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lunedì 5 ottobre 2015

Stessa misura, stesso peso, stesso nome

Antonino Giuffrida, Stessa misura, stesso peso, stesso nome. La Sicilia e il modello metrico decimale (secoli xvi-xix), Roma, Carocci, 2014, 172 pp. (Biblioteca di testi e studi, 941), ISBN 978-88-430-7381-8.

Non capita quasi mai di chiedersi nella vita di tutti i giorni da dove provengano o come siano nate le unità di misura, che noi utilizziamo quotidianamente in molte azioni comuni, senza nemmeno rendercene conto: fare la spesa («mi dia 3 etti di prosciutto»), comprare un abito di tagli 48, fare il pieno di benzina. Eppure il sistema metrico-decimale, che noi usiamo con la naturalezza di chi lo utilizza da sempre, non è stato sempre il sistema ponderale in uso in Europa e nel resto del mondo, sebbene esso sia in campo internazionale riconosciuto e adottato da quasi tutti i paesi con qualche eccezione (vedi per esempio il Regno Unito e gli Stati Uniti).
Prima dell'introduzione del sistema metrico-decimale, la quale fu favorita anche dalla sua scientificità (i progressi scientifici tra Seicento e Settecento sarebbero stati impensabili senza il sistema metrico-decimale), in Europa erano in uso sistemi ponderali "a misura d'uomo" (il piede, il palmo, il rotolo, la canna, ecc.), ma che di fatto erano sistemi di numeri complessi. Per spiegarci meglio: il palmo, unità di misura di lunghezza corrisponde a 12 oncie (sottomultiplo), mentre il miglio, multiplo del palmo, corrisponde a 5760 palmi, tralasciando però tutti gli altri multipli e sottomultipli.
I sistemi ponderali di antico regime sono particolarmente interessanti, perché possiedono una forte connotazione sociale e politica e sono misura dei rapporti «che intercorrono tra ceti e delle regole di funzionamento di un mercato». Per questo motivo le riforme di tali sistemi in età moderna indicano la «attivazione dei processi politico-istituzionali di transizione, che caratterizzano gli Stati di antico regime nella fase che porterà ai nuovi equilibri ottocenteschi» (p. 11).
In Stessa misura, stesso peso, stesso nome di Antonino Giuffrida, docente di storia moderna all'università di Palermo, oltre ad essere descritto il sistema ponderale siciliano di antico regime, si analizzano le vicende storico-istituzionali di due importanti riforme del sistema ponderale nel 1601 e nel 1809 avvenute nel regno di Sicilia, fino all'introduzione del sistema metrico-decimale con l'unità d'Italia.
La riforma del sistema ponderale siciliano che si realizza nel 1809, manifesta la volontà di fare ordine in un sistema caratterizzato da una pluralità di soggetti, che godono del favore della tradizione e del privilegio, e quindi di «imporre una sola misura in tutto il Regno», visto che ogni città vantava le sue varianti (ad esempio la "canna", unità di lunghezza se era palermitana equivaleva a m. 2,046142, se era di Messina era di m. 2,090274, mentre con la riforma del 1809 fu fissata a m. 2,06783), che è innanzitutto un tentativo di «consolidare la centralità dello Stato» (p. 12).
Il nuovo clima culturale e civile d'inizio Ottocento e i risultati della rivoluzione scientifica dei secoli precedenti rendono possibile una riforma del sistema ponderale siciliano. Il vero motore della riforma è l'astronomo Giuseppe Piazzi, che insieme ai professori Domenico Marabitti e Paolo Balsamo formano la Deputazione dei pesi e misure. È proprio il Piazzi, infatti, a escludere l'adozione del sistema metrico decimale, per elaborare una «razionalizzazione del sistema basato sui numeri complessi, e in particolare, sul 12, [...] eliminando tutte le varianti accumulatesi nel tempo» (p. 84). La riforma dell'astronomo Piazzi non è indolore e priva di conseguenze. A insorgere contro la riforma sono i Consigli civici e alcuni uffici, che si trovano privati d'un tratto da prerogative secolari. Critiche al nuovo sistema provengono anche dalla Giunta dei Presidenti e del Consultore. Tuttavia la riforma sopravvive, nonostante le difficoltà, sopravvenute dopo l'unione amministrativa del Regno di Sicilia e di Napoli, anche se tra le due parti del regno rimangono vigenti due sistemi differenti.
L'esperienza della Deputazione è importante per la storia siciliana, poiché segna la rottura con un sistema di misurazione inconciliabile la "grande trasformazione economica" che è in corso in Europa. Ciò è dimostrato anche dalla continuità non solo archivistica, ma anche amministrativa tra la Deputazione e la Giunta metri siciliana cui spetta il compito della conversione del sistema siciliano a quello metrico decimale esteso dal regno di Sardegna all'Italia unita.
Per i motivi sopra esposti il libro di Giuffrida è un utile e importante strumento per gli studiosi di storia siciliana e di metrologia.


Piero Canale



martedì 2 giugno 2015

Vite in cambio

Santino Gallorini, Vite in cambio. Gianni Mineo, il partigiano infiltrato che salvò dalla strage la popolazione della Chiassa, presentazione di Ivo Biagianti, Roma, Edizioni Effigi, 2014, ill., 201 pp., ISBN 978-88-6433-434-9.

Siamo tanto assuefatti al cinema e alle storie inverosimili, coscienti della finzione, ma avidi di spettacolarità, che, a leggere il libro di Santino Gallorini sulle gesta eroiche di Gianni Mineo, rimaniamo indifferenti, convinti di una finzione, delusi per i contenuti effetti speciali.
Siamo tanto avvelenati dalla deriva (s)fascista, dal berlusconismo mediatico (che è ormai tratto distintivo della cultura italiana) e da un'indifferenza (e anche un odio) verso l'Italia, la sua storia e gli uomini che l'hanno fatta, a tal punto da ritenere ogni storia, ogni racconto, ogni testimonianza, ogni esperienza una prova di una malafede, di una menzogna a uso e consumo dell'interesse di qualcuno.
Per questi motivi non siamo abituati alle storie come quella di Gianni Mineo, partigiano bagherese diventato "eroe della Chiassa" per aver salvato 200 persone a pochi minuti dalla fucilazione che i tedeschi avevano ordinato come rappresaglia al rapimento, da parte di una banda di slavi evasi dopo l'8 settembre dal campo di concentramento di Renicci (Anghiari), del colonnello Maximilian von Gablenz.
Non siamo abituati alla storia, confermata dalle fonti e dalle testimonianze di chi era presente e di chi visse tragicamente quei momenti di qualcuno che mette a rischio la propria vita per salvare quella di altri.
Siamo così negletti e meschini che ci voltiamo quando vediamo la "banalità" di una buona azione. Siamo così sporchi e coinvolti nella politica del "tutto oggi che domani non si sa", che ci piace denigrare chi ha fatto una scelta, chi ha deciso da parte stare usando la coscienza e non il mero profitto.
La storia della Resistenza e dei partigiani è prima di tutto storia di donne e di uomini, che hanno fatto una scelta, una scelta precisa: da quale parte stare. La parte di chi vuole lottare per cacciare i tedeschi che hanno invaso la penisola e liberare l'Italia, ma soprattutto per terminare una guerra incomprensibile, ingiusta, assurda, folle.
Santino Gallorini, con metodo storico e intuito di cacciatore di tracce, ricostruisce attraverso le fonti d'archivio, le testimonianze dei sopravvissuti e le memorie lasciate da Gianni Mineo, un capitolo della Resistenza, che insieme con le altre pagine di storia di quei tragici anni '40, contribuisce a rendere più chiara la storia italiana e chi sono gli italiani, che hanno permesso un riscatto democratico di una nazione stuprata dalla dittatura fascista.
Il merito di Santino Gallorini è di aver reso questo libro importante sotto molti aspetti, di cui due ritengo essere essenziali. Inutile ribadire poi il contributo che questo libro dà alla storia di Arezzo e della Toscana, e nello stesso tempo alla storia della Resistenza, e in particolare del contributo dei siciliani alla liberazione dal nazifascismo.
Il primo aspetto importante di questo libro è stato quello di raccogliere e far venire alla luce la bella vicenda di Gianni Mineo, altrimenti dimenticata «nelle pagine di un libro sfascicolato sul marciapiede presso la stazione di Arezzo». Una vicenda che Franco Ciminato, responsabile dell'ANPI di Bagheria descrive come «una storia dei paladini di Francia uscita da una pala dei Fratelli Ducato, Mineo con il suo inseparabile cavallo bianco, sembra la materializzazione di quei personaggi, nato in una Bagheria mitica che, Ignazio Buttitta altro partigiano e poeta, ci ha cantato insieme a Ciccio Busacca, o che Renato Guttuso ci ha dipinto nella serie dedicata alla resistenza per l'appunto, sembra un ritratto uscito da una foto e narrata in quel capolavoro che è Quelli di Bagheria di Ferdinando Scianna. Sembra una parte mancante nel film Baaria, o uno spezzone proiettato dentro il film Nuovo Cinema Paradiso di Peppuccio Tornatore».
 Il secondo aspetto importante è l'attenzione rivolta ai vivi, i 200 salvati dall'eroe bagherese e agli stessi Mineo e Rosario Montedoro, che dopo la guerra tornarono ad essere cittadini e lavoratori, e non ai morti, superando in questo modo un'assurda contrapposizione di natura ideologica, che si riduce miseramente alla conta dei morti di una parte e dell'altra per vedere chi ha ragione.
Questo libro fa bene all'anima, poiché dà la possibilità di ritrovare una dimensione umana dell'impegno e del sacrificio per gli altri, che la frenesia politica e tecnologica di questi ultimi anni inesorabilmente corrode.


Piero Canale



lunedì 5 maggio 2014

Io ero l'Africa

Roberta Lepri, Io ero l'Africa, Roma, Avagliano Editore, 2013, 171 pp., ISBN 978-88-8309-380-7.

Gli italiani che nel dopoguerra emigravano in Somalia e brutalizzavano, picchiavano, facevano i Padroni con gli indigeni. Razzismo, violenza, prepotenza. Altro che “gente di cuore” e cliché simili. Il colonialismo italiano in Africa che è sempre stato feroce e spietato. Le legislazioni coloniali durante la democrazia liberale e poi durante il fascismo erano da meno, in quanto a discriminazione, soltanto alle legislazioni naziste e sudafricane. Una storia sempre non-raccontata dalla storiografia e narrazione “ufficiale”.
Ecco cosa racconta questo gran bel romanzo di Roberta Lepri, scrittrice umbra di nascita ma toscana d'adozione, pubblicato nel novembre 2013 da Avagliano Editore. Racconta questo – uno spaccato storico importantissimo e colpevolmente trascurato – ma non solo. A partire da uno spunto autobiografico, e con grande competenza storica e contestualizzante, la Lepri riesce a comporre un'opera che ha un valore altissimo soprattutto a livello narrativo e – diciamo così – umano.
Un libro che è quasi un capolavoro, sicuramente un'opera davvero intensa, autentica, viscerale e allo stesso tempo ben costruita, sudata e lavorata in ogni minimo dettaglio con evidente amore artigiano.
Un libro che ha solo un difetto: la casa editrice ha deciso di spacciarlo per un libro di avventure, piazzando in copertina una foto da National Geographic e puntando tutto su cose tipo l'esotismo del continente africano, la promessa di grandi emozioni, scenari suggestivi, paesaggi mozzafiato eccetera eccetera. Una scelta un po' troppo “vintage” e – direi – decisamente superata (a livello di marketing) e che poi non rende affatto giustizia a un romanzo che invece è molto più sfaccettato e profondo di un semplice libro di avventure.
La Lepri, infatti, è una scrittrice sapiente e appassionata – di grande qualità e attualità, a suo modo postmoderna – e questo libro riesce a raccontare, allo stesso tempo, una sofferta e coinvolgente storia umana e familiare e insieme a tratteggiare un contesto storico obliato (per chissà quali motivi) dalla narrazione italiana condivisa, ovvero: il colonialismo italiano in Africa, soprattutto quello del dopoguerra in Somalia.
Io ero l'Africa racconta una storia italiana e una storia umana. Una storia di emigrazione e sopraffazione, di scardinamento e disvelamento. Teo e Angela che dalle campagne umbre se ne vanno in Africa, in Somalia, a gestire una piantagione di banane nei pressi di Mogadiscio. Sono gli anni '50 e l'agricoltura delle campagne umbre non rende più niente, la fame e la miseria peggiorano sempre di più, nonostante che in Italia – dicono in televisione – ci sia il cosiddetto Boom Economico. Teo è figlio di un mezzadro di modestissime condizioni economiche. Ha sposato Angela, che è più ricca di lui, più alta di lui, giunonica, imponente e biondissima tanto che Teo la chiama “la Normanna”. Angela però è pure chiamata “la Santa” perché è devota, sottomessa e timorata di Dio, educazione cattolica e addirittura un fratello vescovo. Per loro – per Teo e Angela – l'Africa è occasione di cambiamento e, forse, di disvelamento. Bruciare convenzioni e sovrastrutture sociali. Teo – socialista che in Italia parlava sempre di giustizia ed eguaglianza – diventa padrone feroce e autoritario che picchia i neri. Angela – la Santa – viene investita dalla vastità degli orizzonti della terra d'Africa, viene stravolta a livello intimo da quella natura selvaggia, colori forti, odori forti, Angela che prova attrazione per la pelle dei neri, che si chiede come dev'essere toccare la pelle dei neri, che viene sconvolta dall'erotismo suscitato da Said, guerriero Masai al servizio di Teo, silenzioso, orgoglioso, superiore, quasi astratto. Angela che non prova più vergogna per i suoi istinti – che freme per quelle notti africane che odorano “di foglie umide e di sterco” – tutta presa da una blasfema e inaudita “gratitudine pagana” verso quel cosmo.
La Lepri ha il dono di una lingua di straordinaria qualità: sveglia e agile, elegante ed efficace, mai banale e capace di essere delicata e carezzevole ma anche – quando occorre – feroce, crudele, di una violenza controllata e intelligentissima. Oltre alla lingua in senso stretto, la Lepri riesce sempre – senza sbagliare un colpo – a raccontare personaggi, situazioni e azioni che affondano le loro radici in una sensibilità di scrittrice acutissima e priva di pregiudizi, ideologie, letture stereotipate. Tutto ciò che viene raccontato dalla Lepri è (o dà l'impressione di essere) carne e sangue, roba vera, sentita e in qualche modo – sempre – “vissuta”. Niente di tutto ciò che racconta la Lepri sembra un artificio letterario, un tappabuchi narrativo, una pigrizia scrittoria. La letteratura della Lepri – per questi motivi – è di un'intensità e di un'autenticità che raramente si trovano nei raffazzonatissimi e artificiosissimi Grandi Autori Italiani, e questo libro – con alcuni minuscoli accorgimenti di editing – ha la qualità, l'energia e la freschezza per essere notato a livello nazionale e non sfigurare in competizioni tipo il Premio Strega o queste acclamatissime (e mistificatorie, e disoneste) occasioni di vetrina letteraria.

Nino Fricano

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sabato 5 aprile 2014

Gesù lava sempre più bianco

Bruno Ballardini, Gesù lava sempre più bianco, Roma, Minimum Fax, 2014, 200 pp., ISBN 88-7521-114-0.


Parlare della storia della Chiesa utilizzando categorie e strumenti del marketing. È il percorso che intraprende questo libro originale, interessante e ricchissimo. Gesù lava sempre più bianco – ovvero: come la Chiesa inventò il marketing di Bruno Ballardini, pubblicitario e teorico della comunicazione. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 2000, esce ora nella sua quarta edizione riveduta e aggiornata, con un nuovo capitolo su papa Francesco.
Dunque, il marketing. Questa disciplina che cerca continuamente di ostentare il suo rigore metodologico e la sua correttezza deontologica forse «per via dell'assoluto vuoto di etica che sottintende» [p. 14]. Il marketing che in questa società ormai radicalmente consumistica, risulta «la religione per eccellenza» [p. 12].
Ma c'è pure la Chiesa. Il marketing e la Chiesa. Il marketing della Chiesa. Questo libro spazia in lungo e in largo per la storia della Chiesa, rileggendo la nascita, l'avanzare e l'affermarsi del cristianesimo secondo il punto di vista del marketing. O meglio: parla della storia dell'affermazione del cristianesimo come se fosse la più grande operazione di marketing della storia.
Gli spunti sono tantissimi, e le provocazioni di più. Ballardini ha una cultura notevole e riesce a parlare – con cognizione di causa – di storia, religione, filosofia, estetica, musica. Racconta aneddoti divertenti, si mette a fare il giornalista, accosta notizie e fa collegamenti, disquisisce sul cattivo gusto della Cupola di San Pietro e sulle evidenti illogicità di certi sillogismi che «dimostrano l'esistenza di Dio». E poi parla di marketing, con un certo compiacimento nel parlare di grosse questioni storico-culturali con il lessico tecnocratico ed esterofilo del marketing.
Il libro, oltre alla sua valenza conoscitiva, combatte almeno due precise battaglie intellettuali:
1)       Contro l'Istituzione Chiesa e contro il Cristianesimo nella sua interezza. L'ostilità è palese, sia a livello politico sia a livello teorico-filosofico;
2)       Contro i cosiddetti “guru del marketing”, o più in generale contro gli studiosi di marketing che non tengono in considerazione la storia. Ballardini sembra voler continuamente irridere e smontare chi afferma che il marketing ha inventato questo e quello. Il marketing, dice l'autore, si è limitato a riprendere (e definire, e ridefinire) dinamiche e strategie già abbondantemente utilizzate durante la storia da tantissime entità di diversa natura a partire, appunto, dalla Chiesa.

Tra le tante cose interessanti del libro c'è l'insistere sulla figura strategica di Paolo di Tarso. Ovvero: il primo e più importante Marketing Manager della Chiesa, che ha dettato le regole principali per la diffusione della Marca (il cristianesimo) in tutto il mondo:

«Paolo Di Tarso preparò il terreno alle grandi campagne pubblicitarie successive con un'azione mirata di direct marketing (…) rivolgendosi agli opinion makers, ovvero a coloro che sono in grado di condizionare l'opinione di un grande numero di persone. Un lavoro del genere permise di stabilizzare l'immagine della Marca e preparò proficuamente il terreno allo stadio finale dell'advertising. Paolo dunque indirizzò i suoi mailing a sette forti gruppi di opinione (i Tessalonicesi, i Corinzi, i Galati, i Romani, i Filippesi, gli Efesini, i Colossesi) e a tre leader che avrebbero a loro volta svolto un'azione catalizzatrice verso la Marca (Filemone, Timoteo e Tito). Entusiasta del direct marketing fino a diventarne un fanatico utilizzatore, Paolo fu a tutti gli effetti il primo guru della pubblicità postale (…) Ma Paolo introdusse per primo anche la pubblicità postale nella sua forma più diretta. Non gli mancarono occasioni per stabilire il primato del cristianesimo come Marca, declassando l'ebraismo a una sorta di sottomarca che ha fallito quasi ingannando i consumatori» [p. 99].
Una strategia vincente che sfocerà nell'egemonia culturale e politica del cristianesimo, che si innesta addirittura nell'Impero romano «quando papa Leone I (440-461) arrivò a dichiarare ufficialmente che Pietro e Paolo avevano sostituito Romolo e Remo come patroni di Roma. La Madonna e i Santi avevano nel frattempo rimpiazzato altre divinità pagane già patrone di altre città. Di fatto, la Roma cristiana fu il legittimo successore della Roma pagana» [p. 101]. E questa, detta con il linguaggio del marketing, «è la più grande operazione di positioning (posizionamento ndr) che la storia ricordi» [p.101].
Poi i concili: «Per quanto riguarda il controllo della qualità, la Chiesa istituì a partire dalla prima convention di Nicea (325) l'usanza di riunire periodicamente tutto il management per fare il punto della situazione e rivedere le linee guida a cui si sarebbe ispirata da lì a seguire. La storia dei concili, per quanto contraddittoria, porta con sé la traccia di un'inesauribile ricerca dell'eccellenza che ha preceduto di molti secoli l'invenzione della qualità totale» [p. 41].
E poi? Il giubileo è l'apice del reparto Organizzazione Eventi della Chiesa. È la più grande Festa della Marca che la storia ricordi, la Chiesa è il punto vendita, la messa, l'happening periodico che fidelizza i clienti. Icone, santini, rosari sono la gadgetteria.
Poi c'è la propaganda, la comunicazione e, infine, una riflessione sulla “merce” del cristianesimo. Qual è la merce? Forse la merce è la Marca stessa, Il Cristianesimo, nel suo vortice di significati. E che prezzo ha questa merce? È gratis. E l'autore sembra chiedersi continuamente: e come si fa a resistere ad una merce quando è la merce è gratis?

Nino Fricano



Luigi Sturzo-Antonio Gramsci. Il Mezzogiorno e l’Italia

Giampaolo D’Andrea e Francesco Giasi (a cura di), Luigi Sturzo-Antonio Gramsci. Il Mezzogiorno e l’Italia, Roma, Edizioni Studium, 2012, 196 pp., (UNIVERSALE Studium 13. Nuova serie. Storia / 2), ISBN 978-88-382-4215-1.

Il Mezzogiorno è sempre stato il grande tema dell’Italia. Se ne sono occupati in tanti, sin dai tempi remoti, come attestano del resto le numerose analisi formulate da storici, intellettuali, giornalisti, politici. Già Antonio Serra, l’economista italiano più originale del Seicento, dedica gran parte dei suoi studi alle condizioni socio-economiche del Mezzogiorno, accusando apertamente i meridionali di scarsa iniziativa imprenditoriale e rivolgendo poi grande attenzione alla carenza di strutture manifatturiere. Quest’ultimo è per Serra un vero problema proprio perché, secondo l’economista cosentino, l’industria è molto più redditizia dell’agricoltura e la buona disponibilità di oro e argento deriva dalla prosperità dell’economia e non il contrario.
Non è un caso che nel recensire questo volumetto – pubblicato dalle Edizioni Studium in collaborazione con la Fondazione con il Sud e la Fondazione Istituto Gramsci – mi venga in mente Serra. L’economista, infatti, non lesina critiche nei confronti degli stessi meridionali, unici responsabili, a suo dire, dell’arretratezza del Mezzogiorno: la totale assenza di spirito imprenditoriale, l’incapacità di mettersi in gioco e di rischiare per investire sono stati a lungo il leitmotiv principale delle accuse rivolte agli italiani del Sud, rei con questo atteggiamento di aver determinato le condizioni di inferiorità in cui versano da secoli. È con Sturzo e Gramsci – e quindi rispettivamente col Partito Popolare e con il Partito Comunista Italiano – che questa prospettiva viene rovesciata con forza, dando inizio a un’analisi meno riduttiva e semplicistica della questione meridionale. Se per certi versi le due riflessioni sembrano coincidere in alcuni punti, per altri esse divergono nettamente, specialmente se si guarda all’approccio ideologico con cui i due grandi protagonisti della storia italiana della prima metà del Novecento, affrontano il tema del Meridione.
Proprio questo è il nodo centrale del libro: Sturzo e Gramsci vengono messi a confronto attraverso la riproposizione di due documenti molto importanti: Il Mezzogiorno e la politica italiana di Sturzo e le Note sul problema meridionale di Gramsci.
Sturzo rivendica, prima di ogni cosa, il merito dei popolari di aver impostato la questione meridionale come problema unitario e nazionale. Nondimeno Gramsci insisterà costantemente nella necessità di una unione tra operai del Nord e contadini del Sud, finalizzata all’abbattimento del potere borghese.
Ciò che accomuna entrambi è sicuramente la profonda avversione nei confronti del “centralismo burocratico” dello Stato unitario e l’inclinazione verso uno Stato delle autonomie che in Sturzo si tradurrà poi nel regionalismo, mentre per Gramsci rimarrà indeterminato [p. 11].
Da subito emerge, dunque, che se nell’analisi del problema tra i due sembra esserci una sostanziale convergenza è poi sulle soluzioni politiche che Sturzo e Gramsci finiscono inevitabilmente per dividersi.
Il meridionalismo di Sturzo è, innanzitutto, qualcosa che accompagna la sua stessa vita e la sua esperienza politica e spirituale con l’isola più a Sud del Paese: il suo approccio al problema del Mezzogiorno matura, infatti, a contatto con i problemi della Sicilia [p.33]. Sturzo non tralascia di ricordare come l’agricoltura svolga un ruolo essenziale nell’isola. La Sicilia, che egli immagina autonoma dal punto di vista amministrativo, avrebbe dovuto trarre capitali dall’iniziativa privata, mentre agricoltura e industria avrebbero dovuto essere strettamente connesse [p. 34].
In quest’ottica, fondamentali diventano, pertanto, il decentramento e il regionalismo. La forzata unificazione nazionale, infatti, crea i presupposti per il mancato sviluppo del Mezzogiorno non solo dal punto di vista economico e politico, ma perfino sul piano culturale e sociale. Le idee che Sturzo si forma sul decentramento e sulla necessità di realizzare un vero e proprio regionalismo nel Paese, sono influenzate dal pensiero di De Viti De Marco, di Gioacchino Ventura e persino di Nitti [p. 38].
Sturzo auspica, inoltre – come poi fa anche Gramsci con la classe operaia settentrionale – il coinvolgimento del movimento cattolico del Nord nella soluzione della questione meridionale. Presto però si accorge dell’assoluta indisponibilità, da parte dei settentrionali, a realizzare tale collaborazione a causa del «cumulo di prevenzioni e diffidenza verso il Meridione» [p. 39].
Questa impostazione diventa comunque centrale nei programmi del nuovo Partito Popolare, assieme alla convinzione che i problemi del Mezzogiorno sono prima di tutto problemi nazionali.
Per far sì che il Meridione diventi davvero un ponte naturale di collegamento tra l’Africa del Nord e l’Albania, la Spagna e l’Asia minore, è necessario, secondo Sturzo, superare prima di tutto il sistema doganale e il regime protezionista che fino a quel momento hanno favorito le industrie del Nord a discapito del Mezzogiorno; successivamente risolvere il tema dell’uniformità legislativa in spregio alle tradizioni giuridico-amministrative dell’isola e, infine, attuare la riforma del sistema tributario che di fatto, così com’era strutturato, non faceva che accentuare lo squilibrio tra Nord e Sud [p. 45].
Il Mezzogiorno necessita poi di una Riforma Agraria e naturalmente di nuovi indirizzi di politica internazionale, in base ai quali si possa unire l’Italia alla Jugoslavia, all’Austria, alla Cecoslovacchia e all’Ungheria, per realizzare un regime di liberi scambi.
L’avvento del fascismo, di fatto, blocca il progetto sturziano. La ragione va ricercata nel fatto che le classi sociali alle quali il prete calatino si rivolge per realizzare il suo programma, ossia la piccola e media borghesia rurale del Mezzogiorno, finiscono per aderire apertamente a Mussolini nel quale vedono l’uomo capace di riportare ordine nel Paese, mettendo a tacere le rivendicazioni operaie e contadine.
Per Sturzo, dunque, Mezzogiorno e Stato non sono due categorie separate ed è proprio questo dualismo che va superato, perché i meridionali sono parte integrante dell’Italia.
Eppure, anche Sturzo crede che i meridionali abbiano le loro responsabilità, riscontrabili non soltanto nell’atteggiamento volto a chiedere di continuo aiuti e interventi allo Stato, ma anche nelle politiche di quanti non sono riusciti nemmeno a capire i veri problemi del Mezzogiorno e, di conseguenza, si mostrano impreparati nel proporre soluzioni efficaci. Né bastano a Sturzo le classiche giustificazioni: la permanenza delle strutture feudali, ben oltre la data ufficiale del loro smantellamento, o la mancanza di una borghesia imprenditoriale audace, come sostiene ad esempio Serra. Secondo il politico popolare è infatti da superare quello «stato psicologico che ci mette in condizioni di inferiorità» [p. 74] affinché gli stessi meridionali possano creare un programma politico della questione meridionale e farlo poi diventare pensiero generale di tutti gli italiani. In un’ottica rovesciata, dunque, almeno per una volta, non bisogna aspettare la soluzione dall’esterno, ma farsi promotori attivi di una strada non solo da percorrere in prima persona, ma da far intraprendere all’intero Paese, nella certezza che i problemi del Sud si ripercuotono a catena anche nel resto del Paese: «La redenzione comincia da noi» [p. 74] afferma con veemenza il prete calatino.
Un tema caldo sollevato da Sturzo e, a mio avviso, di grande attualità politica, è poi il ruolo esercitato dall’alta banca e dalla finanza nel determinarsi delle condizioni economiche del Paese.  Secondo Sturzo, infatti, l’alta banca – che non è mai esistita nel Mezzogiorno – ha sempre mantenuto un dominio molto forte delle principali scelte economiche e industriali del Paese. Le industrie di natura domestica e artigiana, per fare un solo esempio, non sono appetibili per la finanza perché «ven[gono] meno col cadere delle linee doganali interne e non po[ssono] tentare la loro trasformazione industriale, perché lontane dal mercato generale» [p. 92]. Ciò ha finito, inevitabilmente, per determinare nel Mezzogiorno la prevalenza del settore agricolo e, ciò che è peggio, è che non si tratta di un’agricoltura soltanto povera e arretrata ma anche vessata dai latifondisti, dai gabelloti, dalla mafia, dall’abigeato e dalla malaria.
D’altra parte, qualcuno potrebbe obiettare che se lo Stato non interviene con la costruzione di infrastrutture, nessun industriale sarà mai interessato a investire in queste zone del Paese. Questa impostazione, pur partendo da presupposti giusti, non è affatto condivisa da Sturzo, poiché da essa sembra evincersi quel solito atteggiamento, proprio di chi vuole che i problemi del Meridione restino di esclusivo interesse e a totale carico dei meridionali. Dovrebbe invece diventare un problema di tutto il Paese farsi carico e risolvere le contraddizioni del Mezzogiorno, poiché se una parte del Paese è malata, allora tutti complessivamente ne risentono.
Indubbiamente il meridione presenta delle povertà naturali, un clima difficile e una organizzazione sociale e politica piuttosto mediocre. Eppure ci sono state epoche in cui questa parte della penisola è stata florida. Le ragioni, secondo Sturzo, sono da ricercare nel fatto che, in quei periodi di splendore, esisteva una politica mediterranea intesa come «fatti e fenomeni politici sotto l’influsso delle economie prevalenti» [p. 102].
L’unica via per poter salvare il Mezzogiorno dal degrado è, in conclusione, quella di riuscire a dar vita a una politica nazionale orientata al bacino del Mediterraneo e capace di creare a Sud del Paese «un hinterland che va dall’Africa del nord all’Albania, dalla Spagna all’Asia Minore» aprendo traffici, circolazione di scambi etc. [p. 104]. In questo modo «il mezzogiorno può certo trasformarsi da un regime economico passivo ad un regime attivo, a patto che si superino le barriere poste dal regime doganale, dalla pressione tributaria e dalla legislazione uniforme e livellatrice» [p. 116].
Guardando invece al Partito Comunista Italiano e all’elaborazione gramsciana della questione meridionale, già nel 1923 era chiaro a tutti i comunisti che tra «le forze motrici della rivoluzione italiana vi erano anche i contadini del Mezzogiorno e delle Isole» [p. 141].
È a Gramsci, comunque, che si deve l’analisi più lucida della questione meridionale e l’aver messo al centro della politica dei comunisti italiani il tema del Mezzogiorno. Riportare al centro dei programmi e delle proposte del PCI il movimento contadino al Sud della Penisola, ha come effetto immediato, tra l’altro, la piena adesione di Giuseppe Di Vittorio al PCI e la collaborazione di Guido Miglioli (leader del movimento contadino cattolico) con i dirigenti comunisti.
Per Gramsci – la cui riflessione trae spunto dalle critiche che un gruppo di giovani muove, su «Quarto Stato», al PCI e alla sua proposta politica circa la soluzione dei problemi del Mezzogiorno – è chiaro che la borghesia settentrionale è la causa dell’arretramento del Sud e delle isole, sottoposte a un regime di vero e proprio sfruttamento coloniale. È ovvio che la soluzione può venir fuori soltanto da un’alleanza politica tra gli operai del Nord e i contadini del Sud per rovesciare la borghesia dal potere di Stato. In tal senso, la «spartizione meccanica» dei latifondi – che diventerà il tema capitale delle lotte contadine negli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra – viene vista criticamente da Gramsci che la considera – da sola – una soluzione effimera. Del resto cosa avrebbe potuto mai fare un contadino, dopo aver occupato una terra incolta o mal coltivata? Senza risorse o macchinari ben poco, eccetto che finire nelle mani di qualche usuraio.
In verità Gramsci inquadra il tema della terra e dei contadini in una cornice ben più ampia: quella cioè della rivoluzione di cui devono farsi promotrici le due classi alleate dei contadini e degli operai, sotto la guida del proletariato industriale [p. 164].
Ma – e qui sta l’intuizione di Gramsci – per far ciò è necessaria innanzitutto una rivoluzione culturale. Il proletariato, infatti, è impregnato della tradizione borghese che si respira dappertutto e – qui coincidendo con l’analisi sturziana – ormai è divenuto luogo comune ben diffuso che il Mezzogiorno sia la palla al piede della penisola e che i meridionali, inferiori per natura, blocchino con il loro lassismo lo sviluppo del Paese.
Secondo la tradizione borghese, diffusasi ormai ampiamente anche presso le classi proletarie, se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è, dunque, del capitalismo o della stessa borghesia ma dei meridionali che sono per natura «barbari», «incapaci» e «criminali» [p. 166].
Gramsci aggiunge, poi, che il Mezzogiorno presenta una grande disgregazione sociale in cui sono presenti tre strati sociali: «la massa contadina amorfa e disgregata, gli intellettuali della piccola e media borghesia rurale, i grandi proprietari terrieri e i grandi intellettuali» [p. 182]. Il contadino meridionale è legato al grande proprietario terriero mediante proprio la figura dell’intellettuale. Questa – sebbene Gramsci riconosca che quando si parla di Mezzogiorno non si possa fare un’analisi complessiva e indistinta poiché il Mezzogiorno continentale è profondamente diverso rispetto a quello delle isole – sarebbe però una caratteristica comune all’intero meridione. In sostanza il riferimento è al cosiddetto “blocco agrario” che fa da intermediario e sorvegliante al capitalismo settentrionale e alle grandi banche. Questo ha il compito preciso di mantenere lo statu quo. E chi sono i responsabili di tale immobilismo se non gli intellettuali meridionali che, a detta di Gramsci, hanno avuto il compito di arginare eventuali frane del blocco agrario? Tra questi intellettuali vengono annoverati persino Croce e Fortunato. Il loro settarismo vieta ai meridionali (o intellettuali medi) che cercano di uscire dal blocco agrario, di potersi esprimere sulle riviste principali.
Gramsci, d’altra parte, non nega l’influenza che Croce e Fortunato ebbero su l’Ordine Nuovo e sui comunisti Torinesi, pur rivendicando, però, la rottura completa con quella impostazione a cominciare dal nuovo ruolo che il proletariato deve assumere in qualità di «protagonista moderno della storia italiana e quindi della quistione meridionale» [p. 192].
È ovvio, dunque, che per spezzare il blocco agrario è necessario che il proletariato riesca a disgregare quel blocco intellettuale che ne resta «l’armatura flessibile ma resistentissima» [p. 196].
È attraverso questa disgregazione che è possibile unire il proletariato e i contadini in un’ottica nazionale della soluzione della questione meridionale.
Il testo che parte da una intuizione brillante – il confronto tra due grandi politici e pensatori degli inizi del Novecento, a partire soprattutto dalle loro diverse ideologie – è un valido strumento di consultazione per gli studiosi del Mezzogiorno. I testi di Sturzo e Gramsci sono preceduti da due introduzioni – rispettivamente di Giampaolo D’Andrea [pp. 57-75] e di Francesco Giasi [pp. 139-159] e dalle riflessioni di Giuseppe Vacca [pp. 9-32] e Francesco Malgeri [pp. 33-53].

Alessandra Mangano


mercoledì 5 marzo 2014

La Sicilia e gli alleati

Manoela Patti, La Sicilia e gli alleati. Tra occupazione e Liberazione, prefazione di Salvatore Lupo, Roma, Donzelli Editore, 2013, 227 pp. (Saggine, 230), ISBN 978-88-6036-965-9.

Manoela Patti, dottore di ricerca in Storia contemporanea, pubblica per i tipi della Donzelli La Sicilia e gli alleati, che, nonostante il piccolo formato cartaceo tipico della collana Saggine, si presenta come un libro poderoso.
Poderoso perché il volume si fa onere di rappresentare un ulteriore contributo alla questione storiografica, ancora viva e attuale, della liberazione dell'Italia dal fascismo e della «rifondazione [...] come Repubblica democratica» [p. 217], che ha nello sbarco in Sicilia del luglio del 1943 il suo inizio.
Emerge chiaramente la necessità di collocare i fatti del '43 e del '44 nella storia nazionale e all'interno della Seconda Guerra Mondiale, passaggio che spesso è messo da parte per servire una certa storia che si vuole "separata". L'occupazione alleata della Sicilia non è un fatto siciliano, ma un momento decisivo del conflitto, che ha conseguenze importanti per l'Italia, poiché ne accelera il collasso del fascismo e per le sorti della guerra. Ne è prova il fatto che Inghilterra e Stati Uniti preparino con scrupolosa perizia lo sbarco e l'occupazione, non tralasciando nessun aspetto, dalla strategia militare ai contatti con la popolazione siciliana.
Manoela Patti ricostruisce con altrettanta perizia lo sbarco e le sue fasi preparatorie, partendo proprio dai documenti conservati negli archivi americani e inglesi. Basta guardare l'Elenco delle abbreviazioni [pp. VII-VIII] per comprendere la mole e la qualità del lavoro che sta dietro la pubblicazione di questo libro. Ed è proprio la storia fatta con i documenti e negli archivi a segnare un pregio fondamentale di quest’opera. Solo un attento studio delle carte può contribuire a fare chiarezza su importanti pagine di storia e a smaltire quella serie di mistificazioni e mitologie che appassionano tanto gli amanti del mistero e dei complotti. Un esempio è il famigerato accordo Stati Uniti-Mafia che in questo libro è messo all’angolo proprio dallo studio dei documenti. La mafia è presente in Sicilia al momento dello sbarco, ma gioca un ruolo diverso da quello che la vulgata ha trasmesso.
La Sicilia appare quindi come «laboratorio» politico dove prima che altrove in Italia, si cerca di ricomporre la vita comunitaria. I mesi successivi allo sbarco e l'intero 1944 sono un periodo cruciale che mette alla prova la tenuta unitaria dell'Italia e di cui la Sicilia è parte fondamentale con i suoi protagonisti. Possono sembrare poco chiari i rapporti tra alleati, siciliani e governo italiano, tuttavia bisogna pur sempre ricordare che si è ancora nel pieno della guerra, sebbene siano terminate le operazioni belliche in Sicilia, con tutti i problemi e le emergenze che ne derivano per i civili, per l'economia e la politica. Tutto ciò Patti lo mette bene in luce, facendo un sapiente lavoro di ricostruzione storica, entrando nelle pieghe della politica siciliana e italiana nel delicato passaggio di ritorno dell'isola all'amministrazione italiana.
La Sicilia e gli alleati è un libro denso, che fa chiarezza anche su quei fatti, spesso taciuti, che riguardano i bombardamenti e le stragi alleate nell’isola. Un libro che consiglio di leggere, perché ci aiuta a comprendere cosa vogliono dire Sicilia e Italia all'indomani della Seconda Guerra Mondiale.

Piero Canale


Dono dell'editore



L'invenzione della virilità

Sandro Bellassai, L'invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell'Italia contemporanea, Roma, Carocci Editore, 2011, 181 pp., ISBN 9788843061501.

Molto interessante questo libretto di 200 pagine che, in maniera snella e autorevole, documentata e rigorosa ma di facile lettura, ricostruisce più di un secolo di storia italiana dal punto di vista del maschio “moderno”. L'autore di questo libro, pubblicato nel 2011 da Carocci Editore, è Sandro Bellassai, che insegna storia sociale e culturale all'Università di Bologna. La storia è quella del “virilismo”, ovvero l'ideologia della mascolinità, un -ismo che come tutti gli -ismi è artificio, costruzione, forzatura. E che nasce dalla paura. Il virilismo è quell'impalcatura retorica che il maschio ha dovuto crearsi davanti all'avanzata della modernità – che sovvertiva e rivoluzionava tutto, compreso il rapporto tra i sessi – per restare aggrappato ai suoi privilegi.
Un esempio è quello della superiorità fisica del maschio, che con la rivoluzione industriale e la conseguente meccanizzazione del lavoro di fine Ottocento, cessò – lentamente ma inesorabilmente – di essere fonte di legittimazione del patriarcato e della superiorità maschile all'interno del sistema sociale. Lavorare con le mani, lavorare col corpo, diventò sempre più inutile (si potrebbe dire: “tanto ci sono le macchine che fanno tutto”) e il vero potere – insomma – prese strade diverse rispetto a quelle della forza fisica. Ecco così che quel che non ebbe più senso all’interno del mondo – ma che restò, come retaggio nostalgico, abitudine che è difficile dimenticare, rievocazione di tempi passati e distortamente gloriosi – diventò immediatamente posa, esibizione, ostentazione.
Questo è il virilismo, dunque. La cura del corpo fine a se stessa (le palestre e le associazioni di ginnastica nascono in Europa proprio a fine Ottocento) ma sopratutto l'esaltazione di tutte quelle caratteristiche intese come “specificatamente maschili”: aggressività, forza, violenza, prevaricazione, comando, gerarchia. Caratteristiche che, con l'avanzare della modernità meccanizzata, rischiavano di perdersi del tutto. Ma non è solo questo. In ballo c'era tutto un ordine sociale basato sul patriarcato, tutto il vecchio regime che sembrò sempre più superato, anacronistico. Non a caso le prime rivendicazioni “femministe” (come il movimento delle suffragette inglesi) nacquero proprio in questo periodo.
In questa cornice, Bellassai ci racconta dell'Italia, passando il rassegna le fasi di sviluppo – ascesa, trionfo e crollo – del virilismo nostrano.
C'è il colonialismo, innanzitutto, fin dai tempi di Giolitti, che rappresentò per i maschi italiani un'opportunità per mostrare il proprio “vigore” contro le razze inferiori (il razzismo, scrive Bellassai, è il rovescio della medaglia del maschilismo: è un diritto sopraffare la razza inferiore così come è un diritto sopraffare il sesso inferiore). Il colonialismo italiano, spesso raccontato in modo mellifluo e indulgente, fu invece qualcosa di decisamente crudele e violento e portò, tra l'altro, a una legislazione colonialista foriera del concetto giuridico di “razza” e di “gerarchia di razza”, seconda per crudeltà solo alle legislazioni nazista e sudafricana.
C'è il futurismo, che fece della virilità, della violenza, della sopraffazione, dell'orrore per la mollezza e l'effeminatezza, una mitologia simbolica e teorica.
E poi c'è il trionfo del virilismo in Italia, durante il ventennio fascista, con la sua esplosione retorica e scenografica della mascolinità, le sue parate, le sue dimostrazioni ginniche, le sue politiche per l'incremento della natalità (la donna come moglie e madre), il suo puntare ancora di più sul colonialismo, nel sogno grottesco e fuori-tempo-massimo di un “impero italiano”.
Il declino del virilismo, per l'autore, si registrò dalla fine del fascismo in poi, con l'Italia investita dal “nuovo mondo” simbolico e culturale del consumismo americano e il rilassamento dei costumi conseguente il boom economico degli anni '50. Il colpo di grazia fu nel '68 e negli anni '70. Il movimento giovanile di quel periodo fu il primo movimento collettivo in cui maschi e femmine – soprattutto nelle università – stavano fianco a fianco, in una parità fattuale. Infine l'exploit internazionale – a livello teorico e politico – del movimento femminista, mentre l'Italia entra definitivamente nella modernità tagliando il cordone ombelicale col Vaticano e portando la secolarizzazione della società al suo punto di non ritorno grazie ai referendum su divorzio e aborto.
Poi ci sono gli anni '80 e i decenni successivi, il riflusso nel privato, il crollo del muro di Berlino e delle entità collettive, la disillusione politica, il nuovo edonismo e la nuova etica individualistica e aziendalistica. Nacque il nuovo mito dell' “uomo di successo” che in qualche modo fornì nuovi elementi di legittimazione per l'identità maschile, altre cose a cui aggrapparsi (competizione, performance, aggressività, gerarchia).
Bellassai tratteggia a grandi linee – con una capacità di sintesi degna di nota – la trasformazione del dibattito pubblico in senso “pubblicitario” avvenuta in questa ultima fase storica. Non più ragionamenti, teorie, enfasi retorica, scenografia – come nel caso del fascismo – ma velocità comunicativa, frammenti di discorso, slogan, ironia. La tendenza generale del discorso pubblico – di qualunque tipo: sociale, politico, culturale – di trasformarsi in un flusso continuo di stereotipi e luoghi comuni da utilizzare con dinamiche che sono sempre più simili a quelle del marketing e della pubblicità.
In questo contesto, non ha più senso parlare di “virilismo”, perché non siamo più davanti ad un'ideologia, ma è innegabile che nelle rappresentazioni stereotipate delle pubblicità, dei film, delle serie tv e di tutta la “produzione culturale” si registrino rigurgiti di maschilismo, misoginia, omofobia che sono segno di un ambiente simbolico pieno di dinamiche contraddittorie, scontri, resistenze e slanci in una direzione o nell'altra.
In tutto questo, c'è l'identità maschile che è tutta da ridefinire, in piena crisi, però ormai libera dalla zavorra del virilismo. Nascono riviste come Men's Healt e c'è il boom di vendite per i prodotti di cosmetica maschile. Il maschio in crisi diventa settore di mercato. L'autore focalizza nei protagonisti del film Full Monty del 1997 – operai rimasti disoccupati che decidono di diventare spogliarellisti, da soggetto desiderante a oggetto del desiderio – la perfetta metafora dell'uomo di oggi. Il maschio nudo, spogliato di ogni legittimazione sociale e politica, con i propri ruoli tradizionali (padre, marito, lavoratore) perennemente messi in discussione, e la possibilità di esplorare nuove formule e nuovi assetti psichici e sociali.


Nino Fricano



Storie d'Europa

Marcello Verga, Storie d’Europa. Secoli XVIII-XXI, Roma, Carocci Editore, 2004, 222 pp. ISBN 88-430-2780-8.

È oggi in atto una discussione, ancora tutta aperta, sull’Europa. Alla vigilia delle elezioni del prossimo maggio, in cui si deciderà che impronta dare a questa variegata e complessa realtà, ci misuriamo con la percezione che dell’Europa hanno gli europei e coloro i quali invece non lo sono ancora ufficialmente e magari auspicano di entrarne a far parte. Le diverse spinte – in alcuni casi attrattive, in altri di vera e propria repulsione – sono lo specchio reale del ruolo che il Vecchio Continente riveste, oggi, nella quotidianità dei cittadini europei.
Non si può certo affermare che questa discussione sia un fatto nuovo e relazionato alle contingenze storiche, poiché sull’Europa gli studiosi si interrogano da secoli, cercando di rispondere a due domande fondamentali: Cos’è l’Europa? Come e perché scrivere la storia d’Europa?
Come ci dice nell’introduzione Marcello Verga – Professore ordinario di Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Firenze – questo volume non è soltanto un libro sulle storie d’Europa, scritte dalla metà del XVIII secolo a oggi, ma anche un tentativo di definizione dell’idea di Europa, in quanto essa è prima di tutto un’idea di civiltà [p. 9]. L’interesse dell’autore però non è rivolto alle possibili risposte, quanto piuttosto alla storia dei differenti significati che le domande e le risposte hanno avuto nei vari periodi che intercorrono dal XVIII al XXI secolo.
Uno dei primi temi su cui bisogna soffermarsi, quando si parla d’Europa, è quello relativo alle differenze nazionali, elemento molto importante già a partire dal XVIII secolo. Questa analisi reca in sé una duplice riflessione per certi versi opposta e complementare: l’Europa come insieme di nazioni che condivide una storia e una civiltà e l’Europa divisa in nazioni diverse tra loro dal punto di vista delle tradizioni, delle leggi e dei costumi. Tra Seicento e Settecento, infatti, si è diffusa l’idea di un’Europa frazionata su due assi: uno nord-sud e l’altro ovest-est. Entrambi questi assi sono la rappresentazione di un continente a due velocità. Nel primo caso siamo di fronte ad un’Europa mediterranea arretrata dal punto di vista economico, sociale e culturale a causa del «malgoverno spagnolo e della Chiesa della Controriforma» [p. 16] in opposizione a un’Europa settentrionale più avanzata e stabile; nel secondo caso invece abbiamo un’Europa occidentale, protagonista vera e assoluta della storia europea e della sua civiltà, in contrapposizione a un’Europa – quella orientale – quasi non europea, una sorta di «oriente europeo dell’Europa» [p. 17].
Dinanzi a tale scissione qual è la storia dell’Europa e quali le sue radici? A questa domanda provano a rispondere in tanti, a cominciare da Montesquieu e Voltaire: il primo inserendo il proprio ragionamento nel confronto continuo tra Vecchio Continente e Asia, dal quale, peraltro, trae le differenze tra dispotismo e governo moderato, tra schiavitù e libertà; il secondo partendo dall’idea di una grande repubblica composta da diversi stati, con diverse forme di governo, accomunati da una stessa religione, seppur divisa e «con gli stessi principi di diritto pubblico e di politica, ignoti nelle altre parti del mondo» [p. 19].
È per William Robertson, invece, che la storia d’Europa prende avvio dai barbari i quali occupano i luoghi che fino a quel momento sono appartenuti all’Impero romano d’Occidente. I barbari infatti introducono nuove forme politiche, sconosciute fino a quel momento: tra queste la più importante è proprio il sistema feudale caratteristico non solo di tutti i loro regimi, ma anche dell’Europa medievale e moderna. Le crociate, dal canto loro, offrono ai partecipanti la possibilità di conoscere nuove città, dando vita a importanti processi sociali e culturali oltre che economici.
Tanto Voltaire, quanto Robertson, Hume e Gibbon, sono concordi nel sostenere che le origini dell’Europa moderna non vadano ricercate nell’Impero romano ma nei popoli del Nord e nel risultato del loro incontro con il cristianesimo.
Tra Settecento e Ottocento cominciano poi a diffondersi i concetti di popolo, nazione e nazionalità che diventeranno presto patrimonio della cultura e della sensibilità politica europea. Contestualmente, nello stesso periodo, l’Europa e l’idea di una civiltà europea, sono temi che perdono la centralità avuta sino a quel momento.
Fu François Guizot a riprendere l’analisi del significato di una civiltà europea che, sebbene fosse indubbiamente reale nell’unità di certi caratteri, allo stesso tempo però presentava anche una certa varietà, con caratteristiche differenti da ricercare nelle storie dei diversi paesi europei. Egli, ad esempio, riconosceva alla Francia un ruolo centrale nella formazione della civiltà europea.
Cosa identificava però questa civiltà? Secondo Guizot civiltà e libertà sono valori prettamente europei e in essi dunque vanno riconosciute la storia e la civiltà d’Europa.
Dal mondo romano, innanzitutto, la civiltà europea moderna ha ereditato moltissimi elementi che la contraddistinguono: dalle città – che con le sue regole e abitudini, hanno sancito il principio di libertà – al potere imperiale, principio di ordine e servitù [p. 41]. Vi è poi la Chiesa cristiana e non – si badi bene – il cristianesimo: l’organizzazione e la capacità di affermazione della Chiesa riescono a rappresentare infatti «uno strumento di tenuta morale e di ordine sociale e politico nello sfascio dei poteri determinato dalla caduta dell’Impero d’Occidente» [p. 42].
Ai barbari – continua ancora Guizot – gli europei devono invece l’esercizio della libertà personale.
Il primo grande evento di questa Europa – i cui caratteri fondamentali sono proprio la Chiesa, le città, la monarchia – sono le crociate, senza le quali, afferma Guizot, non esiste l’Europa.
Quindi l’idea di Europa è strettamente legata all’esistenza di una molteplicità di culture – ellenistica, romana, celtica e germanica. Del resto «morte sicura è per l’Europa se tutto è ricondotto sempre e solo all’unità» diceva Burckhardt [p. 48].
È a Henri Pirenne che dobbiamo comunque una profonda riflessione sul senso di un’idea di Europa in quanto Europa delle nazioni e degli Stati e sull’importanza dei sentimenti di appartenenza nazionale nel delinearsi di una storia e di una civiltà europee. Lo storico belga fa partire questa riflessione dal primo conflitto mondiale. Dalla sua analisi emerge come la storia e la chimica siano state le due vere protagoniste della guerra: la prima per averle fornito esplosivi e gas, laddove la seconda, invece, aveva portato giustificazioni e scuse [p. 56]. Ovviamente la provocazione di Pirenne mira a una riflessione più approfondita sul ruolo che gli intellettuali e gli studiosi ebbero nel preparare il clima culturale che portò alla guerra. In particolare, gli storici tedeschi giustificano l’invasione del Belgio da parte del loro Stato.
Per Pirenne ci sono comunque dei punti cruciali nella storia Europea che vanno ben oltre il crollo dell’Impero romano d’occidente e l’avvento dei barbari. Innanzitutto c’è la rottura dell’unità del mondo mediterraneo e la separazione tra Occidente e Oriente, determinata dall’invasione musulmana del Mediterraneo e di alcune regioni europee; seguono poi la dissoluzione dell’Impero carolingio al quale è strettamente legata l’elaborazione della civiltà occidentale «destinata a diventare la civiltà del mondo intero» [p. 63], il feudalesimo, la lotta per le investiture e, infine, le crociate dalle quali viene fuori l’Europa dei commerci, dei mercanti e della borghesia.
In questo contesto si articola la riflessione sull’Europa e sulla Germania che Pirenne elabora durante gli anni di prigionia. È proprio a partire dalle posizioni degli storici tedeschi, volte nella maggior parte dei casi a giustificare l’invasione del Belgio da parte della loro nazione, che Pirenne si convince fermamente che la separazione tra potere e ceto intellettuale, tra governo e cultura che l’Europa aveva ereditato dalla Rivoluzione francese, fosse sconosciuta alla società tedesca. È forse questa la ragione per la quale lo storico belga decide di escludere gli storici tedeschi dai lavori del V Congresso internazionale di scienze storiche, svoltosi immediatamente dopo la fine del conflitto.
Nei fatti comunque, La Storia d’Europa che Pirenne scrive in carcere, rimane incompiuta. Secondo Verga le ragioni di questa interruzione sono da ricercare proprio nell’idea di un’Europa la cui identità è strettamente riconoscibile nell’affermarsi degli Stati nazionali. Lui stesso esalta e difende l’indipendenza del Belgio e smentisce categoricamente le pretese del pangermanesimo. Ecco dunque che – in relazione al dramma del suo tempo che lui stesso si ritrova a vivere pienamente da prigioniero – quella stessa idea di nazione e nazionalità che non esita ad esaltare nel caso del Belgio, finisce per trasformarsi in una vera e propria contraddizione, dinanzi allo specialismo della storiografia tedesca e alla diretta espressione di uno sciovinismo estremo che arriva ad ipotizzare perfino un’origine germanica della civiltà europea.
La diffusione di un interesse molto spiccato per le storie nazionali, specie a partire dall’Ottocento, non entra mai in contrasto con la storia d’Europa. Anzi, questa attitudine significa presto il riconoscimento di un'idea di Europa basata su un ‘sistema di Stati’ «destinati a lottare uno contro l’altro per l’affermazione dei loro interessi e delle loro ambizioni» [p. 49].
Nel primo dopoguerra si ridisegna l’immagine politica e culturale di un’Europa: accanto alla tradizionale Europa occidentale, cominciano a delinearsi la Russia della Rivoluzione d’ottobre da una parte ed un’Europa orientale contrapposta ad essa.
Dopo il primo conflitto mondiale, pertanto, l’idea di una storia della civiltà europea – con riferimento esplicito alla parte occidentale dell’Europa e agli Stati nazionali che si erano formati al suo interno – cessa di esistere. Si diffonde l’esigenza di una storia d’Europa coniugata al plurale rivendicata, peraltro, da molti storici tra i quali il rumeno Nicola Iorga che insiste, ad esempio, sull’importanza che Bisanzio ebbe sulla storia dell’Europa occidentale.
È negli anni Trenta del Novecento, invece, che il cosiddetto principio dell’equilibrio – diffusosi già a partire dal Rinascimento – si fa strada in molti storici, tra i quali Chabod. Ed è attraverso tale principio che è possibile regolare i rapporti tra i vari Stati nazionali «ben differenziati [e] ben consci della loro pienezza di sovranità» [p. 94]. Questo equilibrio aveva sempre garantito lo svolgimento della storia Europea nel corso dei secoli e, sempre secondo Chabod, a questo stesso equilibrio bisognava fare ricorso per far sì che tale svolgimento continuasse anche nel XX secolo, in un momento di grande crisi dell’Europa. Il Vecchio Continente, a cavallo tra i due conflitti mondiali, non ha più il primato nel controllo del mondo. Al suo posto nuove potenze, tra tutte gli Stati Uniti e alcune realtà asiatiche, esercitano adesso un ruolo importante.
Alle storie d’Europa come storie di equilibrio tra potenze e di rivalità tra le nazioni, Croce opporrà con la sua Storia d’Europa nel secolo XIX, uscita nel 1932, l’idea di un’Europa in cui prevale l’affermazione di un progetto di pace e cooperazione politica tra i vari Stati. Questa impostazione contribuisce al diffondersi di un concetto d’Europa legato ad una visione di speranza per il futuro: l’Europa diventa un rifugio contro nazionalismi e totalitarismi.
È ad Halecki infine che si deve la proclamazione della fine della storia Europea e dell’inizio della storia Atlantica, posizione questa che verrà condivisa da molti altri storici. Fino agli anni novanta del XX secolo e alla caduta del blocco sovietico, la riflessione sull’Europa ruota tutta attorno all’affermazione dei valori dell’Occidente (libertà, democrazia, capitalismo e libertà d’impresa) in contrapposizione all’esperienza dei regimi comunisti. Ma questo dibattito è tutto interno alla società occidentale e si priva dunque del punto di vista degli storici dei paesi dell’Europa centro-orientale.
In contrapposizione ai totalitarismi del Novecento (Nazismo e Comunismo sovietico) si comincia a fare strada l’idea di un’Europa dalle radici cristiane. La Chiesa diventa in quest’ottica il baluardo della società occidentale e dei suoi valori.
È ovvio che a questa visione si contrapporrà, successivamente, l’idea di un’Europa laica e tollerante, l’Europa dell’Umanesimo, della libertà e dell’Illuminismo.
Nelle conclusioni di questo lungo excursus, Verga ci tiene a sottolineare che il lavoro degli storici europei sulla storia d’Europa è fatto in gran parte da nativi dell’Europa occidentale. Dunque si tratta sempre di una visione parziale della realtà che già reca in sé un’idea univoca di Europa. Se a questo si aggiunge anche il fatto, tutt’altro che secondario, secondo cui l’Europa è stata prima di tutto «una realtà storicamente variabile nel tempo» [p. 147], allora è facile comprendere come mai appaia molto complesso scrivere una storia comune degli europei, malgrado innumerevoli siano stati negli ultimi anni i tentativi da parte di politici e studiosi.
 Se impossibile dunque appare il ricorso alla storia «per esaltare o rivendicare pretese “radici comuni” d’Europa» [p. 179], meglio sarebbe, secondo Verga, dedicarsi a un progetto di storia europea d’Europa come parte di una nuova storia universale.

Alessandra Mangano