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lunedì 5 ottobre 2015

Milleparolecirca

Giusi Buttitta, Milleparolecirca. Sull'assenza, Palermo, Navarra, 2015, 60 pp., ISBN 97-888-9886-517-8.

Questa cinquantina di pagine di racconti è una promessa. Pubblicato da Navarra, il libretto Milleparolecirca Sull'assenza è l'esordio letterario di Giusi Buttitta, già firma conosciuta in provincia di Palermo, nell'hinterland di Bagheria, dove da più di dieci anni tiene rubriche di opinione e commento su varie testate locali. Giusi Buttitta è una che scrive da Dio, scrive da sempre da Dio, una spanna sopra rispetto a ciò che si legge in ambito locale ma non solo, con una scrittura potente ed evocativa, che mai inciampa e mai ha problemi di ritmo, padrone di una sorta di armonia intrinseca che non si permette sbandamenti o sbavature neanche nella foga polemica più accalorata. Ecco dunque che, dopo più di dieci anni di esercizio allo scrivere - in cui ha pure vinto un importante premio internazionale, l'Endas, con una sceneggiatura scritta insieme all'altro interessantissimo talento bagherese: Paolo Pintacuda - ecco dunque che Giusi Buttitta esordisce con la narrativa pura, pubblicando questi dieci racconti di circa mille parole ciascuno che sembrano tanto - a una prima occhiata - un semplice esercizio di scrittura creativa e che però si rivelano - a una seconda occhiata - molto di più che un semplice esercizio di scrittura creativa. Una promessa, abbiamo detto. Una promessa che si intravede nelle dieci storie narrate magistralmente dall'autrice, storie che - a livello contenutistico - esprimono tutte in un modo o nell'altro una sofferenza, una ferita, una mancanza, soprattutto una mancanza: l'assenza di un'armonia, di un significato, di un'autenticità, di quel qualcosa di indefinibile e inenarrabile, perennemente soggetto di una consapevole ellissi narrativa, che poi è - si potrebbe dire - il vero protagonista di tutti i racconti. Nella storia della cinese di 38 kg che vende cianfrusaglie in spiaggia, o in quella della moglie che non ama più il marito, o della moglie e madre che fugge via da tutto, o del tizio pestato in un vicolo, o del marito che getta l'acido in faccia alla moglie all'uscita dal chirurgo plastico, o dei vari omicidi nati da semplici meditazioni misantropiche, in tutte le vicende raccontate in questo libro - ambientate in quotidianissime location come salotti borghesi, abitacoli di automobili, supermercati, sale d'attesa - c'è un disagio e un'assenza, una rotellina irrimediabilmente fuori posto a causa della quale l'energia vitale dei protagonisti si disperde drammaticamente o si concentra in maniera perversa soprattutto nell'astio e nel disgusto, in una macinazione mentale che diventa critica livorosa e improduttiva, dissacrante, violenta, il più delle volte arbitraria (schema: protagonista che osserva sconosciuti e li comincia a odiare per i loro piccoli dettagli, segue sviluppo più o meno inaspettato). Un'energia vitale che trabocca e non trova contenitori adeguati dentro cui riversarsi. Ma è la scrittura in sé, la forma, il vero e assoluto pregio di questi racconti, con l'autrice che - in un contesto puramente narrativo - si mostra ancora più efficace che negli già efficaci commenti politici. Potente ed evocativa, già detto, soprattutto piena di lampi e scosse elettriche, sorgente continua di sorprese, con un robusto impianto narrativo, spesso utilizzando stratagemmi molto "visivi" e cinematografici, e fulminee illuminazioni di sottigliezza psicologica. Si ride e si rabbrividisce, leggendo la prosa di Giusi Buttitta, soprattutto ci si meraviglia. Per questo è una promessa. Perché si intravedono opere in potenza di altissimo e indiscutibile livello. Ci mettesse più dialoghi e un'ambientazione più riconoscibile - mia opinione - costruisse un bel romanzo meditato e sfaccettato, ed ecco che ci troveremmo dinanzi ad un nuovo fulgido talento di portata nazionale. Questa è la promessa di questo libretto, di questa nuova brillante scrittrice. Ora speriamo solo che la mantenga.

Nino Fricano



Palermo di carta

Salvatore Ferlita, Palermo di Carta, Guida Letteraria della Città, Palermo, Palindromo, 2013, 136 pp., ISBN: 978-88-98447-04-6.

Pubblicato per la prima volta nel dicembre 2013, ristampata poi nel marzo 2015, Palermo di carta è un'utile e interessantissima Guida letteraria della città di Salvatore Ferlita, 41enne docente di letteratura contemporanea e critico letterario dell'edizione palermitana di Repubblica. L'autore si confronta con un fenomeno ampio e multiforme, quello del capoluogo siciliano raccontato in un modo o nell'altro dagli scrittori, e si scontra con le caratteristiche irriducibili di una città e di un consorzio umano che sono sempre state tremendamente affascinanti per i narratori, attraenti forse perché difficilissimi da raccontate, praticamente impossibili da spiegare e teorizzante. Ed è proprio sul filone presunta «inenarrabilità» di Palermo è proliferata - per paradosso ma mica tanto - una nutrita produzione letteraria che prova in un modo o nell'altro l'impresa impossibile. Già, perché - ho letto da qualche parte - i veri scrittori scrivono di ciò di cui sembra sia impossibile scrivere, usano le parole per raccontare ciò che non si riesce a spiegare a parole. E, pienamente cosciente di questa particolarità della sua ricerca, l'autore ci introduce «in una latitudine letteraria che metabolizza il grottesco e il caricaturale, ricorrendo a una cifra espressiva che ha conosciuto una certa fortuna e che forse è stata l’unica declinazione possibile di una palermitanità disperata e sconcertante. Da qui il tentativo (chissà se riuscito o meno) di chi scrive, nella veste improbabile di negromante ma forse anche di psicopompo (una sorta di Caronte in sedicesimi, s’intende), di richiamare in vita questa città sommersa, di svelarne le viscere, di traghettare il lettore verso queste fantasmatiche plaghe».
In allegato al libro c'è anche una mappa letteraria di Palermo che «rappresenta un utile strumento di supporto offerto ai lettori più curiosi, affinché possano avventurarsi e orientarsi in questa Palermo di carta. Mappa che non pretende di essere onnicomprensiva: essa indica semplicemente alcuni dei luoghi chiave dei romanzi e dei racconti approfonditi in queste pagine».
 Tutti gli scrittori e le opere di Palermo di carta. Si comincia con il noir, con le invenzioni linguistiche di Santo Piazzese e i gialli «eretici» di Gian Mauro Costa. Alla «stretta contemporaneità», cui l'autore comunque ritorna sempre, corrispondono le analisi delle opere di scrittori che hanno raccontato Palermo in varie fasi del Novecento e a volte anche dell'Ottocento. Così il secondo capitolo comincia e si conclude con Luigi Natoli, che pubblica la saga dei Beati Paoli a puntate sul Giornale di Sicilia tra il 1909 e il 1910 con lo pseudonimo di William Galt. Un'opera a lungo snobbata come romanzaccio popolare, poi riabilitata da Umberto Eco che firmò una celebre prefazione, e definita dall'autore: «Un’opera letteraria portentosa: non tanto per l’abilità dell’autore (indiscussa) nel gestire un plot complicato, ricco di digressioni, affollato di personaggi, quanto per l’intrico geniale di sfera religiosa e mondo politico: una ferale ragnatela, tramata con la pazienza del ragno». Il «colpo di genio» di Luigi Natoli sta «nell’aver sollevato il coperchio, diciamo così, della città: l’autore infatti ha dato forma a una Palermo parallela ma sotterranea, una città nascosta, fatta di cripte, grotte, luoghi oscuri, cunicoli tortuosi». E a questa «Palermo del sottosuolo», e questa poetica e questi umori della prosa di Natoli, vengono affiancate le esperienze letterarie più disparate: Enrico Onufrio, morto nel 1885 a soli 27 anni, cantore dell'orrido e del ributtante, colui che ha coniato l'espressione «il ventre della città»; e altri scrittori contemporanei, Angelo Fiore (Il Supplente, 1964), Fulvio Abbate (Zero maggio a Palermo, 1990), Domenico Conoscenti (La stanza dei lumini rossi, 1997), Giorgio Vasta (La vita materiale, 2008), Giosuè Calaciura (Malacarne, 1998; e Sgobbo, 2002) Giuseppe Schillaci (L'anno delle ceneri, 2010) che, ognuno a modo loro, hanno ricreato la Palermo piena di ombre e angoli nascosti di Natoli.
Il secondo capitolo è tutto all'insegna di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e soprattutto verso la fascinazione verso le macerie (metaforiche e non) dell'autore de Il Gattopardo. C'è Vincenzo Consolo (Lo Spasimo di Palermo, 1998), Davide Enia (Maggio '43, 2013; e Così in Terra, 2012), Michele Perriera (Atti del bradipo, 1998), Mario Giorgianni (La forma della sorte, 2012), Silvana La Spina (Morte a Palermo, 1978), Marcello Benfante (Cinopolis, 2006), Roberto Andò (Diario senza date o della delazione, 2008) e Davide Camarrone (Lorenza e il commissario, 2006). 
Il terzo capitolo Palermo all'avanguardia comincia con il racconto della cosiddetta «scuola di Palermo», espressione che imperversò durante gli anni '60 e riguardò un gruppo di nuovi scrittori che tentavano - come scrisse Alfredo Giuliani nel volume Feltrinelli che raccoglieva le loro opere - «di assumere il caos esteriore a modello interiore, fitto discutere insieme, sobbollire e schiumare il linguaggio per toglierne via moralismi, ideologie e spurie fatture di violenza». Sperimentali e visionari, influenzati dall'avanguardia e capaci di devastanti invenzioni linguistica sono Angelo Testa (Cinque, 1968; Perapprossimazione, 1978; Azzonzo, 2001) e Antonio Pizzuto (Si riparano bambole, 1960, Testamento, 1969) e i loro “eredi” Francesco Gambaro (Palermo-Civico-Palermo, 1999; I Giorni Quanti, 2002) e Sergio Toscano (Tempo residuo a Palermo; 1999, Diario Palermitano, 2003).
Il quarto capitolo, In una città demotica e picaresca, ci racconta della Palermo del colore, dell'avventura e dei toni espressionistici, con Roberto Alajmo (È stato il figlio, 2006; Le scarpe di Polifemo e altre storie siciliane, 1998), Nino Vetri (Lume Lume, 2010), Giuseppe Rizzo (L'invenzione di Palermo, 2010), Evelina Santangelo (Il giorno degli orsi volanti, 2005, Cose da Pazzi, 2012), Emma Dante (Via Castellana Bandiera, 2008), Piergiorgio Di Cara (Cammina stronzo. Sbirri a Palermo, 2000) Valentina Gebbia (Estate di San Martino, 2003; Per un crine di cavallo, 2005).


Nino Fricano



martedì 2 giugno 2015

L'età definitiva

Giuseppe Schillaci, L'età definitiva, Bari, LiberAria, 2015, 310 pp., ISBN 88-970-8984-4

Questo romanzo qui - di Giuseppe Schillaci, palermitano di 38 anni che vive a Parigi dove fa il regista di documentari, già candidato al Premio Strega 2010 con il suo esordio “L'Anno delle ceneri” - questo romanzo qui è un grandissimo libro.
E non è un grandissimo libro perché è scritto benissimo, strutturato in brevi capitoli che si leggono tutti d'un fiato, perché ha una trama forte e costruita alla perfezione, una struttura orchestrata con tecnica magistrale, un filo unico condotto con una caparbietà e una padronanza di mezzi che rende possibili anche numerose digressioni e divertissement, monologhi surreali, aneddoti comici e grotteschi, immagini emblematiche e indimenticabili episodi estemporanei, scritti peraltro con una scintillante cura e gusto per il racconto. Non è un grandissimo libro per la sua qualità narrativa, che è di altissimo livello, un qualcosa di molto efficace e molto contemporaneo, niente a che vedere con il vecchiume immondo che copre come una patina di muffa gran parte delle pubblicazioni che riguardano la Sicilia. Non è questo.
L'età definitiva è un grandissimo libro per motivi di necessità storica, direi “generazionale”. E' un grandissimo libro perché riesce a trovare una formula per raccontare - chiamiamolo così - il “sottotesto psicologico” della Sicilia negli ultimi 20 anni. Lo straniamento, il grande silenzio, l'uscita dalla Storia. Tutto quel garbuglio di dinamiche culturali e psicosociali che hanno irretito l'Isola dopo i grandi botti di Palermo, le bombe che hanno spazzato via Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e dopo quel corollario di bombe a Milano, Firenze e Roma che possiamo paragonare ai botti finali di un funesto gioco d'artificio. Deflagrazioni assordanti dopo di cui è seguito nient'altro che - ripetiamolo - un grande silenzio, accompagnato al limite da un fastidioso fischio nelle orecchie.
Vent'anni se possibile ancora più traumatici dei vent'anni precedenti. E' il “secondo tempo” della mafia e della storia della Sicilia (e dell'Italia), come l'ha chiamato Giuseppe Rizzo su Internazionale,[1] un secondo tempo in cui però quasi non si gioca. I giocatori latitano e rimane soltanto il pubblico, e anche quello è in procinto di andarsene perché ha trovato altro da fare, altre cose con cui ottundersi e distrarsi.
Così, se negli anni '70 e '80 in Sicilia - con i morti delle guerre di mafia, i cadaveri più o meno eccellenti, gli arresti, il maxiprocesso, i pericoli, le paure, gli orrori, la rabbia e la speranza - se in quel ventennio lì si percepiva in un modo o nell'altro di “essere nella storia”, di vivere un'epoca in cui qualcosa poteva cambiare - se in quei vent'anni lì c'era insomma un passato, un presente e un futuro - adesso si è come avvolti in una nebbia di eterno presente. Solleticati da mille stimoli, perennemente ipereccitati e nervosi ma in fondo profondamente immobili, intimamente desolati. La mafia ha vinto e continua a fare affari? Lo stato ha gettato la spugna? Che ne sarà della Sicilia? Ricoprirà stabilmente il ruolo di periferia depressa dell'Europa? Tutte domande di cui abbiamo sempre più paura di rispondere, raggelati come siamo dal nostro vivacchiamento economico, emigrazione di massa e scoramento civile.
Ma torniamo al libro. Come ci riesce, l'autore, a narrare tutto questo? Non con un romanzo storico, niente non fiction o thriller politico o opera classicamente “impegnata”. Niente di tutto questo. Non ci sono infatti né personaggi storici né eventi storici, in questo libro, se non sullo sfondo (come il botto, da lontano, dell'autobomba di Capaci, mentre i protagonisti giocano a pallone).
L'autore riesce - e non so quanto consapevolmente - a narrare tutto questo grazie a una storia quasi totalmente intima e privata, ambientata a Palermo, più esattamente a Brancaccio, nel 2011-2012. Il protagonista è Nico Chimenti, 33 anni, partito da Palermo dopo il fatidico 1992 quando aveva 14 anni. Uno che ha provato a fare il musicista a Berlino, che non ha avuto successo e che ora vivacchia lavorando in un bar di Roma. Uno che ha mollato ambizioni e speranze e che gestisce il deperimento delle sue energie con un'impassibilità solo apparentemente serena. Aggiorna il suo profilo sul Social Network (Real Net) e quando è un po' nervoso si rilassa collegandosi sul sito porno (Real Sex). Nico torna a Palermo per passare il capodanno con sua madre. Troverà un lavoro presso il centro commerciale “Area Center”, palesemente ispirato al “Forum Palermo”. Finirà coinvolto in un grottesco assalto di palermitani assatanati che vogliono accaparrarsi i televisori a prezzi scontatissimi (un episodio ispirato a fatti realmente accaduti almeno due volte, vedi qui e qui).
Incontrerà delle persone che hanno fatto parte della sua adolescenza e rivivrà i furori di quella stessa adolescenza. Chiaro il paragone con lo squallore dei suoi 33 anni, mentre prima la vita sembrava ancora procedere, non si era ancora nell'eterno presente, e ogni giorno splendeva di energia, tra la rock band, le partite di calcio e i primi - importanti e spesso crudeli - giochi sessuali.
La trama prenderà presto le movenze di un intrigante thriller, con personaggi che affiorano proprio da quell'adolescenza tanto decisiva: da un lato gli ex compagni di classe Simona e Salvo, procace e ambigua commessa la prima, intrallazzatore tutto macchinoni, feste e cocaina il secondo; dall'altro lato le figure del padre e del fratello gemello di Nico, custodi di agghiaccianti segreti che finiranno per travolgere il protagonista.
Il tutto in una Palermo di periferia e di borgata, in una Brancaccio area industriale sonnolenta e pittoresca dove Ferrari “color Ferrari” vengono parcheggiate vicino alle immancabili macchine bruciate e dove si ride per una motoape piena di frutta che si impenna e si ribalta una, due, tre volte. Una città in cui la globalizzazione è arrivata senza tanti clamori, con una passività e un'irredimibilità tutta siciliana, dove le vecchie logiche di potere proliferano ugualmente anche con i grandi centri commerciali, i centri scommesse, i cinema multisala e i ristoranti giapponesi.
Un grandissimo libro, ripetiamolo per l'ultima volta. Significativo e importante da molti punti di vista - come ho cercato di spiegare - ma anche fresco e godibile, alcune volte sfacciatamente spassoso. Come si può notare qui (pag. 98):

Mi ritrovo dentro la Bmw di Salvo verso Mondello, la spiaggia di Palermo. Arriviamo davanti a una villa liberty sul mare, sul pelo dell'acqua, coi pilastri che affondano dentro la sabbia. Il Charleston, così si chiama, è un complesso abusivo d'inizio secolo, più interessante dei complessi abusivi d'inizio millennio. Al Charleston c'è l'opening day del Trino Club, un'associazione-lista-movimento; ci sarà gente dello spettacolo, della cultura, russi e americani, baroni, avvocati e commercialisti, professori, artisti cattolici e scrittori ricchi, neo-borbonici e neo-democristiani, post-comunisti e post-autonomisti e, forse, i giocatori del Palermo.
È una giornata calda, a Mondello; una serata in cui hai l'impressione che l'Africa ti soffi sul collo; Salvo ferma la Bmw in doppia fila, lascia le chiavi al posteggiatore, che riverisce e intasca la mancia. (…) Seguo Salvo, che mostra l'invito alla sicurezza e avanza come se il Charleston fosse suo, la sua villa al mare.
Salvo Pennino sfoggia il suo repertorio di saluti: baciamano semplice, doppio bacio lento e appassionato, bacio rapido e sguardo altrove, mano allungata di lato (quasi di nascosto), abbraccio da rugby, stretta di mano possente, strizzata al sedere o alle guance, baciamano mezzo inchino e giravolta. (…)
All'improvviso la musica (dozzinale swing anni Cinquanta) s'abbassa e un uomo parla al microfono: ringrazia tutti, fa molti nomi, cariche istituzionali, siciliane e di Roma, di Milano, e poi attori, cantanti, i giocatori del Palermo, anche se nessuno li ha visti.
Avvocati imbellettati e relative accompagnatrici sfilano davanti all'uomo col microfono, e l'uomo sorride, ringrazia, e parla del futuro della Sicilia, dell'Italia e dell'Europa, delle amicizie internazionali, degli accordi già fatti e di quelli da fare. Poi promette una sorpresa finale e l'euforia spumeggia tra lo folla: chi sarà? Il presidente, il candidato, il delfino, l'ammiraglio?
Ecco la sorpresa, urla l'uomo-presentatore, a voi, per noi, per il Trino Club, per la nostra terra nel mondo: Totò Schillaci, l'eroe di Italia '90!

Nino Fricano









[1] Giuseppe Rizzo, La Sicilia è una guerra in due atti, http://www.internazionale.it/opinione/giuseppe-rizzo/2015/04/03/sicilia-mafia-antimafia (ultimo accesso: 02/06/2015).

L'eroe di Paternò

Paolo Pintacuda, L'eroe di Paternò, Palermo, Il Palindromo, 2015, 224 pp., (Kalispera), ISBN 978-88-98447-14-5.

Siamo nel settembre 1866 e due uomini si cimentano in un faticoso viaggio a cavallo per la Sicilia, da est a ovest, inoltrandosi nel ventre di una natura selvaggia, feroce - tutta rocce aguzze, spine e rovi - lungo plaghe desolate che si estendono per chilometri senza alcun segno di vita, sotto un sole bruciante che confonde le menti e macchia i cappelli di sudore. Uno dei due è Vito Leone, ex soldato della Guardia Nazionale, siciliano che ha combattuto in Sicilia, spesso contro altri siciliani, per conto del neonato Regno D'Italia. L'altro è Angelo Botta, brigante della sanguinosa “banda delle montagne”, dai vaghi ideali autonomistici e anti-piemontesi. Uno è duro e taciturno, l'altro è sbruffone e parla di continuo. Uno è in catene, l'altro no. I due sono legati da un tragico antefatto e attorno ai due si dipanano storie di amori e tradimenti, passioni e cinismo. Dall'esito del loro viaggio, da est a ovest della Sicilia, dipende la vita o la morte della bella Virginia, figlia di un aristocratico in bancarotta. Sullo sfondo - ma lo sfondo a volte può diventare un personaggio perfino più importante degli altri – sullo sfondo una Sicilia dalla bellezza spaventosa, dai paesaggi sconfinati e quasi astratti, nel bel mezzo di un periodo storico tra i più sanguinosi e controversi della storia contemporanea.
Con una trama semplice e solida, personaggi forti e narrazione agile e brillante, il romanzo “L'Eroe di Paternò” di Paolo Pintacuda (Ed. Il Palindromo) scandaglia umori, dinamiche e atmosfere del periodo post-unitario in Sicilia. L'autore, 41 anni, di Bagheria, è uno sceneggiatore che nel 2010 ha vinto il prestigioso premio Solinas,  quello che ha lanciato, per dire, il talento di Paolo Sorrentino e che ha regalato al cinema italiano perle come Parenti Serpenti, I Cento Passi e Marrakech Express. Pintacuda, da par suo,  è uno che il cinema ce l'ha sempre avuto nel sangue e nel destino: suo padre è infatti quel Mimmo Pintacuda, fotografo e proiezionista, che ispirò Tornatore per il personaggio di Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso.
Tanto cinema, si, e ora pure questo romanzo. Il suo primo romanzo, che è insieme cinema e letteratura. Parole-immagini per raccontare una Sicilia eterna e contingente, la Sicilia maledetta e irredimibile di sempre ma anche la Sicilia del 1866, quella dell'esplosione del brigantaggio, della renitenza di massa alla leva obbligatoria, delle rivolte popolari più o meno organizzate e delle feroci repressioni del neonato Stato Italiano. Un romanzo storico che prende dichiaratamente a piene mani dall'immaginario Western, rileggendone i cliché attraverso un'Isola che si presta benissimo al suo ruolo di territorio di frontiera, mondo inesplorato, teatro di sperimentazioni politico-sociali e di furori e movenze ancestrali.
L'ultimo - stupendo - capitolo è ambientato durante le fasi finali della celebre “rivolta del sette e mezzo” di Palermo, l'insurrezione armata durata appunto sette giorni e mezzo (16-22 settembre 1866) che coinvolse il capoluogo e buona parte della provincia. Quando, per fermare gli oltre 14mila insorti che si erano impadroniti della città, il governo sabaudo decise per lo stato d'assedio, mandò le truppe - guidate da Raffaele Cadorna - e ordinò ai soldati di sparare sulla folla con i fucili e con i cannoni. Un massacro. Uno degli eventi più traumatici che la Sicilia ricordi. E Palermo che si fece rappresentazione plastica e orrorifica di contraddizioni storiche inestricabili. Quadri di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II sfregiati, buttati per strada e calpestati da tutti, carabinieri linciati dalla folla, decapitati da boia improvvisati, scaraventati giù dalle mura della città, appesi a ganci da macellaio, impiccati ai lampioni come monito e come trofeo. E soprattutto tanti, tantissimi morti sulla strada, “gente armata solo di panni rossi attaccati ai bastoni, effigi di Santa Rosalia e qualcuno persino di una bandiera americana con le trentaquattro stelle sull’angolo” ci racconta l'autore con le sue ennesime azzeccatissime parole-immagini.

Nino Fricano






giovedì 5 giugno 2014

Miley Cyrus. C’era una volta Hanna Montana

Michele Monina, Miley Cyrus. C’era una volta Hanna Montana, Reggio Emilia, Imprimatur, 2014, 128 pp., ISBN 978-88-6830-089-0.

La biografia di Miley Cyrus, scritta da Michele Monina e pubblicata nel febbraio 2014 da Imprimatur, è la storia di uno shock. Il 25 maggio 2013 l'America subisce uno shock. La popstar Miley Cyrus si esibisce sul palco degli MTV Video Music Awards. Canta il suo ultimo singolo We Can't Stop. Ha 20 anni. Da quando ne aveva 14, interpreta Hanna Montana in una fortunatissima serie Disney Channel. Per tutta la sua adolescenza incarna la ragazza americana grintosa ma virginale, figlia dell'America più “bianca” e tradizionalista. Miley viene dal Tennessee. È figlia del cantante country Bill Ray Cyrus, il massimo del nazionalpopolare, il “Claudio Baglioni d'America”. Miley è cresciuta sotto i riflettori. Recita per la prima volta a 9 anni, a fianco del padre nel telefilm Doc. A 11 anni fa parte del cast di Big Fish di Tim Burton. A 13 anni vince il provino con la Disney. Diventa Hanna Montana. Per i suoi 16 anni i genitori le organizzano una festa di compleanno, che poi è anche un megaevento e un megaconcerto a Disney World. “Miley” è il suo soprannome. In realtà si chiama Destiny Hope. Destino e Speranza. “Miley” invece sta per “Smiley”. Sorriso. Il suo sorriso puro, pulito, luminoso ha incantato mamme e figlie, ha rassicurato genitori e insegnanti. È stata Hanna Montana, la brava ragazza acqua e sapone. Ha toccato il tetto del mondo tante volte, con la parrucca biondo angelo di Hanna Montana. I suoi dischi in cima alle classifiche.
Adesso si è tagliata i capelli e irrompe sul palco degli Mtv Video Music Awards con un body rosa confetto e un orsacchiotto marrone stampato sul seno. Si muove un po' scomposta, fa qualche movimento un po' volgare, come i rapper dell'hip hop, ma niente di preoccupante. Da un annetto si è un po' “sporcata” con la musica nera. Ha fatto alcune collaborazioni con Snoop Dogg e altri rapper. Si sta evolvendo. Ma Miley resta sempre Hanna Montana. Come no.
I ballerini sono travestiti da orsacchiotti. Immensi orsacchiotti. Poi è un momento. Miley si sfila il body con l'orsacchiotto. È un gesto da spogliarellista consumata. Da night club. Da bordello. Miley resta seminuda sul palco. Solo un microscopico bikini color carne che le copre davvero poco. Sul palco irrompe allora il cantante Robin Thike, che ha fatto scandalo con il suo ultimo video Blurred Lines, pieno di donnine nude, che a un certo punto compongono con i palloncini la scritta “Robin Thike has a big dick”. Miley Cyrus e Robin Thike cominciano a ballare sul palco. I movimenti di Miley sono spudorati, sfacciati, espliciti. Rivela la sua padronanza del twerking, lo sculettamento sfrenato ed eccessivo, che finora era stata prerogativa delle donnine seminude nei video hip hop. Miley sculetta e si strofina contro Robin Thike. Di fatto simulano un rapporto anale. Poi Miley gioca, con modalità assolutamente non-innocenti, con l'americanissimo gadget a forma di guantone da baseball con l'indice puntato. È lo scandalo. C'è rumore, clamore, stordimento. L'esibizione di Miley è un'esplosione, che ancora oggi riverbera nel mondo dello spettacolo. Miley Cyrus ammazza Hanna Montana a colpi di twerking. L'America è sotto shock.
L'inventore del gadget del guantone attaccherà Miley per la “profanazione” di un' “icona”. La comunità hip hop attaccherà Miley per “appropriazione indebita” del twerking. Ci saranno polemiche infinite su quanto Miley sia femminista o squallida o grottesca o cinica o consapevole o pericolosa o puttana o idiota o geniale o chissacosa. Intanto Miley Cyrus scalzerà Lady Gaga dal trono di Nuova Regina del Pop. Lady Gaga (classe 1986) invecchierà di colpo e le sue provocazioni sessuali diventeranno d'un tratto obsolete. Perché Miley Cyrus (classe 1992) non ammicca, non evoca. Miley Cyrus espone. È totalmente esplicita. Prende a piene mani dall'immaginario porno. Non erotico, non soft-core, no. Proprio porno porno. Miley Cyrus fa cose che Lady Gaga se le sogna. Da quel 25 agosto in poi:
1)       Canterà totalmente nuda nel video di Wrecking Ball. Leccherà un martello e cavalcherà una gigantesca palla di ferro – quella delle ruspe – sempre totalmente nuda;
2)       Poserà seminuda per il fotografo Terry Richardson, colui che ha girato anche il video di Wrecking Ball. Indosserà impensabili perizomi che le coprono a malapena l'inguine. Mostrerà la lingua e si toccherà fieramente i genitali guardando dritto verso lo spettatore;
3)       Poi sul palco. Gli scandali durante i concerti. A Natale farà twerking con Babbo Natale;
4)       Farà sesso orale con un enorme fallo di plastica;
5)       Farà sesso orale con una bambola gonfiabile (con attributi maschili);
6)       Farà cantare la propria vagina (però in playback).

Risultati? Un successo clamoroso. Aveva toccato il tetto del mondo come Hanna Montana e ora quel tetto lo sfonda come Miley Cyrus. Vendite dei dischi alle stelle. Concerti sold-out. Centinaia di milioni di visualizzazioni su youtube. È La Nuova Regina Del Pop. Occupa il trono che fu di Lady Gaga, Britney Spears e Madonna (già nel 2011, comunque, Rolling Stones incoronava Miley Cyrus “regina del pop”, mentre nel 2010, secondo Forbes, è “l'adolescente più ricca del mondo”. Nel 2013 invece, secondo Maxim, è “la donna più sexy del mondo”).

IL PORNO

Monina, come sempre avviene nei suoi libri, non giudica, non interpreta, non spiega. Espone i più possibile i fatti e fornisce spunti di riflessioni.
La storia di Miley Cyrus è emblematica di un Mondo Che Cambia. Cosa significa, infatti, questo straordinario successo di Miley Cyrus? Forse lo sdoganamento definitivo del porno? Il porno di massa? La presa d'atto – il dato di fatto – che per il pubblico americano (e occidentale) l'immaginario porno è ormai entrato nella cultura popolare? Miley Cyrus d'altronde – scrive Monina – appartiene a quella generazione “post-internet” in cui il web ormai è una cosa scontata. Il web in cui il porno è sempre stato parte fondamentale, un pilastro. A metà degli anni '90, infatti, più della metà delle ricerche avevano contenuti hard. Mentre adesso, tra i 50 siti più visitati del mondo 2 sono porno. L'industria del porno online, secondo una relazione ONU del 2012, sfiorerebbe addirittura i 96 miliardi di dollari. Miley Cyrus – 22 anni – sta cavalcando l'onda, dunque. E sta dimostrando di conoscere benissimo i gusti dei giovani e dei giovanissimi. Finora tutte le sue mosse sono state un capolavoro di marketing. E un segno dei tempi.

FEMMINISMO E POLEMICHE

Ma cosa significa l'exploit di Miley Cyrus declinato sotto il segno dell'immaginario sessuale? È degradante per l'immagine femminile? Oppure il contrario? E lei? Sta consapevolmente sfruttando il suo corpo per fare il botto nello show-biz? Oppure è manovrata, sfruttata, plagiata dai cinici affaristi del mondo dello spettacolo?
Interrogativi aperti. A tal proposito c'è stata una polemica durissima tra Sinead O' Connor e la stessa Miley Cyrus, cominciata con una dichiarazione di ammirazione di Miley per la O' Connor (il video Wrecking Ball si apre con una citazione di un suo vecchio video) e finita in una lite stratosferica sui social network. Sinead O' Connor – dopo essere stata “apprezzata” da Miley Cyrus – pubblica una lunghissima lettera aperta in cui, con tono materno e un po' moralistico, si preoccupa per il fenomeno-Miley. “Lo show-biz ti vuole prostituta”. “Tu vali più del tuo corpo”. “È pericoloso lanciare il messaggio che è bello essere prostitute”. Miley risponde su twitter con modalità particolari. Retweetta vecchi tweet della O' Connor, scritti in un periodo in cui la cantante soffriva di disturbi depressivi. Frasi malinconiche, richieste d'aiuto, parole sconnesse. Miley la prende per pazza, in altre parole, e la sbeffeggia sui social network. La situazione degenera. La O' Connor risponde con due lettere infuocate in cui parla apertamente di “bullismo”, in cui chiede “scuse pubbliche a nome di tutte le persone che soffrono o hanno sofferto di disturbi mentali”. E conclude: “Quando finirai in un reparto psichiatrico o in una clinica di riabilitazione sarò felice di farti visita...e non mi abbasserò a prenderti in giro”. Intervengono anche altre due personaggi molto sentiti nel mondo femminista: Amanda Palmer – che sostiene che “probabilmente non c'è nessuno che la sfrutta” e che quindi “Miley regge il gioco”. “Credo che sia tutto farina del suo sacco” - e Annie Lennox, che si dice “preoccupata” per tutti questi “culi e tette usati per vendere”, attaccando internet e la sua fruizione che sta facendo “perdere il concetto di limite (di età ndr)”.

Il dibattito è aperto. La metamorfosi di Miley è femminista o no? Alimenta atteggiamenti e modi di pensare maschilisti e sessisti oppure apre altre strade per l'emancipazione femminile? Monina fa un parallelo con un fenomeno della controcultura di una generazione fa. Evoca i cortometraggi porno di metà anni '80 di Lydia Lunch, idolo della no-wave newyorkese, frontman dei Teenage Jesus and The Jerks. Il film Fingered del regista Richard Kern, che finisce con una violentissima scena in cui Lydia Lunch viene sodomizzata. Questo film e le citazioni al regista Russ Mayer, anche lui idolo di certa controcultura. Tutte le sue scene di sesso violento in cui però è la donna a reggere le fila, a volere quella violenza selvaggia. Film in cui avviene uno strano capovolgimento, in cui sodomia e sesso orale (per esempio) non sono più simbolo di sottomissione sessuale, ma diventano invece bandiere da sventolare, pratiche liberatorie e orgogliose da praticare con gusto della trasgressione. Segni di avvenuta emancipazione. Quindi porno e femminismo. Oppure porno e sessismo. Porno e degradazione. Porno ed emancipazione. Cosa sta combinando Miley Cyrus? Si sta facendo trascinare da cinici affaristi, sta rischiando la salute mentale o sta liberamente esibendo il suo corpo per portare avanti la sua performance? La sua fierezza, la sua violenza nell'aver ammazzato in questo modo Hanna Montana, sono segni di una stabilità e di una forza che le farà “reggere il gioco” anche in futuro? Oppure stiamo assistendo a un salto talmente in alto che avrà una ricaduta dolorosa?

VITA SOTTO I RIFLETTORI

Un'ultima nota. Miley Cyrus – spiega Monina – è letteralmente “cresciuta sotto i riflettori”. La sua vita è sempre stata condizionata dagli impegni di lavoro, dagli orari pazzi dello show biz e dalla sovraesposizione mediatica. Le sue relazioni amorose – il più delle volte tenute nascoste dai manager di Hanna Montana – sono sempre state vissute all'interno di questa dimensione particolare. Fino alle ultime relazioni, rese pubbliche, consumate a furia di tweet e gossip, pettegolezzi e insinuazioni che puntualmente finivano nei tabloid e nei siti internet di tutto il mondo. Scrive Monina: «Essere una popstar di fama mondiale, specie essere una popstar di fama mondiale fin da quando si è bambini, comporta dei sacrifici che sulle prime potrebbero sfuggire, come il venir meno di un minimo di libertà d'azione. Ma soprattutto la privazione, quasi violenta, di ogni rapporto che si possa definire disinteressato, l'accesso al mondo dei sentimenti fini a se stessi. […] Provate voi a crescere davanti alle telecamere, a ritrovare ogni vostro sospiro lì, immortalato da un paparazzo, deriso su questo o quell'altro forum...».


Nino Fricano



lunedì 5 maggio 2014

Io ero l'Africa

Roberta Lepri, Io ero l'Africa, Roma, Avagliano Editore, 2013, 171 pp., ISBN 978-88-8309-380-7.

Gli italiani che nel dopoguerra emigravano in Somalia e brutalizzavano, picchiavano, facevano i Padroni con gli indigeni. Razzismo, violenza, prepotenza. Altro che “gente di cuore” e cliché simili. Il colonialismo italiano in Africa che è sempre stato feroce e spietato. Le legislazioni coloniali durante la democrazia liberale e poi durante il fascismo erano da meno, in quanto a discriminazione, soltanto alle legislazioni naziste e sudafricane. Una storia sempre non-raccontata dalla storiografia e narrazione “ufficiale”.
Ecco cosa racconta questo gran bel romanzo di Roberta Lepri, scrittrice umbra di nascita ma toscana d'adozione, pubblicato nel novembre 2013 da Avagliano Editore. Racconta questo – uno spaccato storico importantissimo e colpevolmente trascurato – ma non solo. A partire da uno spunto autobiografico, e con grande competenza storica e contestualizzante, la Lepri riesce a comporre un'opera che ha un valore altissimo soprattutto a livello narrativo e – diciamo così – umano.
Un libro che è quasi un capolavoro, sicuramente un'opera davvero intensa, autentica, viscerale e allo stesso tempo ben costruita, sudata e lavorata in ogni minimo dettaglio con evidente amore artigiano.
Un libro che ha solo un difetto: la casa editrice ha deciso di spacciarlo per un libro di avventure, piazzando in copertina una foto da National Geographic e puntando tutto su cose tipo l'esotismo del continente africano, la promessa di grandi emozioni, scenari suggestivi, paesaggi mozzafiato eccetera eccetera. Una scelta un po' troppo “vintage” e – direi – decisamente superata (a livello di marketing) e che poi non rende affatto giustizia a un romanzo che invece è molto più sfaccettato e profondo di un semplice libro di avventure.
La Lepri, infatti, è una scrittrice sapiente e appassionata – di grande qualità e attualità, a suo modo postmoderna – e questo libro riesce a raccontare, allo stesso tempo, una sofferta e coinvolgente storia umana e familiare e insieme a tratteggiare un contesto storico obliato (per chissà quali motivi) dalla narrazione italiana condivisa, ovvero: il colonialismo italiano in Africa, soprattutto quello del dopoguerra in Somalia.
Io ero l'Africa racconta una storia italiana e una storia umana. Una storia di emigrazione e sopraffazione, di scardinamento e disvelamento. Teo e Angela che dalle campagne umbre se ne vanno in Africa, in Somalia, a gestire una piantagione di banane nei pressi di Mogadiscio. Sono gli anni '50 e l'agricoltura delle campagne umbre non rende più niente, la fame e la miseria peggiorano sempre di più, nonostante che in Italia – dicono in televisione – ci sia il cosiddetto Boom Economico. Teo è figlio di un mezzadro di modestissime condizioni economiche. Ha sposato Angela, che è più ricca di lui, più alta di lui, giunonica, imponente e biondissima tanto che Teo la chiama “la Normanna”. Angela però è pure chiamata “la Santa” perché è devota, sottomessa e timorata di Dio, educazione cattolica e addirittura un fratello vescovo. Per loro – per Teo e Angela – l'Africa è occasione di cambiamento e, forse, di disvelamento. Bruciare convenzioni e sovrastrutture sociali. Teo – socialista che in Italia parlava sempre di giustizia ed eguaglianza – diventa padrone feroce e autoritario che picchia i neri. Angela – la Santa – viene investita dalla vastità degli orizzonti della terra d'Africa, viene stravolta a livello intimo da quella natura selvaggia, colori forti, odori forti, Angela che prova attrazione per la pelle dei neri, che si chiede come dev'essere toccare la pelle dei neri, che viene sconvolta dall'erotismo suscitato da Said, guerriero Masai al servizio di Teo, silenzioso, orgoglioso, superiore, quasi astratto. Angela che non prova più vergogna per i suoi istinti – che freme per quelle notti africane che odorano “di foglie umide e di sterco” – tutta presa da una blasfema e inaudita “gratitudine pagana” verso quel cosmo.
La Lepri ha il dono di una lingua di straordinaria qualità: sveglia e agile, elegante ed efficace, mai banale e capace di essere delicata e carezzevole ma anche – quando occorre – feroce, crudele, di una violenza controllata e intelligentissima. Oltre alla lingua in senso stretto, la Lepri riesce sempre – senza sbagliare un colpo – a raccontare personaggi, situazioni e azioni che affondano le loro radici in una sensibilità di scrittrice acutissima e priva di pregiudizi, ideologie, letture stereotipate. Tutto ciò che viene raccontato dalla Lepri è (o dà l'impressione di essere) carne e sangue, roba vera, sentita e in qualche modo – sempre – “vissuta”. Niente di tutto ciò che racconta la Lepri sembra un artificio letterario, un tappabuchi narrativo, una pigrizia scrittoria. La letteratura della Lepri – per questi motivi – è di un'intensità e di un'autenticità che raramente si trovano nei raffazzonatissimi e artificiosissimi Grandi Autori Italiani, e questo libro – con alcuni minuscoli accorgimenti di editing – ha la qualità, l'energia e la freschezza per essere notato a livello nazionale e non sfigurare in competizioni tipo il Premio Strega o queste acclamatissime (e mistificatorie, e disoneste) occasioni di vetrina letteraria.

Nino Fricano

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sabato 5 aprile 2014

Gesù lava sempre più bianco

Bruno Ballardini, Gesù lava sempre più bianco, Roma, Minimum Fax, 2014, 200 pp., ISBN 88-7521-114-0.


Parlare della storia della Chiesa utilizzando categorie e strumenti del marketing. È il percorso che intraprende questo libro originale, interessante e ricchissimo. Gesù lava sempre più bianco – ovvero: come la Chiesa inventò il marketing di Bruno Ballardini, pubblicitario e teorico della comunicazione. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 2000, esce ora nella sua quarta edizione riveduta e aggiornata, con un nuovo capitolo su papa Francesco.
Dunque, il marketing. Questa disciplina che cerca continuamente di ostentare il suo rigore metodologico e la sua correttezza deontologica forse «per via dell'assoluto vuoto di etica che sottintende» [p. 14]. Il marketing che in questa società ormai radicalmente consumistica, risulta «la religione per eccellenza» [p. 12].
Ma c'è pure la Chiesa. Il marketing e la Chiesa. Il marketing della Chiesa. Questo libro spazia in lungo e in largo per la storia della Chiesa, rileggendo la nascita, l'avanzare e l'affermarsi del cristianesimo secondo il punto di vista del marketing. O meglio: parla della storia dell'affermazione del cristianesimo come se fosse la più grande operazione di marketing della storia.
Gli spunti sono tantissimi, e le provocazioni di più. Ballardini ha una cultura notevole e riesce a parlare – con cognizione di causa – di storia, religione, filosofia, estetica, musica. Racconta aneddoti divertenti, si mette a fare il giornalista, accosta notizie e fa collegamenti, disquisisce sul cattivo gusto della Cupola di San Pietro e sulle evidenti illogicità di certi sillogismi che «dimostrano l'esistenza di Dio». E poi parla di marketing, con un certo compiacimento nel parlare di grosse questioni storico-culturali con il lessico tecnocratico ed esterofilo del marketing.
Il libro, oltre alla sua valenza conoscitiva, combatte almeno due precise battaglie intellettuali:
1)       Contro l'Istituzione Chiesa e contro il Cristianesimo nella sua interezza. L'ostilità è palese, sia a livello politico sia a livello teorico-filosofico;
2)       Contro i cosiddetti “guru del marketing”, o più in generale contro gli studiosi di marketing che non tengono in considerazione la storia. Ballardini sembra voler continuamente irridere e smontare chi afferma che il marketing ha inventato questo e quello. Il marketing, dice l'autore, si è limitato a riprendere (e definire, e ridefinire) dinamiche e strategie già abbondantemente utilizzate durante la storia da tantissime entità di diversa natura a partire, appunto, dalla Chiesa.

Tra le tante cose interessanti del libro c'è l'insistere sulla figura strategica di Paolo di Tarso. Ovvero: il primo e più importante Marketing Manager della Chiesa, che ha dettato le regole principali per la diffusione della Marca (il cristianesimo) in tutto il mondo:

«Paolo Di Tarso preparò il terreno alle grandi campagne pubblicitarie successive con un'azione mirata di direct marketing (…) rivolgendosi agli opinion makers, ovvero a coloro che sono in grado di condizionare l'opinione di un grande numero di persone. Un lavoro del genere permise di stabilizzare l'immagine della Marca e preparò proficuamente il terreno allo stadio finale dell'advertising. Paolo dunque indirizzò i suoi mailing a sette forti gruppi di opinione (i Tessalonicesi, i Corinzi, i Galati, i Romani, i Filippesi, gli Efesini, i Colossesi) e a tre leader che avrebbero a loro volta svolto un'azione catalizzatrice verso la Marca (Filemone, Timoteo e Tito). Entusiasta del direct marketing fino a diventarne un fanatico utilizzatore, Paolo fu a tutti gli effetti il primo guru della pubblicità postale (…) Ma Paolo introdusse per primo anche la pubblicità postale nella sua forma più diretta. Non gli mancarono occasioni per stabilire il primato del cristianesimo come Marca, declassando l'ebraismo a una sorta di sottomarca che ha fallito quasi ingannando i consumatori» [p. 99].
Una strategia vincente che sfocerà nell'egemonia culturale e politica del cristianesimo, che si innesta addirittura nell'Impero romano «quando papa Leone I (440-461) arrivò a dichiarare ufficialmente che Pietro e Paolo avevano sostituito Romolo e Remo come patroni di Roma. La Madonna e i Santi avevano nel frattempo rimpiazzato altre divinità pagane già patrone di altre città. Di fatto, la Roma cristiana fu il legittimo successore della Roma pagana» [p. 101]. E questa, detta con il linguaggio del marketing, «è la più grande operazione di positioning (posizionamento ndr) che la storia ricordi» [p.101].
Poi i concili: «Per quanto riguarda il controllo della qualità, la Chiesa istituì a partire dalla prima convention di Nicea (325) l'usanza di riunire periodicamente tutto il management per fare il punto della situazione e rivedere le linee guida a cui si sarebbe ispirata da lì a seguire. La storia dei concili, per quanto contraddittoria, porta con sé la traccia di un'inesauribile ricerca dell'eccellenza che ha preceduto di molti secoli l'invenzione della qualità totale» [p. 41].
E poi? Il giubileo è l'apice del reparto Organizzazione Eventi della Chiesa. È la più grande Festa della Marca che la storia ricordi, la Chiesa è il punto vendita, la messa, l'happening periodico che fidelizza i clienti. Icone, santini, rosari sono la gadgetteria.
Poi c'è la propaganda, la comunicazione e, infine, una riflessione sulla “merce” del cristianesimo. Qual è la merce? Forse la merce è la Marca stessa, Il Cristianesimo, nel suo vortice di significati. E che prezzo ha questa merce? È gratis. E l'autore sembra chiedersi continuamente: e come si fa a resistere ad una merce quando è la merce è gratis?

Nino Fricano



mercoledì 5 marzo 2014

Cronaca Dannata. Intervista a Marco Pomar (a cura di Nino Fricano)

Marco Pomar, Cronaca Dannata. Diario semiserio di due anni vissuti pericolosamente, Palermo, Leima, 2013, 192 pp., ISBN 978-88-98395-06-4.

Garry Kasparov, campione di scacchi, bloccato e malmenato dalla polizia russa. È stato difeso dai pedoni (settembre 2012).
Inventata una crema per tornare vergini. Va a ruba tra le sette sataniche (settembre 2012).
La Sicilia abolisce le province. Da domani sarà divisa ufficialmente in mandamenti (marzo 2013).
Papa Francesco predica bene ma Ratzinger male (luglio 2013).
Bobby Solo all'ospedale. Ennesimo caso di malasanità (ottobre 2013).
Multata in via Montenapoleone la 500 di Lapo. Era andato a passeggiare Elkann (ottobre 2013).

Pubblicato da Leima Edizioni, Cronaca Dannata è un diario satirico dell'autore palermitano Marco Pomar. Quasi 200 pagine a colori nelle quali alle freddure e ai brani satirici di Pomar – tutti di ottimo livello, tra la risata amara, l'irriverenza cinica e il nonsense giocoso – si affiancano le vignette di Dario Corallo e i fotomontaggi di Mimmo Calabrò. Un'operazione intelligente che fornisce una narrazione “diversa” del panorama politico nostrano dal 2011 a oggi. Tanti piccoli pezzi per un puzzle che, nel complesso, risulta originale e divertente, oltre a fornire notevoli spunti di riflessione. L’Associazione LIBRidO ha intervistato l'autore.

Scrivi racconti – a volte anche “seri” – e scrivi satira. Cosa ti riesce più facile? Quali sono gli approcci al “momento creativo”? Che importanza hanno, nella tua vita, le due formule?

Sono due cose, ovviamente, molto diverse. Il racconto breve è una storia con un inizio e una fine; può essere comico, ironico, sarcastico, amaro, commovente, o avere dentro tutto questo e anche altro. La battuta satirica è una revolverata, rapida e secca. Mi piacciono entrambe, mi è difficile scegliere. Direi che anche nei miei racconti più “seri” si trova sempre una nota di dissacrazione. Odio chi si prende troppo sul serio, nella vita e nella scrittura. Nella mia vita di scrittore sono due momenti ugualmente importanti, dal momento che i social ti costringono alla sintesi.

Da quanto tempo scrivi racconti? E satira? Qual è stato il tuo percorso?

Scrivo da tanto, con continuità da più di 15 anni. La scrittura è un bimbo che cresce solo se alimentato a dovere, diventa adolescente e poi, non sempre, adulto. Scrivere aiuta a scrivere meglio. E avere una risposta dai lettori, un feedback, è importantissimo per riuscire a migliorarsi, a capire cosa funziona di più e cosa meno. Scrivo satira dallo stesso tempo, anche se con gli anni mi è stato più chiaro che quella era la mia cifra stilistica migliore.

Le freddure raccolte in Cronaca Dannata denotano una grande capacità tecnica. Riesci a trovare il gioco di parole giusto per ogni occasione. È una capacità maturata nel tempo e in qualche modo “elaborata” – (ci hai, in qualche modo, studiato su) – oppure ti è sempre venuto così, naturale?

Si parte da una caratteristica, una vena satirica che hai o non hai. Poi tutto ciò va alimentato e, come in ogni cosa, bisogna lavorarci su. La scrittura, come si pensa erroneamente troppo spesso, non è soltanto ispirazione e talento, ma anche tecnica e applicazione.

Cosa ne pensi del bombardamento di satira a cui assistiamo (soprattutto) con Facebook? Mi spiego con un esempio personale: il sito Spinoza.it, quando è nato, mi sembrava una bomba di creatività, qualcosa di veramente nuovo. Adesso però la sua formula viene ripetuta e rilanciata da tutte le parti, tanto insistentemente e ossessivamente che a me sembra che qualcosa si sia perso per strada. E se prima scherzare su tutto, in quel modo cinico e dissacrante, mi sembrava qualcosa di coraggioso e creativo, adesso avverto generalmente come un sottofondo di livore, impotenza e aridità. Ma forse sono soltanto mie impressioni.

Non hai torto. I social network consentono a tutti di dire tutto. Il che è un bene in generale, ma contiene in sé il rischio dell’equiparazione totale, a detrimento della qualità. Sostengo che è difficile riconoscere un diamante se gettato insieme ad un mucchio di pezzi di vetro. Per quanto riguarda il confine tra cinismo dissacrante e livore fine a sé stesso, il confine è sottile ma c’è. È quello del buon gusto.

E cosa mi dici della satira pre-tutto (prima dei social, prima di internet)? Tipo il leggendario Cuore (che conosco per sentito dire) o giornali e allegati di quel tipo?

Io sono cresciuto leggendo prima Il Male, poi Tango e Cuore. Il primo era volutamente sopra le righe, e mischiava trovate geniali ad altre forse troppo forti, con la ricerca dello scandalo a tutti i costi. Tango e Cuore erano il top della satira in Italia, anche per quello di cui dicevamo prima, la mancanza di altri palcoscenici dove esibirsi. Conservo ancora tutti i numeri di Tango in originale. Satira politica e comicità pura insieme.

E in Sicilia? Quali sono le tue ispirazioni? Quali persone hai conosciuto che ti hanno fatto crescere e arricchire culturalmente?

I miei maestri di umorismo sono tutti a caratura nazionale. Da Achille Campanile fino a Stefano Benni e Michele Serra. Per quanto riguarda la scrittura in generale, trovo utilissimo il confronto con altri scrittori de visu, persone con le quali condividere i propri testi, affinando e migliorando il proprio stile. In questo la mia maestra è stata Beatrice Monroy, insieme a tanti altri bravi scrittori usciti dai suoi laboratori.

Una domanda sui "live", i reading che fai in giro per librerie, locali e iniziative simili. Come giudichi questo tipo di formula? Quale utilità e quale importanza?

Li considero una palestra eccellente. Per quanto riguarda la narrativa, la letteratura in generale, non è detto che un buon testo sia altrettanto funzionante se ascoltato e non letto. Nemmeno se a farlo è un grande attore. Aggiunge e modifica sempre qualcosa, e la fruizione cambia completamente. Il libro va letto, insomma, non ascoltato. Diversa è la cosa per brevi testi satirici, che invece ben si prestano a questo gioco. Insomma, se un racconto fa ridere, se funziona, lo farà anche nella diversa formula.

Nino Fricano


Dono dell'editore



L'invenzione della virilità

Sandro Bellassai, L'invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell'Italia contemporanea, Roma, Carocci Editore, 2011, 181 pp., ISBN 9788843061501.

Molto interessante questo libretto di 200 pagine che, in maniera snella e autorevole, documentata e rigorosa ma di facile lettura, ricostruisce più di un secolo di storia italiana dal punto di vista del maschio “moderno”. L'autore di questo libro, pubblicato nel 2011 da Carocci Editore, è Sandro Bellassai, che insegna storia sociale e culturale all'Università di Bologna. La storia è quella del “virilismo”, ovvero l'ideologia della mascolinità, un -ismo che come tutti gli -ismi è artificio, costruzione, forzatura. E che nasce dalla paura. Il virilismo è quell'impalcatura retorica che il maschio ha dovuto crearsi davanti all'avanzata della modernità – che sovvertiva e rivoluzionava tutto, compreso il rapporto tra i sessi – per restare aggrappato ai suoi privilegi.
Un esempio è quello della superiorità fisica del maschio, che con la rivoluzione industriale e la conseguente meccanizzazione del lavoro di fine Ottocento, cessò – lentamente ma inesorabilmente – di essere fonte di legittimazione del patriarcato e della superiorità maschile all'interno del sistema sociale. Lavorare con le mani, lavorare col corpo, diventò sempre più inutile (si potrebbe dire: “tanto ci sono le macchine che fanno tutto”) e il vero potere – insomma – prese strade diverse rispetto a quelle della forza fisica. Ecco così che quel che non ebbe più senso all’interno del mondo – ma che restò, come retaggio nostalgico, abitudine che è difficile dimenticare, rievocazione di tempi passati e distortamente gloriosi – diventò immediatamente posa, esibizione, ostentazione.
Questo è il virilismo, dunque. La cura del corpo fine a se stessa (le palestre e le associazioni di ginnastica nascono in Europa proprio a fine Ottocento) ma sopratutto l'esaltazione di tutte quelle caratteristiche intese come “specificatamente maschili”: aggressività, forza, violenza, prevaricazione, comando, gerarchia. Caratteristiche che, con l'avanzare della modernità meccanizzata, rischiavano di perdersi del tutto. Ma non è solo questo. In ballo c'era tutto un ordine sociale basato sul patriarcato, tutto il vecchio regime che sembrò sempre più superato, anacronistico. Non a caso le prime rivendicazioni “femministe” (come il movimento delle suffragette inglesi) nacquero proprio in questo periodo.
In questa cornice, Bellassai ci racconta dell'Italia, passando il rassegna le fasi di sviluppo – ascesa, trionfo e crollo – del virilismo nostrano.
C'è il colonialismo, innanzitutto, fin dai tempi di Giolitti, che rappresentò per i maschi italiani un'opportunità per mostrare il proprio “vigore” contro le razze inferiori (il razzismo, scrive Bellassai, è il rovescio della medaglia del maschilismo: è un diritto sopraffare la razza inferiore così come è un diritto sopraffare il sesso inferiore). Il colonialismo italiano, spesso raccontato in modo mellifluo e indulgente, fu invece qualcosa di decisamente crudele e violento e portò, tra l'altro, a una legislazione colonialista foriera del concetto giuridico di “razza” e di “gerarchia di razza”, seconda per crudeltà solo alle legislazioni nazista e sudafricana.
C'è il futurismo, che fece della virilità, della violenza, della sopraffazione, dell'orrore per la mollezza e l'effeminatezza, una mitologia simbolica e teorica.
E poi c'è il trionfo del virilismo in Italia, durante il ventennio fascista, con la sua esplosione retorica e scenografica della mascolinità, le sue parate, le sue dimostrazioni ginniche, le sue politiche per l'incremento della natalità (la donna come moglie e madre), il suo puntare ancora di più sul colonialismo, nel sogno grottesco e fuori-tempo-massimo di un “impero italiano”.
Il declino del virilismo, per l'autore, si registrò dalla fine del fascismo in poi, con l'Italia investita dal “nuovo mondo” simbolico e culturale del consumismo americano e il rilassamento dei costumi conseguente il boom economico degli anni '50. Il colpo di grazia fu nel '68 e negli anni '70. Il movimento giovanile di quel periodo fu il primo movimento collettivo in cui maschi e femmine – soprattutto nelle università – stavano fianco a fianco, in una parità fattuale. Infine l'exploit internazionale – a livello teorico e politico – del movimento femminista, mentre l'Italia entra definitivamente nella modernità tagliando il cordone ombelicale col Vaticano e portando la secolarizzazione della società al suo punto di non ritorno grazie ai referendum su divorzio e aborto.
Poi ci sono gli anni '80 e i decenni successivi, il riflusso nel privato, il crollo del muro di Berlino e delle entità collettive, la disillusione politica, il nuovo edonismo e la nuova etica individualistica e aziendalistica. Nacque il nuovo mito dell' “uomo di successo” che in qualche modo fornì nuovi elementi di legittimazione per l'identità maschile, altre cose a cui aggrapparsi (competizione, performance, aggressività, gerarchia).
Bellassai tratteggia a grandi linee – con una capacità di sintesi degna di nota – la trasformazione del dibattito pubblico in senso “pubblicitario” avvenuta in questa ultima fase storica. Non più ragionamenti, teorie, enfasi retorica, scenografia – come nel caso del fascismo – ma velocità comunicativa, frammenti di discorso, slogan, ironia. La tendenza generale del discorso pubblico – di qualunque tipo: sociale, politico, culturale – di trasformarsi in un flusso continuo di stereotipi e luoghi comuni da utilizzare con dinamiche che sono sempre più simili a quelle del marketing e della pubblicità.
In questo contesto, non ha più senso parlare di “virilismo”, perché non siamo più davanti ad un'ideologia, ma è innegabile che nelle rappresentazioni stereotipate delle pubblicità, dei film, delle serie tv e di tutta la “produzione culturale” si registrino rigurgiti di maschilismo, misoginia, omofobia che sono segno di un ambiente simbolico pieno di dinamiche contraddittorie, scontri, resistenze e slanci in una direzione o nell'altra.
In tutto questo, c'è l'identità maschile che è tutta da ridefinire, in piena crisi, però ormai libera dalla zavorra del virilismo. Nascono riviste come Men's Healt e c'è il boom di vendite per i prodotti di cosmetica maschile. Il maschio in crisi diventa settore di mercato. L'autore focalizza nei protagonisti del film Full Monty del 1997 – operai rimasti disoccupati che decidono di diventare spogliarellisti, da soggetto desiderante a oggetto del desiderio – la perfetta metafora dell'uomo di oggi. Il maschio nudo, spogliato di ogni legittimazione sociale e politica, con i propri ruoli tradizionali (padre, marito, lavoratore) perennemente messi in discussione, e la possibilità di esplorare nuove formule e nuovi assetti psichici e sociali.


Nino Fricano