente a che fare con loro, ma col passare del tempo, imparano gli uni dagli altri. O meglio, l’uno ha bisogno dell’altro: Will insegna a Marcus ad agire come un dodicenne, e Marcus, a sua volta, insegna a Will a diventare uomo.
Il libro è molto divertente. Il lettore si trova a condividere empaticamente le emozioni dei personaggi in maniera spontanea, perché questi sono molto ben descritti in quello che fanno, pensano o dicono: insomma, sono al 100% reali: a tratti hai quasi l’impressione di poterli rivedere e ritrovare in persone che hai avuto la possibilità di conoscere durante la tua vita.
Una lettura particolarmente piacevole che ti sorprende per la profondità delle riflessioni, scritte in un linguaggio molto semplice e fluido.
Solo una domanda resta senza risposta alla fine del volume: chi è il “ragazzo” del titolo? Sarà Will o sarà Marcus?


Vincenzo Bagnera



lunedì 5 maggio 2014

La sovrana lettrice


Alan Bennet, La sovrana lettrice, Milano, Adelphi Edizioni, 2007, 95 pp., ISBN 978-88-459-2209-1.

Questo interessante romanzo di Alan Bennett racconta una vicenda, oserei dire, surreale: immaginate che la sovrana d’Inghilterra decidesse tutt’a un tratto di cominciare a leggere. Anzi, non solo leggere, ma divorare libri come fossero cornflakes. Quale la reazione dell’apparato politico-amministrativo inglese? Una reazione particolarmente indignata, visto che i libri pian piano cominciano a scardinare quel sistema costituito da abitudini e consuetudini che scandisce le giornate della monarca.
Tutto comincia in una giornata qualsiasi, in cui la regina, sentendo l’abbaiare dei cani, nota, in un cortile del palazzo non molto familiare, la presenza di un furgone carico di libri: una biblioteca circolante. Qui fa la conoscenza del bibliotecario, Hutchings, e di Norman, unico utente di quella biblioteca. Norman è un ragazzo basso e magrolino, che, per queste sue non-doti estetiche, era stato relegato a lavorare in cucina. Da questo momento in poi tra Norman e Sua Maestà inizia un rapporto affettuoso: il ragazzo dalla cucina viene “promosso” a consigliere “bibliografico“ regio, con l’unico compito di curare, proporre e procurare le letture alla sovrana. Proprio per questa sua mansione poco impegnativa – a detta degli altri – comincia ad essere malvisto, prima dal resto della servitù, quindi dal segretario privato della regina, Sir Kevin Scatchard: proprio questi, approfittando di un lungo viaggio istituzionale della regina, ad insaputa di quest’ultima, lo allontana dal palazzo con l’allettante proposta di andare a studiare presso la prestigiosa Università dell’East Anglia.
Questa scoperta della lettura avviene per fasi. La prima è quella della “rivelazione” e dell’inconsapevolezza di ciò cui si sta andando incontro. Quindi segue quella della percezione della propria reale condizione e della necessità essenziale di qualcosa di nuovo: «Lei, che aveva vissuto una vita diversa dalle altre, scopriva di avere un estremo bisogno di tutto questo. Fra le pagine e dentro le copertine poteva passare inosservata» [p. 30]. Il terzo momento è quello dell’insofferenza per tutto ciò che fino ad allora aveva caratterizzato la sua vita e, di conseguenza, il senso di odio nei confronti dei libri che, di quella vita, ne aveva messo in evidenza l’indigeribile vuotezza: «Era colpa dei libri, e a volte lei si pentiva di aver cominciato a leggerli, a entrare in altre vite. Era come un tarlo, un tarlo nella testa.» [p. 51]
Nel complesso il volume risulta divertente, dalla lettura fluida e scorrevole e ricco di spunti di riflessione, in particolare riguardo al tema della lettura nella vita di ogni individuo. CONSIGLIATO!

Vincenzo Bagnera



sabato 5 aprile 2014

Gocce di Sicilia

Andrea Camilleri, Gocce di Sicilia, Milano, Mondadori, 2009, 91 pp. (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 641), ISBN 978-88-04-59078-1.

Questo volume raccoglie alcuni scritti originali di Andrea Camilleri comparsi, tra il 1995 e il 2000, sull’Almanacco dell’Atlanta. Nello specifico si tratta di 7 racconti dalla grandissima forza espressiva, che hanno reso Camilleri uno degli scrittori più apprezzati nel panorama letterario italiano: Zù Cola, «pirsona pulita» [pp. 7-21], Chi è che trasì nello studio? [pp. 23-34], Piace il vino a San Calò [pp. 35-44], Il primo voto [pp. 45-59], Ipotesi sulla scomparsa di Antonio Patò [pp. 61-80], Il cappello e la coppola [pp. 81-84], Vicenda d’un lunario [pp. 85-92].  
Tra questi, particolarmente interessante risulta Chi è che trasì nello studio?, in cui Camilleri rievoca, in una Sicilia assolata di metà novecento, la figura di «uno zio magico, “u zz’Arfredu”» [p. 25], medico, come ci dice l’autore, e considerato da tutti quasi un santo. Oltre ad essere stimato santo, lo zio aveva anche la capacità di creare santi: per citarne alcuni, san Callìpedo, san Culario, ma soprattutto san Filàno. Il culto, rigorosamente vietato agli uomini, se non a zio Alfredo, che ne era il Gran Sacerdote, «veniva praticato da ragazze da marito che ancora non avevano lo zito, il fidanzato» [p. 26].
Questo «omone» [p. 25], come ce lo descrive Camilleri, era anche una persona dal gran cuore, tanto che, una volta, «fece costruire a sue spese una vera colonia dove, a sue spese, gli orfanelli potevano soggiornare per un mese» [pp. 28-29]. Nella sua casa della “marina”, assediata in estate da masnade di nipoti, c’era un luogo che attraeva particolarmente il giovane Camilleri: lo studio. Era uno «stanzone stracolmo fino al soffitto di libri e riviste» [p. 31], nel quale il bambino decise di entrare di nascosto, ma acquistando, da quel momento, la stima dello zio. Nei cinque anni successivi egli trascorse molte ore a leggere e rileggere celebri volumi di autori illustri, come «Conrad, Melville, Maupassant, Flaubert, Dumas, Verga, Capuana, Pirandello» [p. 32]. Toccante la conclusione del racconto, in cui lo zio morente assicura al ragazzino che, anche dopo la sua dipartita, avrebbe potuto continuare ad andare nello studio a leggere tutte le volte che avesse voluto.
Molto divertente, ma al tempo stesso pungente, il metaforico racconto Il cappello e la coppola, in cui si narra l’incontro tra un cappello (simbolo della classe dirigente) e una coppola (simbolo della criminalità organizzata).
Ipotesi sulla scomparsa di Antonio Patò è il racconto che, successivamente ampliato e completato con integrazioni ed aggiunte, diede luogo al fortunato romanzo La scomparsa di Patò (2000).
In ogni testo risplendono quell’abilità letteraria, quel linguaggio originale e caratteristico, contemporaneamente ricercato e popolaresco, che lo hanno reso uno degli autori siciliani più apprezzati di sempre.

Vincenzo Bagnera





mercoledì 5 marzo 2014

Gli sdraiati

Michele Serra, Gli sdraiati, Milano, Feltrinelli, 2013, 108 pp., ISBN 978-88-07-01834-3.

Esistono i libri che ti fanno piangere. Quelli che ti fanno ridere. Quelli tristi e quelli allegri. Quelli di pura fantasia. Quelli che ti raccontano la cruda realtà. Esistono i libri di guerra. I libri che narrano una storia d’amore. E ancora, quelli che ti lasciano a bocca aperta e quelli che ti lasciano, a tratti, perplesso. Questo libro di Michele Serra, giornalista e scrittore classe ’54, racchiude tutte le caratteristiche prima enumerate.
Gli sdraiati è il nome che Serra usa per identificare la nuova generazione, quella dei nativi digitali, dei sedicenni degli anni ’10 del 2000, che trovano nel divano il loro habitat ideale e nell’orizzontalità “rilassata” la loro posizione preferita. Gli occhi da cui tutto ciò viene osservato sono quelli di un padre che tenta in tutti i modi di essere autoritario, ma si rende conto che questa autorità sarebbe una totale simulazione; capisce, nel corso della narrazione, che non è nella sua indole, che non fa per lui: arriva addirittura ad autodefinirsi “relativista etico”, “dopopadre”.
Ma chi sono queste creature mitologiche? Questi esseri che si aggirano per la casa e le cui azioni non trovano la rituale e culturalmente accettata conclusione circolare? La loro abitazione sarà piena di cassetti e di ante di armadi aperti, migliaia di calzini sparsi ovunque, il lavello pieno di piatti sporchi, i posacenere ricolmi di cicche di sigarette, i vestiti buttati ovunque, «sputi di dentifricio nel lavandino e righe di merda nel water» [p. 87].
Esilaranti le pagine in cui si dipinge la figura del figlio disteso sul divano, trangugiante qualcosa, con tv accesa, cuffie collegate a un iPod nascosto non si sa dove, cellulare nella mano destra, computer sulle gambe, e nella mano sinistra un lembo di una pagina di un libro di chimica: il padre resta attonito, ma allo stesso tempo estasiato alla vista, tanto che non riesce a staccare gli occhi da questa immagine “sovrumana”. Il figlio non aspetta la domanda ma, allo stupore del padre, risponde: «E’ l’evoluzione della specie» [p. 51].
L’adulto si rende quindi conto che la stranezza, la particolarità, la a-normalità sta negli occhi di chi guarda: tutto ciò, questo comportamento, non è né giusto né sbagliato. Semplicemente «prima non si era mai visto» [p. 47].
A separare un capitolo dall’altro degli incisi, a tratti nervosi, a tratti allegri, a tratti collerici del padre nei confronti del figlio, tutti con lo stesso tema: la passeggiata verso il Colle della Nasca. Questo percorso naturalistico è quasi un’ossessione per il genitore, che non comprende la reticenza dell’erede ad addentrarsi in questo viaggio fantastico e stupefacente nei meandri di madre natura.
Il romanzo risulta intenso e carico di significati: ogni frase, ogni espressione, ogni costrutto appare ben calibrato e qualsivoglia parola non sembra essere lì per caso.

Vincenzo Bagnera





mercoledì 5 febbraio 2014

Viaggio in Sicilia: I luoghi del turismo responsabile con Addio Pizzo

Pico Di Trapani, Viaggio in Sicilia: I luoghi del turismo responsabile con Addio Pizzo, Marsala-Palermo, Navarra Editore, 2013, 158 pp., ISBN 978-88-95756-87-5.

Palermo è indiscutibilmente, sotto molto aspetti, una delle più belle città del mondo: architettura, paesaggio, posizione geografica, clima… Purtroppo da tanto tempo la sua anima è fiaccata da un cancro che tenta di distruggerla lentamente e costantemente: questa malattia è indicata da tutti genericamente con il nome di mafia. La cosa triste è che questo “morbo” tende ad attirare su di sé l’attenzione a discapito di tutte le meraviglie della nostra terra: nel mondo saremo più facilmente conosciuti quindi come “capitale della mafia” che non come “capitale della cultura arabo-normanna”, per esempio.
Per fortuna, negli anni, abbiamo avuto tantissimi uomini che si sono battuti strenuamente perché il nome del nostro popolo smettesse di essere infangato in modo così spietato; paladini che hanno offerto la loro vita per servire la loro patria, che non hanno avuto paura di quella quiete assordante che avvolgeva la loro città e con un grido silenzioso hanno in tutti i modi provato a riportare al candore originario la vitalità di Palermo. “Come nani sulle spalle di giganti” dobbiamo sfruttare le loro armi, la loro esperienza, il loro aiuto, il loro sacrificio per portare avanti questa dura lotta che, mai come oggi, sembra volgere a nostro favore. Dal 2004 al fianco dei palermitani combatte questa battaglia “Addio Pizzo”, un’associazione di giovani impegnata nello smantellamento del sistema di estorsione indebita di denaro praticata, a danno dei proprietari delle attività commerciali, dai “picciotti” di Cosa Nostra.
Questo volume, scritto da Pico Di Trapani (se qualcuno se lo stesse chiedendo, non è parente di Maria Di Trapani, ndr.), attivista palermitano che da anni si occupa del fenomeno mafioso, nonché dell’evoluzione del movimento antimafia siciliano, non è la classica guida che rispetta i tradizionali itinerari turistici di Palermo. Questa guida ci accompagna in un percorso nuovo, attraverso i luoghi di particolare interesse storico e culturale in cui la prepotente omertà mafiosa si è scontrata con la civiltà cittadina dell’antimafia: sentiremo raccontare le storie di denunce di estorsioni, la lotta continua per ricordare la memoria di un parente assassinato, l’eroismo di un gruppo di giovani impegnato a creare una rete di collaborazioni fondata sulla legalità.
La prima parte del volume è costituita da 4 itinerari turistici interni alla città di Palermo: Itinerario A – Teatro Massimo, Mercato del Capo, Piazza della Memoria; Itinerario B – Cattedrale, Questura, Quattro Canti e Piazza Pretoria, Chiesa della Martorana; Itinerario C – Antica Focacceria san Francesco ed Emporio Pizzo-Free, La Kalsa e piazza Marina, Lungomare del Foro Italico e piazza Magione; Itinerario D – Via D’Amelio, Monte Pellegrino e Castello Utveggio, Mondello e Parco della Favorita.
La seconda parte, invece, ci guida in alcuni paesi della provincia palermitana, in cui la denuncia di singoli coraggiosi ha creato un legame indissolubile tra la storia del territorio e quella di “Addio Pizzo”: Capaci, Partinico, Cinisi, Caccamo, Corleone, Portella della Ginestra e San Giuseppe Jato.
Il libro è condito da 16 bellissime tavole a colori che raccontano momenti, luoghi e oggetti rilevanti della lotta antimafia di “Addio Pizzo”, nonché dalle utilissime Note Bibliografiche [pp. 157-158] e da Contatti e Informazioni utili.


Vincenzo Bagnera


Dono dell'autore

domenica 5 gennaio 2014

Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo

Roberto Alajmo, Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo, Milano, Mondadori, 2004, 105 pp., ISBN 978-88-04-53481-8.

I palermitani sono conosciuti nel mondo per essere delle persone allegre, divertenti, spontanee, gradevoli, ospitali. Quando un turista percorre le vie del centro storico si rende subito conto di questa simpatia e disponibilità: egli è immerso in un mondo fantastico, dove colori, profumi, cultura e tradizione si mescolano fra loro, inebriando e rinfrancando la sua anima, tanto da farlo sentire a casa. Tra queste vie è sovente possibile incontrare personaggi “particolari” dal comportamento o dall’abbigliamento eccentrico, intenti a "imbandire" discussioni filosofiche con interlocutori inesistenti o concentrati a recitare poesie davanti ad una platea immaginaria: questi sono i cosiddetti “pazzi” (di quartiere), molte volte maltrattati e offesi dagli abitanti autoctoni, ma vera nota di colore in una società grigia, sempre più dominata dalla razionalità e dalla concretezza.
Roberto Alajmo in questo piccolo volume crea un vero e proprio repertorio di personalità “disturbate”, raccontandone in breve la singola storia che, in maniera diretta o indiretta, è venuto a conoscere. Il suo approccio non ha nulla di sarcastico o derisorio, ma la sua è una vera e propria indagine nel catalogo antropologico panormita. E quindi si leggeranno episodi a tratti divertenti con protagonisti più o meno noti ai palermitani: il signor Giordano, Paviglianiti, il signor Tirone, il conte Cappello, Muddichedda, e così via...
Caratteristica la struttura del testo, composto di brevi incisi (dalle 2 alle 30 righe), tutti con lo stesso incipit: “Uno era…”. Grazie a questa scelta il libro può essere letto non per forza seguendo un ordine prestabilito, ma spaziando liberamente dall’inizio alla fine.
Molte volte queste persone, come ho già detto, sono oggetto di scherno da parte di chi li conosce da molto tempo e li incontra giornalmente nel rione, forse per paura, per timore che la loro condizione di irrazionalità possa stravolgere o distruggere il castello di sabbia che ha loro imposto di costruirsi la società: «Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni» (dall'Enrico IV di Luigi Pirandello).


Vincenzo Bagnera



mercoledì 25 dicembre 2013

Buone feste da LIBRidO!


 Cari Soci, Care Socie, Cari Amici, Care Amiche,

il 2013 è stato per noi un anno di prova, un anno che ci ha temprati. Abbiamo realizzato diverse attività con molta soddisfazione, dimostrando il nostro impegno e il nostro amore per la cultura. Non ci siamo mai fermati: il blog-rivista LIBIDO LEGENDI (tantissime sono le recensioni che mensilmente riceviamo in redazione), le presentazioni e gli eventi in occasione de Il maggio dei libri ne sono la prova, ma anche le iniziative partite a gennaio scorso come Salviamo l’odiato dizionario di latino! e il Servizio di ricerca bibliografica online, che abbiamo deciso di rinnovare anche per il 2014.
La raccolta dei libri per la campagna Dona un libro per liberare la cultura continua, nonostante le difficoltà nel trovare un luogo dove realizzare la biblioteca di quartiere e l’attesa, piuttosto lunga, di risposte concrete dalle istituzioni. Per l’anno nuovo abbiamo già in cantiere alcune preziose collaborazioni con altre realtà associative che operano nel mondo della cultura, come la Biblioteca Francescana di Palermo e il Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino. Stiamo anche lavorando ad una nuova veste grafica per il sito web e arricchendo di ulteriori articoli e videointerviste la nostra pagina Facebook e il nostro blog.
Per l’anno prossimo ci auguriamo un 2014 pieno di attività e di iniziative che possano dare vigore al risveglio culturale della nostra regione e della nostra generazione. Saremmo lieti se la nostra sfida fosse incoraggiata e supportata, come è successo fino ad oggi, da Voi, con la vostra collaborazione e amicizia. Saremmo felici inoltre di rendervi partecipi di ogni nostra attività. Cogliamo l’occasione per augurarvi buon Natale e felice anno nuovo, nella speranza che queste festività portino a tutti serenità, e che il 2014 si riveli migliore dell’anno che sta per concludersi.
Lasciate che i bambini vivano un sogno ad occhi aperti. Luci, colori, angeli e frutta colorata da appendere all’albero di Natale. Per una notte o forse qualcuna in più si potrà costruire un mondo più luminoso, immaginare cose belle, tuffarsi in atmosfere mozzafiato. Queste sono le piccole cose grandi che, porteremo nel cuore da adulti, per essere un po’ più sorridenti, un po’ più felici. Stephen Littleword, Aforismi

Palermo 24/12/2013
Il Presidente

Vincenzo Bagnera



giovedì 5 dicembre 2013

Stromboli, stelle di fuoco. I racconti delle eruzioni

Fabio Famularo, Stromboli, stelle di fuoco. I racconti delle eruzioni, Stromboli, Edizioni Strombolibri, 2013, 136 pp., ISBN 978-88-95296-12-8.

Cosa vuol dire vivere in un'isola? Probabilmente non tutti lo sanno. Noi siciliani sicuramente sì. Ma vivere in un'isola di piccole dimensioni dominata dall’incombente possanza di un vulcano è esperienza che solo a pochi è concesso di vivere. Questo libro di Fabio Famularo ci racconta la vita di questa comunità isolana, quella di Stromboli, attraverso gli occhi dei “paesani”, in tre momenti precisi della loro storia: questi momenti coincidono con le date delle più rilevanti eruzioni del vulcano. La struttura della narrazione è quindi tripartita: ogni capitolo ha come titolo il giorno, il mese e l’anno dello spiacevole evento.
Iddu, così gli Stromboliani chiamano il vulcano, viene rappresentato come una presenza ingombrante nella vita della comunità; ogni abitante prova un sentimento bipolare nei suoi confronti: da un lato è un continuo punto di riferimento, una figura rassicurante, una sorta di madre, soprattutto per i pescatori che sfruttano i suoni prodotti dal cratere per ritrovare la via di casa nelle giornate di maltempo o di nebbia, dall’altro un padre burbero e scontroso, che bisogna assecondare e del quale non si devono ignorare i segnali, i consigli e le indicazioni.
I tre racconti narrano tre momenti diversi di Stromboli (1919, 1930, 2002), ma il tempo sembra essersi fermato, o meglio, come tipico all'interno di un'isola, sembra trascorrere molto lentamente. Ci si immerge in un sostrato mitico in cui volteggiano e turbinano termini della tradizione popolare, ormai quasi in disuso, come tartana, lampare, bisuolo, in cui ritornano vivide nella mente dell’autore dei gesti e delle consuetudini ormai dimenticate, come la benedizione del prete prima la partenza dei pescatori, o la tecnica con cui si imbastiscono le reti.
Scari, Piscità, Scalo Balordi, Fico Grande, Spiaggia Lunga: Famularo ci racconta in maniera così vivida e chiara la sua terra, tanto che pian piano si materializza davanti ai nostri occhi e ci fa venir la voglia di andare a conoscere di persona i luoghi di cui parla.
Un libro da leggere tutto d’un fiato, senza pause, senza distrazioni.

Vincenzo Bagnera



martedì 5 novembre 2013

Enigmi siciliani

Guglielmo Scoglio, Enigmi siciliani. L’Artemisio, Démena, Il Cenacolo di Monforte, Firenze, Phasar Edizioni, 2013, 171 pp., ISBN 978-88-6358-205-5.

Monforte San Giorgio, piccolo comune della provincia di Messina che conta quasi 3000 anime. Un paesino siciliano che, come tanti altri, nasconde tra le sue vie e nelle parole degli abitanti più anziani una storia antichissima e “romanticamente” attraente ed emozionante, che non deve essere dimenticata. Che non può essere dimenticata. Questo è l’obiettivo di Enigmi siciliani, scritto da Guglielmo Scoglio, intellettuale messinese, ex docente oggi in pensione, monfortese di nascita. Ma non solo, il testo vuole essere, per esplicita ammissione dell’autore, un omaggio all’intera famiglia Scoglio, che nel 2013 festeggia il bicentenario della propria presenza nel comune della Valle del Niceto.
Il volume si articola in quattro parti: le prime tre trattano di tre enigmi legati al territorio di Monforte San Giorgio, ossia l’ubicazione del tempio di Diana Facelina, del sito dell’antico castello chiamato dagli arabi Dmns, e dell’ultima Cena, splendida scultura marmorea presente nella Chiesa Madre di Monforte. L’ultimo capitolo è costituito, invece, da una breve ricostruzione della storia della famiglia Scoglio, da cui viene fuori «un ricordo dei suoi più recenti membri da cui risalta il loro amore per il Paese natio» [p. 5].
Mentre i primi due enigmi erano già stati trattati dall’autore in precedenti libri – e qui ripresi e sviluppati nuovamente alla luce dei nuovi studi pubblicati – il terzo rappresenta un “inedito” e, a parer nostro, particolarmente interessante.
L’autore, dopo aver ricostruito dettagliatamente il periodo storico in cui la scultura vede la luce – il XVI secolo, “periodo d’oro di Monforte” [p. 94] – passa ad analizzarne la struttura generale: egli riscontra nel punto focale di tutta l’opera, l’eucaristia, la realizzazione piena ed esemplare delle direttive del Concilio di Trento. Nella sua particolarità e complessità l’altare – continua l’autore – non era fruibile ai fedeli in tutte le sue parti e quindi, probabilmente, la scultura veniva spiegata dai sacerdoti. Lo scrittore prosegue con la descrizione minuziosa di ogni singolo elemento, scolpito e dipinto, e quindi con la “prepotente” simbologia che gli sta dietro. Prima di dedicarsi alla descrizione della genesi dell’opera e a ipotizzarne i probabili artefici, Scoglio confronta la cappella del SS. Sacramento, in cui l’altare è contenuto, con l’omonima e contemporanea della Basilica di S. Giovanni in Laterano a Roma. L’enigma su cui ci si concentra riguarda una parte dell’altare, ossia il Cenacolo: viene ipotizzato, infatti, che questo era stato originariamente realizzato per un’altra sede e solo successivamente dirottato a Monforte. I motivi di questo dirottamento erano legati a doppio filo con la finalità celebrativa di questa scultura: essa era stata progettata, infatti, in ricordo della battaglia di Lepanto, per ricordare i cavalieri che avevano difeso la Cristianità. Questa tradizione, che si richiamava ai Cavalieri Templari, era considerata esoterica e rifiutata dalla Chiesa ufficiale.
Un testo nel complesso molto interessante, che ci fa venir voglia di visitare i luoghi narrati e di osservarne direttamente i capolavori descritti che celano gli enigmi. Da notare due caratteristiche: nell’introduzione ad ogni enigma Scoglio si pone degli interrogativi a cui si propone di rispondere durante la trattazione; apprezzabile traduzione di alcune parti del libro a cura di Denise Schiattarella. 

Vincenzo Bagnera




sabato 5 ottobre 2013

Gli scarafaggi non hanno re

Daniel Evan Weiss, Gli scarafaggi non hanno re, traduzione di Bruno Amato, Milano, Feltrinelli, 2010, 242 pp., ISBN 978-88-07-81607-9.

Probabilmente, se non fosse stato per il consiglio di un amico, questo libro non lo avrei mai letto. Sì. E pensare che nel corridoio di casa mia, dove sono posizionati buona parte dei libri di mia madre, ci sarò passato davanti milioni di volte. Mi sarei perso un capolavoro.
Questo libro racconta la storia della tranquilla vita di una banda di scarafaggi, che viene sconvolta dall’arrivo della fidanzata del proprietario dell’abitazione, ossessionata dalla pulizia. A questo punto iniziano le mille peripezie dei poveri insetti per sfuggire alla quasi certa estinzione.  Si viene a ribaltare, quindi, ogni schema tradizionalmente e convenzionalmente fissato: quelle bestioline, facili prede del nostro orrore, diventano gli eroi, mentre gli esseri umani si trasformano in carnefici irrazionali. Tutto ha ovviamente lo scopo di simpatizzare – “blattofobici” compresi – con degli esseri che, per nostra natura, detestiamo.
Peccato che nessun blattofobico prenderebbe mai in mano un libro sulla vita di uno scarafaggio.  
L’autore vuole mettere in evidenza, a tutti i costi, la crudeltà degli uomini e, di conseguenza, la scrittura si adatta subito a questo punto di vista: una scrittura rapida, sprezzante, incisiva e cruda. Spesso sembra quasi che l'autore stesso inserisca punte di insensato razzismo e, per tale ragione, il libro diventa a tratti frustrante. Lo scrittore tratteggia lo scarafaggio protagonista, Numeri, in maniera magistrale, riuscendo ad ottenere una perfetta mimesi del modo in cui questi insetti pensano e sentono il mondo circostante. Il racconto è insieme divertente e inquietante e, probabilmente, la prossima volta che sentirete l’istinto di schiacciare qualche insetto a casa vostra ci penserete due volte…

Vincenzo Bagnera




giovedì 5 settembre 2013

Ninna nanna



Chuck Palahniuk, Ninna nanna, Milano, Mondadori, 2011, 273 pp., ISBN 978-88-04-54997-0.

Chuck Palahniuk è uno degli autori più amati dai giovani, della mia generazione e non solo. Il motivo? Presto detto. La sua scrittura riesce ad affascinare e ammaliare, ma allo stesso tempo crea nel lettore una sorta di crisi interiore e di riflessione profonda sulla degenerazione della società contemporanea. Tutto ciò non seguendo lo stereotipo dell’artista presuntuoso e saccente, intellettualmente impegnato e gonfio di cultura accademica, ma come un uomo che sembra aver attinto a piene mani - per creare quelle immagini orride, atroci e irrealmente agghiaccianti - dalla vita vissuta.
Ninna nanna, pubblicato per la prima volta nel 2002 col titolo originale di Lullaby, è la storia di Carl Streator che di mestiere fa il giornalista. Lavora per una modesta testata e ha il compito di indagare e scrivere riguardo alle morti infantili. Durante queste indagini si rende conto che nelle culle dei neonati defunti c'è un libro, sempre lo stesso, aperto sempre alla stessa pagina. Qui è stampata una ninna nanna: nella maggior parte dei casi una ninna nanna è una canzone rilassante, che ha lo scopo di aiutare un bambino a dormire, ma nelle mani di Palahniuk si trasforma in un incantesimo mortale che può uccidere chiunque. A questo punto comincia il “viaggio” di Carl che decide di voler distruggere tutte le copie di questo testo: in questo percorso incontra una serie di eccentrici e psicologicamente tortuosi personaggi, tutti interessati al misterioso libro per diversi e svariati motivi, fino ad un imprevedibile e “fantastico” finale…
Quando si prende in mano un libro di Palahniuk si sa che si sta per immergersi di botto in un torrente di assurdità e orrore che ti fa ridere anche quando, leggendo, provi profondo disgusto. Sembrerebbe brutto dire che Ninna nanna sia scontato e “di maniera”, ma se hai letto qualcuno dei suoi libri, hai già una vaga idea di cosa ti aspetta.

Vincenzo Bagnera



venerdì 5 luglio 2013

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana



Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Milano, Garzanti, 2000, 340 pp., ISBN 88-11-66642-2.

Nella primavera del 1927 a Roma, in una palazzina di via Merulana, conosciuta come "il palazzo degli ori" perché abitato da benestanti, sullo stesso piano e a distanza di pochi giorni, sono commessi due delitti: la rapina in casa della Contessa Menegazzi e l’assassinio della giovane signora Liliana Balducci. Le indagini sono affidate al dott. Ciccio Ingravallo, funzionario molisano. Le ricerche tendono a collegare l'omicidio con la rapina, anche perché dall'appartamento dei Balducci sono spariti gioielli e denari. Ingravallo decide il fermo di un cugino di Liliana, Giuliano Valdarena, che però ha un alibi di ferro. Le indagini sul furto in casa Menegazzi si allargano al mondo del sottoproletariato dell'estrema periferia romana. A Marino s'indaga su una tintoria, appartenente a Zamira Pacori, luogo d'incontro di giovani prostitute, tra cui una ex cameriera dei Balducci. In una casa della campagna romana si ritrovano i gioielli rubati.
Ingravallo ipotizza una rosa di possibili colpevoli e arresta per la rapina Menegazzi un giovane, che però non è colpevole dell’omicidio Balducci. Alla fine delle sue ricerche, il commissario individua come possibile colpevole Tina, una delle tante ragazze di cui ambiguamente la Balducci si circondava, sospinta forse da un desiderio di maternità sempre deluso. Tina, messa alle strette dall'interrogatorio di Ingravallo, si grida innocente e il delitto si configura sempre più come un inestricabile pasticciaccio al quale il romanzo non dà nessuna soluzione.
Come si evince dalla narrazione della trama, il responsabile dell’indagine è il commissario Ingravallo. E’ un uomo che spesso s'induce a riflessioni filosofiche, chiarendo la sua particolare filosofia di vita.
«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico "le causali, la causale" gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia».
L’indagine che si va dipanando sembra allontanarsi dal suo centro d’interesse, rapina e omicidio, e comincia, a poco a poco, a spostarsi sulle esistenze dei personaggi che cominciano a vivere di vita propria e a comunicare il flusso vitale che li anima. Non solo.
Spesso appare chiara anche l’esigenza dolorosa del commissario non tanto di individuare il movente e l’autore di un delitto, ma di capire il senso dell’esistenza umana che si svolge in un groviglio, appunto, di contraddizioni. Chi legge si ritrova perciò a pensare che il “pasticciaccio” non sia solo quello di via Merulana, ma piuttosto quello che angoscia le nostra esistenza.
In questo desiderio di capire un po’ di più, penetrando a fondo nel senso delle cose, si inserisce la scelta del linguaggio: anche dal punto di vista linguistico c’è il desiderio di “entrare” nelle cose, nelle persone, nei luoghi, di animarle di energia nuova e di creare nuove relazioni vitali.
A questo punto le scelte sintattiche e lessicali si impongono sulla narrazione degli eventi e dilatano la storia in descrizioni, di caratteri, di paesaggi, in approfondimenti psicologici e sociali senza pari. Oltre ai tre dialetti usati frequentemente - romano, molisano, napoletano - sono utilizzati, con divertimento facilmente intuibile, numerosi neologismi o accostamenti innovativi.
In un contesto sociale chiaramente delineato, dal ceto medio-alto delle vittime al degrado sociale e morale della ”corte dei miracoli” della periferia romana, si inserisce un piano di narrazione che si distacca sia da quello della banale comunicazione quotidiana, sia da quello letterario tradizionale.
Viene fuori così una mescolanza, un “pasticciaccio” di luoghi, persone, fatti, caratteri, vocaboli, sintassi, colori, paesaggi, ceti… Ed è un “pasticciaccio” intricato, difficile da districare… insomma “brutto”.
 
Vincenzo Bagnera