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giovedì 5 giugno 2014

Il trono vuoto

Paolo Viola, Il trono vuoto. La transizione della sovranità nella rivoluzione francese, Einaudi, Torino 1989, 200 pp., ISBN 88-06-11447-6.

Prima dei fatti del 1789 il termine "rivoluzione" indicava un grande atto riformatore che facesse uscire lo Stato dall'illegalità, rendendo una «libertà precedente, forse mai esistita prima di allora, ma in qualche modo radicata nella ragione umana, e quindi nel tacito patto fra chi governa e chi è governato» (p. VII).
La rivoluzione francese fu, invece, un fenomeno innovativo, che colse di sorpresa sia le persone colte e politicizzate, sia «chi era stato da sempre oggetto passivo della sovranità e si trovava ora a esserne collettivamente il soggetto» [p. VIII].
La rivoluzione fu quindi un «trauma della transizione della sovranità». Tuttavia essa è il luogo anche di altre transizioni nelle diverse sfere della politica, dei conflitti sociali e dell'economia.
L'ambiguità del termine "rivoluzione" fa in modo che i contemporanei parlassero di «terminare la rivoluzione» ancor prima dei fatti dell'Ottantanove.
Dal 1789 al 1793 si verificò quel vuoto di sovranità che terrorizzò il popolo. A questo punto si fa forte e storicamente rilevante la posizione dei giacobini. Il giacobinismo, infatti, riuscì a «dirigere la rivoluzione», e «fu l'unica forza politica che si diede da fare concretamente ed efficacemente per essere gruppo dirigente della rivoluzione, e per far valere la propria 'egemonia' sulle forze sociali che erano state evocate» [p. X]. Il giacobinismo non a caso è visto come luogo di nascita della politica moderna.
La transizione della sovranità si concluse, o si avviò a conclusione nel 1793, quando il «trono vuoto» venne rioccupato.
L'analisi compiuta da questo libro propone l'individuazione di due momenti di svolta della rivoluzione francese.
Il primo momento è l'estate del 1789: la rivoluzione si trasforma dal «progetto costituente che si sforzava di terminare la 'rivoluzione', cioè l'illegalità della monarchia, in una catastrofe alla quale non si può, non si sa, addirittura non si vuole opporsi». Il secondo momento è la fine del 1792, quando la rivoluzione ha esaurito il suo andamento catastrofico: allora essa potrà esprimere un gruppo dirigente egemone capace di rioccupare il trono rimasto vuoto.
I due momenti, a giudizio di Paolo Viola, separano le tre fasi della rivoluzione francese: bisogna però badare – ed è l'autore a specificarlo – che non si tratta di tre fasi cronologiche, ma di tre momenti logici.
La prima fase della rivoluzione, alla quale è dedicata la prima parte del libro, è caratterizzata dalla volontà dei dirigenti di terminare l'illegalità con un progetto costituzionale, e quindi di «terminare la rivoluzione». La prima fase è quindi quella dell'«immenso equivoco che caratterizza l'avvio della rivoluzione francese. Ci si proponeva di bloccare la rivoluzione con cui il re tentava di accrescere la propria sovranità, e di riequilibrarne il potere con il ricorso della conservazione, garantita dal consenso popolare, delle antiche istituzioni del regno. E così facendo, si avviava quella transizione della sovranità dal monarca al popolo, che avrebbe sprofondato un paese, mentalmente e istituzionalmente impreparato, verso il baratro della vera e propria rivoluzione» [p. 20].
La seconda fase, alla quale è dedicata la seconda parte dell'opera, è invece quella della «rivoluzione vera e propria, che nessuno si aspettava e che sul momento nessuno seppe fronteggiare: non un progetto, ma una fatalità; negazione di ogni costituzionalismo ma anche di qualsiasi direzione [...]», e quindi quella in cui fu impossibile non «subire la rivoluzione». In questa fase comincia a manifestarsi un movimento popolare dalle sconosciute potenzialità, che era indotto a usare la violenza; ma non era un popolo «assetato di sangue, ma di giustizia, e la giustizia fatta su Luigi XVI gli sembrava che scaricasse la nazione da un pesante fardello; che finalmente compisse la rivoluzione, o piuttosto che finalmente la iniziasse, con l'ambivalenza delle svolte fondamentali della storia, e che la libertà, come una dea dell'antichità, non si potesse propiziare se non col sacrificio di un colpevole» [p. 165].
La terza fase della rivoluzione, alla quale è dedicata la terza parte del libro, vede il tentativo di governare una violenza, di governare la rivoluzione, di occupare il trono vuoto, di «dirigere la rivoluzione», ed era necessario che «il popolo non si scindesse, bisognava che continuasse a operare in corpo unico, mantenendo la sua caratteristica, che si potrebbe definire di società naturale, di rapporto fra fratelli, prevenendo il rischio che i cittadini si isolassero per riaggregarsi secondo raggruppamenti volontari arbitrariamente legati a loro volta da vincoli organizzativi estranei alla legge, che avrebbero minacciato la collettività, perché facilmente utilizzabili dai cospiratori. [...] Senza la difesa dell'unità, o indivisibilità, o fraternità, secondo i giacobini, ma anche secondo i loro avversari, si sarebbero persi gli altri termini della triade: la libertà e l'uguaglianza. Essa diventava così il perno centrale intorno a cui ruotava tutta la politica rivoluzionaria» [p. 220].
Forse è superfluo (e magari banale) dire che ogni fase della rivoluzione francese è legata a uno dei tre termini della formula rivoluzionaria: «Liberté Egalité Fraternité». Sebbene, a conti fatti, alla libertà che mosse la prima fase e all'uguaglianza della seconda fase sopravvisse solo la fratellanza, l'unica «in grado di far sopravvivere il paese e di conservare nei limiti del possibile l'uguaglianza; mentre era incompatibile con la libertà e ne provocò, o non ne impedì la rovina» [p. 220].


Piero Canale

venerdì 25 aprile 2014

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945), a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Prefazione di Enzo Enriques Agnoletti, Torino, Einaudi, 1952, 346 pp.


mercoledì 5 marzo 2014

Franco Venturi: Uno sguardo alle biblioteche e agli archivi italiani negli anni Sessanta (a cura di Piero Canale)

Franco Venturi: Uno sguardo alle biblioteche e agli archivi italiani negli anni Sessanta (a cura di Piero Canale).

Franco Venturi (1914-1994) storico e profondo conoscitore della cultura e della politica del Settecento, riporta nella prefazione al primo volume di una delle sue più importanti opere, Settecento riformatore, una riflessione attenta sullo stato delle biblioteche e degli archivi in Italia. Era il 1968, l'Italia cresceva economicamente e si poteva a pieno diritto riflettere sul rilancio della cultura italiana.
Oggi le parole di Venturi appaiono ancora troppo attuali, troppo vere. Spesso si fanno appelli – di recente un gruppo di ricercatori e docenti dell'Università di Palermo ne ha rivolto uno alle istituzioni siciliane e palermitane affinché si intervenga sullo stato della Biblioteca Comunale di Palermo e della Regionale siciliana – che, quasi sempre, rimangono inascoltati o giacciono nell'indifferenza della società civile.
Sarebbe interessante conoscere più in dettaglio la reazione alla denuncia di Franco Venturi e se da essa si sia sviluppato un dibattito. Riportiamo, tuttavia, le parole dello storico per farle nostre:

[...] ho vissuto troppo tempo in compagnia di uomini come Genovesi o come Verri per credere, sia pure un istante, che una impostazione teorica, anche giusta, risolva un problema di ricerca storica. Anche nel mondo di Clio è necessario considerar da vicino quel che accade quando si vuol passare dalle parole alle cose. Gli ostacoli che si frappongono alla ricerca non sono soltanto teorici ma pratici. Quelli che trova di fronte chi studia, ad esempio, il Settecento sono di natura ben concreta: le nostre biblioteche, i nostri archivi, i nostri centri e strumenti di lavoro. L'Italia è, ne sono convinto e lo ripeto, uno dei paesi d'Europa dove più larga e approfondita è stata la riflessione, la discussione che accompagna ogni movimento intellettuale e politico. Ma l'Italia è anche uno dei paesi in cui è più difficile e faticoso giungere a contatto con i testi e i documenti in cui questi dibattiti hanno lasciato le loro tracce. Siamo l'unico paese civile a non possedere una biblioteca nazionale, una biblioteca, intendo, in cui ci si possa ragionevolmente attendere di trovare qualsiasi libro e foglio apparso in ogni angolo del proprio paese, dall'invenzione della stampa ad oggi. Le nostre biblioteche, anche quando si chiamano nazionali, riflettono tuttora la secolare suddivisione degli stati e staterelli italiani, ai quali si è sovrapposta una stratificazione unitaria, che ha cento anni soltanto e che non ha modificato nel fondo le ripartizioni regionali anteriori. Difficile trovare una gazzetta palermitana settecentesca a Firenze (del resto, in certi casi, non la troveremo neanche a Palermo), o un foglio di Pesaro a Torino, o un pamphlet napoletano a Milano e così seguitando. E pensare che con i mezzi posti a disposizione dalla tecnica moderna e con un po' di buona volontà da parte delle biblioteche degli antichi stati italiani non sarebbe poi troppo difficile costruire, poniamo a Roma, una biblioteca in cui si trovino tutti gli stampati italiani, in originale o in riproduzione. Ma anche se la ricerca è locale (l'importante, nella storia del movimento riformatore, è uscire dalla dimensione locale e seguire un filo che trapassi le vecchie frontiere), anche se si cercano a Milano cose milanesi e a Napoli cose napoletane, gli ostacoli, le difficoltà, le impossibilità sono innumeri, e sormontabili soltanto con un dispendio grande di energia e di pazienza. Inutile specificare: tutti conosciamo gli orari, i cataloghi delle nostre biblioteche. Quanto ai nostri archivi essi sono, salvo eccezioni, tra i meno inventariati d'Europa. La possibilità pratica di consultarli varia straordinariamente da città a città, quasi che essi vogliano conservare ancora, almeno in un angolo polveroso, quella pittoresca varietà che colpiva l'occhio d'ogni viaggiatore nell'Italia dell'antico regime. Né, inoltre, i regolamenti unitari che si sono sovrapposti all'originaria diversità facilitano generalmente la consultazione di quelle antiche carte. Quanto poi agli archivi privati, salvo, anche qui, belle eccezioni, basterebbe fare il paragone con quello che è stato fatto e si fa in Inghilterra per accorgersi che grandi sono ancora le distanze che ci dividono da una situazione soddisfacente e normale. Ogni volta, in conclusione, che si esce da una nostra biblioteca o da un nostro archivio nasce spontanea la considerazione che l'Italia è un paese così ricco di documenti storici da non aver neppur bisogno di misurare, ordinare, catalogare tanta dovizia. Evidentemente tra noi le terre di Clio rendono benissimo anche a cultura estensiva e non val la pena di irrigarle e di riorganizzarle. Ma i frutti storiografici son poi quelli che possono essere ed è inutile che cerchiamo di paragonarli per quantità e qualità a quelli che nascono in quegli angoli del mondo in cui sono state adottate tecniche intensive. E, disgraziatamente, gli amici agricoltori ci insegnano che le culture estensive tradizionali rischiano molto di rovinare il terreno. Fuori di metafora, biblioteche ed archivi come ne esistono da noi, sono talvolta di altrettanto difficile accesso quanto la biblioteca di Babilonia di Borges e sono insieme depositi nei quali le tracce del passato possono più facilmente obliterarsi, rovinarsi e scomparire.

Non ignoro, naturalmente, che queste nostre biblioteche e questi nostri archivi sono, generalmente, degli strumenti inadeguati, ma affidati alle mani di persone di gran buona volontà, le quali sanno, quasi sempre, spingere la cortesia e la competenza loro fino al punto di creare attorno agli studiosi un'atmosfera di eccezione, che permette di superare gli ostacoli e di lavorare fruttuosamente. Come la monarchia merovingia era un despotismo corretto dal regicidio, così i nostri strumenti di lavoro costituiscono troppo spesso degli ostacoli corretti dal privilegio. Il rituale e più che dovuto ringraziamento che desidero qui rivolgere, in tutta sincerità, a coloro che mi hanno aiutato nelle mie ricerche è accompagnato così dall'augurio che nella mani dei bibliotecari e degli archivisti nostri vengano finalmente posti mezzi e strumenti che permettan di rendere accessibili a tutti, con ben diversi orari e con strutture organizzative completamente trasformate, i luoghi dove si conservano le testimonianze delle idee, delle lotte e delle speranze delle generazioni passate [F. Venturi, Settecento riformatore. Da Muratori a Beccaria, Torino, Giulio Einaudi editore, 1968, pp. XVI-XVIII].

Cattedrale

Raymond Carver, Cattedrale, Torino, Einaudi, 2011, 229 pp., ISBN 978-88-06-19785-8.

La Einaudi ha deciso di ripubblicare le opere di Raymond Carver, scomparso a cinquant’anni nel 1988; questa raccolta di dodici racconti brevi, uscita originariamente nel 1983, è stata sempre considerata – anche dallo stesso autore – la summa del suo stile.
Premetto che ho sempre apprezzato, di per sé, la formula dei racconti, brevi narrazioni autoconcluse, che difficilmente perdono mordente e ispirazione in lungaggini. Non sono più ‘facili’ da comporre, perché devono riuscire significanti in breve spazio e necessitano di talento. I temi qui affrontati, seri e impegnativi, sono quelli del disagio, della incomunicabilità e fragilità umana. Sono le storie che potrebbero stare dietro ai quadri di Hopper, in cui non c’è catarsi o consolazione ma storie crude nella loro quotidianità. Però se nei quadri di Hopper è padrone il silenzio, in queste storie c’è sotteso lo stridio di fondo di una continua macerazione interna.
Non è un libro facile da leggere: è scritto molto bene e risucchia il lettore nella narrazione, ma è sconsigliabile per chi non è sereno. Vitamine è, ad esempio, la storia di un adulterio mancato, nell’indifferenza assoluta degli stessi protagonisti, che affogano nel whiskey la loro desolazione. Il treno narra di solitudini diverse che possono sfiorarsi fin quasi a collidere, quasi a volersi spiegare a vicenda, per poi procedere parallele senza mai toccarsi. Ma ancora intervengono i disturbi psicologici di un reduce dal Vietnam, la minaccia della disoccupazione e dello sfratto, il dolore immane di un lutto, le normali atrocità della vita: atemporali, immotivate, banali. Cattedrale, il racconto che intitola e chiude la raccolta, è invece uno spiraglio in cui si mostra una possibilità di contatto. È la storia dell’incontro di un uomo con l’amico di sua moglie, ospite per una notte in casa loro. La coppia resterà anonima e inqualificata per tutto il racconto ("mio marito", "cara", "caro", "lei"…): «Ho aspettato invano di sentire il mio nome pronunciato dalle dolci labbra di mia moglie: ‘E poi è entrato in scena il mio caro maritino ...’ o qualcosa del genere. Ma niente da fare. Si è parlato sempre di Robert» [p. 216].  Solo dell’ospite dunque si sa il nome, il lavoro, l’aspetto fisico, ma anche che è vedovo, simpatico e soprattutto cieco. Questa menomazione mette in imbarazzo il protagonista, prevenuto e confuso con il diverso, con cui non sa come relazionarsi. Ma è Robert a sciogliere il ghiaccio: con la sua immediatezza, trasforma una semplice conversazione disimpegnata in un contatto vero, quando chiede al suo ospite di descrivergli una cattedrale gotica. Le parole non sono sufficienti, e allora il cieco chiede all’amico che gli disegni la cattedrale su carta, mentre lui gli tiene la mano: dal semplice contatto fisico, nasce incredibilmente una coinvolgente trasmissione empatica che induce fiducia, comunicazione, allegria. Carver sa davvero come coinvolgere il lettore.


Eloisia Tiziana Sparacino

mercoledì 5 febbraio 2014

La cucina di Bahia

Jorge Amado e Paloma Jorge Amado, La cucina di Bahia, ovvero Il libro di cucina di Pedro Archanjo e Le merende di dona Flor, Torino, Einaudi, 2004, 257 pp., ISBN 88-06-17195-X.

Perché un libro di ricette firmato da Amado padre e figlia? Chiunque abbia mai letto una delle storie del padre potrà rispondere che, in effetti, era inevitabile. La cucina di Bahia non è solo passione dichiarata dell’autore, ma vera protagonista – al pari di coronel, mulatte e jagunços – delle pagine dei romanzi. La sua è la cucina tradizionale di una terra meticcia, che mescola sapori africani, lusitani, italiani e indigeni con molta disinvoltura, giungendo alla creazione originaria di alcune ricette. Le sue parole si assaporano sulla lingua, solleticano il naso, eccitano l’appetito del lettore, che sente sfrigolare la padella di Gabriella e sobbollire la pentola di dona Flor. Proprio per Dona Flor e i suoi due mariti, ad esempio, Jorge Amado ha voluto premettere ad ogni capitolo la ricetta dettagliata della pietanza  che sarebbe stata cucinata in quelle pagine: con dovizia di dettagli, s’impara a grattugiare i gamberi secchi, a spremere la polpa di cocco per trarne più latte e a scegliere le banane per il dolce delle puttane.
La figlia Paloma, nel 1987, ha voluto iniziare a raccogliere tutte le ricette delle pietanze descritte o mangiate nelle opere del padre, dando una suddivisione sommaria alla gran mole del materiale raccolto. Nelle sue intenzioni questo volume di cene e merende sarebbe stato il primo di una trilogia, con le altre uscite dedicate ai pasti del candomblé e alla frutta, ma per ora resta questo il solo testo edito. All’inizio di tutte le ricette Paloma specifica in quali romanzi sono state citate ed è inserito uno stralcio del testo originale, creando uno zibaldone che richiama alla memoria sapori e momenti particolari.
C’è da dire che, a chi ha amato i libri del padre, la scrittura della figlia sembra scipita, ma bisogna ricordare che queste sono solo ricette. Allora si può consigliare il libro? Sì, perché queste pagine sono comunque piene dei raggi del sole di Bahia, e fanno parte di quello che verrebbe con termine scientifico chiamato ‘patrimonio immateriale’.

Eloisia Tiziana Sparacino



giovedì 5 dicembre 2013

Open. La mia storia

Andrè Agassi, Open. La mia storia, Torino, Einaudi, 2011, 504 pp., ISBN 9788806207267.

Premesse d’obbligo: sono un grande appassionato di tennis e ho provato, nel corso della sua altalenante carriera, una buona dose di simpatia per Agassi e il suo gioco, pur tifando per tutti i suoi grandi rivali, Edberg, Becker, Sampras; avevo una “cotta televisiva” per Steffi Graff, poi diventata Stefanie Agassi; prima di questo libro non avevo mai letto o avevo abbandonato per stanchezza le altre biografie (compresa quella immaginaria e per taluni versi strepitosa di David Copperfield che giace ancora speranzosa sul mio comodino). Detto questo mi lancerò nella lode sperticata di un libro che mi ha sorpreso, incuriosito, deliziato per tutte le sue, non poche pagine, grazie alla sagace scelta di mescolare tennis e vita in una metafora di tale splendente chiarezza che a nessuno potrà sfuggire. La vita di Andrè Agassi, un talentuoso ragazzino ingabbiato dal desiderio del padre di tramutare in fiumi di dollari il dono celeste di riflessi e rapidità ultraterrene del figlio, è raccontata quasi per filo e per segno: dalla paura del padre orco innamorato del figlio, resa palpabile dall’abile uso di racconti chiave e dal confronto tenerissimo con l’amato fratello; alla ribellione “estetica” di un’adolescenza scambiata per gioventù a causa della fama e dei soldi; alla sua redenzione e trasformazione nel padre di famiglia e sportivo modello della fine della carriera, che tutti gli appassionati di tennis del mondo negli anni ’90 hanno vissuto e ammirato.
Ho raccontato pagine e pagine di questo libro a mia moglie (che detesta cordialmente il tennis) e ai miei figli, l’ho letto rubando il tempo necessario a tutto, salvo pentirmi, appena letta l’ultima parola, di averlo già finito. Open promette ciò che il suo titolo e la bellissima foto di copertina promettono, un racconto aperto (e spero con tutto me stesso sincero, come pare) e uno sbalordimento che stordisce dinanzi alla meraviglia della vita.
Le straordinarie vicende del protagonista, amplificate dalla fama mondiale e da una semplice capacità di stupire e colpire l’immaginazione collettiva, diventano il paradigma di tutte le storie in cui il protagonista affronta una sfida di cui farebbe a meno, ma che è inevitabile. Cade e si rialza, e in essa trova se stesso, l’amore e un equilibrio impensabile nei posti e nelle persone più improbabili, un ex allenatore di football leonardesco e un ex avversario ugly divenuto coach. Leggetelo e scoprirete una vita sorprendente e pura, un racconto appassionante in cui, ne sono certo, non salterete neanche la descrizione minuziosa ma centellinata, delle partite a tennis, anche se non ne vorreste mai vedere una.
Vorrei chiudere la recensione con un periodo, perfetto e capace della precisa sintesi di cosa ho letto, imparato e amato di questo libro: «Bud Collins, il venerabile commentatore e storico del tennis, coautore dell’autobiografia di Laver, sintetizza la mia carriera dicendo che mi sono trasformato da punk a modello di paragone. Sono sconcertato. Secondo me, Bud ha sacrificato la verità sull’altare dell’allitterazione. Non sono mai stato un punk più di quanto sia un modello adesso. Anche diversi giornalisti sportivi riflettono sulla mia trasformazione e quella parola mi amareggia. Penso che non colpisca nel segno. La trasformazione è un cambiamento da una cosa in un’altra, ma io quand’ho cominciato non ero niente. Non mi sono trasformato, mi sono formato. Quando ho cominciato a giocare a tennis ero come la maggioranza dei ragazzini: non sapevo chi ero e mi ribellavo al fatto che fossero i grandi a dirmelo. Penso che i grandi facciano sempre questo errore con i giovani, trattandoli come prodotti finiti quando in realtà sono in fieri. È come giudicare un match prima che si sia concluso e io ho recuperato troppo spesso e ho subito troppe furiose rimonte per pensare che sia una buona idea» (p. 280).

Bartolo Megna






sabato 5 ottobre 2013

Più lontano ancora

Jonathan Franzen, Più lontano ancora, Einaudi, Torino, 2012, 300 pp., ISBN 978-88-06-21324-4.

Un viaggio lontano, più lontano ancora, alla riscoperta di sé. Il bisogno/desiderio di allontanarsi da un mondo sempre più rumoroso, assordante e invadente. Facebook, Twitter, l’assalto alle vite altrui, voci gridate dentro ai telefonini, esibizione dei sentimenti. Si può scappare portando con sé pochissimi oggetti, indispensabili alla sopravvivenza, e le ceneri del grande David Foster Wallace scrittore di straordinario talento ma, prima di tutto, amico. E lì, su un’isola del Pacifico meridionale, a ottocento chilometri dalla costa del Cile centrale, cominciare un’avventura piuttosto insolita che ha come obiettivo quello di combattere la noia quotidiana e di provare a capire le ragioni della vita, dei propri fallimenti, della morte e del suicidio, ma anche ripercorrere le tappe dei primi romanzi e analizzare il contesto nel quale sono stati prodotti. Le correzioni, ad esempio, nasce da un momento di estrema confusione tanto nella scrittura, quanto nella vita privata di Franzen. Affinché il romanzo possa vedere la luce, è necessario che lo scrittore diventi un’altra persona e che si liberi dalla depressione, dalla vergogna e dai sensi di colpa.
Nascono così le 21 riflessioni di Franzen. Un libro insolito, eterogeneo, versatile che ci riguarda tutti perché non è a noi che parla, ma di noi, del nostro stare nel tortuoso e complesso mondo contemporaneo; della natura e del rispetto delle altre specie; dell’amicizia e della sconfitta, della fine dei sentimenti; ma anche dei libri – dai racconti di Alice Munro, alle pagine di Christina Stead, Donald Antrim, Frank Wedekind, Dostoevskij – di cui Franzen ci regala delle straordinarie recensioni.
Più lontano ancora è anche un libro sulla scrittura, o meglio, su come essere scrittori oggi, ai tempi dei sentimenti on-line. Scrivere significa essere e divenire [p. 116]: essere leali con se stessi e divenire sinceri. Questa fuga, che Franzen inizia dopo la tragica morte del suo grande amico Wallace, spinge lo scrittore ad affrontare, finalmente, sentimenti che fino a quel momento aveva preferito tenere chiusi dentro un cassetto. E, in fondo, cos’è scrivere se non questo tirare fuori la parte più nascosta di noi stessi? Veicolare pensieri e sentimenti? Ritornare all’amore reale? Perché – e questo è il sottile fil rouge che unisce le 21 riflessioni del testo – il mondo di Facebook ha sostituito all’amore reale il concetto più vile e narcisistico del piacere. La maggior parte delle persone, oggi, è instancabilmente dedita a un disperato desiderio di piacere, anche a costo di sacrificare la propria integrità. [p. 7] Così, mentre siamo indaffarati a recitare il nostro film, finiamo per perdere di vista quella vita vera in cui è impossibile piacere sempre. Perché nella vita vera siamo sicuramente meno appariscenti dell’ultima foto sul profilo e, forse, un po’ meno brillanti del nostro ultimo stato sulla bacheca ma, proprio per questo, molto più veri e autentici. Il problema è che spesso è proprio questa autenticità a paralizzarci e spaventarci perché «il vero io di un individuo non potrà mai piacer[e] da cima a fondo»[p. 8]. Dunque, l’amore spaventa la tecnologia perché ha il potere di smascherare la menzogna.
Scrivere in questo contesto diventa, quindi, un esercizio estremamente difficile e a volte perfino opprimente: sostituire alla pagina web del nostro social network preferito un foglio bianco, significa, infatti, accettare di passare dall’altra parte della barricata: abbandonare il sentiero dell’apparenza per entrare in quello più complesso e articolato del confronto con noi stessi e con la nostra mediocrità, col nostro non detto, col vissuto che porta con sé gli innumerevoli errori, le paure, le frustrazioni, le ansie. Mettersi a nudo può essere catastrofico, oppure, al contrario, può generare capolavori. Le opere d’arte nascono quando l’uomo smette di apparire forte e inizia a piegarsi sotto la mole violentemente feroce della paura della vita e del timore della morte; quando, cioè, ritorniamo ad essere umani.
Con questo libro, Franzen ci regala il suo ennesimo capolavoro. Riflettendo sul mondo e sulle sue cose, ci restituisce la genuinità della vita e dei sentimenti. Ognuno di noi avrebbe bisogno di trascorrere un po’ di tempo su quell’isola sperduta del Pacifico. Ma se non riuscissimo a farlo, almeno una volta nella vita, questo libro è qui per ricordarci che non occorre scappare dal rumore per ritrovare silenzio ed equilibrio. Basta soltanto smettere di aver paura di essere noi stessi.


Alessandra Mangano




giovedì 5 settembre 2013

Finzioni



Jorge Luis Borges, Finzioni, Torino, Einaudi, 1995, 154 pp. (ET Scrittori, 328), ISBN 978880617367.

Esistono libri cui si appartiene.
Non è necessario averli letti. Basta anche solo conoscerne il titolo, perché s'instauri un profondo legame tra la persona e il libro. E il titolo del libro ricorre nella vita, rincorre l'esistenza nelle strane circostanze, negli amori, nelle giornate infinite in cui è insopportabile riflettere, nelle giornate in cui la memoria fa cilecca e le immagini dei giorni andati ritornano confuse e fastidiose.
 È già il titolo a parlare, a trasmettere, a guidare riflessioni su mondi lontanissimi, girando l'angolo, e labirinti intricati.
 La mano, in totale autonomia, riempie le pagine di questo titolo.
Ficciones di Borges è tutto e niente. È niente come libro, raccolta di racconti. Ogni racconto è tutto. Ogni racconto è un universo che implode sulla sua contraddizione di surreale variante del mondo possibile. Come se, invece, nel nostro mondo non si scatenassero contraddizioni e situazioni surreali... la legge del verosimile in questo libro è ridicolizzata e violentata: non serve.
 Inutile seguire il filo di questo libro: è un dedalo, come quello di Ts'ui Pên, che fu governatore dello Yunnan, che dà incomodo alla memoria; una memoria che fa disprezzare di noi stessi, perché a ognuno mostra «sul volto il marchio della [propria] infamia».
 E la "luna" di Vincent Moon sorge sulle notti della lettura. E ogni pagina riapre le contraddizioni e le difficoltà. È un po' la storia della biblioteca di Babele e di tutti i libri: il dover essere, il voler dire, il dover dire, il voler dire, il dover dire, il voler essere.
 Bioy Casares è certo di aver letto la voce Uqbar nella opera The Anglo-American Cyclopaedia, ma noi siamo certi di queste "finzioni"?
 Non a caso in questa raccolta si può leggere la storia di Babilonia e della sua lotteria e dei suoi centri-scommesse che aprono in ogni quartiere e in cui tutti gli abitanti babilonesi giocano la propria esistenza e non la moneta. E c'è chi gioca l'intera pensione nelle riffe di Babilonia. Prima c'erano le librerie o i negozietti di alimentari, ora ci sono le finzioni del guadagno facile e della vincita al super enalotto. E mi viene in mente quello che scrisse Pessoa ne Il banchiere anarchico in merito alle finzioni sociali:

Il vero male, l'unico male, sono le convenzioni e le finzioni sociali, che si sovrappongono alle realtà naturali – tutto, dalla famiglia al denaro, dalla religione allo stato. Si nasce uomo o donna – voglio dire, si nasce per essere, da adulti, uomo o donna; non si nasce, a buon diritto naturale, né per essere marito, né per essere ricco o povero, come non si nasce per essere cattolico o protestante, o portoghese o inglese. Si è tutte queste cose in virtù delle finzioni sociali. Ora, queste finzioni sociali perché sono negative? Perché sono finzioni, perché non sono naturali. È negativo tanto il denaro che lo stato, l'istituzione famigliare come le religioni. Se ce ne fossero altre, che non fossero queste, sarebbero egualmente negative, perché sarebbero anch'esse finzioni, perché anch'esse si sovrapporrebbero e disturberebbero le realtà naturali. Dunque, qualunque sistema che non sia il puro sistema anarchico, il quale si prefigge l'abolizione di tutte le finzioni e di ciascuna di esse totalmente, è anch'esso una finzione. Usare tutta la nostra volontà, tutti i nostri sforzi, tutta la nostra intelligenza per creare, o contribuire a creare, una finzione sociale invece di un'altra è un assurdo, quando non è addirittura un crimine, perché è realizzare una perturbazione sociale con il fine esplicito di mantenere tutto uguale. Se riteniamo ingiuste le finzioni sociali perché schiacciano e opprimono quel che è naturale nell'uomo, a quale fine adoperarci per sostituirle con altre finzioni, quando possiamo agire per distruggerle tutte?
[...]
La tirannia che può essere scaturita dalla mia azione di lotta contro le finzioni sociali, è una tirannia che non parte da me e che dunque non ho creato io; sta nelle finzioni sociali, non l'ho sommata a quelle. Quella tirannia è la tirannia specifica delle finzioni sociali; e io non potevo, né era il mio scopo, distruggere le finzioni sociali. Glielo ripeto per la centesima volta: solo la rivoluzione sociale può distruggere le finzioni sociali; al contrario, l'azione anarchica perfetta, come la mia, può solo soggiogare le finzioni sociali, soggiogarle solo in relazione all'anarchico che mette in pratica quel processo, perché tale processo non permette una più ampia sottomissione di quelle finzioni [Fernando Pessoa, Il banchiere anarchico, pp. 14-15, 55].

 E se il dramma claustrofobico dei racconti di Borges necessita una fuga, è bene sapere che ogni via è preclusa. Nemmeno il sogno rappresenta una possibilità di evasione da queste finzioni sconcertanti. Divenire è un pericolo. Dormire anche, poiché il sogno, nel racconto Le rovine circolari, rischia di intrappolare l'esistenza nel sogno di qualcun altro. E chi ci dice che non siamo il sogno di qualcun altro?
E Finzioni è anche un'elucubrazione mentale. Gli anni della gioventù, le idee e i sogni mi avevano sempre fatto credere che le parole, e solo le mie, fossero le più vere. Credevo che i miei sentimenti fossero verità assoluta rivolta a persone vere, autentiche, legate a giorni vissuti, momenti goduti o funestamente occorsi.
 Poi però nella solitudine mi emozionai della finzione, di cose che oltre ad apparire sempre più lontane, apparivano irreali, incomprensibili. Ma la sorpresa terribile fu quella dello scoprire che la poetica creazione a vere e proprie finzioni fu rivolta. Finzioni di finzioni quindi: ispirata da finzioni, pséudea...
 Allora fu naturale porsi la domanda se anche tutto il resto non fosse anch'esso una finzione di finzioni.
 E la risposta fu solo una, nonostante Funes, tutto è finzione: ecco perché Finzioni.
 «Io ascoltavo con rispettosa venerazione queste antiche finzioni, forse meno ammirevoli del fatto che le avesse ideate un uomo d'un impero remoto, nel corso d'una disperata avventura, in un'isola occidentale. Ricordo le parole finali, ripetute in entrambe le versioni come per un comando segreto: 'Così combatterono gli eroi, tranquillo e ammirevole il cuore, violenta la spada, rassegnati a uccidere o a morire'» [Il giardino dei sentieri che si biforcano, p. 89].
Ecco perché finzioni ha un altro significato: separare e il suo contrario, unire. Già, perché finzioni e verità sono cose diverse, ma credere alle finzioni e non credere alla verità è la stessa cosa. Ed è inutile spiegare dove sta la finzione e dove la verità, tutto si mescola perché in ogni cosa si crederà in ciò che è conveniente e si taccerà di menzogna quello che non conviene.
 Ecco perché Finzioni di Borges è anche la fine di un amore, perché fu più facile credere e gioire delle finzioni, che delle verità.

Lorenzo Cusimano



venerdì 5 luglio 2013

Il Terrore ricordato



Sergio Luzzatto, Il Terrore ricordato. Memoria e tradizione dell'esperienza rivoluzionaria, Torino, Einaudi, 2000, 216 pp., ill. (Biblioteca Einaudi, 89), ISBN 8806153862.

Sergio Luzzatto studia in questo libro le memorie dei deputati della Convenzione Nazionale sopravvissuti al 1816.
La Rivoluzione francese è gravida di segni, memorie e ricordi. Tanti gruppi di individui risultano «entro l'orizzonte memoriale della Rivoluzione francese» [p. 8], eppure la vicenda dei Convenzionali in esilio e del loro "rituale mnemonico" appare particolarmente significativa per comprendere al meglio l'eredità e il peso che, la Rivoluzione francese e le scelte di coloro che ne furono gli attori, ebbero nell'immaginario dei contemporanei e della generazione successiva.
Emblematica è la storia della Convenzione, in carica dal 20 settembre 1792 al 26 ottobre 1795, la quale si attribuisce il compito di stabilire una nuova Costituzione dopo la deposizione del Monarca. Sulla Convenzione pesa però ancor di più l'accusa di regicidio. E, sebbene la condanna a morte di Luigi XVI fosse un'accusa infamante e su cui la restaurazione borbonica basò la sua loi d'amnistie, a dipingere i Convenzionali «quali esseri meschini, abietti, crudeli: ladri di polli, violentatori di donne, macellai di avversari politici» [p. 9] fu l'accusa di aver scatenato il Terrore e appoggiato il "delirio" di Robespierre.
I Convenzionali in esilio, guardati a vista dalle autorità, fanno i conti con il passato nella loro vecchiaia, con il Novantatré che li accomuna.
Il libro non è una raccolta di memorie. È più un viaggio, un tentativo di comprendere a pieno le esperienze di uomini temprati dagli eventi storici, il loro pensiero politico e il giudizio sulla Rivoluzione di chi è sopravvissuto e di chi le ha dedicato la propria vita.
Baudot, Bailleul, Grégoire, Maignet e Thibaudeau sono soltanto alcuni dei Convenzionali con cui Luzzatto cerca di ricostruire i giorni dell'esilio e con essi quelli della Rivoluzione.
Il libro affronta il tema del "Terrore ricordato" dal punto di vista dei temi ricorrenti nelle Memorie compilate dai Convenzionali stessi o in quello che si conserva ancora di loro.
Nel capitolo L'antichità non tornerà [pp. 29-55] sono frequenti i riferimenti all'epoca classica, alla democrazia e alla libertà degli antichi nelle visioni del passato dei "terroristi": più volte i Convenzionali richiamano gli "eroi" della Roma repubblicana, Cincinnato, Bruto, Silla; più volte sono citati Plutarco e le sue opere, affinché le memorie rivoluzionarie trovino giustificazione.
Non è soltanto lo sguardo all'antichità a smuovere il ricordo, ma anche la passione politica, il sogno, le intenzioni della Rivoluzione. A questo tema è dedicato il capitolo Le speranze dei moderni [pp. 57-65]. Nelle parole dei Convenzionali è ancora fermo il proposito della giustezza delle decisioni dell'assemblea: è ancora vivo il credo nella Grande Nazione, nelle leggi; si critica la Restaurazione e si chiede la grazia per ritornare in Patria.
Nelle memorie dei padri incorre la sorte dei figli, destinati a veder cancellato il proprio nome perché figli di "regicidi" o a dover convivere con la diffidenza e il sospetto di chi conosce la storia dei loro padri. A questo tema è dedicato il capitolo Essere figlio di convenzionale [pp. 137-169].
Il capitolo Ricordi onorati, ricordi inventati [pp. 171-201] è dedicato invece alla fortuna che il mercato delle memorie dei rivoluzionari, e dei convenzionali in particolare gode negli anni della Restaurazione.
Il capitolo Il giorno dei ricordi e dell'oblio è, a mio avviso, il più importante, poiché in esso Luzzatto cerca di dare una prospettiva, che non sia una semplificazione sintetica delle esperienze di uomini in esilio, ma che recuperi «la dimensione verticale dei destini individuali, ritrovando gli ambiti più personali in cui la memoria dei convenzionali si attiva e i risultati più originali cui essa perviene» [p. 85].  È in queste pagine che il valore della memoria assume il suo significato più profondo per i protagonisti del '93. La memoria serve a «ribadire»: di fronte a un deludente presente, il recupero di un passato entusiasmante fa sì «che certi Uomini senza Nome [riconoscano] un'estrema ragione di vita» [p. 88]. E la memoria del passato serve anche a capire la Rivoluzione, i suoi vizi, i suoi errori e le tante virtù: l'eterna contrapposizione tra l'Ottantanove e il Novantatré. Ma il ricordare è anche catarsi, ricordare per dimenticare e dimenticare per ricordare; contraddizione in termini che, tuttavia, mette in luce la complessa questione della memoria dolorosa, della gratitudine mancata, della sconfitta, del fallimento e dell'esilio. I convenzionali, pur nel silenzio, ripercorrono il Terrore: ogni giorno della loro vita fecero i conti con le conseguenze delle loro azioni. La Francia del 1816 è una Francia cambiata, e nello stesso tempo non è quella per cui avevano lottato: questo fu il dramma dei convenzionali.
Il libro riporta anche delle tavole illustrate con alcuni dei più celebri dipinti di David, tra i quali spicca il ritratto di Sieyès, dallo «sguardo disperato, o soltanto severo?» [p. 115].

Piero Canale


mercoledì 5 giugno 2013

Ave Mary



Michela Murgia, Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna, Cles (Trento), Einaudi, 2012, 166 pp. (Super ET), ISBN 978-88-06-21458-6.

Dalla partecipazione ad un convegno in Sardegna sul ruolo della donna è scaturita la  volontà della scrittrice di riflettere più a fondo su questo tema. La Murgia, già vincitrice del Premio Campiello 2010 per Accabadora, è dichiaratamente una cattolica praticante che ha voluto rileggere, a partire dalla figura biblica della Madonna,  la realtà contemporanea femminile. Nell'introduzione ne spiega il motivo: «Sono sempre stata convinta che l'educazione cattolica abbia ancora un ruolo fondamentale nel fornire chiavi di lettura al nostro mondo, e anche quando crescendo molti abbandonano le convinzioni di fede o quando non le hanno mai avute, quell'imprinting culturale non viene mai meno, anzi continua a condizionare il nostro stare insieme di uomini e donne. Con tanta più efficacia di quanto meno viene compreso e criticato» (p. 7).
Sedimentazione – anche inconscia – di modelli (con riferimenti anche alle altre figure femminili bibliche) dunque, ma questo nelle intenzioni vuol essere un «libro di esperienza e non di sentenza»(p. 7). Non è una catechesi, ma la trattazione, in altrettanti capitoli, di sei temi-cardine della quotidianità sociale italiana, cercando di analizzarne le possibili radici nella formazione cristiano-cattolica. La scrittrice asserisce e argomenta così che tali origini, più o meno intenzionalmente, a tratti molto si discostano dalla effettiva narrazione biblica: l'immaginario collettivo nei secoli ha fatto di Maria la Madre e la donna angelicata assunta in cielo come in trionfo di Murillo. Ma in effetti Maria era la timida ragazza annichilita dall'annuncio, dipinta da Rossetti o, come scrivono i testi, una coraggiosa sedicenne che ha scelto autonomamente di dire 'sì' alla domanda dell'Angelo?  La risposta si svela nel corso della lettura.
Tratta il tabù della morte il primo capitolo («L'Italia è una repubblica fondata sulla negazione della morte», p. 10), che implica il “morire” dell'uomo e l'”essere morta” della donna; il secondo è il capitolo della Mater dolorosa, del vincolo cioè che lega la maternità al dolore – sia fisico che spirituale – da Eva in poi. Murgia prosegue, nel terzo capitolo, con l'analisi della “santità” femminile: se prima passava obbligatoriamente dal velo o dalla eroica castità, ora sembra dipendere dalla custodia esemplare del focolare domestico; nel quarto tratta di bellezza, partendo dall'assunto del kalòs kai agathòs e di Dorian Grey, la scrittrice scrive: «sono sempre le donne protagoniste dei messaggi pubblicitari collegati alle disfunzioni corporali, e spesso sono donne non più giovani il cui decadimento fisico è un appetibile terreno di marketing» (p. 89).
Dio è padre o madre? Il penultimo tema affrontato nel volume sembra esser stato risolto da Ratzinger con l'espressione del luterano Bonhoeffer: Egli è il “totalmente Altro”, ma il discorso argomentato è più vasto. L'ultimo capitolo parla di matrimonio, del rapporto uomo/donna tradizionalmente raffrontato a quello Cristo/Chiesa: ma la subordinazione femminile è veramente scritta nella Bibbia? Quale parte è storicizzazione e quale dottrina?
Lo sguardo critico della Murgia non è spassionato, perché, essendo donna, è di parte: ma è di certo sincero, perché «da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme» (p.8).

Eloisia Tiziana Sparacino


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venerdì 5 aprile 2013

Finale di Partito



 Marco Revelli, Finale di Partito, Torino, Einaudi, 2013, 137 pp., ISBN 978-88-06-21554-5.

I partiti politici, così come li abbiamo conosciuti nel Novecento, non esistono più, «sono divenuti  d’un colpo elastici e permeabili» (p. IX). Questo, in breve, il punto attorno al quale Marco Revelli – docente di Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale – costruisce un’analisi lucida e al contempo sconvolgente del nostro attuale panorama politico e istituzionale.
Un presente difficile da interpretare se pensiamo, ad esempio, alle amministrative del 2012 quando nel «Mugello del centrodestra» (la Brianza), il PDL è sceso dal 30-38% al 7-15%, mentre la Lega è passata dal 25-35% all’11-20%. Analoghi dati si sono verificati poi, anche in altre zone del Nord Italia (Cesano Maderno, Cassano Magnago paese di Bossi, Tradate, Besozzo etc.). Un’emorragia di voti senza precedenti: tutto il Nord profondo targato Lega e PDL abbandona i tradizionali partiti non soltanto perché gli scandali che hanno travolto i due leader (Bossi e Berlusconi) fanno a pugni con gli innumerevoli suicidi di piccoli imprenditori che, strozzati dalla crisi e dalle tasse, non riescono più ad andare avanti. Queste sono infatti quelle che Revelli chiama «spiegazioni ordinarie» (p. 6) e non bastano affatto a chiarire cosa sta davvero accadendo.
In primo luogo va detto che alla perdita di voti del centrodestra non ha corrisposto affatto – come accade solitamente nella logica democratica dell’alternanza – il recupero di altrettanti voti da parte del centrosinistra. Anzi, anche in quest’ultimo caso c’è stata un’emorragia di voti consistente. A vincere in queste aree è invece il Movimento 5 Stelle. Tertium datur verrebbe da dire, capovolgendo la celebre locuzione latina.
Vero protagonista delle amministrative del 2012 sembra però – accanto al M5S – l’astensionismo di cui è cambiata, invertendosi, persino la geografia: in questa occasione la diserzione alle urne è stata più forte nelle zone del Nord Italia che, fino a qualche anno fa, risultavano essere le più virtuose. Mentre il Sud, in primis la Calabria, ha dimostrato un maggiore «senso civico».
Se a rinunciare al diritto al voto sono le tradizionali regioni rosse e quelle del profondo Nord, è abbastanza chiaro, dice Revelli, che la disaffezione nei confronti della politica ha toccato maggiormente le parti più politicizzate del paese.
Ma da dove prende i voti il Movimento 5 Stelle? Da Lega, Idv e dall’area della sinistra. I voti del Pdl si perdono invece nell’astensionismo. Fin qui l’analisi lucida dei fatti.
Ma cos’è successo davvero alle tradizionali forme di rappresentanza Novecentesca?  L’autore decide di concentrarsi sull’analisi di quest’ultimo anno: da una parte il governo Berlusconi che viene messo ko dallo spread e, dall’altra, la nascita di un Governo dei tecnici, il cui Presidente appare come un deus ex machina calato dall’alto dal Capo di Stato Giorgio Napolitano, per scongiurare le urne in un momento difficile a causa dei mercati in fibrillazione. Come leggere questi due importantissimi avvenimenti? L’Italia che è una delle più importanti Repubbliche parlamentari, ha assistito ad un processo in cui il Parlamento, esautorato dalle sue funzioni, è rimasto fuori dalla crisi che è stata invece gestita dall’alto e non perché – aggiunge Revelli – qualcuno ha impedito ai partiti di agire, ma «per incapacità manifesta» (p. 17) di fare politica da parte del Parlamento stesso. Abbiamo cioè assistito a un «trasferimento assiale di sovranità» (p. 18) in cui l’uomo del Quirinale prevale su Parlamento e Governo. Sta accadendo nuovamente, in queste ore convulse dopo le consultazioni, in seguito alle quali ancora una volta è Giorgio Napolitano a gestire l’impasse con l’istituzione delle due commissioni di saggi.
Come reagiscono gli elettori dinanzi a tale scenario? Nel primo caso si sono comportati conseguentemente all’atteggiamento tenuto dalle forze politiche e questo spiegherebbe i risultati delle scorse amministrative.
      Ma la crisi di rappresentatività non è un fatto ascrivibile al 2012, era già partita un anno prima quando, in due città chiave come Napoli e Milano, a vincere le amministrative sono stati due uomini nuovi, fuori dalle logiche di partito e di schieramento: De Magistris e Pisapia.
E, se proprio si vuole essere precisi, bisogna andare ancora a ritroso nel tempo, ai referendum abrogativi del giugno 2011 il cui significato è importantissimo perché i temi sul tavolo non erano affatto rispondenti a logiche di partito; lo dimostra il fatto che filonuclearisti e politici scettici sulla “nazionalizzazione” dell’acqua c’erano anche nel centrosinistra. Secondo Revelli quel voto referendario mostra fortemente «una rivendicazione e una ri-appropriazione di ciò che è comune da parte della comunità: dei cittadini che ne rivendicano l’inalienabilità, al di là di ciò che possono decidere i loro rappresentanti politici» (p. 21).
Ci siamo trasformati dunque in una «democrazia senza popolo» e potremmo trovarci presto dinanzi a un «popolo senza democrazia» (p. 26). Se pensiamo infatti agli innumerevoli scandali bipartisan: dal sistema Penati allo scandalo Ruby; agli indagati; alle immunità per reati di mafia (Cosentino, Romano…); agli sprechi dei rimborsi elettorali, è facile intuire le profonde ragioni del rancore che muove i cittadini contro le istituzioni che dovrebbero rappresentarli.
La sfiducia nei partiti non è poi un fenomeno solo italiano ma coinvolge l’intero Occidente industrializzato ed è oggetto di numerosi studi. Ricerche non tanto recenti fanno riferimento a un discorso tenuto da Jimmy Carter, ex presidente degli USA nel 1979, in cui egli accenna già alla crisi di fiducia che i cittadini americani mostrano nei confronti delle istituzioni di governo.
Da queste ricerche emerge che il sentimento che accomuna gli elettori di tutto l’occidente è l’insofferenza nei confronti della «connotazione oligarchica dei propri sistemi consolidati di rappresentanza» (p. 33), cosa di cui, peraltro, aveva  già parlato, un secolo fa, Roberto Michels nella sua «teoria elitista» della politica (p. 38): ogni processo democratico è destinato, per forza di cose, a sfociare nell’oligarchia.
Non è dunque possibile ampliare la partecipazione democratica. Agli inizi magari gli obiettivi cui tendono sia il Partito che lo Stato sono nobili, ma quando la democrazia comincia a crescere e dunque ad ampliarsi, parallelamente cresce anche il bisogno di affidarne la direzione a un gruppo di cosiddetti capi. Michels paragona questo processo a un morbo autoimmune nutrito dalle masse  che mostrano di avere una naturale tendenza a sottomettersi a un padrone e a delegare tutto. 
Preferibile dunque per Michels –  che non per nulla aderì al fascismo – il rapporto diretto tra il Capo e la Massa senza «la mediazione non solo ingombrante ma deviante – parassitaria e generatrice di privilegi – della burocrazia di partito e di apparato» (p. 47).
Dopo il secondo conflitto mondiale però, si ritorna con convinzione alla democrazia rappresentativa e questo ritorno dura – in modo meno convinto forse, ma pur sempre forte – fino agli anni settanta e ottanta. Perché oggi la fiducia nella democrazia è venuta meno in modo così forte? Secondo Revelli i vecchi leader erano amati dalla massa sia per i sacrifici cui hanno dimostrato di saper far fronte, che per le rinunce, il senso dello Stato. Oggi invece i capi partito sono avvertiti sempre più come “casta” piena di privilegi e vizi, i leader sono peggiorati, sono mediocri, non conoscono i problemi della gente, sono inefficienti: di Peggiocrazia parla a tal proposito l’economista Luigi Zingales, ovvero di una zona grigia in cui si è definitivamente rovesciato il tradizionale rapporto che legava masse ed èlite istituzionali nel Novecento, quando le prime erano mobili mentre le seconde rappresentavano il punto fermo.
Ma non sono solo i leader politici ad essere cambiati. Protagonisti del mutamento sono anche gli elettori oggetto della rappresentanza: da braccianti e operai del Novecento siamo passati agli studenti, ai tecnici, agli intellettuali e ai professionisti. Questi nuovi elettori tendono ad autorganizzarsi, in una logica di subpolitcs o di politica della seconda modernità (si vedano a tal proposito le teorie di Ulrick Beck) una politica dal basso che «tende a mobilitare [orizzontalmente] tutti i settori della società» (p. 60).
Infine, la crisi della tradizionale organizzazione politica – il partito – è ascrivibile anche all’avvento del post-fordismo e ad un terzo mutamento, quello del modello organizzativo, che si concretizza nel passaggio dal «paradigma socio-produttivo» (p. 65) fordista-weberiano ad un altro diverso e contrapposto che non è più basato sulla centralizzazione, ma sul decentramento e la delocalizzazione: una sorta di vero e proprio post- fordismo politico.
Lo stesso Weber aveva profetizzato, già nel 1918, il passaggio dalla democrazia statale alla democrazia burocratizzata.
Le macchine organizzative novecentesche hanno tutte le stesse caratteristiche: dalla fabbrica, all’esercito, ai partiti, alle Chiese… queste macchine hanno funzionato bene fino a qualche tempo fa, poi all’improvviso – impossibile dire con precisione quando – hanno smesso di funzionare. Non è stato soltanto il funzionamento dei partiti a incepparsi, ma tutto il sistema: dai mercati che «si fecero a un tratto saturi, a crescita lenta, o vicina allo zero» (p. 76) alle amministrazioni pubbliche con i bilanci in rosso e un altissimo tasso di inefficienza. E se muta l’economia col passaggio da un tipo di organizzazione burocratica a uno di tipo catalitico (p. 78),  allora è inevitabile che anche i partiti di massa siano destinati a cambiare, specialmente quelli di tradizione socialista e comunista. Proprio i partiti comunisti sono quelli che meno di tutti sono riusciti a reggere al mutamento e, di conseguenza, sono scomparsi. Proprio loro che avevano basato tutto sulla logica della centralizzazione non hanno retto, un po’, dice Revelli, «come accadde ai sovrani d’Ancien régime quando venne meno l’antico principio dinastico» (p.83).
Il sistema fordista implode per diverse ragioni: la prima in assoluto è quella relativa ai costi organizzativi utilizzati per far funzionare i «giganteschi apparati» (p.84), troppo alti in un’epoca in cui la domanda era stagnante e la produzione si articolava ormai in piccoli lotti. Meglio pagare solo quando si acquista ed eliminare i costi fissi. Anche i partiti dovettero fare i conti con i costi di gestione. E proprio su questo tema, ovvero quello dei costi, si gioca oggi la crisi attuale della politica e aggiungerei anche del sindacato, almeno nella sua forma confederale. La politica post-fordista costa di più perché «deve comprarsi quanto non sa più (e non può più) produrre da sé, a cominciare dalla fiducia degli elettori» (p. 85).
Quindici anni fa Bernard Manin aveva illustrato il passaggio dalla «democrazia dei partiti» alla «democrazia del pubblico» (p. 105); ancor prima la democrazia dei partiti aveva sostituito il parlamentarismo delle origini. Secondo Manin queste trasformazioni sono strettamente connesse alle trasformazioni sociali, il fatto che oggi i partiti sono in declino è dovuto, a suo dire, alla liquefazione della società di classe novecentesca. Nella democrazia del pubblico non si vota più per il partito bensì per la persona, esattamente come nel parlamentarismo delle origini. La differenza sta nel fatto che mentre nel parlamentarismo elettore ed eletto spesso si conoscevano, nel caso della democrazia del pubblico gli elettori sono messi in contatto con gli eletti dai media.
Partendo dalle considerazioni di Manin possiamo definire quella dei grillini “democrazia di pubblico?”  La posizione del Movimento è perfettamente espressa dai due deputati del M5S al termine delle consultazioni con il capo dello Stato: «non abbiamo il nome del nostro candidato premier – dice il cittadino Crimi alla stampa incredula – ma non importa, lo troveremo due minuti dopo aver ricevuto l’incarico di formare un governo»; «ciò che conta – gli fa eco la Lombardi – non è la persona ma il programma del movimento». Bastano queste dichiarazioni a rendere il M5S una democrazia di pubblico?
Beppe Grillo non vede nella crisi dei partiti cause sociali e culturali. Pensa invece che la causa sia piuttosto tecnologica: la rete ha lo stesso ruolo che l’automobile e la produzione di massa standardizzata ebbero nel sancire la fine del «partito dei notabili» e della «democrazia parlamentare». La fine della politica così come l’abbiamo conosciuta dal Novecento a oggi, è un bene secondo Grillo, perché permette lo sviluppo di una democrazia diretta. La rete sostituirà tutto: giornali, tv, libri. I partiti spariranno e lasceranno il posto ai movimenti;  la rete, quindi, avrà lo stesso ruolo che, ai tempi della Riforma protestante, ebbe l’invenzione di Gutenberg. Alla stregua dell’invenzione della stampa – che nel 1500 favorì il diffondersi delle idee protestanti, contribuendo ad eliminare il divario tra i fedeli e le Sacre Scritture – la rete permetterà  ai cittadini di partecipare attivamente al processo decisionale e legislativo. La rete inoltre permette già «di emendare la politica dal vero male del secolo: la sua connessione con il denaro» (p. 117). Ancora una volta torna in mente l’accostamento a Lutero e alla sua battaglia contro il mercato delle indulgenze e la corruzione di Roma. Eppure la legge di Michels è sempre lì e prima o poi anche il Movimento 5 Stelle sarà inevitabilmente soggetto alla sottomissione a un processo di oligarchizzazione. Anzi, ne è già vittima, in quanto gli stessi membri delle commissioni nominate da Napolitano sono vere e proprie oligarchie (come ricordava qualche giorno fa Barbara Spinelli in un suo interessante editoriale) e tale risultato è frutto anche dell’indisponibilità del M5S a trattare con Bersani per rendere possibile la formazione di un governo.
Dunque più che di democrazia di pubblico dovremmo forse parlare di “democrazia immediata elettronica” che, se può anche andar bene quando c’è da scegliere tra due opzioni (ad esempio se sia meglio bombardare la Libia oppure costruire ospedali) potrebbe invece rivelarsi un boomerang, se si dovesse chiedere al web, sull’onda emotiva di un delitto, se si è favorevoli o contrari alla pena di morte, o se si approva o meno il ricorso alla guerra dopo un eclatante attentato. Questo tipo di democrazia potrebbe dunque rivelarsi un disastro.
Ma come siamo arrivati a questo punto? Si può davvero pensare di risolvere tutto addossando la colpa a quella che alcuni, forse in maniera semplicistica, hanno definito antipolitica, ma che – avvisa Revelli – andrebbe più opportunamente definita come contro-democrazia, che non è affatto la negazione della democrazia? Il popolo sente il bisogno di controllare gli eletti per evitare abusi di potere e corruzione. Una vera «democrazia della sorveglianza» (p. 123) in cui «il controllo monopolistico dello spazio pubblico da parte del partito novecentesco è finito» (p. 135) e lo dimostrano non solo Grillo, ma anche figure ambivalenti come quella di Renzi, che piace a sinistra e non dispiace a destra e che parla più o meno un linguaggio analogo, per certi versi, a quello grillino; e le primarie che – da che mondo è mondo – si celebrano sempre in concomitanza di una crisi di consenso: è accaduto nel 1995 in Francia; in Spagna all’epoca di Felipe Gonzàlez; negli anni ‘90 in Inghilterra.
Quali sono le responsabilità della politica? Perché – ci si chiede – bisognava aspettare Grillo per iniziare una seria e attenta rivalutazione degli sprechi della politica, oppure per comprendere la profonda necessità di dare al Paese una legge anticorruzione; o ancora accordare il rispetto dovuto alla volontà popolare su temi importanti quali l’ambiente, le energie alternative, i beni comuni?  
Un libro dal finale aperto: una domanda bruciante – è possibile una politica oltre i partiti? – che resta drammaticamente senza risposta e che oggi è ancora più attuale e incalzante, in questa crisi istituzionale senza precedenti, i cui scenari possibili diventano, ogni giorno che passa, più preoccupanti.

Alessandra Mangano