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martedì 2 giugno 2015

Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna

Sandro Landi, Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna, Bologna, Il Mulino, 2011, 160 pp. (Universale Paperbacks il Mulino, 609), ISBN 9788815233912.

Il volume s'inserisce nell'ampio dibattito storiografico degli ultimi anni sulla stampa, la censura e l'opinione pubblica. Sandro Landi propone una «sintesi problematica» dei fenomeni in questione, ritenuti «costitutivi del mondo moderno» (p. 7), ripercorrendo una vasta letteratura e dando largo spazio agli orientamenti della ricerca storica recente.[1]
I tre oggetti del libro - la stampa, la censura e l'opinione pubblica - mostrano prospettive nuove e intercorrelate, man mano che gli studi di storia del libro affinano i propri strumenti di analisi e d'interpretazione. I risultati evidenti sono, infatti, fitte correlazioni tra i tre ambiti di ricerca.
Il primo capitolo, La rivoluzione della stampa (pp. 11-25), è dedicato all'invenzione della stampa a caratteri mobili, che la storiografia tradizionale ha sempre identificato come uno dei presupposti della modernità e dei progressi sociali e scientifici, e che, alla luce di nuovi studi, nella lettura di Landi è ridimensionata nel suo presunto «carattere rivoluzionario» (p. 11). Essa sarebbe, infatti, non tanto l'innovazione tecnica che rende possibile un «mondo nuovo» (p. 14), bensì una «invenzione che emerge in un contesto che è di profondo mutamento dello spazio del pensabile e del possibile» (p. 14).
Il secondo capitolo, Tra continuità e mutamenti (pp. 27-48), evidenzia l'evoluzione della stampa nel corso del suo primo cinquantennio di vita, individuandone le «caratteristiche materiali inconfondibili» (p. 27), che emancipano il libro dal manoscritto, ed altri aspetti inerenti alla diffusione della stampa e della lettura, come «il predominio delle lingue volgari sul latino» (p. 27). Gli studi più recenti hanno messo in luce le caratteristiche strutturali delle grandi stamperie, le quali ricorrono a «una ripartizione sempre più efficace del processo di composizione della pagina e dunque la divisione del lavoro determina un incremento delle capacità produttive che è senza paragone con i secoli precedenti» (p. 29). La ricognizione di Landi non si limita solo alle stamperie, ma si allarga anche a tutti quei «mestieri del libro» (p. 28), come i librai e gli ambulanti che li vendono, gli autori e gli editori. È interessante notare come «le trasformazioni che interessano il processo produttivo e l'economia del libro corrispondano a un significativo mutamento del ruolo [...] dell'editore e dell'autore» (p. 31).
Il libro di Landi si addentra però anche in altri «territori» (p. 49) della comunicazione, come l'oralità e il manoscritto. La comunicazione in età moderna è un «sistema in cui scrittura a stampa, manoscritto e oralità coesistono e interagiscono» (p. 51). L'oralità, che «si manifesta nel lato più quotidiano dell'attività [umana]» (p. 53), presenta il suo «carattere prioritario e insostituibile» (p. 53) e apre a nuovi oggetti potenziali di ricerca e all'affinamento degli strumenti storici per agire sulle fonti orali e sulle fonti per l'oralità. La pubblicazione manoscritta, invece, mantiene in tutta l'età moderna, un ruolo importante, seppure sia incontestabile il predominio progressivo della pubblicazione a stampa.
Il quarto capitolo del volume, Le logiche della censura (pp. 71-98), è dedicato all'evoluzione della censura e alle sue conseguenze culturali e sociali. La censura in età moderna non è limitata alla stampa e alla lettura, ma comprende tutta una serie di «pratiche istituzionali e culturali che [...] hanno limitato ma, nello stesso tempo, determinato le condizioni di esistenza pubblica della comunicazione a stampa» (p. 73). Il capitolo è dedicato ampiamente ai fenomeni della censura preventiva e della censura repressiva. La censura preventiva è una forma di esame del manoscritto da parte di «revisori designati da autorità civili o religiose» (p. 77). Spesso essa è il risultato di «soluzioni istituzionali o compromessi di fatto» (p. 79) tra le autorità ecclesiastiche e la sovranità di principi e repubbliche in specie di area cattolica. Studi recenti sul fenomeno hanno evidenziato l'esistenza di un regime speciale di clandestinità, spesso tacitamente consentita dall'autorità civile. In ogni caso il rapporto tra censura e cultura è dinamico e complesso e merita di essere studiato e approfondito.
L'ultimo capitolo del volume, L'opinione pubblica in età moderna: discorsi, pratiche, rappresentazioni (pp. 99-132), è dedicato al processo di formazione di un'opinione pubblica in Europa. Un processo che, non a caso, viene fuori in tutta la sua importanza dopo le riflessioni che l'autore ha fatto sulla stampa e sulla censura; si parte dal modello di opinione pubblica teorizzato da Habermas, secondo il quale l'abolizione della censura preventiva è condizione necessaria per la nascita dell'opinione pubblica in Europa. In questo processo la stampa svolge un ruolo essenziale. In paesi come l'Inghilterra, la Germania e la Francia emerge nel XVIII secolo una «sfera pubblica borghese» (p. 99), la quale - sempre secondo Habermas - abbandona il suo status di titolarità di razionalità, autonomia e critica nei confronti dello Stato per cedere alla pubblicità, al conformismo e alla massificazione. Gli studi recenti hanno messo in luce però come sia «improprio affermare che l'opinione pubblica [come categoria del discorso politico] esista solo a partire da questo periodo, perché l'accezione settecentesca di opinione evoca e condensa un insieme di significati anteriori e discordanti» (p. 103).  La seconda metà del Settecento è il momento in cui si afferma, prima in Francia e poi nel resto d'Europa, il «sintagma 'opinione pubblica'» (p. 109). Gli studi recenti sull'opinione pubblica sono ormai rivolti a «comprendere le condizioni che hanno reso possibile l'avvento di un 'pubblico' inteso come soggetto razionale titolare di diritti politici» (p. 109). Non si deve però ridurre all'idea settecentesca di "opinione pubblica" ogni categoria del discorso politico, poiché l'esistenza di un pubblico che s'interessa e discute di politica preesiste alle forme classiche della società borghese e non per forza coincide con il pubblico dei lettori. L'opinione pubblica è, quindi, espressione del processo di pubblicizzazione del potere. Proprio le ultime pagine del libro sono dedicate all'opinione pubblica. Essa è «concepita come il risultato del libero corso delle divergenze e delle dissidenze, secondo il modello inglese» (p. 132), ma anche come «il segno arcaico di un loro superamento e integrazione in un'opinione collettiva, organica e finalmente unanime» (p. 132). Questa dicotomia è «costitutiva della sfera pubblica moderna» (p. 132).
Il libro, capace di una ricostruzione tematica ampia e rigorosa, a mio parere non trae conclusioni, bensì esorta a continuare e approfondire lo studio sui fenomeni studiati, dopo avere più volte sostenuto come la storiografia sia orientata su nuove frontiere di ricerca. Il volume è corredato da Riferimenti bibliografici (pp. 135-154) e da un Indice dei nomi (pp. 157-160).

Piero Canale



[1] Sandro Landi insegna Storia moderna nell'Università «Michel de Montaigne» di Bordeaux. È autore di numerosi studi tra cui Il governo delle opinioni. Censura e formazione del consenso nella Toscana del Settecento, Bologna, Il Mulino, 2010; Naissance de l'opinion publique dans l'Italie moderne: sagesse du peuple et savoir de gouvernement de Machiavel aux Lumières, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2006; Note sul consumo di storia nella Toscana del Settecento, in La pratica della storia in Toscana. Continuità e mutamenti tra la fine del '400 e la fine del '700, a cura di E. Fasano-Guarini e F. Angiolini, Milano, Franco Angeli, 2009, pp. 169-190; Governare i popoli: la dimensione politica dell'opinione, in Firenze e la Toscana. Genesi e trasformazioni di uno stato (XIV-XIX secolo), a cura di J. Boutier, S. Landi e O. Rouchon, Firenze, Mandragora, 2010, pp. 273-288.



giovedì 5 giugno 2014

L'età dell'oblio

Tony Judt, L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ‘900, Roma-Bari, Laterza, 2011, 484 pp., ISBN 978-88-420-9632-0.

Impossibile recensire in modo puntuale il testo di Tony Judt. Questo volume offre, infatti, una panoramica piuttosto complessa dei protagonisti e dei fatti più importanti del secolo scorso. Intellettuali, politici, papi, persino Stati (come la Francia, l’Inghilterra, la Germania, il Belgio, la Romania) aiutano il lettore a tratteggiare i momenti storici cruciali del Novecento, con le mille contraddizioni annesse, gli eventi più rilevanti, i momenti di impasse e quelli che hanno, invece, determinato le svolte epocali. Non sempre condivisibili, da parte di chi scrive, alcune affermazioni o prese di posizione da parte dell’autore, ma senza dubbio il contributo storico che questo volume è in grado di offrire al lettore è di inestimabile valore.
L’età dell’oblio raccoglie un insieme di saggi composti da Judt tra il 1994 e il 2006. Pur affrontando svariati temi (dal marxismo francese alla globalizzazione), è possibile rintracciare i nuclei principali attorno ai quali ruotano i vari scritti: il ruolo degli intellettuali e delle loro idee e la funzione esercitata dalla storia in un’età definita appunto dell’oblio.
Nell’affrontare queste due tematiche – indubbiamente connesse tra loro – l’autore sottolinea come si sia diffusa, ormai capillarmente, l’idea secondo la quale il passato non abbia più nulla da insegnarci. Questo discutibile atteggiamento ha provocato, innanzitutto, l’oblio della guerra, rimozione, questa, particolarmente diffusa in Europa, specialmente dopo il secondo conflitto mondiale, ma anche in seguito alle terribili guerre civili che hanno martoriato il ventesimo secolo. Diversa è la realtà statunitense, dove si esaltano ancora le imprese belliche e le forze armate. Le ragioni di tale diversità sono da ricercare, secondo Judt, nel fatto che gli USA non hanno mai patito le conseguenze di una sconfitta: il loro territorio non è mai stato invaso né smembrato e, per tale ragione, i nordamericani credono ancora che le guerre alle quali hanno partecipato siano state delle «guerre giuste» [p. 9]. Quindi, se per gli europei la guerra costituisce l’ultima spiaggia cui fare ricorso, per gli statunitensi, invece, è la prima via da intraprendere in caso di risoluzione dei contrasti.
Strettamente connesso al tema della guerra è, poi, quello del declino dello Stato che ha avuto inizio proprio nel ventesimo secolo. La convinzione più diffusa è che lo Stato impedisca, con le sue innumerevoli pastoie burocratiche, con i ritardi, con la corruzione di buona parte dei suoi funzionari, il buon andamento degli affari umani. Di qui l’ingente ricorso alle privatizzazioni, nell’ultima parte del secolo passato, con conseguenze piuttosto onerose sui cittadini.
Ma il Novecento è stato anche il secolo degli intellettuali. Qual è il loro ruolo oggi?  Difficile rispondere a questa domanda in un’epoca in cui la maggior parte della gente crede che le ideologie o i sistemi di credenze siano del tutto scomparsi. Pur rifiutandoci di ammettere che le ideologie siano ormai roba d’altri tempi, bisogna altresì riconoscere che, quelle formatesi nel corso dell’Ottocento e sviluppatesi poi nell’arco del ventesimo secolo, hanno subito un profondo mutamento. Né, d’altra parte, sarebbe possibile immaginare uno scenario diverso. Le paure con cui i cittadini delle democrazie occidentali devono fare i conti oggi sono, infatti, diverse da quelle del secolo scorso: la paura del terrorismo internazionale, della velocità del cambiamento, della disoccupazione ma, soprattutto, il timore che «non solo non possiamo più decidere della nostra vita, ma che anche coloro i quali comandano hanno perso il controllo in favore di forze oltre la loro portata» [p. 23]. Questo punto della riflessione di Judt è cruciale, a mio parere, perché riesce a spiegare il diffondersi – a partire dagli anni successivi alla stesura di questa introduzione e cioè gli anni in cui stiamo vivendo – dell’avanzata dei populismi, della xenofobia, della chiusura delle frontiere. Perfetto corollario, insomma, della politica dell’insicurezza.
L’excursus attraverso le più importanti figure di intellettuali del Novecento, è – per scelta dell’autore – un viaggio attraverso i totalitarismi del «secolo breve»: Primo Levi fra tutti, che cerca le parole per descrivere l’orrore dell’olocausto, stando attento a usare toni “credibili” per i lettori. Perché la tragedia dello sterminio nazista fu anche questa: ci volle tempo prima che qualcuno iniziasse a credere alle vittime. Le prime inibizioni di Levi, in tal senso, aspramente criticate da Jean Améry saranno poi superate, definitivamente, con Se questo è un uomo che si conclude con una inequivocabile accusa di responsabilità collettiva contro quei tedeschi – la maggior parte – che seguirono Hitler [p. 63].
Il tema del totalitarismo è forte anche nell’opera di Hannah Arendt. Esso viene interpretato come «il non plus ultra del controllo e della distruzione dell’essere umano» [p. 79] e, in tal senso, fondamento stesso del regime. Nazismo e stalinismo confluiscono in lei in un unico archetipo. Questa scelta le vale moltissime incomprensioni, attirandole numerose critiche.
È il totalitarismo di Stalin che spinge, invece, Althusser – che pure Judt non esita a tacciare di astruse apologie politiche condite da folli illusioni – a dare del marxismo una «lettura sintomatica» [p. 107]. Né del resto era una novità: a lungo, nel Novecento, molti studiosi presero da Marx quello di cui avevano bisogno, ignorando il resto.
Persino Eric Hobsbawm, nella critica di Judt, vede pregiudicato il suo istinto storico dalla sua “incondizionata” adesione al comunismo. Ciò che nello specifico Judt attribuisce al grande storico, è di non aver mai affrontato «l’eredità morale e politica di Stalin e delle sue azioni» [p. 126].
Sarebbe molto difficile comprendere bene la prima parte del volume se omettessimo di dire che Judt – e chiara appare tale convinzione nel corso di tutto il volume – ritiene che tra gli estremismi di sinistra e quelli di destra, vi sia una «fondamentale affinità» [p. 127]. Non si salva il marxismo che non può certo – a dire dell’autore – sentirsi immune da responsabilità per via del totalitarismo stalinista. Anzi, andando a riprendere l’opera di Leszek Kolakowski e la sua critica feroce al marxismo, Judt si proprone di spiegare ai suoi lettori come le pesanti analogie tra la crisi della fine del diciannovesimo secolo e quella attuale, sintetizzata in parte nella formula marxista dell’«esercito industriale di riserva» [p. 140], potrebbe determinare una rinascita del marxismo come unica chiave risolutiva al declino attuale, come soluzione alla crisi del capitalismo. E ciò per Judt rappresenta, niente meno, che una follia. Proprio perché, coloro che vorrebbero far rinascere il marxismo grazie alla caduta del comunismo, commetterebbero, a suo dire, un errore irreparabile. Quello che però Judt non ci spiega è quale possa essere l’alternativa ai due sistemi, specialmente oggi che il capitalismo sembra essersi incartato in una sorta di spirale perversa, in un labirinto senza via d’uscita, dal quale sembra sempre più difficile venir fuori.
Un altro dramma del Novecento è poi la questione mediorientale, tutt’altro che risolta. Judt fa riferimento a Edward Said e alla sua opera, perché a essa dobbiamo la verità sul trattamento dei palestinesi da parte di Israele, ma anche il riconoscimento della necessità di trovare degli accordi, partendo dall’ammissione dei propri difetti e dei propri errori. Said non esita, infatti, a rivolgere critiche feroci ai leader arabi, in particolare a quelli dell’OLP, accusandoli apertamente di ogni sorta di corruzione e cupidigia; ma non tralascia, per questo, di segnalare tutti gli abusi compiuti da Israele a danno dei palestinesi, con la complicità degli Stati Uniti. La peculiarità della vicenda mediorientale è, tra l’altro, basata sul paradosso vissuto dai palestinesi, di essere «vittime delle vittime» [p. 170]. Sì, perché chi aveva cacciato i palestinesi dalle loro legittime terre non erano i colonialisti occidentali, ma i sopravvissuti all’Olocausto. Questa riflessione, legata anche alle analisi sui puntuali fallimenti di tutte le negoziazioni, ha spinto Said a passare dalla convinzione di una necessaria costruzione di due stati per due popoli, all’idea che fosse meglio, invece, creare uno stato unico secolare per israeliani e palestinesi.  Ma Said si spinge oltre: comprende che i veri nemici della pace in Medio Oriente sono gli americani. Non tanto i governi quanto piuttosto l’opinione pubblica statunitense, che si mostra sensibile alla causa israeliana perché non ha mai conosciuto quella palestinese. Per questo, per tutta la vita, Said cerca di tenere sempre vivi in America la questione palestinese e il conflitto mediorientale. Ed è proprio sulla scia delle teorie di Said che Judt formulerà, nel 2006, un articolo molto interessante, pubblicato sul quotidiano liberale israeliano Ha’aretz, che peraltro susciterà molte reazioni critiche. In esso Judt taccia apertamente Israele di immaturità. Successivamente alla Guerra dei Sei giorni (1967), la percezione che gran parte del mondo aveva avuto di Israele, fino a quel momento, cambia radicalmente, come dimostra la diffusione repentina di un nuovo simbolo, destinato ad avere una fortuna universale, e che verrà riprodotto su migliaia di editoriali giornalistici e vignette satiriche: la Stella di David su un carro armato [p. 279]. L’autore afferma apertamente che non è possibile giustificare ogni azione di Israele ricordando Auschwitz. Anzi: non è accettabile la teoria secondo la quale chiunque critichi la politica di Israele, venga tacciato di antisemitismo. E non è accettabile perché, così facendo, Israele finisce per parlare e agire, impunemente, a nome di tutti gli ebrei. In relazione alla violazione delle leggi internazionali nei territori occupati, o all’umiliazione delle popolazioni sottomesse a cui ha confiscato le terre, è come se gli israeliani dicessero: «queste azioni non sono israeliane, ma ebree; l’occupazione non è israeliana ma ebrea; e se questo non vi va giù è perché non vi piacciono gli ebrei» [p. 281].  Israele dunque non cambia e si ostina, immaturamente, a restare immobile sulle sue posizioni. Il punto è, però, che il mondo invece è cambiato. Oggi sono sempre più numerosi i cittadini che considerano lo Stato di Israele alla stregua della Spagna di Franco. E moltissimi di questi cittadini sono statunitensi. Tutto ciò, afferma Judt, dovrebbe far riflettere tanto Israele quanto il Nord America che è l’unico suo sostenitore.
Sugli Stati Uniti e sulla sua storia novecentesca, fatta di ostilità più o meno cruente, l’autore si sofferma a lungo. Da qui l’affascinante report sulla crisi missilistica a Cuba del 1962. La ricostruzione storica e dettagliata dell’evento è condita dalla citazione di numerosi dialoghi tra i protagonisti della vicenda – ricavati dalle registrazioni – che ci forniscono un quadro preciso sia sui rapporti di forza all’interno degli Stati Uniti e tra gli uomini della presidenza Kennedy, sia sulle loro qualità caratteriali e sul loro modo di reagire ai momenti di crisi nelle fasi cruciali e concitate. Solo i fratelli Kennedy, peraltro, sapevano che le conversazioni venivano registrate. Possiamo quindi leggere stralci di discussioni tra il vicepresidente Lyndon Johnson e l’ExComm Mc Namara; oppure tra il Presidente Kennedy e il Generale Wheeler o tra Kennedy e l’ex ambasciatore a Mosca Llewellyn Thompson. Attraverso queste testimonianze dirette, riusciamo a comprendere meglio non solo quella crisi, ma anche i rapporti reali tra il Presidente USA e i militari. Questi ultimi non provavano per lui che un mero sentimento di disprezzo, assolutamente ricambiato, peraltro, con l’aggiunta di una buona dose di sospetto.
Profonda e interessante analisi, poi, è quella che l’autore dedica al confronto tra Europa e Stati Uniti. Colpisce molto la parte dell’articolo – scritto tra il 2002 e il 2006 – in cui Judt fa riferimento a diverse autorevoli voci, secondo le quali un’Europa compatta e unita rappresenterebbe una minaccia agli interessi degli Stati Uniti. Dunque l’America ha tutto l’interesse a bloccare sul nascere questa unione [p. 391]. In effetti, osservando bene quanto sta accadendo oggi, a ben otto anni di distanza da quell’articolo, tale affermazione deve far riflettere. Siamo alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo e l’Europa sembra tutt’altro che una realtà unitaria e solidale, anzi, in molti casi è sentita fortemente come un’entità lontana e persino ostile ai cittadini, tanto che i sondaggi danno l’astensionismo al 40% e le previsioni decretano una pericolosa avanzata dei populismi.
Ritornando, per un attimo, al confronto tra Europa e America esce fuori un quadro mediamente idilliaco della prima, rispetto alla seconda: vi campeggia un continente che, grazie alla lezione appresa nel passato, «non conoscerebbe, se non raramente, il patriottismo belligerante di stile americano» [p. 393]. Eppure l’Europa è una realtà piena di contraddizioni e, spesso, di scelte violente che non si possono omettere: dalla produzione di armi (di cui il nostro continente detiene il triste primato) agli interventi militari (Iraq, Afghanistan, Libia) solo per fare alcuni esempi. Un’Europa che non sembra interessata né alla questione mediorientale, se non per appoggiare la politica statunitense di supporto a Israele, proprio in un momento in cui – come abbiamo visto – le reazioni alla condotta americana si fanno sempre più severe; né alla incredibile emergenza umanitaria delle massicce ondate migratorie provenienti dal continente africano e dalla Siria che, in questi giorni, stanno interessando le coste della Sicilia.
Dinanzi a questo panorama tutt’altro che idilliaco, le conclusioni di questo volume, appaiono di incredibile attualità. Non è casuale, a mio avviso, la scelta da parte di Judt, di una lucida quanto sconfortante analisi, risalente al 1997, del sorpasso da parte della destra neofascista e xenofoba sui partiti di sinistra. In Francia, ad esempio – allora come oggi – sono proprio gli ex elettori di sinistra a votare Le Pen.  Perché? Le parole amare che Judt dedica, alla fine, alla sinistra europea (in particolare ai socialisti) riflettono una condizione attualissima e una ferita ancora aperta che si è già ulteriormente incancrenita: la visione di una sinistra incapace di governare e in permanente protesta. Dice l’autore: «la sinistra non ha idea di cosa potrebbe significare un suo successo politico, se riuscisse a conseguirlo; non ha una visione articolata di una società buona, o semplicemente migliore, di quella attuale. In assenza di una simile visione, far parte della sinistra non è che prendere parte a una protesta permanente» [p. 411]. Come è possibile, del resto, dargli torto? Oggi, poi, che la situazione si fa ancora più pesante – rispetto al 1997 – in considerazione del fatto che i governi hanno un margine limitato di iniziativa politica in materia fiscale e monetaria? Ciò, ovviamente, determina il principio secondo cui, vinte le elezioni, nessun governo rispetta mai gran parte delle promesse fatte in campagna elettorale.
Come salvarci dunque? Judt ci ha lasciati nel 2010, stroncato da una malattia orribile che lo ha tenuto, fino all’ultimo, prigioniero lucidissimo di un corpo ormai morto. In una sua ultima intervista a Charlie Rose, ci dice, tra le tante cose, che la sua paura più grande è quella di venir privato della possibilità di comunicare. Pensiamo che per uno storico questa sia una delle pene più atroci da sopportare. Non possiamo fare a meno di chiederci cosa penserebbe Judt di questi ultimi quattro anni, del modo in cui rileggerebbe la storia del Novecento alla luce degli ultimi eventi, ma soprattutto ci chiediamo se continuerebbe a pensare, con speranza, che lo Stato moderno possa ancora salvarsi, determinando il modo migliore della distribuzione – sia pure soltanto a livello locale – della crescita economica generata dai privati [p. 415].
Consiglio la lettura di questo volume perché – a prescindere dalle convinzioni ideologiche o dagli approcci storiografici – rappresenta un ricchissimo strumento di conoscenza e riflessione sugli uomini e i fatti di un secolo, il Novecento, col quale dobbiamo fare i conti ancora oggi. Perché è soltanto leggendo tra le carte di quel secolo che, forse, possiamo trovare la chiave interpretativa per il presente – del tutto oscuro e ancora in fieri – che ci tocca in sorte vivere. E forse, almeno così si augura chi scrive, la sinistra europea, sempre più divisa dai protagonismi e dall’inettitudine, troverebbe qualche spunto per decidersi, finalmente, ad intraprendere una seria riflessione sulle alternative concrete alla globalizzazione economica, alle sue leggi spietate e alle sue insaziabili richieste.


Alessandra Mangano

mercoledì 5 marzo 2014

L'invenzione della virilità

Sandro Bellassai, L'invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell'Italia contemporanea, Roma, Carocci Editore, 2011, 181 pp., ISBN 9788843061501.

Molto interessante questo libretto di 200 pagine che, in maniera snella e autorevole, documentata e rigorosa ma di facile lettura, ricostruisce più di un secolo di storia italiana dal punto di vista del maschio “moderno”. L'autore di questo libro, pubblicato nel 2011 da Carocci Editore, è Sandro Bellassai, che insegna storia sociale e culturale all'Università di Bologna. La storia è quella del “virilismo”, ovvero l'ideologia della mascolinità, un -ismo che come tutti gli -ismi è artificio, costruzione, forzatura. E che nasce dalla paura. Il virilismo è quell'impalcatura retorica che il maschio ha dovuto crearsi davanti all'avanzata della modernità – che sovvertiva e rivoluzionava tutto, compreso il rapporto tra i sessi – per restare aggrappato ai suoi privilegi.
Un esempio è quello della superiorità fisica del maschio, che con la rivoluzione industriale e la conseguente meccanizzazione del lavoro di fine Ottocento, cessò – lentamente ma inesorabilmente – di essere fonte di legittimazione del patriarcato e della superiorità maschile all'interno del sistema sociale. Lavorare con le mani, lavorare col corpo, diventò sempre più inutile (si potrebbe dire: “tanto ci sono le macchine che fanno tutto”) e il vero potere – insomma – prese strade diverse rispetto a quelle della forza fisica. Ecco così che quel che non ebbe più senso all’interno del mondo – ma che restò, come retaggio nostalgico, abitudine che è difficile dimenticare, rievocazione di tempi passati e distortamente gloriosi – diventò immediatamente posa, esibizione, ostentazione.
Questo è il virilismo, dunque. La cura del corpo fine a se stessa (le palestre e le associazioni di ginnastica nascono in Europa proprio a fine Ottocento) ma sopratutto l'esaltazione di tutte quelle caratteristiche intese come “specificatamente maschili”: aggressività, forza, violenza, prevaricazione, comando, gerarchia. Caratteristiche che, con l'avanzare della modernità meccanizzata, rischiavano di perdersi del tutto. Ma non è solo questo. In ballo c'era tutto un ordine sociale basato sul patriarcato, tutto il vecchio regime che sembrò sempre più superato, anacronistico. Non a caso le prime rivendicazioni “femministe” (come il movimento delle suffragette inglesi) nacquero proprio in questo periodo.
In questa cornice, Bellassai ci racconta dell'Italia, passando il rassegna le fasi di sviluppo – ascesa, trionfo e crollo – del virilismo nostrano.
C'è il colonialismo, innanzitutto, fin dai tempi di Giolitti, che rappresentò per i maschi italiani un'opportunità per mostrare il proprio “vigore” contro le razze inferiori (il razzismo, scrive Bellassai, è il rovescio della medaglia del maschilismo: è un diritto sopraffare la razza inferiore così come è un diritto sopraffare il sesso inferiore). Il colonialismo italiano, spesso raccontato in modo mellifluo e indulgente, fu invece qualcosa di decisamente crudele e violento e portò, tra l'altro, a una legislazione colonialista foriera del concetto giuridico di “razza” e di “gerarchia di razza”, seconda per crudeltà solo alle legislazioni nazista e sudafricana.
C'è il futurismo, che fece della virilità, della violenza, della sopraffazione, dell'orrore per la mollezza e l'effeminatezza, una mitologia simbolica e teorica.
E poi c'è il trionfo del virilismo in Italia, durante il ventennio fascista, con la sua esplosione retorica e scenografica della mascolinità, le sue parate, le sue dimostrazioni ginniche, le sue politiche per l'incremento della natalità (la donna come moglie e madre), il suo puntare ancora di più sul colonialismo, nel sogno grottesco e fuori-tempo-massimo di un “impero italiano”.
Il declino del virilismo, per l'autore, si registrò dalla fine del fascismo in poi, con l'Italia investita dal “nuovo mondo” simbolico e culturale del consumismo americano e il rilassamento dei costumi conseguente il boom economico degli anni '50. Il colpo di grazia fu nel '68 e negli anni '70. Il movimento giovanile di quel periodo fu il primo movimento collettivo in cui maschi e femmine – soprattutto nelle università – stavano fianco a fianco, in una parità fattuale. Infine l'exploit internazionale – a livello teorico e politico – del movimento femminista, mentre l'Italia entra definitivamente nella modernità tagliando il cordone ombelicale col Vaticano e portando la secolarizzazione della società al suo punto di non ritorno grazie ai referendum su divorzio e aborto.
Poi ci sono gli anni '80 e i decenni successivi, il riflusso nel privato, il crollo del muro di Berlino e delle entità collettive, la disillusione politica, il nuovo edonismo e la nuova etica individualistica e aziendalistica. Nacque il nuovo mito dell' “uomo di successo” che in qualche modo fornì nuovi elementi di legittimazione per l'identità maschile, altre cose a cui aggrapparsi (competizione, performance, aggressività, gerarchia).
Bellassai tratteggia a grandi linee – con una capacità di sintesi degna di nota – la trasformazione del dibattito pubblico in senso “pubblicitario” avvenuta in questa ultima fase storica. Non più ragionamenti, teorie, enfasi retorica, scenografia – come nel caso del fascismo – ma velocità comunicativa, frammenti di discorso, slogan, ironia. La tendenza generale del discorso pubblico – di qualunque tipo: sociale, politico, culturale – di trasformarsi in un flusso continuo di stereotipi e luoghi comuni da utilizzare con dinamiche che sono sempre più simili a quelle del marketing e della pubblicità.
In questo contesto, non ha più senso parlare di “virilismo”, perché non siamo più davanti ad un'ideologia, ma è innegabile che nelle rappresentazioni stereotipate delle pubblicità, dei film, delle serie tv e di tutta la “produzione culturale” si registrino rigurgiti di maschilismo, misoginia, omofobia che sono segno di un ambiente simbolico pieno di dinamiche contraddittorie, scontri, resistenze e slanci in una direzione o nell'altra.
In tutto questo, c'è l'identità maschile che è tutta da ridefinire, in piena crisi, però ormai libera dalla zavorra del virilismo. Nascono riviste come Men's Healt e c'è il boom di vendite per i prodotti di cosmetica maschile. Il maschio in crisi diventa settore di mercato. L'autore focalizza nei protagonisti del film Full Monty del 1997 – operai rimasti disoccupati che decidono di diventare spogliarellisti, da soggetto desiderante a oggetto del desiderio – la perfetta metafora dell'uomo di oggi. Il maschio nudo, spogliato di ogni legittimazione sociale e politica, con i propri ruoli tradizionali (padre, marito, lavoratore) perennemente messi in discussione, e la possibilità di esplorare nuove formule e nuovi assetti psichici e sociali.


Nino Fricano



Cattedrale

Raymond Carver, Cattedrale, Torino, Einaudi, 2011, 229 pp., ISBN 978-88-06-19785-8.

La Einaudi ha deciso di ripubblicare le opere di Raymond Carver, scomparso a cinquant’anni nel 1988; questa raccolta di dodici racconti brevi, uscita originariamente nel 1983, è stata sempre considerata – anche dallo stesso autore – la summa del suo stile.
Premetto che ho sempre apprezzato, di per sé, la formula dei racconti, brevi narrazioni autoconcluse, che difficilmente perdono mordente e ispirazione in lungaggini. Non sono più ‘facili’ da comporre, perché devono riuscire significanti in breve spazio e necessitano di talento. I temi qui affrontati, seri e impegnativi, sono quelli del disagio, della incomunicabilità e fragilità umana. Sono le storie che potrebbero stare dietro ai quadri di Hopper, in cui non c’è catarsi o consolazione ma storie crude nella loro quotidianità. Però se nei quadri di Hopper è padrone il silenzio, in queste storie c’è sotteso lo stridio di fondo di una continua macerazione interna.
Non è un libro facile da leggere: è scritto molto bene e risucchia il lettore nella narrazione, ma è sconsigliabile per chi non è sereno. Vitamine è, ad esempio, la storia di un adulterio mancato, nell’indifferenza assoluta degli stessi protagonisti, che affogano nel whiskey la loro desolazione. Il treno narra di solitudini diverse che possono sfiorarsi fin quasi a collidere, quasi a volersi spiegare a vicenda, per poi procedere parallele senza mai toccarsi. Ma ancora intervengono i disturbi psicologici di un reduce dal Vietnam, la minaccia della disoccupazione e dello sfratto, il dolore immane di un lutto, le normali atrocità della vita: atemporali, immotivate, banali. Cattedrale, il racconto che intitola e chiude la raccolta, è invece uno spiraglio in cui si mostra una possibilità di contatto. È la storia dell’incontro di un uomo con l’amico di sua moglie, ospite per una notte in casa loro. La coppia resterà anonima e inqualificata per tutto il racconto ("mio marito", "cara", "caro", "lei"…): «Ho aspettato invano di sentire il mio nome pronunciato dalle dolci labbra di mia moglie: ‘E poi è entrato in scena il mio caro maritino ...’ o qualcosa del genere. Ma niente da fare. Si è parlato sempre di Robert» [p. 216].  Solo dell’ospite dunque si sa il nome, il lavoro, l’aspetto fisico, ma anche che è vedovo, simpatico e soprattutto cieco. Questa menomazione mette in imbarazzo il protagonista, prevenuto e confuso con il diverso, con cui non sa come relazionarsi. Ma è Robert a sciogliere il ghiaccio: con la sua immediatezza, trasforma una semplice conversazione disimpegnata in un contatto vero, quando chiede al suo ospite di descrivergli una cattedrale gotica. Le parole non sono sufficienti, e allora il cieco chiede all’amico che gli disegni la cattedrale su carta, mentre lui gli tiene la mano: dal semplice contatto fisico, nasce incredibilmente una coinvolgente trasmissione empatica che induce fiducia, comunicazione, allegria. Carver sa davvero come coinvolgere il lettore.


Eloisia Tiziana Sparacino

mercoledì 5 febbraio 2014

Momenti e problemi di storia politica in Sicilia 1944-1953

Sebastiano M. Finocchiaro, Momenti e problemi di storia politica in Sicilia 1944-1953, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2011, 268 pp., (Saggi, 1), ISBN 978-88-96251-22-5.

Il secondo dopoguerra è un momento di transizione, che porta con sé una miriade di questioni riguardanti problemi di natura politica, istituzionale, economica e sociale.
Rispetto alla storia italiana ed europea, la Sicilia presenta nello stesso periodo momenti e problemi in parte differenti e peculiari. Non starò qui a dire quali furono le conseguenze del 1943 per la Sicilia e per l'Italia – poiché questo spazio non me lo permette – tuttavia, era doverosa questa premessa per parlare del libro di Sebastiano Maurizio Finocchiaro, dottore di ricerca in Storia contemporanea.
Il "lungo dopoguerra" siciliano è conseguenza dello sbarco in Sicilia del 1943 e del "mondo nuovo" che si delinea dopo la sconfitta del nazifascismo, sebbene il libro – edito dall'Istituto Poligrafico Europeo, in collaborazione con l'Istituto Gramsci Siciliano – prenda in esame i fatti accaduti tra il 1944 e il 1953.
Il volume, che si compone di quattro saggi, affronta e analizza gli aspetti della politica siciliana e nazionale in Sicilia, dall'attuazione delle norme per l'ammasso granario, ai risultati politici delle elezioni regionali del 1946 e politiche del 1948, dallo scontro e dall'intervento liberticida dei prefetti siciliani a danno della militanza socialcomunista, fino al fallimento del meccanismo elettorale previsto dalla cosiddetta "legge truffa" del 1953.
Il primo saggio, Il Partito comunista e gli ammassi granari 1944-1947. Questione alimentare, ordine pubblico e unità antifascista [pp. 11-79], affronta la questione del fallimento della politica dell'ammasso granario, volta a fronteggiare la scarsità di generi alimentari per la popolazione affamata dalla penuria generata dal conflitto. Immediatamente dopo lo sbarco e successivamente all'11 febbraio 1944 – quando la Sicilia tornò sotto l'amministrazione italiana – fu mantenuta «la legislazione vincolistica sui cereali, risalente al 1936» [p. 13], con qualche piccola integrazione e l'istituzione delle Commissioni di controllo per vigilare sulle strutture annonarie comunali. L'ordine pubblico era uno dei motivi che mantenne in vigore il sistema annonario. Ciò fu alla base di un duro scontro politico a livello regionale e locale tra i partiti del CLN (sebbene nei comitati di controllo fossero i comunisti quelli più attivi, mentre andava maturando una posizione di distacco della DC isolana) e i separatisti. Non mancarono fatti delittuosi, come l'assassinio del comunista casteldaccese Andrea Raia (e non Francesco, come erroneamente scrive l'autore) il 5 agosto del 1944, membro della commissione di controllo.
I "granai del popolo" furono, pertanto, un esperimento di difficile convivenza nella stessa maggioranza del CLN (non bisogna dimenticare che i decreti e le norme in materia agraria erano emanati dal governo di unità nazionale: il ministro dell'agricoltura era il comunista Fausto Gullo), ma anche l'emergere di un asse politico-agrario in grado di condizionare la politica locale, che ebbe, nel Separatismo prima e negli ambienti conservatori e di destra della DC, i suoi appoggi.
Il secondo saggio, Bandiere e pistole. Due paesi siciliani nelle amministrative del 1946 [pp. 81-126], è un interessante lavoro che prende in esame il clima politico nei paesi di Ravanusa (AG) e Riesi (CL). Un appuntamento elettorale rilevante, poiché per la prima volta le donne fecero il loro ingresso nella scena politica. Tuttavia, il lavoro si sofferma su due fatti, quello dell'affissione di vessilli comunisti in un campanile conteso dalla chiesa e dal comune di Ravanusa – cui è dedicata l'Appendice - I fatti di Ravanusa [pp. 243-250] – e quello dell'uccisione di un militante politico di Riesi. Nel primo caso si evidenzia, oltre ai disordini, l'intervento deciso delle gerarchie ecclesiastiche in funzione anticomunista (elemento importante anche dei saggi a seguire). Il secondo caso riguarda l'omicidio di Giuseppe Lo Grasso, democristiano, nel corso di un comizio e dei disordini che caratterizzarono la tornata elettorale e i giorni successivi allo spoglio.
Il terzo e il quarto saggio, Catania, 1949: la petizione contro il Patto Atlantico. Apparato statale e diritti costituzionali agli albori della "democrazia protetta" [pp. 127-157] e "Difesa democratica", anticomunismo e "legge truffa": un contributo alla storia del centrismo. Istituzioni, Chiesa, partiti e lotta politica nella campagna elettorale del 1953 [pp. 159-242], nonostante affrontino due momenti e degli argomenti diversi del "lungo dopoguerra" – come l'approvazione del Patto Atlantico e l'opposizione dei partiti di sinistra, la campagna elettorale del 1953, il ruolo della Chiesa e lo scontro nell'assemblea Regionale Siciliana – hanno in comune il tema della "democrazia protetta", o se vogliamo dell'effimera proclamazione dei principi democratici e liberali sanciti dalla neonata Costituzione.
Il terzo saggio prende le mosse dall'adesione dell'Italia all'alleanza atlantica e dalla mobilitazione dei partiti di sinistra per una raccolta firme contro la ratifica del trattato internazionale. Tale mobilitazione fu in Sicilia particolarmente perseguitata dai prefetti, se non repressa dalle forze di polizia. Il caso di Catania è esplicativo, non solo per l'atteggiamento in senso anticomunista degli apparati dello stato e delle angherie occorse ai militanti di sinistra, ma anche e soprattutto per l'offesa rivolta alla Costituzione italiana e in particolare all'articolo 21, con il mantenimento e l'applicazione del Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931.
Il quarto saggio è quello che merita sicuramente più attenzione, giacché pone la lente su diversi aspetti che sono sì caratterizzanti la politica italiana degli anni a cavallo tra i Quaranta e i Cinquanta, e che in Sicilia sono garanzia del mantenimento al potere di una solida élite basata sull'alleanza Chiesa-Latifondo-Centrodestra.
Oggi non sappiamo per chi votò Caterina Pipitone, ma sappiamo con quanto zelo prefetti, vescovi – tra cui l'arcivescovo di Palermo, Ernesto Ruffini: sì, proprio colui che diceva che il male della Sicilia erano i comunisti, il Gattopardo e Danilo Dolci – e preti s'impegnarono in politica con un esplicito intento anticomunista.
Non solo la Costituzione, ma anche lo Statuto Siciliano viene fuori "sfregiato" dalla linea politica assunta dalla DC, che ne condiziona la piena attuazione: «per il Comitato regionale comunista il connubio fra lo scudo crociato e il Movimento sociale era ben più di una contingenza tattica o di una occasionale convergenza limitata a qualche amministrazione locale; esso tratteggiava invece una linea di continuità con il ventennio fascista, che avrebbe potuto prolungarsi nel futuro attraverso il progressivo smantellamento e poi la cancellazione della Costituzione e dello Statuto autonomistico siciliano; uno Statuto già largamente rimaneggiato dalla mancata attuazione di alcuni suoi punti essenziali, come la soppressione delle Prefetture, sulla quale la DC, dopo i solenni impegni assunti sin dal 1947, aveva fatto precipitosamente marcia indietro, riportando il popolo isolano sotto il 'tallone ferrato del vecchio Stato accentratore', che proprio fidando sugli esorbitanti poteri dei prefetti perseverava nella cieca repressione delle lotte popolari» [pp. 216-7].
Sono del resto gli anni successivi al 1948, gli anni del puro e duro maccartismo e della terribile Claire Booth Luce, ambasciatrice americana a Roma, tanto potente da riuscire a togliere le commesse al cantiere navale di Palermo, perché a maggioranza di operai iscritti alla CGIL. E furono anche gli anni dell'insolenza politica dell'allora ministro degli Interni, il famigerato Scelba, in cui «l'attività di centinaia di migliaia di militanti politici fu ingabbiata in una miriade di divieti, impedita dall'uso della coercizione fisica e dei provvedimenti preventivi, lastricata di pene pecuniarie e detentive per le quali un gran numero di attivisti pagò il proprio tributo a una deriva autoritaria nel cui alveo, dietro l'evanescente paravento della 'difesa democratica' e dell'equidistanza dagli 'opposti estremismi', si consumava la quotidiana elusione, se non l'eversione, della Costituzione repubblicana, per mezzo di una prassi preventivo-repressiva orientata in senso nettamente (e quasi esclusivamente) anticomunista, supportata per un verso da un vieppiù affermantesi 'oltranzismo atlantico', e per l'altro dagli apocalittici pronunciamenti delle gerarchie cattoliche» [p. 182].
E, se solo una manciata di voti non permise di far scattare il premio di maggioranza della "legge truffa" alle elezioni del '53 (cosa che avrebbe dato la possibilità alla maggioranza di attuare modifiche costituzionali), e non furono approvate le leggi eccezionali che davano ai prefetti poteri speciali e limitavano rigidamente l'applicazione delle garanzie costituzionali, rimane tuttavia nella storia d'Italia e di Sicilia uno scenario politico condizionato da forze esterne alla politica, se si tengono in considerazione la mafia, la Chiesa e gli americani.
Momenti e problemi di storia politica in Sicilia 1944-1953 è un ottimo libro, poiché comprende quattro saggi, i quali si contraddistinguono per un notevole lavoro storiografico basato su fonti di archivio e su testimonianze (quotidiani principalmente) dell'epoca.
Se una critica si può muovere a questo libro, è quella della mancanza di uno strumento per la lettura delle note, infatti, l'elenco delle Fonti [p. 257] non permette di sciogliere tutte le sigle che indicano i fondi d'archivio consultati. Questa è, in fondo, un'osservazione di poco conto nell'economia complessiva del libro, che è corredato da un'ottima ed esaustiva Bibliografia [pp. 251-256] e dall'Indice dei nomi [pp. 258-264].


Piero Canale


Dono dell'editore

domenica 5 gennaio 2014

Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica

Martha C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, introduzione di Tullio De Mauro, Bologna, Il Mulino, 2011, pp. 160, (Intersezioni, 371), ISBN 978-88-15-14942-8.

L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e
 al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e
delle libertà fondamentali.
Essa deve promuovere la comprensione,
la tolleranza,
l’amicizia fra tutte le nazioni,
i gruppi razziali e religiosi.
(Dichiarazione universale dei diritti umani, 1948) [p. 31]

Questo libro è un ottimo strumento di consultazione in grado di offrire validi argomenti da contrapporre ai fautori della cosiddetta «scelta anticlassica»[p. 10]. Sempre più diffusa in tutto il mondo è ormai l’idea che le materie umanistiche siano non solo obsolete, ma assolutamente inutili alla crescita del prodotto interno lordo di un Paese.
È ovvio che chi pensa che la scuola abbia come finalità solo ed esclusivamente la crescita economica, sarà pienamente soddisfatto dalla visione – riproposta anche nel nostro Paese qualche annetto fa – delle tre i (informatica, impresa e inglese). Ma il ruolo della scuola non può esaurirsi al solo obiettivo dell’aumento della produttività del Paese. La scuola ha un compito molto più importante e complesso: deve formare cittadini consapevoli e capaci di vivere in democrazia.
Nella sua prefazione al testo della Nussbaum, De Mauro ci ricorda come l’inglese – la lingua internazionale per eccellenza – sia costituito per il 70% dal latino classico e medievale, mentre solo per il 10% dall’antico fondo germanico. Il passato è quindi molto più importante di quanto alcuni pensano e, conoscere le nostre origini, è imprescindibile per capire che tipo di cittadini vogliamo essere e quale contributo saremo in grado di dare alla società.
È per questo che in alcuni paesi non occidentali le lingue antiche rivestono un ruolo fondamentale nella società. È così per l’antico giapponese o per il cinese classico, solo per fare alcuni esempi. Esistono quindi delle realtà nelle quali, per fortuna, «non bastano l’istruzione tecnica o la sola istruzione scientifica» [p. 14].
Alla luce di questa premessa, tanto più in un periodo di forte crisi economica come quello che stiamo drammaticamente vivendo in questo momento, Nussbaum ci esorta a riflettere su un’altra crisi – tanto tragica quanto importante, ma forse meno sentita – la crisi mondiale dell’istruzione.
Dinanzi alla logica del profitto – che ha determinato la crisi economica di cui siamo attualmente vittime più o meno inconsapevoli – viene meno la democrazia. In uno scenario come questo, i cittadini sono destinati a scomparire per cedere il posto a vere e proprie macchine alle quali a poco o a nulla sono utili gli studi umanistici. Questi, infatti, non servono a garantire profitto a breve termine. Dunque, dappertutto nel mondo, tanto in America quanto in Europa e in India, sembra che l’interesse sempre più ricorrente riguardi l’istruzione tecnologica e scientifica con una sempre più rilevante attenzione verso ciò che Tagore chiamava «il rivestimento» materiale dell’essere umano. Eppure, come dimostrerà Nussbaum nella sua opera, senza anima e pensiero critico non può esserci democrazia né, tantomeno, crescita economica. Anzi, proprio la dicotomia che negli anni si è venuta a creare tra «istruzione per il profitto» e «istruzione per la democrazia», non ha ragione di esistere. 
Ma cos’è veramente il progresso per una nazione? Per molti oggi la nozione di progresso è strettamente connessa all’incremento del Prodotto Interno Lordo e ciò a prescindere realmente dal livello di squilibrio e di diseguaglianza sociale della nazione. Infatti, ci dice l’autrice, il problema del paradigma di sviluppo basato sull’aumento del Pnl pro capite è che «trascura la distribuzione e questo diventa allarmante per quei paesi che già sperimentano situazioni di forte disparità»[p. 37].
È ovvio che le materie umanistiche creano sapere critico e che in molte realtà – una fra le tante Guajarat in India, dove i contadini poveri non hanno mai ricevuto un’istruzione adeguata – si preferisce scoraggiare questo tipo di istruzione in quanto ostacolerebbe pericolosamente la formazione di lavoratori obbedienti e senza grosse pretese nè rivendicazioni di alcun genere.
La dicotomia tra formazione per il profitto e formazione per la democrazia è, del resto, lo specchio della società contemporanea scissa, oggi più che mai, tra «persone preparate a vivere con gli altri in termini di rispetto e reciprocità e persone che perseguono il beneficio della prevaricazione» [p. 46].
 Partendo dal principio che non può esistere democrazia senza pensiero critico dei cittadini, la figura di Socrate, secondo Nussbaum, acquista un rilievo importantissimo nell’educazione umanistica ma viene anche ostacolata dal mondo del profitto e ciò proprio perché le persone che sanno riflettere sono anche meno influenzabili. L’incapacità di ragionare con la propria testa porta l’individuo a sottomettersi con una certa facilità alle sirene del potere e dell’autorità in modo assolutamente acritico, per quanto ciò che viene proposto possa essere abietto. Per Socrate non conta affatto lo status dell’oratore bensì la qualità del suo ragionamento [p. 68]. Pertanto è ovvio che non esiste, nell’ambito della discussione, un dislivello: tutti sono uguali al momento della discussione, indipendentemente dalla loro appartenenza sociale.  
È dunque indispensabile, alla luce di questo ragionamento, impegnarsi in modo tale che quegli aspetti dell’istruzione che servono a mantenere in vita la democrazia, possano essere rafforzati e incentivati: lo studio della storia delle minoranze o degli immigrati ad esempio, ma anche dei rapporti razziali, delle dinamiche di genere e delle lotte di nuovi gruppi per il riconoscimento e la parità [p. 136] sembrano oggi di un’attualità cocente, specialmente per far fronte ai conflitti sociali e religiosi e ai problemi legati al terrorismo e alla sicurezza delle nostre metropoli.
Per questa ragione non immune da critiche è, per la Nussbaum, il sistema di valutazione basato sui test: secondo la studiosa, infatti, «la riflessione critica e l’immaginazione simpatetica non sono valutabili tramite esami a scelta multipla» [p. 146]. Purtroppo questo sistema, molto diffuso negli Stati Uniti, è diventato molto comune anche nelle scuole italiane con le odiose prove Invalsi.
Sappiamo perfettamente come i fondi destinati alla ricerca umanistica e, più in generale, al patrimonio storico-culturale siano sempre più esigui, eppure, per migliorare la situazione in cui versano le materie umanistiche nel mondo, ci vorrebbe innanzitutto un «investimento umano» [p. 152]. Non servono soltanto i soldi perché si tratta innanzitutto di una questione culturale. Un’educazione scolastica o universitaria senza alcun riguardo per l’aspetto critico e l’esclusiva attenzione nei confronti delle materie tecniche e scientifiche sono ciò che Tagore definiva un «suicidio dell’anima» [p. 153]. Il vero dramma è che da questo suicidio nascono dittature e genocidi che minacciano la vita stessa della democrazia.
Se le lettere e le arti non servono a produrre denaro, sono imprescindibili invece a costruire un mondo «degno di essere vissuto» in cui gli esseri umani hanno imparato a rispettarsi a prescindere dalle diversità o, forse, proprio grazie a quelle diversità.
Consiglio la lettura di questo brillante saggio a tutti e, specialmente, a quanti nel nostro Paese sono chiamati ad occuparsi di educazione, istruzione e cultura in ambito istituzionale. Chissà che le loro scelte non ne vengano positivamente condizionate.


Alessandra Mangano



giovedì 5 dicembre 2013

Caro sindaco, parliamo di biblioteche

Antonella Agnoli, Caro sindaco, parliamo di biblioteche, Milano, Editrice Bibliografica, 2011, 137 pp., (Conoscere la biblioteca, 5), ISBN 978-88-7075-709-5.

Caro Sindaco,
«Le nostre città hanno bisogno urgente di biblioteche di nuova concezione, dove i cittadini si possano incontrare stabilendo relazioni sia intellettuali sia affettive. Ripensare gli spazi urbani, sottrarli alla commercializzazione, farne luoghi di incontro, di scambio, di azione collettiva. La biblioteca pubblica, a lungo ignorata dalla politica e oggi minacciata da internet nel suo ruolo informativo, può diventare un territorio aperto a gruppi e associazioni, un centro di riflessione e di condivisione dei saperi, il nodo centrale di una rete con altre istituzioni culturali. In un Paese sempre più ignorante, che rischia di restare ai margini dell’economia della conoscenza, la biblioteca pubblica deve diventare parte di un progetto di rinascita dell’Italia, un luogo di libertà e di creatività per ogni cittadino».
Antonella Agnoli scrive questo libro con l'intento e la speranza di spiegare a Lei, alla Sua giunta e alla Sua amministrazione, ma soprattutto a Lei - uomo politico che ha nelle mani una parte di responsabilità per i servizi offerti ai cittadini e quindi della qualità di vita dei suoi concittadini - l'importanza, l'utilità e la necessità di una biblioteca pubblica all'interno della società contemporanea e all'interno della Sua comunità, che l'ha scelta come guida e come garante dei suoi diritti (sia essa una grande città, un paese di provincia o un villaggio tra le montagne).
Nel libro della Agnoli - bibliotecaria da più di 30 anni ed esperta in biblioteche - sono menzionate ragioni ideali e ragioni pratiche per istituire una biblioteca o per rinnovare e potenziare i servizi di quella già esistente, e un po' dimenticata, perché lasciata a qualche impiegato senza voglia e senza interesse.
Tolleranza, pluralità, democrazia, volontariato, altruismo sono alcune di quelle ragioni ideali, belle, sognanti, platoniche, forse utopiche, ma che hanno la loro ragion d'essere in un mondo troppo distratto dai valori del capitale, della finanza, dello spread, poiché garantiscono ancora una speranza a chi non è stato ancora corroso dal cinismo estremo dell'effimero e del consumo.
Nella seconda parte del libro, Mattoni, scaffali, e-book [pp. 79-125], invece, sono spiegate le ragioni pratiche per avere una biblioteca. Nonostante le ragioni del portafoglio e della logistica - quelle sulle quali i politici, gli amministratori, i dirigenti avanzano tutti i «ma» e i «purtroppo» - la biblioteca (la biblioteca funzionante, si intende) è un serbatoio di servizi per i giovani (orientamento al mondo del lavoro e all'istruzione), di sicurezza per i genitori e per gli educatori, assistenza agli anziani per la burocrazia generale e l'internet.
L'autrice incorpora anche molte idee per come fare, per cosa fare, con quali mezzi realizzare una biblioteca funzionale per tutti. Molti modi, idee e soluzioni per ridurre i costi e potenziare le risorse a costo zero. Non sono solo idee, ma esempi concreti realizzati in alcune biblioteche della penisola per il fund raising (locuzione inglese per dire "raccolta fondi", che fa molto più presa nel politichese e nelle campagne elettorali) e altre attività per coinvolgere i cittadini, i giovani e le associazioni nella vita della biblioteca comunale.
Magari, Lei, caro Sindaco, potrebbe dare un'occhiata, insieme all'Assessore alla Cultura e all'Assessore alle Politiche giovanili e alle politiche sociali, a questi link che riportano ai siti web di alcune realtà funzionali e funzionali di biblioteche:
eFFeMMe23 Biblioteca LaFornace, Comune di Maiolati Spontini (un paese di poco più di 6 mila abitanti).
Caro Sindaco, legga questo libro, sono poche pagine. Lo faccia leggere anche alla Sua giunta e ai Consiglieri che sostengono la Sua maggioranza. Tenga presente anche che «le biblioteche sono una irrinunciabile 'infrastruttura democratica' e questo è il motivo per cui sono necessarie. Il problema non è se i cittadini ci vadano o no: è che devono avere la possibilità di andarci. Non c'è teoria moderna della democrazia che ammetta un cittadino disinformato e ignorante. Una biblioteca arricchisce il tessuto democratico rendendo possibile a ognuno di informarsi, e di formarsi, in un confronto con gli altri» [p. 128]. Signor Sindaco faccia leggere questo libro anche a Sua figlia, a qualche insegnante e qualche giovane di buona volontà. Poi ascolti questi ultimi.


Piero Canale



Alessia in Cosplayland

Storia di Alessia

Ci sono storie normalmente normali e altre straordinariamente normali. Come la storia di Alessia, una ragazza vivace e talentuosa, appassionata di anime e manga, che diventa scrittrice di romanzi fantasy. Ma questa sarebbe una bella storia normalmente normale. A diciotto anni, infatti, le viene diagnosticata l’Atassia di Friedriech che spiega infine la spossatezza, i dolori, la perdita di equilibrio. È un periodo orribile. La malattia, rara e degenerativa, avrebbe normalmente spento l’animo di chiunque, ma non di Alessia. Lei scopre che se Maometto non può andare alla montagna, le si può connettere via web. Dalla sua stanza via modem trova amiche dagli interessi comuni con cui confrontarsi, che la spingono infine a visitare insieme una convention di comics. E qui le si disvela l’universo del Cosplay, ossia dell’arte d’impersonare un personaggio di film o manga, creandosi un costume fedele ma soprattutto incarnandone lo spirito e le mosse. Alessia decide di provare, e scopre il piacere di esser guardata dalla gente non più per la sua disabilità, ma per la sua capacità d’immedesimazione. Così la sua storia diviene straordinariamente normale: incurante delle pastoie dell’Atassia, come qualsiasi ragazza segue e persegue la sua passione. Con l’aiuto della nonna Betty, suo angelo custode, inizia a progettare, assemblare, cucire, ricamare e forgiare cinture, corone, armi e tuniche, divenendo una delle più note cosplayer d’Italia dal nome d’arte di Ryuki. Uscita dal guscio, Alessia è inarrestabile: da partecipante diviene organizzatrice di eventi, performer e infine autrice di saghe fantasy. Nel blog dedicato ai suoi cosplay (http://www.ryukicosplay.com) spiega: «Ciò che sono si può riassumere in un'unica parola... sognatrice! Fin da bambina ho usato la mia mente, la mia fantasia, per inventare storie e mondi immaginari in cui potermi perdere, in cui poter dimenticare i brutti momenti che spesso ho passato... Crescendo ho trasformato quei giochi di bambina in storie scritte, racconti, popolati di personaggi che erano ciò che avrei voluto essere io». Non bisogna credere che la natura sognante implichi il distacco dalla realtà, dovendo lei sempre far comunque i conti con la malattia. Alessia decide dunque di scrivere la sua storia in una biografia che significativamente intitola Alessia in Cosplayland, perché similmente all’Alice di Carroll, vive una meravigliosa avventura, stavolta nella Terra del Cosplay. Questo racconto aveva sottesa la vocazione al fumetto, ed ecco il motivo di questa doppia recensione, che vuole raccontare le due facce della stessa storia da due diversi punti di vista. Si sottolinea che il ricavato delle vendite dei due volumi è devoluto alla ricerca sull’Atassia di Friedrich.


Alessia Mainardi, Alessia in Cosplayland, Fidenza, Mattioli 1885, 2011, 108 pp., ISBN 978-88-6261-206-7.

Alessia racconta la sua storia in prima persona con uno stile semplice, sincero, corredandola di un repertorio fotografico per far apprezzare la qualità finale raggiunta dal Cosplay di Ryuki (sé stessa). Vediamo sfilare così Jack Sparrow, la Sposa Cadavere, Maria Antonietta, Lady Oscar, Magneto, Legolas, Satine, Elizabeth Swann, la Regina Bianca, Elizabeth I, e altri ancora. Hanno tutti gli occhi di Alessia, ma sono altro. Leggendo si comprende come l’immedesimazione sia totale, e di come questo ‘altro’ fosse divenuto per lei sempre più importante, perché la astraeva dalla sua condizione esistenziale. Il pericolo era, però, quello di giungere alla autoreclusione in un universo parallelo di spade e parrucche. E infine le si aprirono gli occhi: «Nel momento in cui mi sono accorta che il Cosplay cominciava a prendere il sopravvento sulla mia vita e su chi sono realmente, ho deciso che avrei trovato il modo di essere io a sfruttare il Cosplay per fare qualcosa di davvero utile» (p. 89). La stesura di questo libro è dunque la catarsi da una situazione difficile, da una vita divenuta recitata e autoreferenziale. Alessia mette nero su bianco senza ritrosia certezze e paure, ma le inserisce in un apparato grafico che rende il libro quasi un fumetto, cosparso da mini dolls ammiccanti ispirate ai suoi Cosplay. Ci si stupisce di non dover leggere il libro manga style, cioè dall’ultima alla prima pagina, ma ancora di più del grande messaggio di base a tutto questo: «Rimanere aggrappata al ‘Paese delle Meraviglie’ senza portare al di fuori quello che mi aveva regalato era esattamente come ripiombare nella stagnante immobilità dei miei anni bui. Ora finalmente Alessia è soltanto Alessia e ha una gran voglia di andare avanti realizzando uno dopo l’altro tutti i suoi sogni con la volontà che ha capito di possedere, che è ciò che rende chiunque in grado di realizzare l’impossibile» (p. 97). Alessia Mainardi vive e lavora a Parma e per questa autobiografia ha già vinto il Premio Musa e il Premio Toyp; è anche autrice delle due trilogie fantasy Argetlam (Emmeci) e Avelion (Mattioli 1885 Editore).


Ivan Bella, Simone Brusca, Alessia Mainardi, Alessia in Cosplayland. Lo specchio della realtà, Piacenza, Grafiche Lama, 2013, 96 pp., ISBN 978-88-96037-40-9.

Se la biografia è la storia che Alessia doveva tirar fuori e da cui – sotto certi aspetti - prenderne le distanze, il fumetto - o, come si dice oggi la graphic novel - è stato il feedback che le è tornato indietro. Perché in fondo la sceneggiatura di Simone Brusca e i disegni di Ivan Bella hanno fatto questo: dare la loro versione dall’esterno. Hanno trasformato il lungo monologo dell’autobiografia di Alessia in un racconto perlopiù in primo piano, che si allarga in panoramiche significative, ma che sempre ha lei in fuoco. Il taglio cinematografico è chiaramente presente per tutta la storia: le vignette sono spesso zoomate, le sequenze hanno un ‘montaggio’ talvolta serrato e talvolta rilassato, ad assecondare gli stati d’animo di Alessia. Come felice espediente narrativo compare il vero macroingrandimento delle cellule degenerate dalla malattia per scandire l’aggravarsi costante delle sue condizioni. Non traggano in inganno le scene oniriche e i costumi dei cosplayers: se la novel fosse una pellicola sarebbe comunque un film neorealista, con il suo bianco e nero severo, che non risparmia gli episodi meno felici perché vuole essere obiettivo e non consolatorio. Non serve. Alessia, con la sua tempra, non necessita e non gradisce compatimenti, ripetendo il suo motto: “La volontà ci rende in grado di realizzare anche l’impossibile” (p. 93). Simone Brusca, già sceneggiatore dell’opera Psicometrica: memorie da un futuro remoto (Verbavolant), vive e lavora a Palermo, da dove gestisce anche il suo blog www. filidifumetto.blogspot.it. Ivan Bella, dopo il corso di comix alla Scuola del fumetto di Roma, è qui alla sua prima graphic novel.


Eloisia Tiziana Sparacino