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giovedì 5 febbraio 2015

Splendore

Margaret Mazzantini, Splendore, Milano, Mondadori, 2013, 309 pp., ISBN 978-88-04-63808-7.

Chi ha amato almeno una volta nella vita, sa come possa essere devastante non poter vivere liberamente il proprio sentimento, specialmente se ad ostacolarlo sono le convenzioni, i sensi di colpa, le paure e la vergogna. E se – dopo una vita trascorsa nella finzione, nel tentativo di voltare pagina e indossare la maschera della “normalità” – si è quasi a un passo dal raggiungimento di quella unione tanto agognata quanto sofferta e qualcuno decide di portartela via con brutale violenza e atroce crudeltà, il dolore può diventare davvero insopportabile. Questa è, in sintesi, la storia d’amore di Guido e Costantino uniti da quello stesso sentimento viscerale che, al contempo, li divide e li trascina lontani in una vita che – nonostante tutto – riesce sempre a farli rincontrare.
Guido conosce Costantino da bambino e lo respinge sin da subito, forse conscio di quella strana attrazione che lo lega a lui e che lo spaventa. Lo tratta male, lo evita, cerca di sfuggire a quel sentimento che si fa sempre più forte e travolgente. Costantino, invece, non scappa è determinato, sa cosa vuole e fa di tutto per ottenerlo. Ma crescendo i ruoli si invertono. Guido non ha più paura, vuole vivere pienamente il suo amore, non gli importano i giudizi ed è pronto a mollare tutto per coronare quel sogno, proprio quando Costantino, talmente gravato dall’enorme peso dei pregiudizi, dall’angosciosa vergogna, dal dolore e dalla violenza subiti, crederà che solo la fede cristiana può salvarlo dalla dannazione di quell’amore impossibile e ad essa si abbandona, convinto che sia quello l’unico modo che ha per “guarire” definitivamente. I due protagonisti muoiono e rinascono tante volte all’interno della storia. La loro sofferenza è, in definitiva, quella di ogni essere umano di fronte ai limiti che impediscono di oltrepassare l’immediato.
Splendore non è soltanto la storia di un amore omosessuale, vissuto in modo assai diverso dai due protagonisti. Splendore è anche il romanzo di una vita, del passaggio dalla giovane età alla vecchiaia; dei cambiamenti anche fisici; dei rapporti con i genitori e, più in generale, con la famiglia. È un libro sui sogni e sulle aspettative; sugli errori e i rimpianti; sulla genitorialità; sul rispetto e la speranza. Insomma un libro sulla vita, a tratti commovente e drammatico, forte e amaro ma ben scritto – come la Mazzantini è solita fare nei suoi romanzi – curato e attento.
È difficile affrontare il tema dell’amore omosessuale – anche se chi scrive deve forzarsi non poco per affibbiare all’amore un’etichetta – senza cadere nella retorica da bar, nelle frasi di rito, nel sentimentalismo banale e pruriginoso. Eppure l’autrice riesce a raccontarci questa straziante e appassionante storia – durata tutta una vita – con una delicatezza e una sensibilità sublimi, senza inciampare mai nei luoghi comuni e nelle frasi fatte di cui, francamente, non si sente più alcun bisogno.
Un libro da leggere tutto d’un fiato. Bello e intenso. Vero.


Alessandra Mangano



giovedì 5 giugno 2014

La biblioteca dei "libri liberati" intitolata a Sandra Novelli (a cura di Eloisia Tiziana Sparacino)

«I libri hanno un'anima e possono aiutarci a liberare la cultura. Allora perché tenerli chiusi nelle nostre cantine quando possono diventare compagni di strada di tante persone che non possono permettersi di comprarli?»
Con queste parole si apriva, nell'autunno del 2012, la campagna Dona un libro per liberare la cultura, promossa dall'associazione Librido - Laboratorio di Studi e Servizi Culturali. L'obiettivo era quello di creare una biblioteca di quartiere, grazie alle donazioni di cittadini, editori, istituzioni e biblioteche.
Perché creare una biblioteca? Le ragioni sono tante: da quelle personali dei singoli soci di Librido, a quelle personali dei donatori dei libri "liberati", a quelle fortemente culturali e sociali, che spingono dei laureati e degli esperti in materie biblioteconomiche a mettere gratuitamente a disposizione le loro competenze a favore della città. Tuttavia preme di più sottolineare l'importanza di una biblioteca nei quartieri periferici delle grandi città, come Palermo.
La biblioteca è un «facilitatore della conversazione»[1] e poiché la conoscenza si crea tramite la conversazione, ogni biblioteca è coinvolta nei processi di diffusione e di trasferimento di conoscenza. É chiaro che da questo punto di vista la biblioteca smette di essere un deposito di conoscenza e diventa un soggetto di disseminazione della conoscenza stessa.
La biblioteca di quartiere vuole essere un punto di riferimento, quale luogo di incontro, rinascita, riscatto sociale, educazione, formazione, confronto. Per questo motivo il motto di una biblioteca di quartiere può racchiudersi in quattro brevi parole: «di tutto per tutti». Ogni genere di conoscenza e di informazione deve pertanto essere fornita a tutti senza distinzione di età, razza, sesso, religione, nazionalità, lingua o condizione sociale. I servizi che una biblioteca intende offrire al quartiere e ai cittadini devono necessariamente essere alla portata di tutti, anche (e soprattutto) a chi non frequenta la biblioteca, in modo da contribuire smantellare un sistema di pensiero che tende alla ghettizzazione e alla marginalizzazione sociali, che sempre più è cifra del mondo post-moderno.
L'idea di biblioteca di quartiere è quindi quella di uno spazio condiviso, persino nell’uso dei cataloghi e nell’interazione sul web (come avremo modo di spiegare più avanti), che ha il compito di dare voce alla cultura locale e quella straniera (con riferimento agli immigrati); di documentare la cultura contemporanea; di alfabetizzare fornendo risposte di prima informazione su qualunque area tematica e di formare supportando i percorsi formativi di autoapprendimento.
La biblioteca deve garantire il pluralismo della società contemporanea ed essere in grado non solo di insegnare ma di dimostrare in modo pratico che la diversità è una ricchezza culturale e che non solo vanno abbattute le barriere economiche, ma anche e soprattutto le barriere ideologiche e culturali tra i cittadini e le informazioni. 
La biblioteca di quartiere ha come principale target i giovani e i bambini. Spiegare e far conoscere alle nuove generazioni cosa è una biblioteca e in che modo servirsene. Far conoscere le collezioni e i vantaggi, le possibilità di conoscenza, divertimento e accrescimento date gratuitamente (prestito di libri, dvd, cdrom, fumetti, navigazione su internet). E soprattutto far sentire e dimostrare che la biblioteca è un luogo d’incontro e confronto attivo, dov’è possibile passare del tempo in un ambiente accogliente, piacevole e sicuro.
La biblioteca di quartiere non vuole essere qualcosa di straordinario: mira semplicemente ad essere libera, imparziale, universale, intergenerazionale, inclusiva, gratuita, finanziata, sociale, amichevole, centrata sull’utente, locale, interculturale e multilingue, multimediale, contemporanea, reticolare…in una parola? Vuole essere pubblica e svolgere la propria attività all'interno del quartiere nel pieno rispetto di quanto sancito dall'articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Dopo un anno e mezzo la campagna Dona un libro per liberare la cultura ha dato il suo frutto più sperato. Giorno 22 maggio 2014 è stata inaugurata la biblioteca nell'Istituto Comprensivo Crispi-Cocchiara-V.Veneto di via Barisano da Trani (PA): il Consiglio d'Istituto, con a capo il dirigente dott. Giusto Catania, ha voluto credere nel progetto dell'Associazione Librido, offrendo i locali e le strutture. La biblioteca, oltre ad essere rivolta agli studenti dell'istituto, sarà anche accessibile ai cittadini del quartiere, garantendo l'apertura pomeridiana. Il progetto prevede inoltre la catalogazione del patrimonio librario su SBN, polo nel quale sono presenti ancora pochissime biblioteche scolastiche.
Saggi, romanzi, libri di testo, fiabe, enciclopedie, racconti, vocabolari, testi universitari, atlanti e monografie "liberati" si sono affiancati al fondo bibliotecario scolastico preesistente, pronti per essere ordinati, collocati, catalogati in rete e resi fruibili a tutti.
Nella cerimonia di inaugurazione il dirigente dott. Catania, ha scoperto una targa che intitola la biblioteca a Sandra Novelli, docente dell'Istituto da poco scomparsa.
Oggi, fra applausi e lacrime, è nata una biblioteca. E come scriveva Marguerite Yourcenar: «Fondare biblioteche è un po' come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l'inverno dello spirito».


In principio era il caos...
Con impegno...
Con tanto impegno...
Gli scaffali si riempiono dei libri "liberati"
Cerimonia commemorativa di Sandra Novelli
Il dirigente scolastico Giusto Catania e il marito di Sandra Novelli scoprono la targa
Biblioteca "Sandra Novelli"



[1] R. David Lankes, Joanne Silverstein, Scott Nicholson, Information Institute of Syracuse, Syracuse University’s School of Information Studies. 

L'età dell'oblio

Tony Judt, L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ‘900, Roma-Bari, Laterza, 2011, 484 pp., ISBN 978-88-420-9632-0.

Impossibile recensire in modo puntuale il testo di Tony Judt. Questo volume offre, infatti, una panoramica piuttosto complessa dei protagonisti e dei fatti più importanti del secolo scorso. Intellettuali, politici, papi, persino Stati (come la Francia, l’Inghilterra, la Germania, il Belgio, la Romania) aiutano il lettore a tratteggiare i momenti storici cruciali del Novecento, con le mille contraddizioni annesse, gli eventi più rilevanti, i momenti di impasse e quelli che hanno, invece, determinato le svolte epocali. Non sempre condivisibili, da parte di chi scrive, alcune affermazioni o prese di posizione da parte dell’autore, ma senza dubbio il contributo storico che questo volume è in grado di offrire al lettore è di inestimabile valore.
L’età dell’oblio raccoglie un insieme di saggi composti da Judt tra il 1994 e il 2006. Pur affrontando svariati temi (dal marxismo francese alla globalizzazione), è possibile rintracciare i nuclei principali attorno ai quali ruotano i vari scritti: il ruolo degli intellettuali e delle loro idee e la funzione esercitata dalla storia in un’età definita appunto dell’oblio.
Nell’affrontare queste due tematiche – indubbiamente connesse tra loro – l’autore sottolinea come si sia diffusa, ormai capillarmente, l’idea secondo la quale il passato non abbia più nulla da insegnarci. Questo discutibile atteggiamento ha provocato, innanzitutto, l’oblio della guerra, rimozione, questa, particolarmente diffusa in Europa, specialmente dopo il secondo conflitto mondiale, ma anche in seguito alle terribili guerre civili che hanno martoriato il ventesimo secolo. Diversa è la realtà statunitense, dove si esaltano ancora le imprese belliche e le forze armate. Le ragioni di tale diversità sono da ricercare, secondo Judt, nel fatto che gli USA non hanno mai patito le conseguenze di una sconfitta: il loro territorio non è mai stato invaso né smembrato e, per tale ragione, i nordamericani credono ancora che le guerre alle quali hanno partecipato siano state delle «guerre giuste» [p. 9]. Quindi, se per gli europei la guerra costituisce l’ultima spiaggia cui fare ricorso, per gli statunitensi, invece, è la prima via da intraprendere in caso di risoluzione dei contrasti.
Strettamente connesso al tema della guerra è, poi, quello del declino dello Stato che ha avuto inizio proprio nel ventesimo secolo. La convinzione più diffusa è che lo Stato impedisca, con le sue innumerevoli pastoie burocratiche, con i ritardi, con la corruzione di buona parte dei suoi funzionari, il buon andamento degli affari umani. Di qui l’ingente ricorso alle privatizzazioni, nell’ultima parte del secolo passato, con conseguenze piuttosto onerose sui cittadini.
Ma il Novecento è stato anche il secolo degli intellettuali. Qual è il loro ruolo oggi?  Difficile rispondere a questa domanda in un’epoca in cui la maggior parte della gente crede che le ideologie o i sistemi di credenze siano del tutto scomparsi. Pur rifiutandoci di ammettere che le ideologie siano ormai roba d’altri tempi, bisogna altresì riconoscere che, quelle formatesi nel corso dell’Ottocento e sviluppatesi poi nell’arco del ventesimo secolo, hanno subito un profondo mutamento. Né, d’altra parte, sarebbe possibile immaginare uno scenario diverso. Le paure con cui i cittadini delle democrazie occidentali devono fare i conti oggi sono, infatti, diverse da quelle del secolo scorso: la paura del terrorismo internazionale, della velocità del cambiamento, della disoccupazione ma, soprattutto, il timore che «non solo non possiamo più decidere della nostra vita, ma che anche coloro i quali comandano hanno perso il controllo in favore di forze oltre la loro portata» [p. 23]. Questo punto della riflessione di Judt è cruciale, a mio parere, perché riesce a spiegare il diffondersi – a partire dagli anni successivi alla stesura di questa introduzione e cioè gli anni in cui stiamo vivendo – dell’avanzata dei populismi, della xenofobia, della chiusura delle frontiere. Perfetto corollario, insomma, della politica dell’insicurezza.
L’excursus attraverso le più importanti figure di intellettuali del Novecento, è – per scelta dell’autore – un viaggio attraverso i totalitarismi del «secolo breve»: Primo Levi fra tutti, che cerca le parole per descrivere l’orrore dell’olocausto, stando attento a usare toni “credibili” per i lettori. Perché la tragedia dello sterminio nazista fu anche questa: ci volle tempo prima che qualcuno iniziasse a credere alle vittime. Le prime inibizioni di Levi, in tal senso, aspramente criticate da Jean Améry saranno poi superate, definitivamente, con Se questo è un uomo che si conclude con una inequivocabile accusa di responsabilità collettiva contro quei tedeschi – la maggior parte – che seguirono Hitler [p. 63].
Il tema del totalitarismo è forte anche nell’opera di Hannah Arendt. Esso viene interpretato come «il non plus ultra del controllo e della distruzione dell’essere umano» [p. 79] e, in tal senso, fondamento stesso del regime. Nazismo e stalinismo confluiscono in lei in un unico archetipo. Questa scelta le vale moltissime incomprensioni, attirandole numerose critiche.
È il totalitarismo di Stalin che spinge, invece, Althusser – che pure Judt non esita a tacciare di astruse apologie politiche condite da folli illusioni – a dare del marxismo una «lettura sintomatica» [p. 107]. Né del resto era una novità: a lungo, nel Novecento, molti studiosi presero da Marx quello di cui avevano bisogno, ignorando il resto.
Persino Eric Hobsbawm, nella critica di Judt, vede pregiudicato il suo istinto storico dalla sua “incondizionata” adesione al comunismo. Ciò che nello specifico Judt attribuisce al grande storico, è di non aver mai affrontato «l’eredità morale e politica di Stalin e delle sue azioni» [p. 126].
Sarebbe molto difficile comprendere bene la prima parte del volume se omettessimo di dire che Judt – e chiara appare tale convinzione nel corso di tutto il volume – ritiene che tra gli estremismi di sinistra e quelli di destra, vi sia una «fondamentale affinità» [p. 127]. Non si salva il marxismo che non può certo – a dire dell’autore – sentirsi immune da responsabilità per via del totalitarismo stalinista. Anzi, andando a riprendere l’opera di Leszek Kolakowski e la sua critica feroce al marxismo, Judt si proprone di spiegare ai suoi lettori come le pesanti analogie tra la crisi della fine del diciannovesimo secolo e quella attuale, sintetizzata in parte nella formula marxista dell’«esercito industriale di riserva» [p. 140], potrebbe determinare una rinascita del marxismo come unica chiave risolutiva al declino attuale, come soluzione alla crisi del capitalismo. E ciò per Judt rappresenta, niente meno, che una follia. Proprio perché, coloro che vorrebbero far rinascere il marxismo grazie alla caduta del comunismo, commetterebbero, a suo dire, un errore irreparabile. Quello che però Judt non ci spiega è quale possa essere l’alternativa ai due sistemi, specialmente oggi che il capitalismo sembra essersi incartato in una sorta di spirale perversa, in un labirinto senza via d’uscita, dal quale sembra sempre più difficile venir fuori.
Un altro dramma del Novecento è poi la questione mediorientale, tutt’altro che risolta. Judt fa riferimento a Edward Said e alla sua opera, perché a essa dobbiamo la verità sul trattamento dei palestinesi da parte di Israele, ma anche il riconoscimento della necessità di trovare degli accordi, partendo dall’ammissione dei propri difetti e dei propri errori. Said non esita, infatti, a rivolgere critiche feroci ai leader arabi, in particolare a quelli dell’OLP, accusandoli apertamente di ogni sorta di corruzione e cupidigia; ma non tralascia, per questo, di segnalare tutti gli abusi compiuti da Israele a danno dei palestinesi, con la complicità degli Stati Uniti. La peculiarità della vicenda mediorientale è, tra l’altro, basata sul paradosso vissuto dai palestinesi, di essere «vittime delle vittime» [p. 170]. Sì, perché chi aveva cacciato i palestinesi dalle loro legittime terre non erano i colonialisti occidentali, ma i sopravvissuti all’Olocausto. Questa riflessione, legata anche alle analisi sui puntuali fallimenti di tutte le negoziazioni, ha spinto Said a passare dalla convinzione di una necessaria costruzione di due stati per due popoli, all’idea che fosse meglio, invece, creare uno stato unico secolare per israeliani e palestinesi.  Ma Said si spinge oltre: comprende che i veri nemici della pace in Medio Oriente sono gli americani. Non tanto i governi quanto piuttosto l’opinione pubblica statunitense, che si mostra sensibile alla causa israeliana perché non ha mai conosciuto quella palestinese. Per questo, per tutta la vita, Said cerca di tenere sempre vivi in America la questione palestinese e il conflitto mediorientale. Ed è proprio sulla scia delle teorie di Said che Judt formulerà, nel 2006, un articolo molto interessante, pubblicato sul quotidiano liberale israeliano Ha’aretz, che peraltro susciterà molte reazioni critiche. In esso Judt taccia apertamente Israele di immaturità. Successivamente alla Guerra dei Sei giorni (1967), la percezione che gran parte del mondo aveva avuto di Israele, fino a quel momento, cambia radicalmente, come dimostra la diffusione repentina di un nuovo simbolo, destinato ad avere una fortuna universale, e che verrà riprodotto su migliaia di editoriali giornalistici e vignette satiriche: la Stella di David su un carro armato [p. 279]. L’autore afferma apertamente che non è possibile giustificare ogni azione di Israele ricordando Auschwitz. Anzi: non è accettabile la teoria secondo la quale chiunque critichi la politica di Israele, venga tacciato di antisemitismo. E non è accettabile perché, così facendo, Israele finisce per parlare e agire, impunemente, a nome di tutti gli ebrei. In relazione alla violazione delle leggi internazionali nei territori occupati, o all’umiliazione delle popolazioni sottomesse a cui ha confiscato le terre, è come se gli israeliani dicessero: «queste azioni non sono israeliane, ma ebree; l’occupazione non è israeliana ma ebrea; e se questo non vi va giù è perché non vi piacciono gli ebrei» [p. 281].  Israele dunque non cambia e si ostina, immaturamente, a restare immobile sulle sue posizioni. Il punto è, però, che il mondo invece è cambiato. Oggi sono sempre più numerosi i cittadini che considerano lo Stato di Israele alla stregua della Spagna di Franco. E moltissimi di questi cittadini sono statunitensi. Tutto ciò, afferma Judt, dovrebbe far riflettere tanto Israele quanto il Nord America che è l’unico suo sostenitore.
Sugli Stati Uniti e sulla sua storia novecentesca, fatta di ostilità più o meno cruente, l’autore si sofferma a lungo. Da qui l’affascinante report sulla crisi missilistica a Cuba del 1962. La ricostruzione storica e dettagliata dell’evento è condita dalla citazione di numerosi dialoghi tra i protagonisti della vicenda – ricavati dalle registrazioni – che ci forniscono un quadro preciso sia sui rapporti di forza all’interno degli Stati Uniti e tra gli uomini della presidenza Kennedy, sia sulle loro qualità caratteriali e sul loro modo di reagire ai momenti di crisi nelle fasi cruciali e concitate. Solo i fratelli Kennedy, peraltro, sapevano che le conversazioni venivano registrate. Possiamo quindi leggere stralci di discussioni tra il vicepresidente Lyndon Johnson e l’ExComm Mc Namara; oppure tra il Presidente Kennedy e il Generale Wheeler o tra Kennedy e l’ex ambasciatore a Mosca Llewellyn Thompson. Attraverso queste testimonianze dirette, riusciamo a comprendere meglio non solo quella crisi, ma anche i rapporti reali tra il Presidente USA e i militari. Questi ultimi non provavano per lui che un mero sentimento di disprezzo, assolutamente ricambiato, peraltro, con l’aggiunta di una buona dose di sospetto.
Profonda e interessante analisi, poi, è quella che l’autore dedica al confronto tra Europa e Stati Uniti. Colpisce molto la parte dell’articolo – scritto tra il 2002 e il 2006 – in cui Judt fa riferimento a diverse autorevoli voci, secondo le quali un’Europa compatta e unita rappresenterebbe una minaccia agli interessi degli Stati Uniti. Dunque l’America ha tutto l’interesse a bloccare sul nascere questa unione [p. 391]. In effetti, osservando bene quanto sta accadendo oggi, a ben otto anni di distanza da quell’articolo, tale affermazione deve far riflettere. Siamo alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo e l’Europa sembra tutt’altro che una realtà unitaria e solidale, anzi, in molti casi è sentita fortemente come un’entità lontana e persino ostile ai cittadini, tanto che i sondaggi danno l’astensionismo al 40% e le previsioni decretano una pericolosa avanzata dei populismi.
Ritornando, per un attimo, al confronto tra Europa e America esce fuori un quadro mediamente idilliaco della prima, rispetto alla seconda: vi campeggia un continente che, grazie alla lezione appresa nel passato, «non conoscerebbe, se non raramente, il patriottismo belligerante di stile americano» [p. 393]. Eppure l’Europa è una realtà piena di contraddizioni e, spesso, di scelte violente che non si possono omettere: dalla produzione di armi (di cui il nostro continente detiene il triste primato) agli interventi militari (Iraq, Afghanistan, Libia) solo per fare alcuni esempi. Un’Europa che non sembra interessata né alla questione mediorientale, se non per appoggiare la politica statunitense di supporto a Israele, proprio in un momento in cui – come abbiamo visto – le reazioni alla condotta americana si fanno sempre più severe; né alla incredibile emergenza umanitaria delle massicce ondate migratorie provenienti dal continente africano e dalla Siria che, in questi giorni, stanno interessando le coste della Sicilia.
Dinanzi a questo panorama tutt’altro che idilliaco, le conclusioni di questo volume, appaiono di incredibile attualità. Non è casuale, a mio avviso, la scelta da parte di Judt, di una lucida quanto sconfortante analisi, risalente al 1997, del sorpasso da parte della destra neofascista e xenofoba sui partiti di sinistra. In Francia, ad esempio – allora come oggi – sono proprio gli ex elettori di sinistra a votare Le Pen.  Perché? Le parole amare che Judt dedica, alla fine, alla sinistra europea (in particolare ai socialisti) riflettono una condizione attualissima e una ferita ancora aperta che si è già ulteriormente incancrenita: la visione di una sinistra incapace di governare e in permanente protesta. Dice l’autore: «la sinistra non ha idea di cosa potrebbe significare un suo successo politico, se riuscisse a conseguirlo; non ha una visione articolata di una società buona, o semplicemente migliore, di quella attuale. In assenza di una simile visione, far parte della sinistra non è che prendere parte a una protesta permanente» [p. 411]. Come è possibile, del resto, dargli torto? Oggi, poi, che la situazione si fa ancora più pesante – rispetto al 1997 – in considerazione del fatto che i governi hanno un margine limitato di iniziativa politica in materia fiscale e monetaria? Ciò, ovviamente, determina il principio secondo cui, vinte le elezioni, nessun governo rispetta mai gran parte delle promesse fatte in campagna elettorale.
Come salvarci dunque? Judt ci ha lasciati nel 2010, stroncato da una malattia orribile che lo ha tenuto, fino all’ultimo, prigioniero lucidissimo di un corpo ormai morto. In una sua ultima intervista a Charlie Rose, ci dice, tra le tante cose, che la sua paura più grande è quella di venir privato della possibilità di comunicare. Pensiamo che per uno storico questa sia una delle pene più atroci da sopportare. Non possiamo fare a meno di chiederci cosa penserebbe Judt di questi ultimi quattro anni, del modo in cui rileggerebbe la storia del Novecento alla luce degli ultimi eventi, ma soprattutto ci chiediamo se continuerebbe a pensare, con speranza, che lo Stato moderno possa ancora salvarsi, determinando il modo migliore della distribuzione – sia pure soltanto a livello locale – della crescita economica generata dai privati [p. 415].
Consiglio la lettura di questo volume perché – a prescindere dalle convinzioni ideologiche o dagli approcci storiografici – rappresenta un ricchissimo strumento di conoscenza e riflessione sugli uomini e i fatti di un secolo, il Novecento, col quale dobbiamo fare i conti ancora oggi. Perché è soltanto leggendo tra le carte di quel secolo che, forse, possiamo trovare la chiave interpretativa per il presente – del tutto oscuro e ancora in fieri – che ci tocca in sorte vivere. E forse, almeno così si augura chi scrive, la sinistra europea, sempre più divisa dai protagonismi e dall’inettitudine, troverebbe qualche spunto per decidersi, finalmente, ad intraprendere una seria riflessione sulle alternative concrete alla globalizzazione economica, alle sue leggi spietate e alle sue insaziabili richieste.


Alessandra Mangano

sabato 5 aprile 2014

Luigi Sturzo-Antonio Gramsci. Il Mezzogiorno e l’Italia

Giampaolo D’Andrea e Francesco Giasi (a cura di), Luigi Sturzo-Antonio Gramsci. Il Mezzogiorno e l’Italia, Roma, Edizioni Studium, 2012, 196 pp., (UNIVERSALE Studium 13. Nuova serie. Storia / 2), ISBN 978-88-382-4215-1.

Il Mezzogiorno è sempre stato il grande tema dell’Italia. Se ne sono occupati in tanti, sin dai tempi remoti, come attestano del resto le numerose analisi formulate da storici, intellettuali, giornalisti, politici. Già Antonio Serra, l’economista italiano più originale del Seicento, dedica gran parte dei suoi studi alle condizioni socio-economiche del Mezzogiorno, accusando apertamente i meridionali di scarsa iniziativa imprenditoriale e rivolgendo poi grande attenzione alla carenza di strutture manifatturiere. Quest’ultimo è per Serra un vero problema proprio perché, secondo l’economista cosentino, l’industria è molto più redditizia dell’agricoltura e la buona disponibilità di oro e argento deriva dalla prosperità dell’economia e non il contrario.
Non è un caso che nel recensire questo volumetto – pubblicato dalle Edizioni Studium in collaborazione con la Fondazione con il Sud e la Fondazione Istituto Gramsci – mi venga in mente Serra. L’economista, infatti, non lesina critiche nei confronti degli stessi meridionali, unici responsabili, a suo dire, dell’arretratezza del Mezzogiorno: la totale assenza di spirito imprenditoriale, l’incapacità di mettersi in gioco e di rischiare per investire sono stati a lungo il leitmotiv principale delle accuse rivolte agli italiani del Sud, rei con questo atteggiamento di aver determinato le condizioni di inferiorità in cui versano da secoli. È con Sturzo e Gramsci – e quindi rispettivamente col Partito Popolare e con il Partito Comunista Italiano – che questa prospettiva viene rovesciata con forza, dando inizio a un’analisi meno riduttiva e semplicistica della questione meridionale. Se per certi versi le due riflessioni sembrano coincidere in alcuni punti, per altri esse divergono nettamente, specialmente se si guarda all’approccio ideologico con cui i due grandi protagonisti della storia italiana della prima metà del Novecento, affrontano il tema del Meridione.
Proprio questo è il nodo centrale del libro: Sturzo e Gramsci vengono messi a confronto attraverso la riproposizione di due documenti molto importanti: Il Mezzogiorno e la politica italiana di Sturzo e le Note sul problema meridionale di Gramsci.
Sturzo rivendica, prima di ogni cosa, il merito dei popolari di aver impostato la questione meridionale come problema unitario e nazionale. Nondimeno Gramsci insisterà costantemente nella necessità di una unione tra operai del Nord e contadini del Sud, finalizzata all’abbattimento del potere borghese.
Ciò che accomuna entrambi è sicuramente la profonda avversione nei confronti del “centralismo burocratico” dello Stato unitario e l’inclinazione verso uno Stato delle autonomie che in Sturzo si tradurrà poi nel regionalismo, mentre per Gramsci rimarrà indeterminato [p. 11].
Da subito emerge, dunque, che se nell’analisi del problema tra i due sembra esserci una sostanziale convergenza è poi sulle soluzioni politiche che Sturzo e Gramsci finiscono inevitabilmente per dividersi.
Il meridionalismo di Sturzo è, innanzitutto, qualcosa che accompagna la sua stessa vita e la sua esperienza politica e spirituale con l’isola più a Sud del Paese: il suo approccio al problema del Mezzogiorno matura, infatti, a contatto con i problemi della Sicilia [p.33]. Sturzo non tralascia di ricordare come l’agricoltura svolga un ruolo essenziale nell’isola. La Sicilia, che egli immagina autonoma dal punto di vista amministrativo, avrebbe dovuto trarre capitali dall’iniziativa privata, mentre agricoltura e industria avrebbero dovuto essere strettamente connesse [p. 34].
In quest’ottica, fondamentali diventano, pertanto, il decentramento e il regionalismo. La forzata unificazione nazionale, infatti, crea i presupposti per il mancato sviluppo del Mezzogiorno non solo dal punto di vista economico e politico, ma perfino sul piano culturale e sociale. Le idee che Sturzo si forma sul decentramento e sulla necessità di realizzare un vero e proprio regionalismo nel Paese, sono influenzate dal pensiero di De Viti De Marco, di Gioacchino Ventura e persino di Nitti [p. 38].
Sturzo auspica, inoltre – come poi fa anche Gramsci con la classe operaia settentrionale – il coinvolgimento del movimento cattolico del Nord nella soluzione della questione meridionale. Presto però si accorge dell’assoluta indisponibilità, da parte dei settentrionali, a realizzare tale collaborazione a causa del «cumulo di prevenzioni e diffidenza verso il Meridione» [p. 39].
Questa impostazione diventa comunque centrale nei programmi del nuovo Partito Popolare, assieme alla convinzione che i problemi del Mezzogiorno sono prima di tutto problemi nazionali.
Per far sì che il Meridione diventi davvero un ponte naturale di collegamento tra l’Africa del Nord e l’Albania, la Spagna e l’Asia minore, è necessario, secondo Sturzo, superare prima di tutto il sistema doganale e il regime protezionista che fino a quel momento hanno favorito le industrie del Nord a discapito del Mezzogiorno; successivamente risolvere il tema dell’uniformità legislativa in spregio alle tradizioni giuridico-amministrative dell’isola e, infine, attuare la riforma del sistema tributario che di fatto, così com’era strutturato, non faceva che accentuare lo squilibrio tra Nord e Sud [p. 45].
Il Mezzogiorno necessita poi di una Riforma Agraria e naturalmente di nuovi indirizzi di politica internazionale, in base ai quali si possa unire l’Italia alla Jugoslavia, all’Austria, alla Cecoslovacchia e all’Ungheria, per realizzare un regime di liberi scambi.
L’avvento del fascismo, di fatto, blocca il progetto sturziano. La ragione va ricercata nel fatto che le classi sociali alle quali il prete calatino si rivolge per realizzare il suo programma, ossia la piccola e media borghesia rurale del Mezzogiorno, finiscono per aderire apertamente a Mussolini nel quale vedono l’uomo capace di riportare ordine nel Paese, mettendo a tacere le rivendicazioni operaie e contadine.
Per Sturzo, dunque, Mezzogiorno e Stato non sono due categorie separate ed è proprio questo dualismo che va superato, perché i meridionali sono parte integrante dell’Italia.
Eppure, anche Sturzo crede che i meridionali abbiano le loro responsabilità, riscontrabili non soltanto nell’atteggiamento volto a chiedere di continuo aiuti e interventi allo Stato, ma anche nelle politiche di quanti non sono riusciti nemmeno a capire i veri problemi del Mezzogiorno e, di conseguenza, si mostrano impreparati nel proporre soluzioni efficaci. Né bastano a Sturzo le classiche giustificazioni: la permanenza delle strutture feudali, ben oltre la data ufficiale del loro smantellamento, o la mancanza di una borghesia imprenditoriale audace, come sostiene ad esempio Serra. Secondo il politico popolare è infatti da superare quello «stato psicologico che ci mette in condizioni di inferiorità» [p. 74] affinché gli stessi meridionali possano creare un programma politico della questione meridionale e farlo poi diventare pensiero generale di tutti gli italiani. In un’ottica rovesciata, dunque, almeno per una volta, non bisogna aspettare la soluzione dall’esterno, ma farsi promotori attivi di una strada non solo da percorrere in prima persona, ma da far intraprendere all’intero Paese, nella certezza che i problemi del Sud si ripercuotono a catena anche nel resto del Paese: «La redenzione comincia da noi» [p. 74] afferma con veemenza il prete calatino.
Un tema caldo sollevato da Sturzo e, a mio avviso, di grande attualità politica, è poi il ruolo esercitato dall’alta banca e dalla finanza nel determinarsi delle condizioni economiche del Paese.  Secondo Sturzo, infatti, l’alta banca – che non è mai esistita nel Mezzogiorno – ha sempre mantenuto un dominio molto forte delle principali scelte economiche e industriali del Paese. Le industrie di natura domestica e artigiana, per fare un solo esempio, non sono appetibili per la finanza perché «ven[gono] meno col cadere delle linee doganali interne e non po[ssono] tentare la loro trasformazione industriale, perché lontane dal mercato generale» [p. 92]. Ciò ha finito, inevitabilmente, per determinare nel Mezzogiorno la prevalenza del settore agricolo e, ciò che è peggio, è che non si tratta di un’agricoltura soltanto povera e arretrata ma anche vessata dai latifondisti, dai gabelloti, dalla mafia, dall’abigeato e dalla malaria.
D’altra parte, qualcuno potrebbe obiettare che se lo Stato non interviene con la costruzione di infrastrutture, nessun industriale sarà mai interessato a investire in queste zone del Paese. Questa impostazione, pur partendo da presupposti giusti, non è affatto condivisa da Sturzo, poiché da essa sembra evincersi quel solito atteggiamento, proprio di chi vuole che i problemi del Meridione restino di esclusivo interesse e a totale carico dei meridionali. Dovrebbe invece diventare un problema di tutto il Paese farsi carico e risolvere le contraddizioni del Mezzogiorno, poiché se una parte del Paese è malata, allora tutti complessivamente ne risentono.
Indubbiamente il meridione presenta delle povertà naturali, un clima difficile e una organizzazione sociale e politica piuttosto mediocre. Eppure ci sono state epoche in cui questa parte della penisola è stata florida. Le ragioni, secondo Sturzo, sono da ricercare nel fatto che, in quei periodi di splendore, esisteva una politica mediterranea intesa come «fatti e fenomeni politici sotto l’influsso delle economie prevalenti» [p. 102].
L’unica via per poter salvare il Mezzogiorno dal degrado è, in conclusione, quella di riuscire a dar vita a una politica nazionale orientata al bacino del Mediterraneo e capace di creare a Sud del Paese «un hinterland che va dall’Africa del nord all’Albania, dalla Spagna all’Asia Minore» aprendo traffici, circolazione di scambi etc. [p. 104]. In questo modo «il mezzogiorno può certo trasformarsi da un regime economico passivo ad un regime attivo, a patto che si superino le barriere poste dal regime doganale, dalla pressione tributaria e dalla legislazione uniforme e livellatrice» [p. 116].
Guardando invece al Partito Comunista Italiano e all’elaborazione gramsciana della questione meridionale, già nel 1923 era chiaro a tutti i comunisti che tra «le forze motrici della rivoluzione italiana vi erano anche i contadini del Mezzogiorno e delle Isole» [p. 141].
È a Gramsci, comunque, che si deve l’analisi più lucida della questione meridionale e l’aver messo al centro della politica dei comunisti italiani il tema del Mezzogiorno. Riportare al centro dei programmi e delle proposte del PCI il movimento contadino al Sud della Penisola, ha come effetto immediato, tra l’altro, la piena adesione di Giuseppe Di Vittorio al PCI e la collaborazione di Guido Miglioli (leader del movimento contadino cattolico) con i dirigenti comunisti.
Per Gramsci – la cui riflessione trae spunto dalle critiche che un gruppo di giovani muove, su «Quarto Stato», al PCI e alla sua proposta politica circa la soluzione dei problemi del Mezzogiorno – è chiaro che la borghesia settentrionale è la causa dell’arretramento del Sud e delle isole, sottoposte a un regime di vero e proprio sfruttamento coloniale. È ovvio che la soluzione può venir fuori soltanto da un’alleanza politica tra gli operai del Nord e i contadini del Sud per rovesciare la borghesia dal potere di Stato. In tal senso, la «spartizione meccanica» dei latifondi – che diventerà il tema capitale delle lotte contadine negli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra – viene vista criticamente da Gramsci che la considera – da sola – una soluzione effimera. Del resto cosa avrebbe potuto mai fare un contadino, dopo aver occupato una terra incolta o mal coltivata? Senza risorse o macchinari ben poco, eccetto che finire nelle mani di qualche usuraio.
In verità Gramsci inquadra il tema della terra e dei contadini in una cornice ben più ampia: quella cioè della rivoluzione di cui devono farsi promotrici le due classi alleate dei contadini e degli operai, sotto la guida del proletariato industriale [p. 164].
Ma – e qui sta l’intuizione di Gramsci – per far ciò è necessaria innanzitutto una rivoluzione culturale. Il proletariato, infatti, è impregnato della tradizione borghese che si respira dappertutto e – qui coincidendo con l’analisi sturziana – ormai è divenuto luogo comune ben diffuso che il Mezzogiorno sia la palla al piede della penisola e che i meridionali, inferiori per natura, blocchino con il loro lassismo lo sviluppo del Paese.
Secondo la tradizione borghese, diffusasi ormai ampiamente anche presso le classi proletarie, se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è, dunque, del capitalismo o della stessa borghesia ma dei meridionali che sono per natura «barbari», «incapaci» e «criminali» [p. 166].
Gramsci aggiunge, poi, che il Mezzogiorno presenta una grande disgregazione sociale in cui sono presenti tre strati sociali: «la massa contadina amorfa e disgregata, gli intellettuali della piccola e media borghesia rurale, i grandi proprietari terrieri e i grandi intellettuali» [p. 182]. Il contadino meridionale è legato al grande proprietario terriero mediante proprio la figura dell’intellettuale. Questa – sebbene Gramsci riconosca che quando si parla di Mezzogiorno non si possa fare un’analisi complessiva e indistinta poiché il Mezzogiorno continentale è profondamente diverso rispetto a quello delle isole – sarebbe però una caratteristica comune all’intero meridione. In sostanza il riferimento è al cosiddetto “blocco agrario” che fa da intermediario e sorvegliante al capitalismo settentrionale e alle grandi banche. Questo ha il compito preciso di mantenere lo statu quo. E chi sono i responsabili di tale immobilismo se non gli intellettuali meridionali che, a detta di Gramsci, hanno avuto il compito di arginare eventuali frane del blocco agrario? Tra questi intellettuali vengono annoverati persino Croce e Fortunato. Il loro settarismo vieta ai meridionali (o intellettuali medi) che cercano di uscire dal blocco agrario, di potersi esprimere sulle riviste principali.
Gramsci, d’altra parte, non nega l’influenza che Croce e Fortunato ebbero su l’Ordine Nuovo e sui comunisti Torinesi, pur rivendicando, però, la rottura completa con quella impostazione a cominciare dal nuovo ruolo che il proletariato deve assumere in qualità di «protagonista moderno della storia italiana e quindi della quistione meridionale» [p. 192].
È ovvio, dunque, che per spezzare il blocco agrario è necessario che il proletariato riesca a disgregare quel blocco intellettuale che ne resta «l’armatura flessibile ma resistentissima» [p. 196].
È attraverso questa disgregazione che è possibile unire il proletariato e i contadini in un’ottica nazionale della soluzione della questione meridionale.
Il testo che parte da una intuizione brillante – il confronto tra due grandi politici e pensatori degli inizi del Novecento, a partire soprattutto dalle loro diverse ideologie – è un valido strumento di consultazione per gli studiosi del Mezzogiorno. I testi di Sturzo e Gramsci sono preceduti da due introduzioni – rispettivamente di Giampaolo D’Andrea [pp. 57-75] e di Francesco Giasi [pp. 139-159] e dalle riflessioni di Giuseppe Vacca [pp. 9-32] e Francesco Malgeri [pp. 33-53].

Alessandra Mangano


mercoledì 5 marzo 2014

Storie d'Europa

Marcello Verga, Storie d’Europa. Secoli XVIII-XXI, Roma, Carocci Editore, 2004, 222 pp. ISBN 88-430-2780-8.

È oggi in atto una discussione, ancora tutta aperta, sull’Europa. Alla vigilia delle elezioni del prossimo maggio, in cui si deciderà che impronta dare a questa variegata e complessa realtà, ci misuriamo con la percezione che dell’Europa hanno gli europei e coloro i quali invece non lo sono ancora ufficialmente e magari auspicano di entrarne a far parte. Le diverse spinte – in alcuni casi attrattive, in altri di vera e propria repulsione – sono lo specchio reale del ruolo che il Vecchio Continente riveste, oggi, nella quotidianità dei cittadini europei.
Non si può certo affermare che questa discussione sia un fatto nuovo e relazionato alle contingenze storiche, poiché sull’Europa gli studiosi si interrogano da secoli, cercando di rispondere a due domande fondamentali: Cos’è l’Europa? Come e perché scrivere la storia d’Europa?
Come ci dice nell’introduzione Marcello Verga – Professore ordinario di Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Firenze – questo volume non è soltanto un libro sulle storie d’Europa, scritte dalla metà del XVIII secolo a oggi, ma anche un tentativo di definizione dell’idea di Europa, in quanto essa è prima di tutto un’idea di civiltà [p. 9]. L’interesse dell’autore però non è rivolto alle possibili risposte, quanto piuttosto alla storia dei differenti significati che le domande e le risposte hanno avuto nei vari periodi che intercorrono dal XVIII al XXI secolo.
Uno dei primi temi su cui bisogna soffermarsi, quando si parla d’Europa, è quello relativo alle differenze nazionali, elemento molto importante già a partire dal XVIII secolo. Questa analisi reca in sé una duplice riflessione per certi versi opposta e complementare: l’Europa come insieme di nazioni che condivide una storia e una civiltà e l’Europa divisa in nazioni diverse tra loro dal punto di vista delle tradizioni, delle leggi e dei costumi. Tra Seicento e Settecento, infatti, si è diffusa l’idea di un’Europa frazionata su due assi: uno nord-sud e l’altro ovest-est. Entrambi questi assi sono la rappresentazione di un continente a due velocità. Nel primo caso siamo di fronte ad un’Europa mediterranea arretrata dal punto di vista economico, sociale e culturale a causa del «malgoverno spagnolo e della Chiesa della Controriforma» [p. 16] in opposizione a un’Europa settentrionale più avanzata e stabile; nel secondo caso invece abbiamo un’Europa occidentale, protagonista vera e assoluta della storia europea e della sua civiltà, in contrapposizione a un’Europa – quella orientale – quasi non europea, una sorta di «oriente europeo dell’Europa» [p. 17].
Dinanzi a tale scissione qual è la storia dell’Europa e quali le sue radici? A questa domanda provano a rispondere in tanti, a cominciare da Montesquieu e Voltaire: il primo inserendo il proprio ragionamento nel confronto continuo tra Vecchio Continente e Asia, dal quale, peraltro, trae le differenze tra dispotismo e governo moderato, tra schiavitù e libertà; il secondo partendo dall’idea di una grande repubblica composta da diversi stati, con diverse forme di governo, accomunati da una stessa religione, seppur divisa e «con gli stessi principi di diritto pubblico e di politica, ignoti nelle altre parti del mondo» [p. 19].
È per William Robertson, invece, che la storia d’Europa prende avvio dai barbari i quali occupano i luoghi che fino a quel momento sono appartenuti all’Impero romano d’Occidente. I barbari infatti introducono nuove forme politiche, sconosciute fino a quel momento: tra queste la più importante è proprio il sistema feudale caratteristico non solo di tutti i loro regimi, ma anche dell’Europa medievale e moderna. Le crociate, dal canto loro, offrono ai partecipanti la possibilità di conoscere nuove città, dando vita a importanti processi sociali e culturali oltre che economici.
Tanto Voltaire, quanto Robertson, Hume e Gibbon, sono concordi nel sostenere che le origini dell’Europa moderna non vadano ricercate nell’Impero romano ma nei popoli del Nord e nel risultato del loro incontro con il cristianesimo.
Tra Settecento e Ottocento cominciano poi a diffondersi i concetti di popolo, nazione e nazionalità che diventeranno presto patrimonio della cultura e della sensibilità politica europea. Contestualmente, nello stesso periodo, l’Europa e l’idea di una civiltà europea, sono temi che perdono la centralità avuta sino a quel momento.
Fu François Guizot a riprendere l’analisi del significato di una civiltà europea che, sebbene fosse indubbiamente reale nell’unità di certi caratteri, allo stesso tempo però presentava anche una certa varietà, con caratteristiche differenti da ricercare nelle storie dei diversi paesi europei. Egli, ad esempio, riconosceva alla Francia un ruolo centrale nella formazione della civiltà europea.
Cosa identificava però questa civiltà? Secondo Guizot civiltà e libertà sono valori prettamente europei e in essi dunque vanno riconosciute la storia e la civiltà d’Europa.
Dal mondo romano, innanzitutto, la civiltà europea moderna ha ereditato moltissimi elementi che la contraddistinguono: dalle città – che con le sue regole e abitudini, hanno sancito il principio di libertà – al potere imperiale, principio di ordine e servitù [p. 41]. Vi è poi la Chiesa cristiana e non – si badi bene – il cristianesimo: l’organizzazione e la capacità di affermazione della Chiesa riescono a rappresentare infatti «uno strumento di tenuta morale e di ordine sociale e politico nello sfascio dei poteri determinato dalla caduta dell’Impero d’Occidente» [p. 42].
Ai barbari – continua ancora Guizot – gli europei devono invece l’esercizio della libertà personale.
Il primo grande evento di questa Europa – i cui caratteri fondamentali sono proprio la Chiesa, le città, la monarchia – sono le crociate, senza le quali, afferma Guizot, non esiste l’Europa.
Quindi l’idea di Europa è strettamente legata all’esistenza di una molteplicità di culture – ellenistica, romana, celtica e germanica. Del resto «morte sicura è per l’Europa se tutto è ricondotto sempre e solo all’unità» diceva Burckhardt [p. 48].
È a Henri Pirenne che dobbiamo comunque una profonda riflessione sul senso di un’idea di Europa in quanto Europa delle nazioni e degli Stati e sull’importanza dei sentimenti di appartenenza nazionale nel delinearsi di una storia e di una civiltà europee. Lo storico belga fa partire questa riflessione dal primo conflitto mondiale. Dalla sua analisi emerge come la storia e la chimica siano state le due vere protagoniste della guerra: la prima per averle fornito esplosivi e gas, laddove la seconda, invece, aveva portato giustificazioni e scuse [p. 56]. Ovviamente la provocazione di Pirenne mira a una riflessione più approfondita sul ruolo che gli intellettuali e gli studiosi ebbero nel preparare il clima culturale che portò alla guerra. In particolare, gli storici tedeschi giustificano l’invasione del Belgio da parte del loro Stato.
Per Pirenne ci sono comunque dei punti cruciali nella storia Europea che vanno ben oltre il crollo dell’Impero romano d’occidente e l’avvento dei barbari. Innanzitutto c’è la rottura dell’unità del mondo mediterraneo e la separazione tra Occidente e Oriente, determinata dall’invasione musulmana del Mediterraneo e di alcune regioni europee; seguono poi la dissoluzione dell’Impero carolingio al quale è strettamente legata l’elaborazione della civiltà occidentale «destinata a diventare la civiltà del mondo intero» [p. 63], il feudalesimo, la lotta per le investiture e, infine, le crociate dalle quali viene fuori l’Europa dei commerci, dei mercanti e della borghesia.
In questo contesto si articola la riflessione sull’Europa e sulla Germania che Pirenne elabora durante gli anni di prigionia. È proprio a partire dalle posizioni degli storici tedeschi, volte nella maggior parte dei casi a giustificare l’invasione del Belgio da parte della loro nazione, che Pirenne si convince fermamente che la separazione tra potere e ceto intellettuale, tra governo e cultura che l’Europa aveva ereditato dalla Rivoluzione francese, fosse sconosciuta alla società tedesca. È forse questa la ragione per la quale lo storico belga decide di escludere gli storici tedeschi dai lavori del V Congresso internazionale di scienze storiche, svoltosi immediatamente dopo la fine del conflitto.
Nei fatti comunque, La Storia d’Europa che Pirenne scrive in carcere, rimane incompiuta. Secondo Verga le ragioni di questa interruzione sono da ricercare proprio nell’idea di un’Europa la cui identità è strettamente riconoscibile nell’affermarsi degli Stati nazionali. Lui stesso esalta e difende l’indipendenza del Belgio e smentisce categoricamente le pretese del pangermanesimo. Ecco dunque che – in relazione al dramma del suo tempo che lui stesso si ritrova a vivere pienamente da prigioniero – quella stessa idea di nazione e nazionalità che non esita ad esaltare nel caso del Belgio, finisce per trasformarsi in una vera e propria contraddizione, dinanzi allo specialismo della storiografia tedesca e alla diretta espressione di uno sciovinismo estremo che arriva ad ipotizzare perfino un’origine germanica della civiltà europea.
La diffusione di un interesse molto spiccato per le storie nazionali, specie a partire dall’Ottocento, non entra mai in contrasto con la storia d’Europa. Anzi, questa attitudine significa presto il riconoscimento di un'idea di Europa basata su un ‘sistema di Stati’ «destinati a lottare uno contro l’altro per l’affermazione dei loro interessi e delle loro ambizioni» [p. 49].
Nel primo dopoguerra si ridisegna l’immagine politica e culturale di un’Europa: accanto alla tradizionale Europa occidentale, cominciano a delinearsi la Russia della Rivoluzione d’ottobre da una parte ed un’Europa orientale contrapposta ad essa.
Dopo il primo conflitto mondiale, pertanto, l’idea di una storia della civiltà europea – con riferimento esplicito alla parte occidentale dell’Europa e agli Stati nazionali che si erano formati al suo interno – cessa di esistere. Si diffonde l’esigenza di una storia d’Europa coniugata al plurale rivendicata, peraltro, da molti storici tra i quali il rumeno Nicola Iorga che insiste, ad esempio, sull’importanza che Bisanzio ebbe sulla storia dell’Europa occidentale.
È negli anni Trenta del Novecento, invece, che il cosiddetto principio dell’equilibrio – diffusosi già a partire dal Rinascimento – si fa strada in molti storici, tra i quali Chabod. Ed è attraverso tale principio che è possibile regolare i rapporti tra i vari Stati nazionali «ben differenziati [e] ben consci della loro pienezza di sovranità» [p. 94]. Questo equilibrio aveva sempre garantito lo svolgimento della storia Europea nel corso dei secoli e, sempre secondo Chabod, a questo stesso equilibrio bisognava fare ricorso per far sì che tale svolgimento continuasse anche nel XX secolo, in un momento di grande crisi dell’Europa. Il Vecchio Continente, a cavallo tra i due conflitti mondiali, non ha più il primato nel controllo del mondo. Al suo posto nuove potenze, tra tutte gli Stati Uniti e alcune realtà asiatiche, esercitano adesso un ruolo importante.
Alle storie d’Europa come storie di equilibrio tra potenze e di rivalità tra le nazioni, Croce opporrà con la sua Storia d’Europa nel secolo XIX, uscita nel 1932, l’idea di un’Europa in cui prevale l’affermazione di un progetto di pace e cooperazione politica tra i vari Stati. Questa impostazione contribuisce al diffondersi di un concetto d’Europa legato ad una visione di speranza per il futuro: l’Europa diventa un rifugio contro nazionalismi e totalitarismi.
È ad Halecki infine che si deve la proclamazione della fine della storia Europea e dell’inizio della storia Atlantica, posizione questa che verrà condivisa da molti altri storici. Fino agli anni novanta del XX secolo e alla caduta del blocco sovietico, la riflessione sull’Europa ruota tutta attorno all’affermazione dei valori dell’Occidente (libertà, democrazia, capitalismo e libertà d’impresa) in contrapposizione all’esperienza dei regimi comunisti. Ma questo dibattito è tutto interno alla società occidentale e si priva dunque del punto di vista degli storici dei paesi dell’Europa centro-orientale.
In contrapposizione ai totalitarismi del Novecento (Nazismo e Comunismo sovietico) si comincia a fare strada l’idea di un’Europa dalle radici cristiane. La Chiesa diventa in quest’ottica il baluardo della società occidentale e dei suoi valori.
È ovvio che a questa visione si contrapporrà, successivamente, l’idea di un’Europa laica e tollerante, l’Europa dell’Umanesimo, della libertà e dell’Illuminismo.
Nelle conclusioni di questo lungo excursus, Verga ci tiene a sottolineare che il lavoro degli storici europei sulla storia d’Europa è fatto in gran parte da nativi dell’Europa occidentale. Dunque si tratta sempre di una visione parziale della realtà che già reca in sé un’idea univoca di Europa. Se a questo si aggiunge anche il fatto, tutt’altro che secondario, secondo cui l’Europa è stata prima di tutto «una realtà storicamente variabile nel tempo» [p. 147], allora è facile comprendere come mai appaia molto complesso scrivere una storia comune degli europei, malgrado innumerevoli siano stati negli ultimi anni i tentativi da parte di politici e studiosi.
 Se impossibile dunque appare il ricorso alla storia «per esaltare o rivendicare pretese “radici comuni” d’Europa» [p. 179], meglio sarebbe, secondo Verga, dedicarsi a un progetto di storia europea d’Europa come parte di una nuova storia universale.

Alessandra Mangano





mercoledì 5 febbraio 2014

Ravensbrück

Germaine Tillion, Ravensbrück, Prefazione di Tzvetan Todorov, Roma, Fazi Editore, 2012, 364 pp., (Campo dei Fiori, 009), ISBN 9788864112558.

Germaine Tillion fu prigioniera politica nel campo di concentramento di Ravensbrück. Arrestata nell’agosto del 1942 – in seguito alla denuncia di un prete cattolico – per aver organizzato una rete di resistenza in Francia, resterà in carcere fino al 1943, quando verrà tradotta nel campo di concentramento a nord di Berlino.
È qui che inizia la straordinaria attività di documentazione e di registrazione dati. Tillion, appassionata etnologa, riesce a vivere l’esperienza drammatica della deportazione in modo duplice: come vittima, prima di tutto, ma anche come studiosa appassionata, sempre alla ricerca della verità. È probabile, come dice spesso lei stessa, che sia sopravvissuta, all’orribile esperienza della deportazione, grazie al caso e alla rabbia. È certo, invece, che si sia salvata grazie alla determinazione della studiosa che ha il compito di testimoniare la realtà, anche quando questa si rivela scomoda e dura da accettare.
Nasce così Ravensbrück, un libro che descrive minuziosamente la vita nel campo di concentramento: le torture psicologiche e fisiche, le privazioni, le brutalità degli esperimenti del dottor Gebhardt; ma anche le miserie umane degli aguzzini, le loro deformazioni, le innumerevoli contraddizioni delle loro vite: gente normale, gente comune – dentisti, medici, ex tipografi, infermiere, ex impiegati –  nessun precedente penale, nessuna infanzia traumatica. Colpisce, nella descrizione minuziosa del personale fatta da Tillion nel secondo capitolo [pp. 59-98],  scoprire come in molti casi – uno fra tutti quello di Rudolf Höss, comandante di Auschwitz – si tratta di gente cattolica credente e praticante, scrupolosa, seria e che ha educato i figli secondo i ‘buoni principi’.
Dunque «i mostri sono uomini» [p.88] e pertanto nessun popolo può dirsi a riparo da un disastro morale di tale portata. Forse è proprio questo il nodo centrale attorno al quale si svolge la testimonianza di Tillion: la certezza che nessuno può sentirsi immune da tali atrocità. In effetti la storia non smentisce la studiosa. I campi di concentramento, la tortura, le violenze e la brutalità non si esauriscono con l’olocausto, ma continuano a macchiare la storia dell’umanità, anche successivamente, in tempi più recenti. Passeranno solo una trentina d’anni, infatti, prima che altre Auschwitz, sconvolgano Cile e Argentina, durante gli anni della dittatura militare. Alla base delle violenze emerge, come sempre in questi casi, un vero e proprio delirio semantico: ‘materialisti, atei, nemici dei valori occidentali e cristiani’, in nome del quale è possibile giustificare l’orrore.
Se ai tempi di Filippo II la limpieza de la sangre comporta la brutale caccia ai conversos e ai moriscos, in nome della stessa visione allucinata della società si compie lo sterminio degli ebrei, dei disabili, degli zingari e degli omosessuali. 
Quasi sempre, però, il sonno della ragione viene fuori dall’esitazione del potere civile, dall’incapacità dei governi di dare risposte alla disperazione dei cittadini. Ed ecco lì l’uomo forte, pronto a trionfare grazie alla solerzia nello scovare il capro espiatorio, la causa su cui riversare tutti i mali del proprio Paese.
Verrebbe proprio da dire che è l’uomo il peggiore nemico dell’uomo. Non è un caso che questa frase venga ripetuta, più volte, dal Dio mendicante interpretato da Alessio Boni, nello spettacolo di Valerio Binasco – in scena proprio in questi giorni nei più importanti teatri italiani – che ci racconta l’incontro tra Freud (bellissima e intensa interpretazione di Alessandro Haber) e Dio ai tempi dell’occupazione nazista.
Nessuno, dunque, può salvare l’uomo da se stesso, nemmeno Dio, al quale non è concesso interferire col libero arbitrio. C’è chi però, con la propria testimonianza, può aiutare a non dimenticare l’orrore, nella speranza che la disperazione e la brutalità, l’odio e la tortura, il sangue e la morte, possano continuare ad indignare, allora come oggi e dappertutto. Perché non accada mai più.
Il testo è corredato da un utilissimo apparato di Note [pp. 343-357] e da una Bibliografia [pp. 359-364].

Alessandra Mangano



domenica 5 gennaio 2014

Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica

Martha C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, introduzione di Tullio De Mauro, Bologna, Il Mulino, 2011, pp. 160, (Intersezioni, 371), ISBN 978-88-15-14942-8.

L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e
 al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e
delle libertà fondamentali.
Essa deve promuovere la comprensione,
la tolleranza,
l’amicizia fra tutte le nazioni,
i gruppi razziali e religiosi.
(Dichiarazione universale dei diritti umani, 1948) [p. 31]

Questo libro è un ottimo strumento di consultazione in grado di offrire validi argomenti da contrapporre ai fautori della cosiddetta «scelta anticlassica»[p. 10]. Sempre più diffusa in tutto il mondo è ormai l’idea che le materie umanistiche siano non solo obsolete, ma assolutamente inutili alla crescita del prodotto interno lordo di un Paese.
È ovvio che chi pensa che la scuola abbia come finalità solo ed esclusivamente la crescita economica, sarà pienamente soddisfatto dalla visione – riproposta anche nel nostro Paese qualche annetto fa – delle tre i (informatica, impresa e inglese). Ma il ruolo della scuola non può esaurirsi al solo obiettivo dell’aumento della produttività del Paese. La scuola ha un compito molto più importante e complesso: deve formare cittadini consapevoli e capaci di vivere in democrazia.
Nella sua prefazione al testo della Nussbaum, De Mauro ci ricorda come l’inglese – la lingua internazionale per eccellenza – sia costituito per il 70% dal latino classico e medievale, mentre solo per il 10% dall’antico fondo germanico. Il passato è quindi molto più importante di quanto alcuni pensano e, conoscere le nostre origini, è imprescindibile per capire che tipo di cittadini vogliamo essere e quale contributo saremo in grado di dare alla società.
È per questo che in alcuni paesi non occidentali le lingue antiche rivestono un ruolo fondamentale nella società. È così per l’antico giapponese o per il cinese classico, solo per fare alcuni esempi. Esistono quindi delle realtà nelle quali, per fortuna, «non bastano l’istruzione tecnica o la sola istruzione scientifica» [p. 14].
Alla luce di questa premessa, tanto più in un periodo di forte crisi economica come quello che stiamo drammaticamente vivendo in questo momento, Nussbaum ci esorta a riflettere su un’altra crisi – tanto tragica quanto importante, ma forse meno sentita – la crisi mondiale dell’istruzione.
Dinanzi alla logica del profitto – che ha determinato la crisi economica di cui siamo attualmente vittime più o meno inconsapevoli – viene meno la democrazia. In uno scenario come questo, i cittadini sono destinati a scomparire per cedere il posto a vere e proprie macchine alle quali a poco o a nulla sono utili gli studi umanistici. Questi, infatti, non servono a garantire profitto a breve termine. Dunque, dappertutto nel mondo, tanto in America quanto in Europa e in India, sembra che l’interesse sempre più ricorrente riguardi l’istruzione tecnologica e scientifica con una sempre più rilevante attenzione verso ciò che Tagore chiamava «il rivestimento» materiale dell’essere umano. Eppure, come dimostrerà Nussbaum nella sua opera, senza anima e pensiero critico non può esserci democrazia né, tantomeno, crescita economica. Anzi, proprio la dicotomia che negli anni si è venuta a creare tra «istruzione per il profitto» e «istruzione per la democrazia», non ha ragione di esistere. 
Ma cos’è veramente il progresso per una nazione? Per molti oggi la nozione di progresso è strettamente connessa all’incremento del Prodotto Interno Lordo e ciò a prescindere realmente dal livello di squilibrio e di diseguaglianza sociale della nazione. Infatti, ci dice l’autrice, il problema del paradigma di sviluppo basato sull’aumento del Pnl pro capite è che «trascura la distribuzione e questo diventa allarmante per quei paesi che già sperimentano situazioni di forte disparità»[p. 37].
È ovvio che le materie umanistiche creano sapere critico e che in molte realtà – una fra le tante Guajarat in India, dove i contadini poveri non hanno mai ricevuto un’istruzione adeguata – si preferisce scoraggiare questo tipo di istruzione in quanto ostacolerebbe pericolosamente la formazione di lavoratori obbedienti e senza grosse pretese nè rivendicazioni di alcun genere.
La dicotomia tra formazione per il profitto e formazione per la democrazia è, del resto, lo specchio della società contemporanea scissa, oggi più che mai, tra «persone preparate a vivere con gli altri in termini di rispetto e reciprocità e persone che perseguono il beneficio della prevaricazione» [p. 46].
 Partendo dal principio che non può esistere democrazia senza pensiero critico dei cittadini, la figura di Socrate, secondo Nussbaum, acquista un rilievo importantissimo nell’educazione umanistica ma viene anche ostacolata dal mondo del profitto e ciò proprio perché le persone che sanno riflettere sono anche meno influenzabili. L’incapacità di ragionare con la propria testa porta l’individuo a sottomettersi con una certa facilità alle sirene del potere e dell’autorità in modo assolutamente acritico, per quanto ciò che viene proposto possa essere abietto. Per Socrate non conta affatto lo status dell’oratore bensì la qualità del suo ragionamento [p. 68]. Pertanto è ovvio che non esiste, nell’ambito della discussione, un dislivello: tutti sono uguali al momento della discussione, indipendentemente dalla loro appartenenza sociale.  
È dunque indispensabile, alla luce di questo ragionamento, impegnarsi in modo tale che quegli aspetti dell’istruzione che servono a mantenere in vita la democrazia, possano essere rafforzati e incentivati: lo studio della storia delle minoranze o degli immigrati ad esempio, ma anche dei rapporti razziali, delle dinamiche di genere e delle lotte di nuovi gruppi per il riconoscimento e la parità [p. 136] sembrano oggi di un’attualità cocente, specialmente per far fronte ai conflitti sociali e religiosi e ai problemi legati al terrorismo e alla sicurezza delle nostre metropoli.
Per questa ragione non immune da critiche è, per la Nussbaum, il sistema di valutazione basato sui test: secondo la studiosa, infatti, «la riflessione critica e l’immaginazione simpatetica non sono valutabili tramite esami a scelta multipla» [p. 146]. Purtroppo questo sistema, molto diffuso negli Stati Uniti, è diventato molto comune anche nelle scuole italiane con le odiose prove Invalsi.
Sappiamo perfettamente come i fondi destinati alla ricerca umanistica e, più in generale, al patrimonio storico-culturale siano sempre più esigui, eppure, per migliorare la situazione in cui versano le materie umanistiche nel mondo, ci vorrebbe innanzitutto un «investimento umano» [p. 152]. Non servono soltanto i soldi perché si tratta innanzitutto di una questione culturale. Un’educazione scolastica o universitaria senza alcun riguardo per l’aspetto critico e l’esclusiva attenzione nei confronti delle materie tecniche e scientifiche sono ciò che Tagore definiva un «suicidio dell’anima» [p. 153]. Il vero dramma è che da questo suicidio nascono dittature e genocidi che minacciano la vita stessa della democrazia.
Se le lettere e le arti non servono a produrre denaro, sono imprescindibili invece a costruire un mondo «degno di essere vissuto» in cui gli esseri umani hanno imparato a rispettarsi a prescindere dalle diversità o, forse, proprio grazie a quelle diversità.
Consiglio la lettura di questo brillante saggio a tutti e, specialmente, a quanti nel nostro Paese sono chiamati ad occuparsi di educazione, istruzione e cultura in ambito istituzionale. Chissà che le loro scelte non ne vengano positivamente condizionate.


Alessandra Mangano