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lunedì 5 ottobre 2015

Stessa misura, stesso peso, stesso nome

Antonino Giuffrida, Stessa misura, stesso peso, stesso nome. La Sicilia e il modello metrico decimale (secoli xvi-xix), Roma, Carocci, 2014, 172 pp. (Biblioteca di testi e studi, 941), ISBN 978-88-430-7381-8.

Non capita quasi mai di chiedersi nella vita di tutti i giorni da dove provengano o come siano nate le unità di misura, che noi utilizziamo quotidianamente in molte azioni comuni, senza nemmeno rendercene conto: fare la spesa («mi dia 3 etti di prosciutto»), comprare un abito di tagli 48, fare il pieno di benzina. Eppure il sistema metrico-decimale, che noi usiamo con la naturalezza di chi lo utilizza da sempre, non è stato sempre il sistema ponderale in uso in Europa e nel resto del mondo, sebbene esso sia in campo internazionale riconosciuto e adottato da quasi tutti i paesi con qualche eccezione (vedi per esempio il Regno Unito e gli Stati Uniti).
Prima dell'introduzione del sistema metrico-decimale, la quale fu favorita anche dalla sua scientificità (i progressi scientifici tra Seicento e Settecento sarebbero stati impensabili senza il sistema metrico-decimale), in Europa erano in uso sistemi ponderali "a misura d'uomo" (il piede, il palmo, il rotolo, la canna, ecc.), ma che di fatto erano sistemi di numeri complessi. Per spiegarci meglio: il palmo, unità di misura di lunghezza corrisponde a 12 oncie (sottomultiplo), mentre il miglio, multiplo del palmo, corrisponde a 5760 palmi, tralasciando però tutti gli altri multipli e sottomultipli.
I sistemi ponderali di antico regime sono particolarmente interessanti, perché possiedono una forte connotazione sociale e politica e sono misura dei rapporti «che intercorrono tra ceti e delle regole di funzionamento di un mercato». Per questo motivo le riforme di tali sistemi in età moderna indicano la «attivazione dei processi politico-istituzionali di transizione, che caratterizzano gli Stati di antico regime nella fase che porterà ai nuovi equilibri ottocenteschi» (p. 11).
In Stessa misura, stesso peso, stesso nome di Antonino Giuffrida, docente di storia moderna all'università di Palermo, oltre ad essere descritto il sistema ponderale siciliano di antico regime, si analizzano le vicende storico-istituzionali di due importanti riforme del sistema ponderale nel 1601 e nel 1809 avvenute nel regno di Sicilia, fino all'introduzione del sistema metrico-decimale con l'unità d'Italia.
La riforma del sistema ponderale siciliano che si realizza nel 1809, manifesta la volontà di fare ordine in un sistema caratterizzato da una pluralità di soggetti, che godono del favore della tradizione e del privilegio, e quindi di «imporre una sola misura in tutto il Regno», visto che ogni città vantava le sue varianti (ad esempio la "canna", unità di lunghezza se era palermitana equivaleva a m. 2,046142, se era di Messina era di m. 2,090274, mentre con la riforma del 1809 fu fissata a m. 2,06783), che è innanzitutto un tentativo di «consolidare la centralità dello Stato» (p. 12).
Il nuovo clima culturale e civile d'inizio Ottocento e i risultati della rivoluzione scientifica dei secoli precedenti rendono possibile una riforma del sistema ponderale siciliano. Il vero motore della riforma è l'astronomo Giuseppe Piazzi, che insieme ai professori Domenico Marabitti e Paolo Balsamo formano la Deputazione dei pesi e misure. È proprio il Piazzi, infatti, a escludere l'adozione del sistema metrico decimale, per elaborare una «razionalizzazione del sistema basato sui numeri complessi, e in particolare, sul 12, [...] eliminando tutte le varianti accumulatesi nel tempo» (p. 84). La riforma dell'astronomo Piazzi non è indolore e priva di conseguenze. A insorgere contro la riforma sono i Consigli civici e alcuni uffici, che si trovano privati d'un tratto da prerogative secolari. Critiche al nuovo sistema provengono anche dalla Giunta dei Presidenti e del Consultore. Tuttavia la riforma sopravvive, nonostante le difficoltà, sopravvenute dopo l'unione amministrativa del Regno di Sicilia e di Napoli, anche se tra le due parti del regno rimangono vigenti due sistemi differenti.
L'esperienza della Deputazione è importante per la storia siciliana, poiché segna la rottura con un sistema di misurazione inconciliabile la "grande trasformazione economica" che è in corso in Europa. Ciò è dimostrato anche dalla continuità non solo archivistica, ma anche amministrativa tra la Deputazione e la Giunta metri siciliana cui spetta il compito della conversione del sistema siciliano a quello metrico decimale esteso dal regno di Sardegna all'Italia unita.
Per i motivi sopra esposti il libro di Giuffrida è un utile e importante strumento per gli studiosi di storia siciliana e di metrologia.


Piero Canale



martedì 2 giugno 2015

Ást, l’isola sommersa

Sergio Cataldi, Ást, l’isola sommersa, illustrazioni di Mariarosaria Stigliano, Biella, Lineadaria, 2014, 26 pp., ill., ISBN 978-88-9786738-8.

Ást, l’isola sommersa è un vero e proprio inno all’Amore, quello con la A maiuscola, quello puro, spassionato, che sa attendere ed attende con fiducia, e non solo una fiaba da leggere ai più piccini
Sergio Cataldi, l’autore, ha reso con una dolce malinconia lo scorrere delle parole, come una flebile nenia che arriva ai cuori di grandi e bambini e che tocca i più alti sentimenti umani, come il coraggio, la solitudine, la tristezza, la felicità e, infine, l’Amore tanto atteso; un amore che si ha fede di attendere anche se non presente e visibile nell’immediato, un amore in cui si crede affidandosi all’ascolto di racconti ormai perduti nel tempo.
Sergio Cataldi è nato a Palermo ed è laureato in Filosofia; è un personaggio molto noto nel panorama palermitano, conosciuto come deejay e conduttore radiofonico. Questo è il suo terzo scritto, preceduto da un racconto breve, Amnésie Blanche, pubblicato nel 2008, ed un romanzo, A passi rapidi, nel 2010.
La scrittura del volume è quella densa e lapidaria dell’epica e della mitologia di un tempo. Non a caso i luoghi ed i nomi scelti sono quelli di una nordica ed incantata Islanda, isola che riporta alla memoria illustri dialoghi ed eroi norreni. Una foresta fatata, dove ormai tutti vivono metodicamente lo scorrere del tempo, tutti eccetto Bolinmædi, impavido protagonista che sfida Líf, la foresta buia, metafora dello sconforto e di ciò che l’uomo non conosce.
Proprio addentrandosi nell’intricata e scura foresta, Bolinmædi incontrerà una donna rimasta intrappolata a causa di un sortilegio. Quella donna è Hrædsla, la Paura.
Tutti i nomi scelti per la narrazione, sono nomi parlanti, e così Bolinmædi è la Pazienza, Líf la Vita, e ciascuno diventa personificazione ed allegoria del nome che porta.
L’incontro rappresenta la svolta nella vita di Bolinmædi, che finalmente ha uno scopo, che potrà raggiungere solamente assieme a Hrædsla, ossia quello di riuscire a vedere l’isola di Ást, un’isola leggendaria ed avvolta nel mistero. Solamente con la pazienza, infatti, la paura può essere superata per affrontare la vita, e raggiungere l’Amore vero, l’Ást in islandese.
L’intero volume rapisce il lettore in una lettura scorrevole ed onirica, ben articolata. Il testo è corredato dalle illustrazioni di Mariarosaria Stigliano, artista tarantina, che dopo avere conseguito una laurea in giurisprudenza, ne consegue una seconda in pittura. Ha preso parte a molteplici concorsi a premi, ed ha inoltre partecipato al programma di Raitre Art News.
Testo ed immagini si mescolano simbioticamente, e ciò che è descritto con le parole, trova il suo riscontro immediato nelle illustrazioni contenute, che sono dei veri e propri quadri parlanti.
Nella pagina finale è presente un glossario con la traduzione dei termini in islandese. Un volume tipograficamente ben redatto, dal formato originale che risulta graficamente gradevole.


Agostina Passantino



Vite in cambio

Santino Gallorini, Vite in cambio. Gianni Mineo, il partigiano infiltrato che salvò dalla strage la popolazione della Chiassa, presentazione di Ivo Biagianti, Roma, Edizioni Effigi, 2014, ill., 201 pp., ISBN 978-88-6433-434-9.

Siamo tanto assuefatti al cinema e alle storie inverosimili, coscienti della finzione, ma avidi di spettacolarità, che, a leggere il libro di Santino Gallorini sulle gesta eroiche di Gianni Mineo, rimaniamo indifferenti, convinti di una finzione, delusi per i contenuti effetti speciali.
Siamo tanto avvelenati dalla deriva (s)fascista, dal berlusconismo mediatico (che è ormai tratto distintivo della cultura italiana) e da un'indifferenza (e anche un odio) verso l'Italia, la sua storia e gli uomini che l'hanno fatta, a tal punto da ritenere ogni storia, ogni racconto, ogni testimonianza, ogni esperienza una prova di una malafede, di una menzogna a uso e consumo dell'interesse di qualcuno.
Per questi motivi non siamo abituati alle storie come quella di Gianni Mineo, partigiano bagherese diventato "eroe della Chiassa" per aver salvato 200 persone a pochi minuti dalla fucilazione che i tedeschi avevano ordinato come rappresaglia al rapimento, da parte di una banda di slavi evasi dopo l'8 settembre dal campo di concentramento di Renicci (Anghiari), del colonnello Maximilian von Gablenz.
Non siamo abituati alla storia, confermata dalle fonti e dalle testimonianze di chi era presente e di chi visse tragicamente quei momenti di qualcuno che mette a rischio la propria vita per salvare quella di altri.
Siamo così negletti e meschini che ci voltiamo quando vediamo la "banalità" di una buona azione. Siamo così sporchi e coinvolti nella politica del "tutto oggi che domani non si sa", che ci piace denigrare chi ha fatto una scelta, chi ha deciso da parte stare usando la coscienza e non il mero profitto.
La storia della Resistenza e dei partigiani è prima di tutto storia di donne e di uomini, che hanno fatto una scelta, una scelta precisa: da quale parte stare. La parte di chi vuole lottare per cacciare i tedeschi che hanno invaso la penisola e liberare l'Italia, ma soprattutto per terminare una guerra incomprensibile, ingiusta, assurda, folle.
Santino Gallorini, con metodo storico e intuito di cacciatore di tracce, ricostruisce attraverso le fonti d'archivio, le testimonianze dei sopravvissuti e le memorie lasciate da Gianni Mineo, un capitolo della Resistenza, che insieme con le altre pagine di storia di quei tragici anni '40, contribuisce a rendere più chiara la storia italiana e chi sono gli italiani, che hanno permesso un riscatto democratico di una nazione stuprata dalla dittatura fascista.
Il merito di Santino Gallorini è di aver reso questo libro importante sotto molti aspetti, di cui due ritengo essere essenziali. Inutile ribadire poi il contributo che questo libro dà alla storia di Arezzo e della Toscana, e nello stesso tempo alla storia della Resistenza, e in particolare del contributo dei siciliani alla liberazione dal nazifascismo.
Il primo aspetto importante di questo libro è stato quello di raccogliere e far venire alla luce la bella vicenda di Gianni Mineo, altrimenti dimenticata «nelle pagine di un libro sfascicolato sul marciapiede presso la stazione di Arezzo». Una vicenda che Franco Ciminato, responsabile dell'ANPI di Bagheria descrive come «una storia dei paladini di Francia uscita da una pala dei Fratelli Ducato, Mineo con il suo inseparabile cavallo bianco, sembra la materializzazione di quei personaggi, nato in una Bagheria mitica che, Ignazio Buttitta altro partigiano e poeta, ci ha cantato insieme a Ciccio Busacca, o che Renato Guttuso ci ha dipinto nella serie dedicata alla resistenza per l'appunto, sembra un ritratto uscito da una foto e narrata in quel capolavoro che è Quelli di Bagheria di Ferdinando Scianna. Sembra una parte mancante nel film Baaria, o uno spezzone proiettato dentro il film Nuovo Cinema Paradiso di Peppuccio Tornatore».
 Il secondo aspetto importante è l'attenzione rivolta ai vivi, i 200 salvati dall'eroe bagherese e agli stessi Mineo e Rosario Montedoro, che dopo la guerra tornarono ad essere cittadini e lavoratori, e non ai morti, superando in questo modo un'assurda contrapposizione di natura ideologica, che si riduce miseramente alla conta dei morti di una parte e dell'altra per vedere chi ha ragione.
Questo libro fa bene all'anima, poiché dà la possibilità di ritrovare una dimensione umana dell'impegno e del sacrificio per gli altri, che la frenesia politica e tecnologica di questi ultimi anni inesorabilmente corrode.


Piero Canale



Il mistero di venerdì santo

Antonio Sobrio, Il mistero di venerdì santo, Tricase (LE), Youcanprint, 2014, 256 pp., ISBN 978-88-911-6591-6.

Il mistero di venerdì santo è thriller interamente ambientato sull'isola di Procida, la più piccola del golfo di Napoli, tra la sera del giovedì santo e la giornata successiva del venerdì, durante la quale si svolge la tradizionale ed attesa Processione dei misteri, che richiama ogni anno visitatori da ogni parte dell'Italia e del mondo. La storia vede protagonisti quattro trentenni, tre uomini e una donna, i quali si ritrovano a dover scoprire dove è nascosto il corpo di un loro amico scomparso, iniziando un percorso che li porta a compiere un avvincente itinerario attraversando l'ex carcere abbandonato, l'abbazia di San Michele Arcangelo ed altri luoghi suggestivi dell'isola, tra arte, cultura, storie e mistero, con sullo sfondo le straordinarie bellezze dell'isola.
In realtà, seguendo l'entusiasmante evolversi della vicenda che, rispecchiando appieno le caratteristiche del genere, tiene incollato il lettore, suscitando la continua curiosità di scoprire cosa accadrà, si ha modo di conoscere a fondo l'isola, la sua storia, le sue tradizioni, le sue caratteristiche fisiche ma anche sociali, pregi e difetti che la rendono estremamente affascinante ed ambita da turisti e personaggi famosi. Si presenta insomma come una sorta di guida dell'isola sui generis, allo scopo di renderne la sua conoscenza più interessante ed accattivante attraverso una storia fatta di mistero, intrigo, suspense e personaggi. Non mancano tuttavia episodi divertenti e passaggi in cui emergono chiaramente alcune tematiche non esclusivamente legate al luogo ed alla vicenda narrata.
Lo scritto è contraddistinto da uno stile piuttosto semplice e scorrevole che rendono la lettura piacevole e adatta ad ogni tipo di pubblico.
L'autore è Antonio Sobrio, educatore procidano di trentotto anni, con la passione per la scrittura, che lo ha portato già a scrivere vari romanzi di formazione auto pubblicati, oltre a pubblicare una raccolta di poesie con Libro Italiano, un racconto sulla raccolta Procida blues edita da Il Denaro ed a curare il libro Maria, storia di una donna procidana edito da Edizioni Fioranna, attualmente in ristampa nella versione contenente anche la traduzione in francese.
Il libro è edito da Youcanprint, piattaforma online per l'auto pubblicazione di opere letterarie. Lo scopo dell'autore è, infatti, principalmente proporre la propria creazione, al fine di dare visibilità alla propria isola, comunicare le sue idee e, perché no, alimentare il suo sogno di diventare scrittore e fare della propria passione un'attività alla quale dedicare sempre più tempo in futuro.


Antonio Sobrio



sabato 5 luglio 2014

A lezione di antirazzismo

Giusto Catania, A lezione di antirazzismo. Elogio della scuola indisciplinata interculturale e di frontiera, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2014, 151 pp. (Le opinioni, 13), ISBN 978-88-96251-43-0.

Molte volte un gesto accidentale o una parola pronunciata senza la giusta accortezza possono spalancare le porte di un sostrato culturale fortemente razzista. L’altro, il diverso è sempre stato oggetto di discriminazioni e di ingiustizie solo perché latore di tradizioni culturali ritenute “inferiori” dal popolo culturalmente egemone. Questo interessante volume di Giusto Catania, dirigente scolastico di un istituto comprensivo e dottore in Pedagogia e Didattica interculturale, vuole invece mettere in evidenza l’importanza del melting pot e del ruolo fondamentale che la scuola ricopre nella sua costituzione.
La trattazione prende le mosse dall’analisi del termine integrazione, con il quale si suole indicare il processo di cooptazione degli studenti “stranieri” all’interno della comunità locale. L’autore crede che questo concetto “rischia di essere dannoso poiché è – per sua natura – proteso ad avviare percorsi tendenti all’assimilazione, alla lenta e inesorabile eliminazione delle culture ospitate” [p. 10]. La scuola ha invece il compito di ridefinire il concetto di ospitalità: come, quando si invita qualcuno a casa propria a cena, si cerca di andare incontro ai gusti degli invitati, allo stesso modo si deve tenere conto delle esigenze di tutti, diversificando l’offerta formativa secondo le esigenze personali, garantendo a tutti la possibilità di partecipare a un percorso formativo in sinergia con tutti gli altri compagni di classe.
Il percorso continua con una disamina delle iniziative ministeriali in prospettiva interculturale che in questi vent’anni hanno visto la luce, ma che – purtroppo - non sono state condivise dal corpo dei docenti e dei dirigenti. Ci troviamo quindi tanti anni indietro rispetto ad altre regioni europee, che contano intere generazioni formate sui valori dell’antirazzismo e dell’intercultura.
Concetto di grande interesse del testo è la convinzione della necessità dell’immigrazione come fattore di crescita sociale ed economica, ma anche dal punto di vista culturale.
Un capitolo interessantissimo è quello intitolato Antologia di scrittori italiani, anzi italianissimi, in cui l’autore palesa la necessità, per una scuola che deve formare elementi di una società interculturale, di “adeguare gli strumenti agli obiettivi” [p. 123]: propone di abbandonare per un mese Dante o Manzoni, per concentrarci alla conoscenza di autori contemporanei stranieri, ma che hanno deciso di scrivere nella nostra lingua. Tra gli autori passati in rassegna troviamo Amara Lakhous, Igiaba Scego e Randa Ghazy.
Il testo si conclude con i Ringraziamenti [p. 147] e un utilissimo Indice dei nomi [p. 149].

Vincenzo Bagnera


Dono dell'editore

Isola Nera. Galleria d’Arte Moderna di Palermo, 31 maggio 2014/ 1 settembre 2014

Fulvio Di Piazza, Isola Nera. Galleria d’Arte Moderna di Palermo, 31 maggio 2014/ 1 settembre 2014, Palermo, ArsMediterranea – Glifo Edizioni, 2014, [80] pp., ISBN 9788898741052.

Il catalogo è stato realizzato in occasione dell’esposizione dei dipinti di Fulvio Di Piazza, presso la Galleria d’Arte Moderna di Palermo.
Fulvio Di Piazza è un pittore siciliano, nato a Siracusa l’8 settembre 1969 e residente a Palermo, dove lavora; ha conseguito il diploma in pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Urbino nel 1993. Dopo una pausa di due anni, periodo che Fulvio Di Piazza ha dedicato interamente alla musica, è ritornato a dipingere. Ha esposto in numerose mostre, sia personali sia collettive, in Italia e all’Estero. Ultima è l’esposizione alla GAM - visitabile fino al 1° settembre 2014 -, che lo vede come unico protagonista.
Il primo particolare che colpisce il lettore è la realizzazione grafica del catalogo, stampato su carta lucida, molto spessa e di un rosso intenso, colore che tuttavia non ne interferisce la lettura del testo, grazie alla scelta di un carattere molto leggibile, redatto in nero.
È possibile dividere il volume in sei parti: la prima parte è occupata dalla Premessa realizzata a due mani dal Sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e dall’Assessore alla Cultura, Francesco Giambrone [pp. 6-7]. Già da queste righe si possono individuare le tematiche profonde, e non sempre facili da decifrare, che i lavori di Di Piazza vogliono esprimere e comunicare. L’intento è quello di riuscire a rappresentare un mondo surreale in maniera realistica, attraverso lo studio dei particolari, della luce, della prospettiva e della profondità; la seconda parte è un’Introduzione di Antonella Purpura, direttrice della GAM Palermo [pp. 8-9]. La direttrice in queste righe si rifà alle parole che Breton spende in merito ai procedimenti logici, per tentare di capire se i sensi possano essere l’unico strumento per la comprensione della complessità della natura e dell’uomo. La Purpura si sofferma, infine, alla realizzazione vera e propria della mostra, nata da una lunga elaborazione intellettuale dell’artista; segue, nella terza parte, una Presentazione (pp. [11-21]) delle opere e dell’artista da parte di Alberto Zanchetta, critico d’arte e curatore indipendente. Zanchetta è nato a Trento, si è laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Dal 2007 insegna Storia dell’Arte Contemporanea presso la LABA di Brescia.
Redatte in italiano e in inglese, queste sono pagine intense che ben colgono gli aspetti più reconditi della psiche del pittore, descrivendo in un excursus dettagliato e puntuale l’evoluzione ed il percorso di crescita e trasformazione che Di Piazza ha vissuto a partire dai suoi esordi.
Si evince chiaramente da queste pagine una lenta ed inesorabile decadenza, che si impone sulla Natura raffigurata nei dipinti dell’artista siciliano, decadenza espressa da creature surreali ed oniriche, ma causata soprattutto dal reale degrado che la affligge e la devasta. Cieli tersi si fondono con magma incandescente e fiumi trasparenti vengono contaminati da limacciosi fili erbosi.
La quarta parte è interamente occupata dalle illustrazioni dei dipinti, e segna uno stacco dalle precedenti sezioni, non solo dal punto di vista del contenuto, ma anche dal punto di vista cromatico e dell’impaginazione; il colore utilizzato per queste pagine è il grigio, che ben incornicia e fa da passepartout alle opere grafiche, risaltandole e consentendone una migliore visione.
A questa sezione è dedicata la maggior parte del catalogo, [pp. 23-47]. Sono opere realizzate nell’arco del biennio 2012-2014. Come si legge nella premessa «le opere di Di Piazza […] sembrano la materializzazione di incubi che affollano la mente, l’espressione artistica di visioni che raccontano una sofferenza intima e lancinante» [p. 6]. I colori sono densi ed i contrasti forti.
Ruolo fondamentale hanno la prospettiva ed il punto di fuga scelti, che rendono il quadro quasi tridimensionale ed in movimento, contrapponendo imponenti figure in primo piano che si stagliano sullo sfondo, a cieli profondi e lontani, in cui lo spettatore tende a perdersi, nella ricerca di sempre più distanti particolari raffigurati. Questo è il caso di “A” cross the universe (2013), prima opera presentata nel catalogo: si tratta di un olio su tela, che può essere apprezzato, solo se lo spettatore si pone di fronte ad esso e si accomoda per qualche istante così da cogliere ogni particolare celato tra fumi, nubi e polveri. Anche in Pacific (2014) emergono le tematiche finora descritte del degrado. Appare una Natura talmente contaminata da trovarsi in un punto di non ritorno. È possibile notare sott’acqua i segni della contaminazione, ma anche nel cielo, dove pianeti e costellazioni di metallo infuocato rovinano inesorabilmente verso i confini dell’orizzonte, che si perde in profondità. Dai quadri sembra provenire un meccanico rumore metallico che si perde in echi lontane.
Nella quinta parte, Blown away [pp. 48-66], anch’essa redatta in italiano ed in inglese, è presente un’intervista a Fulvio Di Piazza da parte dell’artista «autodidatta», Nicola Verlato. Un botta e risposta tra i due artisti, che ben esternano le inquietudini e le sofferenze della contemporaneità, che si riflettono nell’animo degli uomini. In una sua auto-analisi, Di Piazza definisce le sue opere e quelle di Verlato «destabilizzanti» [p. 52], poiché coinvolgono il cuore prima di coinvolgere il cervello.
Il catalogo si conclude con delle pagine dedicare ulteriormente alle opere dell’artista [pp. 68-75], seguite da un elenco delle Principali mostre personali [pp. 76-77] dal 1996 al 2013.
 Il volume è ben realizzato, con una sovraccoperta che raffigura l’opera “A” cross the universe, realizzata in modo tale da poter essere evulsa dal catalogo ed incorniciata.
Il nome del catalogo è tratto da una delle opere in esposizione, Isola Nera, una vera e propria installazione che occupa un’intera stanza, in cui un vorticoso intrico di balene, miste a fumo e magma, confluisce al centro di essa, in una raffigurazione onirica e angosciante della Sicilia. Un’ulteriore denuncia nei confronti di una terra in cui bellezza e contaminazione negativa coesistono come in un incubo grottesco.
Come il catalogo, così la mostra è ben organizzata, in un percorso che ha inizio con il primo quadro esposto, “A” cross the universe, e si conclude con Isola Nera. Un viaggio onirico attraverso la visione interiore di Fulvio Di Piazza.

Agostina Passantino


giovedì 5 giugno 2014

Muscodol

Alessandro Musco, Muscodol, Palermo, Novantacento edizioni, 2014, 95 pp. (I libri di S), ISBN 978-88-96499-46-7.

Senza doverci spostare troppo indietro nel tempo, se questa raccolta fosse stata pubblicata tre mesi fa, durante la sua lettura avrei di certo inviato un messaggio al professore Musco con scritto: - Prof., sto leggendo la raccolta Muscodol e mi sto divertendo un sacco! - ; e lui sicuramente mi avrebbe risposto con un: - Agostella! - è così che mi chiamava, con il soprannome che devo a lui, per altro - Ammuccamu! – tipico suo intercalare, per esprimere un compiacimento lieto e da condividere.
Questa più che una recensione canonica, vuole essere un pretesto per scrivere un ricordo di una persona che tanto ho ammirato, un buon amico, nonché un esempio di rigore e precisione sul lavoro.
Il volume Muscodol, pubblicato in questi giorni dal gruppo editoriale Novantacento ed allegato alla rivista «S», è la raccolta degli articoli scritti da Alessandro Musco, nello spazio dedicato alla sua rubrica all’interno del medesimo periodico e su LiveSicilia.it, rubrica che curava da poco meno di due anni e bruscamente interrotta nel marzo scorso, a causa della sua improvvisa scomparsa.
Gli articoli rivelano uno spaccato realistico e crudo di quella sicilianità, che tanto amava, nella consapevolezza delle innumerevoli falle che perdono acqua da ogni settore: politica, lavoro, occupazione, forma mentis.
Alessandro Musco scrive con un gusto che definirei “auto-ironico”, da siciliano «radicato ed incarcato» [p. 83], come si definiva lui stesso e come si definisce all’interno di uno degli articoli contenuti nella raccolta.
Accostandosi al testo, il lettore non può che sorridere di un riso amaro e malinconico sulle disgrazie più profonde della Regione Siciliana, unica regione con «l’aggettivo che fa la differenza» [p. 15], come viene spiegato in uno dei contributi.
Un’ironia sferzante e pungente, che cede il passo a sottili e celate parole ed intendimenti non detti, e nonostante ciò evidenti alle menti più lucide ed attente. Un flusso di scrittura rapido, dai voli pindarici e dalle argute associazioni mentali.
Musco era ciò che scriveva: schietto, diretto, mai offensivo, ma allusivo, e per questo in grado di colpire e far ugualmente sentire offeso chi si trovava ad essere dalla parte del torto; per ritrovare i medesimi giri retorici e le uguali abili doti nell’arte della parola occorre risalire fino ai retori dell’antichità classica, protagonisti indiscussi della sua formazione personale, dei suoi studi e dei suoi interessi, che manteneva vivi ed in continuo aggiornamento, non smettendo mai di apprendere, pur essendo ormai un affermato docente di Storia della filosofia medievale presso l’Università degli Studi di Palermo. Fino alla fine è stato anche Presidente e anima dell’Officina di Studi Medievali.
Spesso, quando noi giovani collaboratori andavamo via dall’Officina a tarda sera, lo trovavamo concentrato ed estraniato a scrivere al suo pc, forse il suo prossimo articolo da pubblicare proprio su «S»; notandoci sulla soglia della porta della sua stanza, interrompeva la scrittura e ci salutava con il suo solito ampio sorriso, che partiva dagli occhi e si espandeva fino a noi, mischiando qualche parola in siciliano, idioma a lui caro e ricorrente anche negli articoli di questa raccolta.
Questo volume sarebbe stato per lui un gradito omaggio, ancor più per la premessa in esso contenuta, redatta dal figlio Alberto, il quale riporta la personale visione del padre, scevra da stereotipi o da etichette accademiche, e semplicemente descritto come figura paterna.
È un volume che consiglio a tutti di leggere: a chi non conosceva Musco per provare ad immaginare la straordinaria personalità di quest’uomo; ai siciliani per riuscire a leggere con leggerezza e piacere alcuni aspetti rognosi della Sicilia; ai non siciliani per capire che si può – e si deve –  sorridere di ciò che, in realtà, ci penalizza e ci paralizza; e soprattutto lo consiglio a chi, come me, ha conosciuto Alessandro Musco, per tentare di rivivere, per un’ultima volta ancora, il particolare ed unico sapore che avevano le chiacchierate assieme a lui.
Il professore poteva permettersi di criticare la Sicilia ed i siciliani, perché sentiva viscerale e predominante la sua appartenenza a questa terra Sicula, ed è questo l’aspetto che predomina all’interno di ogni articolo della raccolta.
Pagine intense e fitte di cronaca e di politica, attualissime e ben comunicate al lettore.
Solo una volta il tono si sposta verso la formulazione di un desiderio personale, all’interno dell’articolo dedicato idealmente alla Befana, in vista della conclusione dell’anno. Musco dichiara il desiderio di non volere ricevere per tutto il nuovo anno «sorprese di nessun tipo, misura o dimensione e neppure novità impreviste» (p. 83) per sé e per la sua Sicilia; mentre, invece, quasi facendosi beffa di questa piccola richiesta, il nuovo anno ha portato l’imprevisto più inatteso e più definitivo che si potesse aspettare: il nuovo anno ha portato via con sé il professore Musco.
Eppure credo che, se anche avesse saputo ciò che lo attendeva dopo appena due mesi di questo 2014, avrebbe scritto esattamente le stesse parole, così da farle citare o riportare postume da qualcuno, in suo ricordo, come in un malinconico ed ironico scherzo teatrale, quasi da finale di romanzo. Una teatralità senza maschera.
Professore, posso solo aggiungere che, purtroppo, la sua richiesta personale non è stata rispettata, però le assicuro che il resto del desiderio, quello riguardante la Sicula terra, procede alla grande! Infatti non è ancora cambiato nulla, le buche stradali sono ancora lì e della fila alle poste non possiamo che lamentarcene.
Confesso, infine, che mi mancherà domani non potere commentare assieme al Prof. questa simpatica raccolta, magari davanti a un bello caffettino, come eravamo soliti fare.

Agostina Passantino





Miley Cyrus. C’era una volta Hanna Montana

Michele Monina, Miley Cyrus. C’era una volta Hanna Montana, Reggio Emilia, Imprimatur, 2014, 128 pp., ISBN 978-88-6830-089-0.

La biografia di Miley Cyrus, scritta da Michele Monina e pubblicata nel febbraio 2014 da Imprimatur, è la storia di uno shock. Il 25 maggio 2013 l'America subisce uno shock. La popstar Miley Cyrus si esibisce sul palco degli MTV Video Music Awards. Canta il suo ultimo singolo We Can't Stop. Ha 20 anni. Da quando ne aveva 14, interpreta Hanna Montana in una fortunatissima serie Disney Channel. Per tutta la sua adolescenza incarna la ragazza americana grintosa ma virginale, figlia dell'America più “bianca” e tradizionalista. Miley viene dal Tennessee. È figlia del cantante country Bill Ray Cyrus, il massimo del nazionalpopolare, il “Claudio Baglioni d'America”. Miley è cresciuta sotto i riflettori. Recita per la prima volta a 9 anni, a fianco del padre nel telefilm Doc. A 11 anni fa parte del cast di Big Fish di Tim Burton. A 13 anni vince il provino con la Disney. Diventa Hanna Montana. Per i suoi 16 anni i genitori le organizzano una festa di compleanno, che poi è anche un megaevento e un megaconcerto a Disney World. “Miley” è il suo soprannome. In realtà si chiama Destiny Hope. Destino e Speranza. “Miley” invece sta per “Smiley”. Sorriso. Il suo sorriso puro, pulito, luminoso ha incantato mamme e figlie, ha rassicurato genitori e insegnanti. È stata Hanna Montana, la brava ragazza acqua e sapone. Ha toccato il tetto del mondo tante volte, con la parrucca biondo angelo di Hanna Montana. I suoi dischi in cima alle classifiche.
Adesso si è tagliata i capelli e irrompe sul palco degli Mtv Video Music Awards con un body rosa confetto e un orsacchiotto marrone stampato sul seno. Si muove un po' scomposta, fa qualche movimento un po' volgare, come i rapper dell'hip hop, ma niente di preoccupante. Da un annetto si è un po' “sporcata” con la musica nera. Ha fatto alcune collaborazioni con Snoop Dogg e altri rapper. Si sta evolvendo. Ma Miley resta sempre Hanna Montana. Come no.
I ballerini sono travestiti da orsacchiotti. Immensi orsacchiotti. Poi è un momento. Miley si sfila il body con l'orsacchiotto. È un gesto da spogliarellista consumata. Da night club. Da bordello. Miley resta seminuda sul palco. Solo un microscopico bikini color carne che le copre davvero poco. Sul palco irrompe allora il cantante Robin Thike, che ha fatto scandalo con il suo ultimo video Blurred Lines, pieno di donnine nude, che a un certo punto compongono con i palloncini la scritta “Robin Thike has a big dick”. Miley Cyrus e Robin Thike cominciano a ballare sul palco. I movimenti di Miley sono spudorati, sfacciati, espliciti. Rivela la sua padronanza del twerking, lo sculettamento sfrenato ed eccessivo, che finora era stata prerogativa delle donnine seminude nei video hip hop. Miley sculetta e si strofina contro Robin Thike. Di fatto simulano un rapporto anale. Poi Miley gioca, con modalità assolutamente non-innocenti, con l'americanissimo gadget a forma di guantone da baseball con l'indice puntato. È lo scandalo. C'è rumore, clamore, stordimento. L'esibizione di Miley è un'esplosione, che ancora oggi riverbera nel mondo dello spettacolo. Miley Cyrus ammazza Hanna Montana a colpi di twerking. L'America è sotto shock.
L'inventore del gadget del guantone attaccherà Miley per la “profanazione” di un' “icona”. La comunità hip hop attaccherà Miley per “appropriazione indebita” del twerking. Ci saranno polemiche infinite su quanto Miley sia femminista o squallida o grottesca o cinica o consapevole o pericolosa o puttana o idiota o geniale o chissacosa. Intanto Miley Cyrus scalzerà Lady Gaga dal trono di Nuova Regina del Pop. Lady Gaga (classe 1986) invecchierà di colpo e le sue provocazioni sessuali diventeranno d'un tratto obsolete. Perché Miley Cyrus (classe 1992) non ammicca, non evoca. Miley Cyrus espone. È totalmente esplicita. Prende a piene mani dall'immaginario porno. Non erotico, non soft-core, no. Proprio porno porno. Miley Cyrus fa cose che Lady Gaga se le sogna. Da quel 25 agosto in poi:
1)       Canterà totalmente nuda nel video di Wrecking Ball. Leccherà un martello e cavalcherà una gigantesca palla di ferro – quella delle ruspe – sempre totalmente nuda;
2)       Poserà seminuda per il fotografo Terry Richardson, colui che ha girato anche il video di Wrecking Ball. Indosserà impensabili perizomi che le coprono a malapena l'inguine. Mostrerà la lingua e si toccherà fieramente i genitali guardando dritto verso lo spettatore;
3)       Poi sul palco. Gli scandali durante i concerti. A Natale farà twerking con Babbo Natale;
4)       Farà sesso orale con un enorme fallo di plastica;
5)       Farà sesso orale con una bambola gonfiabile (con attributi maschili);
6)       Farà cantare la propria vagina (però in playback).

Risultati? Un successo clamoroso. Aveva toccato il tetto del mondo come Hanna Montana e ora quel tetto lo sfonda come Miley Cyrus. Vendite dei dischi alle stelle. Concerti sold-out. Centinaia di milioni di visualizzazioni su youtube. È La Nuova Regina Del Pop. Occupa il trono che fu di Lady Gaga, Britney Spears e Madonna (già nel 2011, comunque, Rolling Stones incoronava Miley Cyrus “regina del pop”, mentre nel 2010, secondo Forbes, è “l'adolescente più ricca del mondo”. Nel 2013 invece, secondo Maxim, è “la donna più sexy del mondo”).

IL PORNO

Monina, come sempre avviene nei suoi libri, non giudica, non interpreta, non spiega. Espone i più possibile i fatti e fornisce spunti di riflessioni.
La storia di Miley Cyrus è emblematica di un Mondo Che Cambia. Cosa significa, infatti, questo straordinario successo di Miley Cyrus? Forse lo sdoganamento definitivo del porno? Il porno di massa? La presa d'atto – il dato di fatto – che per il pubblico americano (e occidentale) l'immaginario porno è ormai entrato nella cultura popolare? Miley Cyrus d'altronde – scrive Monina – appartiene a quella generazione “post-internet” in cui il web ormai è una cosa scontata. Il web in cui il porno è sempre stato parte fondamentale, un pilastro. A metà degli anni '90, infatti, più della metà delle ricerche avevano contenuti hard. Mentre adesso, tra i 50 siti più visitati del mondo 2 sono porno. L'industria del porno online, secondo una relazione ONU del 2012, sfiorerebbe addirittura i 96 miliardi di dollari. Miley Cyrus – 22 anni – sta cavalcando l'onda, dunque. E sta dimostrando di conoscere benissimo i gusti dei giovani e dei giovanissimi. Finora tutte le sue mosse sono state un capolavoro di marketing. E un segno dei tempi.

FEMMINISMO E POLEMICHE

Ma cosa significa l'exploit di Miley Cyrus declinato sotto il segno dell'immaginario sessuale? È degradante per l'immagine femminile? Oppure il contrario? E lei? Sta consapevolmente sfruttando il suo corpo per fare il botto nello show-biz? Oppure è manovrata, sfruttata, plagiata dai cinici affaristi del mondo dello spettacolo?
Interrogativi aperti. A tal proposito c'è stata una polemica durissima tra Sinead O' Connor e la stessa Miley Cyrus, cominciata con una dichiarazione di ammirazione di Miley per la O' Connor (il video Wrecking Ball si apre con una citazione di un suo vecchio video) e finita in una lite stratosferica sui social network. Sinead O' Connor – dopo essere stata “apprezzata” da Miley Cyrus – pubblica una lunghissima lettera aperta in cui, con tono materno e un po' moralistico, si preoccupa per il fenomeno-Miley. “Lo show-biz ti vuole prostituta”. “Tu vali più del tuo corpo”. “È pericoloso lanciare il messaggio che è bello essere prostitute”. Miley risponde su twitter con modalità particolari. Retweetta vecchi tweet della O' Connor, scritti in un periodo in cui la cantante soffriva di disturbi depressivi. Frasi malinconiche, richieste d'aiuto, parole sconnesse. Miley la prende per pazza, in altre parole, e la sbeffeggia sui social network. La situazione degenera. La O' Connor risponde con due lettere infuocate in cui parla apertamente di “bullismo”, in cui chiede “scuse pubbliche a nome di tutte le persone che soffrono o hanno sofferto di disturbi mentali”. E conclude: “Quando finirai in un reparto psichiatrico o in una clinica di riabilitazione sarò felice di farti visita...e non mi abbasserò a prenderti in giro”. Intervengono anche altre due personaggi molto sentiti nel mondo femminista: Amanda Palmer – che sostiene che “probabilmente non c'è nessuno che la sfrutta” e che quindi “Miley regge il gioco”. “Credo che sia tutto farina del suo sacco” - e Annie Lennox, che si dice “preoccupata” per tutti questi “culi e tette usati per vendere”, attaccando internet e la sua fruizione che sta facendo “perdere il concetto di limite (di età ndr)”.

Il dibattito è aperto. La metamorfosi di Miley è femminista o no? Alimenta atteggiamenti e modi di pensare maschilisti e sessisti oppure apre altre strade per l'emancipazione femminile? Monina fa un parallelo con un fenomeno della controcultura di una generazione fa. Evoca i cortometraggi porno di metà anni '80 di Lydia Lunch, idolo della no-wave newyorkese, frontman dei Teenage Jesus and The Jerks. Il film Fingered del regista Richard Kern, che finisce con una violentissima scena in cui Lydia Lunch viene sodomizzata. Questo film e le citazioni al regista Russ Mayer, anche lui idolo di certa controcultura. Tutte le sue scene di sesso violento in cui però è la donna a reggere le fila, a volere quella violenza selvaggia. Film in cui avviene uno strano capovolgimento, in cui sodomia e sesso orale (per esempio) non sono più simbolo di sottomissione sessuale, ma diventano invece bandiere da sventolare, pratiche liberatorie e orgogliose da praticare con gusto della trasgressione. Segni di avvenuta emancipazione. Quindi porno e femminismo. Oppure porno e sessismo. Porno e degradazione. Porno ed emancipazione. Cosa sta combinando Miley Cyrus? Si sta facendo trascinare da cinici affaristi, sta rischiando la salute mentale o sta liberamente esibendo il suo corpo per portare avanti la sua performance? La sua fierezza, la sua violenza nell'aver ammazzato in questo modo Hanna Montana, sono segni di una stabilità e di una forza che le farà “reggere il gioco” anche in futuro? Oppure stiamo assistendo a un salto talmente in alto che avrà una ricaduta dolorosa?

VITA SOTTO I RIFLETTORI

Un'ultima nota. Miley Cyrus – spiega Monina – è letteralmente “cresciuta sotto i riflettori”. La sua vita è sempre stata condizionata dagli impegni di lavoro, dagli orari pazzi dello show biz e dalla sovraesposizione mediatica. Le sue relazioni amorose – il più delle volte tenute nascoste dai manager di Hanna Montana – sono sempre state vissute all'interno di questa dimensione particolare. Fino alle ultime relazioni, rese pubbliche, consumate a furia di tweet e gossip, pettegolezzi e insinuazioni che puntualmente finivano nei tabloid e nei siti internet di tutto il mondo. Scrive Monina: «Essere una popstar di fama mondiale, specie essere una popstar di fama mondiale fin da quando si è bambini, comporta dei sacrifici che sulle prime potrebbero sfuggire, come il venir meno di un minimo di libertà d'azione. Ma soprattutto la privazione, quasi violenta, di ogni rapporto che si possa definire disinteressato, l'accesso al mondo dei sentimenti fini a se stessi. […] Provate voi a crescere davanti alle telecamere, a ritrovare ogni vostro sospiro lì, immortalato da un paparazzo, deriso su questo o quell'altro forum...».


Nino Fricano



sabato 5 aprile 2014

Gesù lava sempre più bianco

Bruno Ballardini, Gesù lava sempre più bianco, Roma, Minimum Fax, 2014, 200 pp., ISBN 88-7521-114-0.


Parlare della storia della Chiesa utilizzando categorie e strumenti del marketing. È il percorso che intraprende questo libro originale, interessante e ricchissimo. Gesù lava sempre più bianco – ovvero: come la Chiesa inventò il marketing di Bruno Ballardini, pubblicitario e teorico della comunicazione. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 2000, esce ora nella sua quarta edizione riveduta e aggiornata, con un nuovo capitolo su papa Francesco.
Dunque, il marketing. Questa disciplina che cerca continuamente di ostentare il suo rigore metodologico e la sua correttezza deontologica forse «per via dell'assoluto vuoto di etica che sottintende» [p. 14]. Il marketing che in questa società ormai radicalmente consumistica, risulta «la religione per eccellenza» [p. 12].
Ma c'è pure la Chiesa. Il marketing e la Chiesa. Il marketing della Chiesa. Questo libro spazia in lungo e in largo per la storia della Chiesa, rileggendo la nascita, l'avanzare e l'affermarsi del cristianesimo secondo il punto di vista del marketing. O meglio: parla della storia dell'affermazione del cristianesimo come se fosse la più grande operazione di marketing della storia.
Gli spunti sono tantissimi, e le provocazioni di più. Ballardini ha una cultura notevole e riesce a parlare – con cognizione di causa – di storia, religione, filosofia, estetica, musica. Racconta aneddoti divertenti, si mette a fare il giornalista, accosta notizie e fa collegamenti, disquisisce sul cattivo gusto della Cupola di San Pietro e sulle evidenti illogicità di certi sillogismi che «dimostrano l'esistenza di Dio». E poi parla di marketing, con un certo compiacimento nel parlare di grosse questioni storico-culturali con il lessico tecnocratico ed esterofilo del marketing.
Il libro, oltre alla sua valenza conoscitiva, combatte almeno due precise battaglie intellettuali:
1)       Contro l'Istituzione Chiesa e contro il Cristianesimo nella sua interezza. L'ostilità è palese, sia a livello politico sia a livello teorico-filosofico;
2)       Contro i cosiddetti “guru del marketing”, o più in generale contro gli studiosi di marketing che non tengono in considerazione la storia. Ballardini sembra voler continuamente irridere e smontare chi afferma che il marketing ha inventato questo e quello. Il marketing, dice l'autore, si è limitato a riprendere (e definire, e ridefinire) dinamiche e strategie già abbondantemente utilizzate durante la storia da tantissime entità di diversa natura a partire, appunto, dalla Chiesa.

Tra le tante cose interessanti del libro c'è l'insistere sulla figura strategica di Paolo di Tarso. Ovvero: il primo e più importante Marketing Manager della Chiesa, che ha dettato le regole principali per la diffusione della Marca (il cristianesimo) in tutto il mondo:

«Paolo Di Tarso preparò il terreno alle grandi campagne pubblicitarie successive con un'azione mirata di direct marketing (…) rivolgendosi agli opinion makers, ovvero a coloro che sono in grado di condizionare l'opinione di un grande numero di persone. Un lavoro del genere permise di stabilizzare l'immagine della Marca e preparò proficuamente il terreno allo stadio finale dell'advertising. Paolo dunque indirizzò i suoi mailing a sette forti gruppi di opinione (i Tessalonicesi, i Corinzi, i Galati, i Romani, i Filippesi, gli Efesini, i Colossesi) e a tre leader che avrebbero a loro volta svolto un'azione catalizzatrice verso la Marca (Filemone, Timoteo e Tito). Entusiasta del direct marketing fino a diventarne un fanatico utilizzatore, Paolo fu a tutti gli effetti il primo guru della pubblicità postale (…) Ma Paolo introdusse per primo anche la pubblicità postale nella sua forma più diretta. Non gli mancarono occasioni per stabilire il primato del cristianesimo come Marca, declassando l'ebraismo a una sorta di sottomarca che ha fallito quasi ingannando i consumatori» [p. 99].
Una strategia vincente che sfocerà nell'egemonia culturale e politica del cristianesimo, che si innesta addirittura nell'Impero romano «quando papa Leone I (440-461) arrivò a dichiarare ufficialmente che Pietro e Paolo avevano sostituito Romolo e Remo come patroni di Roma. La Madonna e i Santi avevano nel frattempo rimpiazzato altre divinità pagane già patrone di altre città. Di fatto, la Roma cristiana fu il legittimo successore della Roma pagana» [p. 101]. E questa, detta con il linguaggio del marketing, «è la più grande operazione di positioning (posizionamento ndr) che la storia ricordi» [p.101].
Poi i concili: «Per quanto riguarda il controllo della qualità, la Chiesa istituì a partire dalla prima convention di Nicea (325) l'usanza di riunire periodicamente tutto il management per fare il punto della situazione e rivedere le linee guida a cui si sarebbe ispirata da lì a seguire. La storia dei concili, per quanto contraddittoria, porta con sé la traccia di un'inesauribile ricerca dell'eccellenza che ha preceduto di molti secoli l'invenzione della qualità totale» [p. 41].
E poi? Il giubileo è l'apice del reparto Organizzazione Eventi della Chiesa. È la più grande Festa della Marca che la storia ricordi, la Chiesa è il punto vendita, la messa, l'happening periodico che fidelizza i clienti. Icone, santini, rosari sono la gadgetteria.
Poi c'è la propaganda, la comunicazione e, infine, una riflessione sulla “merce” del cristianesimo. Qual è la merce? Forse la merce è la Marca stessa, Il Cristianesimo, nel suo vortice di significati. E che prezzo ha questa merce? È gratis. E l'autore sembra chiedersi continuamente: e come si fa a resistere ad una merce quando è la merce è gratis?

Nino Fricano