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sabato 5 luglio 2014

L'eredità della Rivoluzione francese

L'eredità della Rivoluzione francese, a cura di François Furet, Roma-Bari, Laterza, 1989, 328 pp., (Stato e Società), ISBN 88-420-3339-1.

Il libro curato da François Furet raccoglie undici saggi scritti, in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese, da «specialisti di più nazioni [...] intorno a una questione comune, quella di capire perché i principi del 1789 continuano a modellare la civiltà politica comparsa allora e in cui ancora viviamo» [p. 21].
La prima parte dell'opera, dal titolo La Rivoluzione francese nel XIX secolo [pp. 23-196], analizza e cerca di comprendere i principi dell'Ottantanove alla luce del pensiero politico e filosofico dei contemporanei, delle critiche da questi furono mosse e del gran fermento speculativo che la Rivoluzione comportò già nel suo immediato prodursi.
La seconda parte, invece, intitolata L'eredità della Rivoluzione francese nel mondo contemporaneo [pp. 197-321], è dedicata allo «studio di esperienze storiche particolari» [p. 22], che con la Rivoluzione francese hanno un debito in alcun modo trascurabile.
L'opera si apre con un'Introduzione [pp. 3-22] di François Furet.
Nella prima parte il saggio di Philippe Raynaud, filosofo e politologo, America e Francia: due rivoluzioni a confronto [pp. 25-46], ripercorre le analogie e le differenze che i contemporanei della Rivoluzione colsero tra i due eventi della fine del Settecento. Per Burke, ad esempio, «la rivoluzione americana era figlia legittima della Rivoluzione Gloriosa inglese, in quanto difendeva, contro lo stesso Parlamento, i principi che avevano fatto la sua forza (no taxation without rapresentation)», diversamente dal carattere «'metafisico' della rivoluzione francese che, affermando la trascendenza dei 'diritti dell'uomo', metteva potenzialmente in pericolo l'ordine sociale europeo» [pp. 25-26]; mentre per Paine «era dell'America che i Francesi avevano imparato, grazie a La Fayette, ad amare la libertà» [p. 26].
Le citazioni riportate sono solo una parte delle testimonianze dei contemporanei che seguirono con interesse, e a volte preoccupazione, gli eventi di Francia. Infatti, più che delle analogie, molti di coloro che criticano la rivoluzione francese, si servirono dell'analisi delle esperienze differenti e delle logiche opposte che guidarono le vicende tra le due rive dell'Atlantico.
Nel saggio sono esaminati anche l'oggetto della Dichiarazione di Indipendenza del 1776 e della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789:

[...] l'oggetto delle due Dichiarazioni iniziali è differente (in un caso si tratta di legittimare l'indipendenza americana davanti all'opinione dell'umanità, e nell'altro di esporre sistematicamente i «diritti naturali, inalienabili e sacri dell'uomo»), ciononostante esse hanno le stesse pretese all'universalità; ciò che invece le distingue più in profondità è lo status conferito alla legge, a sua volta conseguenza di una divergenza di fondo sulle condizioni della libertà e sulla portata del diritto naturale.
La Dichiarazione di Indipendenza si basa sulla legge naturale istituita da Dio, che ha dotato gli uomini dei «diritti inalienabili» la cui protezione costituisce il fine dei governi - i quali quindi perdono la loro legittimità quando disconoscono tali fini ma sono, al contrario, presunti legittimi finché li rispettano. La Dichiarazione francese dal canto suo, parte dai «diritti naturali» degli individui, la cui difesa non dipende più da una semplice limitazione imposta dall'esterno allo Stato, quanto piuttosto dal concorso dei cittadini all'attività legislativa, che si situa dunque in realtà sul meccanismo pieno dei diritti individuali [...]; ciò, e il significato dell'idea di sovranità nazionale, rendono problematica la legittimità di tutti i governi stabiliti, esistenti solo per volontà della nazione. Quanto nella Dichiarazione americana resta quasi sempre implicito e subordinato alla legge naturale (il consenso dei governati, e il diritto popolare a modificare l'ordine politico) passa quindi nella Dichiarazione francese in primo piano, implicando l'universale esigenza di rigenerare l'ordine politico [p. 32].

Le due rivoluzioni sono entrambe delle rivoluzioni politiche, tuttavia la differente storia della Francia e delle Tredici Colonie fa sì che il significato delle rivoluzioni sul versante sociale sia diverso.
Le differenze tra la Rivoluzione francese e americana ricalcano quasi specularmente le differenze ricorrenti tra la società francese dell'Ancien Régime e la società inglese, alla quale la società americana è profondamente legata.
La fine del saggio è quasi interamente dedicato agli scritti di Tocqueville sulla Rivoluzione francese e sulla democrazia degli americani:

l'esperienza americana, nella misura in cui è stata per un certo verso rivoluzionaria, partecipa anch'essa di questa «epoca gloria e tormentata», ma avendo gli Americani avuto la fortuna di «nascere uguali», ciò - va ammesso - limita l'aspetto creativo della loro «rivoluzione»; d'altro canto, la continuità che lega l'Ancien Régime alla rivoluzione francese, e soprattutto l'aria di inesorabile necessità che quest'ultima ha sovente assunto, inducono anche a relativizzarne l'immagine di libera istituzione. Il confronto tra Francia e America non può quindi limitarsi alla polarità tra «spirito democratico» e «spirito rivoluzionario»: temibile prodotto dello «spirito rivoluzionario», la rivoluzione francese ha anche avuto una sua propria grandezza, scaturita paradossalmente dalla passata esperienza «aristocratica», che può aiutare lo spirito democratico a evitare di pensarsi come natura [p. 45].

Il saggio di Pierre Manent, studioso di storia della filosofia politica, dal titolo Il liberalismo francese e inglese [pp. 47-74], procede sull'esame delle differenze e delle analogie tra la tradizione liberale inglese e francese.
L'autore riprende il confronto tra Burke e Paine, entrambi liberali, sebbene il primo vada «quanto possibile lontano in senso conservatore, continuando ad essere un liberale, mentre l'altro va quanto possibile lontano in senso democratico o 'radicale', continuando però anch'egli ad essere liberale» [p. 57].
Alla reazione inglese alla rivoluzione francese, segue l'esame delle critiche scatenatesi nell'ambiente liberale francese, in particolare in Constant e Guizot. Per il primo, «il popolo in dettaglio era stato sacrificato al popolo in massa». [p. 70]
Agli occhi di Guizot, invece, la rivoluzione deve continuare e non esaurirsi.

La società post-rivoluzionaria appare tanto inquieta non perché sia destinata all'incertezza e all'anarchia di opinioni e aspirazioni, ma perché non si riconosce ancora nel suo governo, perché non lo riconosce ancora come suo. La distanza allargatasi durante la rivoluzione tra lo Stato e la società corrisponde proprio a quella assunta dalla società per meglio conoscere la società, più esattamente a quella assunta dalla società per meglio conoscersi attraverso il potere; questa distanza si è aperta solo per essere meglio e più compiutamente colmata [p. 70].

La fine del saggio è dedicata a Bentham e alla sua critica verso i «diritti dell'uomo», i quali sono ritenuti una dottrina «metafisica» basata su un «radicalismo filosofico» che non tiene conto della «nozione di utilità», come tipica della tradizione delle scuole politiche inglesi.
Il saggio di Massimo Boffa, studioso di storia e giornalista, s'intitola La rivoluzione e la controrivoluzione. Con «controrivoluzione» si intende il «movimento di resistenza e di reazione al processo rivoluzionario avviato in Francia nel 1789 e ai principi che ne stavano a fondamento, che fra alterne vicende farà sentire i suoi effetti lungo tutto il corso del secolo XIX» [p. 75]. Le definizioni e i concetti storici non sono mai immuni da significati ideologici e passionali, che i protagonisti e gli storici hanno loro attribuito.
L'analisi brillante di Boffa espone la paradossale sorte di chi vuole la restaurazione e la fine della «rivoluzione come parentesi nefasta, voragine improvvisamente aperta nella storia di Francia e del mondo» [p. 75], ma che sarà costretto a essere essi stessi definiti dei post-rivoluzionari. E ancora più contraddittoria è la necessità, forse inconscia, di doversi integrare, essi stessi, alla «sensibilità moderna, che è la sensibilità di un mondo non conciliato con i propri valori» [p. 77].
Nel saggio è ripresa l'analisi burkeiana, la quale è una delle basi su cui poggia il pensiero controrivoluzionario, diventando così «dottrina sistematica, che farà sentire la sua presenza lungo tutto il secolo successivo, le ragioni della propria ostilità al mondo moderno nato dalla rivoluzione» [p. 81].
Il saggio di Remo Bodei, docente di storia della filosofia, dal titolo Le dissonanze del mondo. Rivoluzione francese e filosofia tedesca tra Kant e Hegel, affronta invece la questione dell'accoglienza che i filosofi tedeschi del tempo ebbero per i fatti dell'89.
Il primo capitolo è riservato a Kant, il quale definisce la rivoluzione uno «spettacolo: tremendo, sanguinoso, eppure capace di attrarre gli animi con forza irresistibile e di elevarli al di sopra della mediocrità quotidiana» [p. 103]. La posizione di Kant risulta interessante in vista della sua adesione ai valori dell'Illuminismo, nonostante egli sia criticato di incoerenza, rifiutando in questo modo il «diritto di rivoluzione degli uomini». E tuttavia la soluzione è resa nello scritto La Pace perpetua.
Il secondo capitolo è dedicato a Fichte, il quale definisce la rivoluzione in termini di «progresso dello spirito umano» [p. 107] e di «corso della natura» [p. 107]:

Quando si impedisce il progresso dello spirito umano, solo questi due casi sono possibili: il primo, più inverosimile, che noi ce ne restiamo inerti dove eravamo, rinunciando a far valere qualsiasi pretesa di diminuire la nostra miseria e di aumentare la nostra felicità, e che ci lasciamo imporre i limiti oltre i quali noi non intendiamo spingerci; oppure il secondo, molto più verosimile, quando il corso della natura, che si vuol ritardare, irrompe violentemente e distrugge tutto ciò che trova sul suo cammino, e allora l'umanità si vendica dei suoi oppressori nel modo più spietato e le rivoluzioni divengono necessarie [p. 107].

Il saggio passa in rassegna anche Lessing e Hölderlin prima di giungere a Hegel.
La filosofia hegeliana è ritenuta dall'autore del saggio una teoria post-rivoluzionaria. A tal proposito, il processo dialettico determina che il Terrore sia una «delle tappe che costituiscono la coscienza e il mondo del presente, uno dei modi che ha un popolo per riprendersi i propri diritti e uno Stato per difendere la sua esistenza» [p. 121].
Il saggio è fornito di una buona appendice bibliografica, che non tutti i saggi riportano.
Tony Judt è l'autore del saggio La rivoluzione francese e l'idea socialista fino al 1848. Esso è molto interessante giacché cerca di ricostruire le influenze che i principi, gli uomini e gli avvenimenti del decennio che dal 1789 al 1799 ebbero sulla «struttura teorica del socialismo». L'autore mostra come i primi socialisti respingessero la valenza politica della rivoluzione francese. Egli dimostra quanto i primi socialisti fossero più vicini ai reazionari e ai liberali (paradossalmente) se si prende in considerazione la «critica dello status quo».
Nel saggio si ripercorre una storia del pensiero socialista in Francia, partendo da Fourier e Saint-Simon, fino alla vigilia dell'uscita del Manifesto del Partito comunista.
I socialisti della prima metà del secolo XIX sono interessati al sociale e alle ingiustizie più che alle rivendicazioni politiche. Il saggio ci dice, inoltre, le necessità dei socialisti di inserirsi all'interno delle strutture create dalla rivoluzione francese, a confrontarsi nelle attività parlamentari, a sopravvivere in un sistema parlamentare, grazie al sostegno del proletariato, dato non scontato o sconosciuto ai primi socialisti: «I socialisti francesi dovettero imparare a lavorare in un sistema parlamentare» [p. 157].
L'autore afferma, inoltre, che è proprio Marx a essere «[...] sensibile ai guadagni della rivoluzione francese considerandoli come un preludio necessario alla rivoluzione socialista e trattando, perciò, tutte le libertà acquisite come permanenti e proficue» [p. 156].

Il saggio di Alessandro Galante Garrone, docente di storia moderna, La rivoluzione e il Risorgimento italiano, cerca di fare luce sulla filiazione diretta tra i due fenomeni storici. La rivoluzione è un modello.

È interessante, invece, cogliere in che modo la rivoluzione francese abbia lasciato negli animi degli italiani «la consapevolezza di quel che fosse il bene della libertà, e il tormento di non possederla» [p. 173].
Non a caso il saggio rimanda all'esperienza della Carboneria prima e di Mazzini poi:

La rivoluzione francese è, ancora una volta, la promotrice di una nuova età, un modello esemplare. In questo momento Mazzini sembra accettare l'iniziativa rivoluzionaria della Francia, come l'evento più probabile: e caldeggia una nuova, grande rivoluzione, che ripercorra tutte le fasi di quella settecentesca, incluso il 10 agosto ma escluse le esasperazioni del Terrore. [...] Continuava ad ammirare la Francia grande e potente, e insieme temeva che, forte del suo prestigio, potesse ancora mettersi alla testa della rivoluzione europea. Ma soprattutto, egli pensa che il vero problema dell'Italia era quello del suo risorgere a nazione libera, indipendente, unita. Ogni altro problema, come quello di una radicale trasformazione della società, doveva cedergli il passo. La redenzione delle plebi sarebbe venuta dopo. Ogni generazione aveva un suo compito primario ed essenziale. La rivoluzione dell'Ottantanove doveva valere come una perenne lezione per tutte quelle a venire [pp. 185-187].

In questo saggio è presa in considerazione l'attenzione che il giovane Cavour presta alla rivoluzione francese:

Cavour non era, in quegli anni, pregiudizialmente ostile alla tradizione rivoluzionaria, e neppure indifferente. [...] Quel che riteneva con certezza, era che solo dalla Francia, chiunque ne fosse alla testa, sarebbe potuto venire un rivolgimento vittorioso nella nostra penisola. Su questo punto, i documenti parlano chiaro. Comunque andassero a finire le cose, dalla vittoria della rivoluzione in Francia sarebbe dovuta nascere anche «l'aurore du jour qui doit éclairer la régéneration italienne» [p. 189].

Chi invece è avverso alla rivoluzione è Cesare Balbo, rimasto fedele al concetto di libertà medievale, benignamente concessa dal monarca, perché «tutto il resto che era venuto dopo [la convocazione degli Stati Generali] non era che una aberrante, deplorevole deviazione» [p. 193].
La seconda parte del libro si apre con un saggio di Bronislaw Geremek, storico polacco, dal titolo Lo Stato-nazione nell'Europa del XX secolo. Questo scritto è forse quello che paga un prezzo maggiore rispetto ai 23 anni del libro. Tuttavia alcuni aspetti presi in considerazione dallo studioso sono ancora pertinenti per le sorti politiche dell'Unione Europea.
Il problema della cessione di sovranità degli stati appartenenti all'Unione per creare una confederazione di stati si scontra con il principio e l'idea di Stato-nazione che ha il suo genesi nella Rivoluzione francese. Partendo da un esame dei concetti di «nazione», «stato» e «popolo», l'autore cerca di dimostrare quanto il concetto di «stato-nazione» sia messo in discussione, non solo dagli eventi bellici del XX secolo, nonostante esso rappresenti uno delle premesse ideologiche, ma anche dal riassetto europeo dopo gli accordi di Yalta.
Il saggio si conclude con un monito, che invita il lettore e lo studioso a non sottovalutare i pericoli del nazionalismo e di quanto esso possa essere una «forza pericolosa e cieca» [p. 220]: secondo l'autore infatti, questi pericoli possono annidarsi proprio nel

deprezzamento dell'idea nazionale [...], [poiché] il nazionalismo si serve del principio nazionale in modo strumentale, e si concentra sullo sviluppo dello Stato. Invece, nel modello di Stato-nazione, divenuto patrimonio comune dell'Europa, lo Stato è limitato e temperato dalla «sovranità del popolo», e nel gioco fra le aspirazioni e le realizzazioni appaiono non soltanto conflitti di interessi, ma anche un sentimento di fratellanza e solidarietà, elementi dei rapporti fra gli uomini, che non stanno a loro agio nell'apparato concettuale dello storico o del sociologo, in quanto carichi di enfasi [p. 220].

Il saggio Francia e Russia: analogie rivoluzionarie di Vittorio Strada si pone l'obiettivo di ripercorrere ed esaminare la tradizione storiografica e ideologica che attuò l'operazione di accostamento tra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa.
Prima di addentrarsi nella questione l'autore distingue quattro tipi di analogia: retorica, pragmatica, euristica e teorica. L'analogia retorica si ha quando si fa un confronto tra eventi storici e quando uno di questi eventi viene considerato come carico di valore positivo o negativo. L'analogia pragmatica è un confronto a priori operato dagli attori stessi dell'evento e ne modellano il proprio comportamento, il cui paradigma si vuole imitare, variare o evitare. L'analogia euristica, frutto delle moderne scienze sociali, ha invece lo scopo di ricercare un modello da utilizzare per l'analisi, mettendo a confronto due eventi. L'analogia teorica è sì la sintesi delle precedenti, ma anche l'acquisizione di una prospettiva, «che permetta di vedere i fenomeni oggetto di confronto analogico per entro un sistema storico-universale» [p. 224].
Il saggio tuttavia prende in considerazione alcuni scritti che risultano emblematici per la questione. Il primo a essere citato è quello di Albert Mathiez, Le bolchévisme et le jacobinisme, Paris 1920.
Il secondo saggio a essere studiato è quello del primo marxista cinese Li Ta-Chao, Una visione comparativa della rivoluzione francese e russa, 1918.
L'altro scritto a essere sotto osservazione è il saggio di Trotskij, I nostri compiti politici, Ginevra 1904.
Non possono non essere prese in considerazione le opere di Lenin:

Le tesi di Lenin è che già nella rivoluzione francese il liberalismo non sia stato in grado, perché non ne era interessato, di condurre a compimento la rivoluzione democratico-borghese: «la borghesia liberale in Francia ha cominciato a dimostrare la sua ostilità alla democrazia coerente già nel movimento del 1789-1793. [...] La tesi paradossale di Lenin è che la rivoluzione borghese può vincere soltanto nonostante la borghesia e grazie al proletariato, il quale deve farsi l'egemone di una rivoluzione non 'sua', ma destinata a diventare sua, grazie a un ritardo storico che provoca una sorta di corto circuito tra due rivoluzioni, quella borghese e quella proletaria, in Occidente lontane nel tempo, ma in Russia contigue, se non sovrapposte almeno parzialmente» [pp. 234-235].

La tradizione di analogie e confronto tuttavia, è espressa negli scritti di Nikolaj Ustrjalov, Pod znakom revoljucii, Harbin 1927 e di Stalin, Sočinenija, Moskva 1949.
Vittorio Dan Segre è l'autore del saggio intitolato La Rivoluzione francese e il Sionismo. Il saggio affronta con originalità la questione della nascita del Sionismo. Secondo l'autore l'emancipazione degli ebrei in Francia, si svolse in due fasi: la prima fase riguarda il decreto del 22 gennaio 1790, che concedeva agli ebrei sefarditi i diritti di cittadinanza; la seconda fase con il decreto del 27 settembre 1791, che includeva anche gli ebrei aschenaziti.
Per il fondatore del Sionismo, Theodor Herzl, l'ondata antisemita dell'«affare Dreyfus» è la «prova del fallimento degli ideali della rivoluzione, quella rivoluzione in cui egli, come tanti altri ebrei assimilati, aveva ciecamente creduto [...]. La crisi provocata dall'antisemitismo era dunque doppia: crisi di sopravvivenza fisica per gli ebrei, crisi morale per la società civile europea» [p. 253].
Il Sionismo era quindi la «reazione degli ebrei 'orgogliosi' alla reazione degli antisemiti contro i valori proclamati dall'Illuminismo e dalla rivoluzione» [p. 257].
I diritti dell'uomo è il titolo del saggio di Luc Ferry. L'autore indica la Dichiarazione americana del 1776 e la Dichiarazione francese del 1789, quali basi teoriche della discussione contemporanea sui diritti dell'uomo. Le due dichiarazioni sono quindi «indissociabili dall'idea di rivoluzione» [p. 273]. Tuttavia le due dichiarazioni presentano uno «status filosofico diverso», perché «la nozione di rivoluzione con cui pretendono istituirsi i diritti dell'uomo è nei due casi concepita in modo del tutto differente» [p. 273].
La rivoluzione americana, secondo Ferry, «s'ispira [...] alle idee di Locke, mentre la fonte intellettuale della concezione rivoluzionaria francese è più facilmente rintracciabile nella combinazione tra le idee di Rousseau e quelle dei fisiocratici» [p. 273].  E stando alle parole di Habermas la «dichiarazione americana del 1776 si basa sull'idea profondamente liberale che la società, nel suo funzionamento naturale, realizza per così dire automaticamente i diritti dell'uomo, purché lo Stato accetti di limitare i propri interventi» [p. 273].

La rivoluzione americana, che del resto non deve rompere con un Ancien Régime ma solo raggiungere l'indipendenza, si fonda sull'idea di una società naturalmente buona, sull'interesse individuale rettamente inteso e su un common sense preesistente, e non su una virtuosa volontà generale cui spetterebbe migliorare la società in nome di un ideale morale. È invece questo secondo modello ad attivare la Dichiarazione francese anche quando, paradossalmente, è opera dei fisiocratici: paradossalmente perché sarebbe stato lecito attendersi che coloro i quali apparivano già sul piano economico come gli ardenti difensori del laissez faire, laissez passer, sostenessero piuttosto una rivoluzione americana. [p. 275].

Il saggio si addentra quindi su questioni squisitamente filosofiche, in particolar modo di quelle di filosofia del diritto. Esamina poi il rapporto fuorviante che deriva dall'associazione tra politica nell'antichità e politica nell'epoca moderna. Da questa analisi traspare una posizione che non è originale, sebbene valida e condivisibile, secondo la quale è impossibile tentare una crasi, anche solo approssimata tra la politica, le forme di governo e le basi teoriche degli antichi e dei moderni: «l'autorità politica legittima non imita un ordine naturale o divino, ma si basa sulla volontà individuale e quindi, per impiegare il termine filosofico adatto, alla soggettività» [p. 285].
Il saggio cerca inoltre di mettere alla luce le differenze tra la concezione liberale («diritti-libertà») e la concezione socialista («diritti-rivendicazione») dei diritti dell'uomo. A questa discussione si inserisce una sintesi del dibattito sulla critica neo-liberale ai diritti sociali che prende in considerazione problemi riguardanti lo stato liberale, lo stato assistenziale e lo stato totalitario. E lo stesso autore indica una stretta correlazione tra il liberismo e lo stato assistenziale più che tra lo stato assistenziale e quello totalitario.
L'ultimo saggio è di Pasquale Pasquino e s'intitola Il concetto di rappresentanza e i fondamenti del diritto pubblico della rivoluzione: E. J. Sieyès. Il contributo è dedicato alla disamina degli scritti di Sieyès in cui si affrontano i temi fondamentali della rivoluzione francese: «La Costituzione francese del 1791 consacra come fondamenti del diritto pubblico dell'Europa contemporanea, accanto alla separazione dei poteri (art. 16 della Déclaration des droits), la sovranità nazionale e il governo rappresentativo» [p. 297].
Il tema principale di questo saggio riguarda la «forma rappresentativa e la legittimazione popolare, attraverso le elezioni, dei poteri pubblici restano alla base degli ordinamenti costituzionali delle democrazie occidentali» [p. 298].
Il saggio affronta anche il concetto di «Nazione» nella storia, prendendo le mosse da uno studio di E. Fehrenbach. Nel 1789 il

termine/concetto 'nation'» assume nel vocabolario politico «tre diversi significati polemici:
1. Essa è una totalità omogenea ed autosufficiente - dal punto di vista politico ed economico - che si oppone alla società per ordini o ceti. [...] La parte, il terzo stato, si afferma come totalità, operando una rottura sul piano del diritto, la quale costituisce il limite più importante della teoria, per altri versi feconda, della continuità, esposta da Tocqueville ne L'Ancien Régime et la Révolution.
2. La nazione e la dottrina della sovranità nazionale si oppongono alla tradizione millenaria del potere monarchico. [...] Se il conflitto politico-sociale vede schierato il terzo stato contro l'aristocrazia, quello politico-costituzionale oppone la nazione alla monarchia. [...] La monarchia in Francia già nel 1789 è distrutta nelle sue fondamenta. Su questo punto la posizione teorica di Sieyès è più coerente di quella di Thouret o di Barnave.
3. L'idea di nazione costituisce, infine, un principio di esclusione nei confronti dell'aristocrazia e dei privilegi, definiti come ciò che si pone al di fuori del 'diritto comune'» [pp. 301-302].
Sieyès si chiede «chi è la nazione?»
A questa domanda l'autore risponde dicendo che «l'originalità del concetto di nazione proposto da Sieyès consiste nel fatto che essa è considerata sotto un duplice punto di vista: come corpo sociale, di cui bisognerà definire i caratteri, e come soggetto giuridico, di cui si dovranno specificare i poteri» [p. 307].
Secondo il punto di vista della nazione come corpo sociale, Sieyès mostra come «terzo stato [...] [sia] una nazione completa, una totalità autosufficiente e dunque autonoma. [...] La nazione è dunque il terzo stato, cioè l'insieme dei produttori di beni e valori, che comprendono i lavori privati e le funzioni pubbliche», identificando il terzo stato con la «classe universale [p. 308].

Prendendo in considerazione invece, il punto di vista della nazione come soggetto giuridico, la nazione viene a identificarsi con il «soggetto titolare del potere costituente» [p. 309].
Alla fine è presente una scheda informativa sugli autori dei saggi.
Consiglio questo libro a tutti quelli che intendono affrontare uno studio sulla rivoluzione francese, sebbene sia esso datato e scritto quando il mondo era diverso, poiché diviso ancora dall'ideologia e dall'appartenenza al blocco sovietico o occidentale.


Piero Canale



giovedì 5 giugno 2014

L'età dell'oblio

Tony Judt, L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ‘900, Roma-Bari, Laterza, 2011, 484 pp., ISBN 978-88-420-9632-0.

Impossibile recensire in modo puntuale il testo di Tony Judt. Questo volume offre, infatti, una panoramica piuttosto complessa dei protagonisti e dei fatti più importanti del secolo scorso. Intellettuali, politici, papi, persino Stati (come la Francia, l’Inghilterra, la Germania, il Belgio, la Romania) aiutano il lettore a tratteggiare i momenti storici cruciali del Novecento, con le mille contraddizioni annesse, gli eventi più rilevanti, i momenti di impasse e quelli che hanno, invece, determinato le svolte epocali. Non sempre condivisibili, da parte di chi scrive, alcune affermazioni o prese di posizione da parte dell’autore, ma senza dubbio il contributo storico che questo volume è in grado di offrire al lettore è di inestimabile valore.
L’età dell’oblio raccoglie un insieme di saggi composti da Judt tra il 1994 e il 2006. Pur affrontando svariati temi (dal marxismo francese alla globalizzazione), è possibile rintracciare i nuclei principali attorno ai quali ruotano i vari scritti: il ruolo degli intellettuali e delle loro idee e la funzione esercitata dalla storia in un’età definita appunto dell’oblio.
Nell’affrontare queste due tematiche – indubbiamente connesse tra loro – l’autore sottolinea come si sia diffusa, ormai capillarmente, l’idea secondo la quale il passato non abbia più nulla da insegnarci. Questo discutibile atteggiamento ha provocato, innanzitutto, l’oblio della guerra, rimozione, questa, particolarmente diffusa in Europa, specialmente dopo il secondo conflitto mondiale, ma anche in seguito alle terribili guerre civili che hanno martoriato il ventesimo secolo. Diversa è la realtà statunitense, dove si esaltano ancora le imprese belliche e le forze armate. Le ragioni di tale diversità sono da ricercare, secondo Judt, nel fatto che gli USA non hanno mai patito le conseguenze di una sconfitta: il loro territorio non è mai stato invaso né smembrato e, per tale ragione, i nordamericani credono ancora che le guerre alle quali hanno partecipato siano state delle «guerre giuste» [p. 9]. Quindi, se per gli europei la guerra costituisce l’ultima spiaggia cui fare ricorso, per gli statunitensi, invece, è la prima via da intraprendere in caso di risoluzione dei contrasti.
Strettamente connesso al tema della guerra è, poi, quello del declino dello Stato che ha avuto inizio proprio nel ventesimo secolo. La convinzione più diffusa è che lo Stato impedisca, con le sue innumerevoli pastoie burocratiche, con i ritardi, con la corruzione di buona parte dei suoi funzionari, il buon andamento degli affari umani. Di qui l’ingente ricorso alle privatizzazioni, nell’ultima parte del secolo passato, con conseguenze piuttosto onerose sui cittadini.
Ma il Novecento è stato anche il secolo degli intellettuali. Qual è il loro ruolo oggi?  Difficile rispondere a questa domanda in un’epoca in cui la maggior parte della gente crede che le ideologie o i sistemi di credenze siano del tutto scomparsi. Pur rifiutandoci di ammettere che le ideologie siano ormai roba d’altri tempi, bisogna altresì riconoscere che, quelle formatesi nel corso dell’Ottocento e sviluppatesi poi nell’arco del ventesimo secolo, hanno subito un profondo mutamento. Né, d’altra parte, sarebbe possibile immaginare uno scenario diverso. Le paure con cui i cittadini delle democrazie occidentali devono fare i conti oggi sono, infatti, diverse da quelle del secolo scorso: la paura del terrorismo internazionale, della velocità del cambiamento, della disoccupazione ma, soprattutto, il timore che «non solo non possiamo più decidere della nostra vita, ma che anche coloro i quali comandano hanno perso il controllo in favore di forze oltre la loro portata» [p. 23]. Questo punto della riflessione di Judt è cruciale, a mio parere, perché riesce a spiegare il diffondersi – a partire dagli anni successivi alla stesura di questa introduzione e cioè gli anni in cui stiamo vivendo – dell’avanzata dei populismi, della xenofobia, della chiusura delle frontiere. Perfetto corollario, insomma, della politica dell’insicurezza.
L’excursus attraverso le più importanti figure di intellettuali del Novecento, è – per scelta dell’autore – un viaggio attraverso i totalitarismi del «secolo breve»: Primo Levi fra tutti, che cerca le parole per descrivere l’orrore dell’olocausto, stando attento a usare toni “credibili” per i lettori. Perché la tragedia dello sterminio nazista fu anche questa: ci volle tempo prima che qualcuno iniziasse a credere alle vittime. Le prime inibizioni di Levi, in tal senso, aspramente criticate da Jean Améry saranno poi superate, definitivamente, con Se questo è un uomo che si conclude con una inequivocabile accusa di responsabilità collettiva contro quei tedeschi – la maggior parte – che seguirono Hitler [p. 63].
Il tema del totalitarismo è forte anche nell’opera di Hannah Arendt. Esso viene interpretato come «il non plus ultra del controllo e della distruzione dell’essere umano» [p. 79] e, in tal senso, fondamento stesso del regime. Nazismo e stalinismo confluiscono in lei in un unico archetipo. Questa scelta le vale moltissime incomprensioni, attirandole numerose critiche.
È il totalitarismo di Stalin che spinge, invece, Althusser – che pure Judt non esita a tacciare di astruse apologie politiche condite da folli illusioni – a dare del marxismo una «lettura sintomatica» [p. 107]. Né del resto era una novità: a lungo, nel Novecento, molti studiosi presero da Marx quello di cui avevano bisogno, ignorando il resto.
Persino Eric Hobsbawm, nella critica di Judt, vede pregiudicato il suo istinto storico dalla sua “incondizionata” adesione al comunismo. Ciò che nello specifico Judt attribuisce al grande storico, è di non aver mai affrontato «l’eredità morale e politica di Stalin e delle sue azioni» [p. 126].
Sarebbe molto difficile comprendere bene la prima parte del volume se omettessimo di dire che Judt – e chiara appare tale convinzione nel corso di tutto il volume – ritiene che tra gli estremismi di sinistra e quelli di destra, vi sia una «fondamentale affinità» [p. 127]. Non si salva il marxismo che non può certo – a dire dell’autore – sentirsi immune da responsabilità per via del totalitarismo stalinista. Anzi, andando a riprendere l’opera di Leszek Kolakowski e la sua critica feroce al marxismo, Judt si proprone di spiegare ai suoi lettori come le pesanti analogie tra la crisi della fine del diciannovesimo secolo e quella attuale, sintetizzata in parte nella formula marxista dell’«esercito industriale di riserva» [p. 140], potrebbe determinare una rinascita del marxismo come unica chiave risolutiva al declino attuale, come soluzione alla crisi del capitalismo. E ciò per Judt rappresenta, niente meno, che una follia. Proprio perché, coloro che vorrebbero far rinascere il marxismo grazie alla caduta del comunismo, commetterebbero, a suo dire, un errore irreparabile. Quello che però Judt non ci spiega è quale possa essere l’alternativa ai due sistemi, specialmente oggi che il capitalismo sembra essersi incartato in una sorta di spirale perversa, in un labirinto senza via d’uscita, dal quale sembra sempre più difficile venir fuori.
Un altro dramma del Novecento è poi la questione mediorientale, tutt’altro che risolta. Judt fa riferimento a Edward Said e alla sua opera, perché a essa dobbiamo la verità sul trattamento dei palestinesi da parte di Israele, ma anche il riconoscimento della necessità di trovare degli accordi, partendo dall’ammissione dei propri difetti e dei propri errori. Said non esita, infatti, a rivolgere critiche feroci ai leader arabi, in particolare a quelli dell’OLP, accusandoli apertamente di ogni sorta di corruzione e cupidigia; ma non tralascia, per questo, di segnalare tutti gli abusi compiuti da Israele a danno dei palestinesi, con la complicità degli Stati Uniti. La peculiarità della vicenda mediorientale è, tra l’altro, basata sul paradosso vissuto dai palestinesi, di essere «vittime delle vittime» [p. 170]. Sì, perché chi aveva cacciato i palestinesi dalle loro legittime terre non erano i colonialisti occidentali, ma i sopravvissuti all’Olocausto. Questa riflessione, legata anche alle analisi sui puntuali fallimenti di tutte le negoziazioni, ha spinto Said a passare dalla convinzione di una necessaria costruzione di due stati per due popoli, all’idea che fosse meglio, invece, creare uno stato unico secolare per israeliani e palestinesi.  Ma Said si spinge oltre: comprende che i veri nemici della pace in Medio Oriente sono gli americani. Non tanto i governi quanto piuttosto l’opinione pubblica statunitense, che si mostra sensibile alla causa israeliana perché non ha mai conosciuto quella palestinese. Per questo, per tutta la vita, Said cerca di tenere sempre vivi in America la questione palestinese e il conflitto mediorientale. Ed è proprio sulla scia delle teorie di Said che Judt formulerà, nel 2006, un articolo molto interessante, pubblicato sul quotidiano liberale israeliano Ha’aretz, che peraltro susciterà molte reazioni critiche. In esso Judt taccia apertamente Israele di immaturità. Successivamente alla Guerra dei Sei giorni (1967), la percezione che gran parte del mondo aveva avuto di Israele, fino a quel momento, cambia radicalmente, come dimostra la diffusione repentina di un nuovo simbolo, destinato ad avere una fortuna universale, e che verrà riprodotto su migliaia di editoriali giornalistici e vignette satiriche: la Stella di David su un carro armato [p. 279]. L’autore afferma apertamente che non è possibile giustificare ogni azione di Israele ricordando Auschwitz. Anzi: non è accettabile la teoria secondo la quale chiunque critichi la politica di Israele, venga tacciato di antisemitismo. E non è accettabile perché, così facendo, Israele finisce per parlare e agire, impunemente, a nome di tutti gli ebrei. In relazione alla violazione delle leggi internazionali nei territori occupati, o all’umiliazione delle popolazioni sottomesse a cui ha confiscato le terre, è come se gli israeliani dicessero: «queste azioni non sono israeliane, ma ebree; l’occupazione non è israeliana ma ebrea; e se questo non vi va giù è perché non vi piacciono gli ebrei» [p. 281].  Israele dunque non cambia e si ostina, immaturamente, a restare immobile sulle sue posizioni. Il punto è, però, che il mondo invece è cambiato. Oggi sono sempre più numerosi i cittadini che considerano lo Stato di Israele alla stregua della Spagna di Franco. E moltissimi di questi cittadini sono statunitensi. Tutto ciò, afferma Judt, dovrebbe far riflettere tanto Israele quanto il Nord America che è l’unico suo sostenitore.
Sugli Stati Uniti e sulla sua storia novecentesca, fatta di ostilità più o meno cruente, l’autore si sofferma a lungo. Da qui l’affascinante report sulla crisi missilistica a Cuba del 1962. La ricostruzione storica e dettagliata dell’evento è condita dalla citazione di numerosi dialoghi tra i protagonisti della vicenda – ricavati dalle registrazioni – che ci forniscono un quadro preciso sia sui rapporti di forza all’interno degli Stati Uniti e tra gli uomini della presidenza Kennedy, sia sulle loro qualità caratteriali e sul loro modo di reagire ai momenti di crisi nelle fasi cruciali e concitate. Solo i fratelli Kennedy, peraltro, sapevano che le conversazioni venivano registrate. Possiamo quindi leggere stralci di discussioni tra il vicepresidente Lyndon Johnson e l’ExComm Mc Namara; oppure tra il Presidente Kennedy e il Generale Wheeler o tra Kennedy e l’ex ambasciatore a Mosca Llewellyn Thompson. Attraverso queste testimonianze dirette, riusciamo a comprendere meglio non solo quella crisi, ma anche i rapporti reali tra il Presidente USA e i militari. Questi ultimi non provavano per lui che un mero sentimento di disprezzo, assolutamente ricambiato, peraltro, con l’aggiunta di una buona dose di sospetto.
Profonda e interessante analisi, poi, è quella che l’autore dedica al confronto tra Europa e Stati Uniti. Colpisce molto la parte dell’articolo – scritto tra il 2002 e il 2006 – in cui Judt fa riferimento a diverse autorevoli voci, secondo le quali un’Europa compatta e unita rappresenterebbe una minaccia agli interessi degli Stati Uniti. Dunque l’America ha tutto l’interesse a bloccare sul nascere questa unione [p. 391]. In effetti, osservando bene quanto sta accadendo oggi, a ben otto anni di distanza da quell’articolo, tale affermazione deve far riflettere. Siamo alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo e l’Europa sembra tutt’altro che una realtà unitaria e solidale, anzi, in molti casi è sentita fortemente come un’entità lontana e persino ostile ai cittadini, tanto che i sondaggi danno l’astensionismo al 40% e le previsioni decretano una pericolosa avanzata dei populismi.
Ritornando, per un attimo, al confronto tra Europa e America esce fuori un quadro mediamente idilliaco della prima, rispetto alla seconda: vi campeggia un continente che, grazie alla lezione appresa nel passato, «non conoscerebbe, se non raramente, il patriottismo belligerante di stile americano» [p. 393]. Eppure l’Europa è una realtà piena di contraddizioni e, spesso, di scelte violente che non si possono omettere: dalla produzione di armi (di cui il nostro continente detiene il triste primato) agli interventi militari (Iraq, Afghanistan, Libia) solo per fare alcuni esempi. Un’Europa che non sembra interessata né alla questione mediorientale, se non per appoggiare la politica statunitense di supporto a Israele, proprio in un momento in cui – come abbiamo visto – le reazioni alla condotta americana si fanno sempre più severe; né alla incredibile emergenza umanitaria delle massicce ondate migratorie provenienti dal continente africano e dalla Siria che, in questi giorni, stanno interessando le coste della Sicilia.
Dinanzi a questo panorama tutt’altro che idilliaco, le conclusioni di questo volume, appaiono di incredibile attualità. Non è casuale, a mio avviso, la scelta da parte di Judt, di una lucida quanto sconfortante analisi, risalente al 1997, del sorpasso da parte della destra neofascista e xenofoba sui partiti di sinistra. In Francia, ad esempio – allora come oggi – sono proprio gli ex elettori di sinistra a votare Le Pen.  Perché? Le parole amare che Judt dedica, alla fine, alla sinistra europea (in particolare ai socialisti) riflettono una condizione attualissima e una ferita ancora aperta che si è già ulteriormente incancrenita: la visione di una sinistra incapace di governare e in permanente protesta. Dice l’autore: «la sinistra non ha idea di cosa potrebbe significare un suo successo politico, se riuscisse a conseguirlo; non ha una visione articolata di una società buona, o semplicemente migliore, di quella attuale. In assenza di una simile visione, far parte della sinistra non è che prendere parte a una protesta permanente» [p. 411]. Come è possibile, del resto, dargli torto? Oggi, poi, che la situazione si fa ancora più pesante – rispetto al 1997 – in considerazione del fatto che i governi hanno un margine limitato di iniziativa politica in materia fiscale e monetaria? Ciò, ovviamente, determina il principio secondo cui, vinte le elezioni, nessun governo rispetta mai gran parte delle promesse fatte in campagna elettorale.
Come salvarci dunque? Judt ci ha lasciati nel 2010, stroncato da una malattia orribile che lo ha tenuto, fino all’ultimo, prigioniero lucidissimo di un corpo ormai morto. In una sua ultima intervista a Charlie Rose, ci dice, tra le tante cose, che la sua paura più grande è quella di venir privato della possibilità di comunicare. Pensiamo che per uno storico questa sia una delle pene più atroci da sopportare. Non possiamo fare a meno di chiederci cosa penserebbe Judt di questi ultimi quattro anni, del modo in cui rileggerebbe la storia del Novecento alla luce degli ultimi eventi, ma soprattutto ci chiediamo se continuerebbe a pensare, con speranza, che lo Stato moderno possa ancora salvarsi, determinando il modo migliore della distribuzione – sia pure soltanto a livello locale – della crescita economica generata dai privati [p. 415].
Consiglio la lettura di questo volume perché – a prescindere dalle convinzioni ideologiche o dagli approcci storiografici – rappresenta un ricchissimo strumento di conoscenza e riflessione sugli uomini e i fatti di un secolo, il Novecento, col quale dobbiamo fare i conti ancora oggi. Perché è soltanto leggendo tra le carte di quel secolo che, forse, possiamo trovare la chiave interpretativa per il presente – del tutto oscuro e ancora in fieri – che ci tocca in sorte vivere. E forse, almeno così si augura chi scrive, la sinistra europea, sempre più divisa dai protagonismi e dall’inettitudine, troverebbe qualche spunto per decidersi, finalmente, ad intraprendere una seria riflessione sulle alternative concrete alla globalizzazione economica, alle sue leggi spietate e alle sue insaziabili richieste.


Alessandra Mangano

sabato 5 aprile 2014

La fabbrica degli abiti

Marina Comei, La fabbrica degli abiti. Cesare Contegiacomo e la sua impresa 1905-1985, Roma-Bari, Laterza, 2012, 131 pp., ill., ISBN 978-88-420-9938-3.

Fare storia di impresa nel Mezzogiorno può sembrare ancora oggi, nell'immaginario collettivo, un ossimoro o storia di folli cattedrali nel deserto, quando invece bisognerebbe conoscere meglio il territorio meridionale, ridotto troppo spesso a un unico grande blocco informe e connotato da marchi come il clientelismo, il malaffare, la mancanza di un tessuto industriale, che sono più il frutto di una comodità narrativa per il grande pubblico dei media e della politica da talk-show.
Nell'Introduzione [pp. V-VIII] al libro di Marina Comei, docente di storia economica presso l'Università di Bari, è richiamata all'attenzione la "geografia dello sviluppo economico", quale strumento per comprendere le specificità di una città o di regioni che hanno storie di rilevante crescita economica oppure di marginalità, affinché si possa capire quali siano i meccanismi di sviluppo e crescita in un territorio.
La fabbrica degli abiti non è un manuale di geografia dello sviluppo economico, bensì il risultato di una ricerca fatta negli archivi (da quello di famiglia a quello dell'azienda Contegiacomo presso l'Archivio di Stato di Bari, solo per citarne due tra i più importanti), che trova il suo esito in questo libro e nel racconto della storia dell'azienda di Cesare Contegiacomo, sorta a Putignano nel 1905. Una storia che parte proprio dalla conoscenza del territorio e non da schemi polarizzati e definiti.
Cesare Contegiacomo crea un'azienda di confezioni in Puglia, territorio vivace, volto al commercio e alla manifattura. Un'azienda, all'inizio a conduzione familiare, che nella sua storia, lunga ben 80 anni (è, infatti, del 1985 la dichiarazione di fallimento), acquisisce un forte significato sociale all'interno della comunità putignanese.
L'impresa vive momenti cruciali della storia italiana del XX secolo, come le guerre mondiali, il colonialismo italiano e l'apertura di nuovi mercati, il dopoguerra, il boom economico degli anni Sessanta e la crisi degli anni Settanta, da cui l'azienda però non riesce più a risollevarsi.
È una storia d'impresa che non può non evidenziare gli effetti sociali che un'attività produttiva ha sul territorio, soprattutto se si considerano aspetti interessanti come gli alti livelli di occupazione in fabbrica in un territorio in cui prevale l'industria a domicilio nel settore tessile, o dell'indotto che si sviluppa.
Il libro fornisce, attraverso la narrazione di tutte le fasi della vita dell'azienda di Cesare Contegiacomo, numerosi spunti di riflessione che possono essere punto di partenza per ulteriori ricerche, considerata la mancanza di una vera e propria "tradizione" di studi storici sull'impresa.
Il libro, corredato da una raffinata selezione di fotografie della storia dell'impresa (e – a mio avviso – anche di un'Italia che fu), riporta delle interessanti Appendici [pp. 94-128] con l'Intervista a Cesare Contegiacomo [pp. 95-102], nipote del Cesare Contegiacomo fondatore dell'azienda, a cura di Pietro Sisto, e la fotoriproduzione di alcuni Documenti [pp. 103-128] della storia della fabbrica degli abiti. A seguire una Bibliografia essenziale sull'argomento [pp. 129-132].


Piero Canale



sabato 5 gennaio 2013

“È l’Europa che ce lo chiede!” (Falso!)



Luciano Canfora, “È l’Europa che ce lo chiede!” (Falso!), Roma-Bari, Laterza, 2012, IX +78 pp., ISBN 978–88–420–9337-4.

Cosa rappresenta davvero l’Europa? Possiamo definirla una grande opportunità o piuttosto ammettere che si è trattato di una promessa mancata? Attraverso questo breve saggio, Luciano Canfora – docente di filologia classica all’Università di Bari – ci invita a riflettere attentamente sulle contraddizioni legate all’Europa, intesa – oggi più di ieri – come la nuova «ideologia» che ha scalzato quelle novecentesche messe ormai al bando.
La prima grande contraddizione dell’Europa è la mancanza di unità politica: dal 1957, anno della stipula dei Trattati di Roma, gli europei possiedono una moneta unica ma non uno Stato unitario. Lo storico non può omettere di sottolineare il passaggio epocale che stiamo attraversando e che ci mette di fronte al declino della sovranità affidata a parlamenti eletti a suffragio universale – inaugurata dalla Gloriosa Rivoluzione inglese del Seicento –  e all’avvento di una nuova forma di governo in cui il potere effettivo è esercitato non da rappresentanti eletti democraticamente dal popolo sovrano, ma da organismi finanziari potenti come la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. Quali conseguenze ha questo delicato passaggio di consegne – avvenuto peraltro a totale insaputa dei cittadini – sui singoli Stati? Devastanti, secondo l’analisi dell’autore: dal dimezzamento del valore reale dei salari, alla perdita di consenso verso le tradizionali classi sociali di riferimento (così si spiega il voto massiccio degli operai alla Lega Nord) il tutto condito da una legge elettorale, il maggioritario, che, permettendo di vincere anche se si sono perse le elezioni, dà vita a parlamenti svuotati delle loro funzioni e prerogative.
La legge elettorale italiana, d’altra parte, è perfettamente funzionale al disegno che ha portato alla degenerazione della dinamica parlamentare: fino a qualche tempo fa ogni azione politica era improntata alla logica del bipolarismo. Oggi al bipolarismo si è sostituita la “coesione”, ovvero il fare insieme le cose che contano, nell’interesse del Paese, mettendo da parte le ideologie. Quante volte abbiamo sentito dire: questo non è un discorso di destra o di sinistra, ma è un discorso di buon senso! Del resto l’ideologia ha assunto una connotazione negativa in un mondo in cui – dice Canfora – c’è un uso incolto di questa parola. Così, opporsi all’abrogazione dell’art.18 – come richiesto dalla BCE nell’agosto del 2011 – è ideologico; affermare che il cambio reale della valuta non era basato – come ci avevano fatto credere – sull’equivalenza 1 euro pari a 2000 lire, ma piuttosto 1 a 1000, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di dimezzamento dei salari, di contrazione del potere d’acquisto e della conseguente crisi del sistema produttivo, ti fa guadagnare l’appellativo di qualunquista, antieuropeista o, peggio, viste le ultime sortite del Cavaliere, berlusconiano. Eppure alle vecchie e tanto vituperate ideologie se n’è sostituita una nuova l’Europeicità, l’essere seguaci della quale è invece motivo di vanto e gloria.
A ben guardare, il principio della coesione – funzionale, come si diceva prima, al processo di disfacimento della rappresentanza parlamentare – è servito a eliminare dallo scenario politico le cosiddette “ali estreme” (destra e sinistra) e a concentrare tutto sulla rincorsa a quello che oggi viene chiamato “centro moderato”. L’indebolimento del dualismo destra/sinistra ha fatto sì che la finanza e il mercato si sostituissero alla politica. In Italia possiamo osservare l’esito più feroce di questo disegno se consideriamo che in nome della crisi e per il bene del Paese, siamo stati guidati per un anno da un governo tecnico che non è stato scelto dai cittadini, ma imposto dall’esterno come ineluttabile necessità. Ma, si chiede Canfora, destra e sinistra davvero non esistono più, o la loro scomparsa è invece da considerare «un fenomeno inerente alla società piuttosto che alla realtà?» (p. 12). Il comunismo storico è fallito, diceva Bobbio nel 1994, ma aggiungeva anche che il cammino verso l’eguaglianza è appena agli inizi. Eppure, se oggi ammettiamo, senza troppe difficoltà, che il comunismo è fallito, sembra invece impossibile scalfire l’idòlum dell’eternità del capitalismo, malgrado la crisi mondiale che imperversa da anni ormai dimostri tutto il contrario.  Ciò accade perché questa eternità, seppur fallace ed effimera, serve a rafforzare l’azione della Banca Centrale Europea che riveste il ruolo di attuale “forza direttrice a sé stante”, lo stesso ruolo che, ai tempi di Gramsci, era rappresentato da giornali del calibro del Corriere della Sera o del Times. L’esito primario dell’azione della BCE è quello di «abbattere governi, farne nascere di nuovi, ordinare la crescita di coalizioni e vietare referendum in paesi apparentemente sovrani» (p.25) come è evidente nel caso di Italia, Grecia e Spagna.
Come possiamo reagire dinanzi a uno scenario tale in cui assistiamo, inermi, alla delocalizzazione di quella forza direttrice a sé stante che oltrepassa i confini del singolo Stato nazionale per ancorarsi saldamente al potere bancario della cosidetta Troika? L’autore non ha dubbi e, citando Nouriel Roubini, l’economista che aveva previsto la crisi del 2007, afferma che non solo è possibile, ma è necessario addirittura svalutare l’euro, con buona pace degli interessi nordamericani e della Germania che ha nell’eurozona il suo mercato.
Insomma bisogna avere il coraggio di scegliere tra i diritti sanciti dalla Costituzione e il potere economico e finanziario, tra i diritti dei popoli e gli interessi del mercato. E, in questa scelta, si gioca – secondo Canfora – la vera sfida della sinistra e la chiave della sua sopravvivenza.

Alessandra Mangano