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lunedì 5 ottobre 2015

Stessa misura, stesso peso, stesso nome

Antonino Giuffrida, Stessa misura, stesso peso, stesso nome. La Sicilia e il modello metrico decimale (secoli xvi-xix), Roma, Carocci, 2014, 172 pp. (Biblioteca di testi e studi, 941), ISBN 978-88-430-7381-8.

Non capita quasi mai di chiedersi nella vita di tutti i giorni da dove provengano o come siano nate le unità di misura, che noi utilizziamo quotidianamente in molte azioni comuni, senza nemmeno rendercene conto: fare la spesa («mi dia 3 etti di prosciutto»), comprare un abito di tagli 48, fare il pieno di benzina. Eppure il sistema metrico-decimale, che noi usiamo con la naturalezza di chi lo utilizza da sempre, non è stato sempre il sistema ponderale in uso in Europa e nel resto del mondo, sebbene esso sia in campo internazionale riconosciuto e adottato da quasi tutti i paesi con qualche eccezione (vedi per esempio il Regno Unito e gli Stati Uniti).
Prima dell'introduzione del sistema metrico-decimale, la quale fu favorita anche dalla sua scientificità (i progressi scientifici tra Seicento e Settecento sarebbero stati impensabili senza il sistema metrico-decimale), in Europa erano in uso sistemi ponderali "a misura d'uomo" (il piede, il palmo, il rotolo, la canna, ecc.), ma che di fatto erano sistemi di numeri complessi. Per spiegarci meglio: il palmo, unità di misura di lunghezza corrisponde a 12 oncie (sottomultiplo), mentre il miglio, multiplo del palmo, corrisponde a 5760 palmi, tralasciando però tutti gli altri multipli e sottomultipli.
I sistemi ponderali di antico regime sono particolarmente interessanti, perché possiedono una forte connotazione sociale e politica e sono misura dei rapporti «che intercorrono tra ceti e delle regole di funzionamento di un mercato». Per questo motivo le riforme di tali sistemi in età moderna indicano la «attivazione dei processi politico-istituzionali di transizione, che caratterizzano gli Stati di antico regime nella fase che porterà ai nuovi equilibri ottocenteschi» (p. 11).
In Stessa misura, stesso peso, stesso nome di Antonino Giuffrida, docente di storia moderna all'università di Palermo, oltre ad essere descritto il sistema ponderale siciliano di antico regime, si analizzano le vicende storico-istituzionali di due importanti riforme del sistema ponderale nel 1601 e nel 1809 avvenute nel regno di Sicilia, fino all'introduzione del sistema metrico-decimale con l'unità d'Italia.
La riforma del sistema ponderale siciliano che si realizza nel 1809, manifesta la volontà di fare ordine in un sistema caratterizzato da una pluralità di soggetti, che godono del favore della tradizione e del privilegio, e quindi di «imporre una sola misura in tutto il Regno», visto che ogni città vantava le sue varianti (ad esempio la "canna", unità di lunghezza se era palermitana equivaleva a m. 2,046142, se era di Messina era di m. 2,090274, mentre con la riforma del 1809 fu fissata a m. 2,06783), che è innanzitutto un tentativo di «consolidare la centralità dello Stato» (p. 12).
Il nuovo clima culturale e civile d'inizio Ottocento e i risultati della rivoluzione scientifica dei secoli precedenti rendono possibile una riforma del sistema ponderale siciliano. Il vero motore della riforma è l'astronomo Giuseppe Piazzi, che insieme ai professori Domenico Marabitti e Paolo Balsamo formano la Deputazione dei pesi e misure. È proprio il Piazzi, infatti, a escludere l'adozione del sistema metrico decimale, per elaborare una «razionalizzazione del sistema basato sui numeri complessi, e in particolare, sul 12, [...] eliminando tutte le varianti accumulatesi nel tempo» (p. 84). La riforma dell'astronomo Piazzi non è indolore e priva di conseguenze. A insorgere contro la riforma sono i Consigli civici e alcuni uffici, che si trovano privati d'un tratto da prerogative secolari. Critiche al nuovo sistema provengono anche dalla Giunta dei Presidenti e del Consultore. Tuttavia la riforma sopravvive, nonostante le difficoltà, sopravvenute dopo l'unione amministrativa del Regno di Sicilia e di Napoli, anche se tra le due parti del regno rimangono vigenti due sistemi differenti.
L'esperienza della Deputazione è importante per la storia siciliana, poiché segna la rottura con un sistema di misurazione inconciliabile la "grande trasformazione economica" che è in corso in Europa. Ciò è dimostrato anche dalla continuità non solo archivistica, ma anche amministrativa tra la Deputazione e la Giunta metri siciliana cui spetta il compito della conversione del sistema siciliano a quello metrico decimale esteso dal regno di Sardegna all'Italia unita.
Per i motivi sopra esposti il libro di Giuffrida è un utile e importante strumento per gli studiosi di storia siciliana e di metrologia.


Piero Canale



martedì 2 giugno 2015

Vite in cambio

Santino Gallorini, Vite in cambio. Gianni Mineo, il partigiano infiltrato che salvò dalla strage la popolazione della Chiassa, presentazione di Ivo Biagianti, Roma, Edizioni Effigi, 2014, ill., 201 pp., ISBN 978-88-6433-434-9.

Siamo tanto assuefatti al cinema e alle storie inverosimili, coscienti della finzione, ma avidi di spettacolarità, che, a leggere il libro di Santino Gallorini sulle gesta eroiche di Gianni Mineo, rimaniamo indifferenti, convinti di una finzione, delusi per i contenuti effetti speciali.
Siamo tanto avvelenati dalla deriva (s)fascista, dal berlusconismo mediatico (che è ormai tratto distintivo della cultura italiana) e da un'indifferenza (e anche un odio) verso l'Italia, la sua storia e gli uomini che l'hanno fatta, a tal punto da ritenere ogni storia, ogni racconto, ogni testimonianza, ogni esperienza una prova di una malafede, di una menzogna a uso e consumo dell'interesse di qualcuno.
Per questi motivi non siamo abituati alle storie come quella di Gianni Mineo, partigiano bagherese diventato "eroe della Chiassa" per aver salvato 200 persone a pochi minuti dalla fucilazione che i tedeschi avevano ordinato come rappresaglia al rapimento, da parte di una banda di slavi evasi dopo l'8 settembre dal campo di concentramento di Renicci (Anghiari), del colonnello Maximilian von Gablenz.
Non siamo abituati alla storia, confermata dalle fonti e dalle testimonianze di chi era presente e di chi visse tragicamente quei momenti di qualcuno che mette a rischio la propria vita per salvare quella di altri.
Siamo così negletti e meschini che ci voltiamo quando vediamo la "banalità" di una buona azione. Siamo così sporchi e coinvolti nella politica del "tutto oggi che domani non si sa", che ci piace denigrare chi ha fatto una scelta, chi ha deciso da parte stare usando la coscienza e non il mero profitto.
La storia della Resistenza e dei partigiani è prima di tutto storia di donne e di uomini, che hanno fatto una scelta, una scelta precisa: da quale parte stare. La parte di chi vuole lottare per cacciare i tedeschi che hanno invaso la penisola e liberare l'Italia, ma soprattutto per terminare una guerra incomprensibile, ingiusta, assurda, folle.
Santino Gallorini, con metodo storico e intuito di cacciatore di tracce, ricostruisce attraverso le fonti d'archivio, le testimonianze dei sopravvissuti e le memorie lasciate da Gianni Mineo, un capitolo della Resistenza, che insieme con le altre pagine di storia di quei tragici anni '40, contribuisce a rendere più chiara la storia italiana e chi sono gli italiani, che hanno permesso un riscatto democratico di una nazione stuprata dalla dittatura fascista.
Il merito di Santino Gallorini è di aver reso questo libro importante sotto molti aspetti, di cui due ritengo essere essenziali. Inutile ribadire poi il contributo che questo libro dà alla storia di Arezzo e della Toscana, e nello stesso tempo alla storia della Resistenza, e in particolare del contributo dei siciliani alla liberazione dal nazifascismo.
Il primo aspetto importante di questo libro è stato quello di raccogliere e far venire alla luce la bella vicenda di Gianni Mineo, altrimenti dimenticata «nelle pagine di un libro sfascicolato sul marciapiede presso la stazione di Arezzo». Una vicenda che Franco Ciminato, responsabile dell'ANPI di Bagheria descrive come «una storia dei paladini di Francia uscita da una pala dei Fratelli Ducato, Mineo con il suo inseparabile cavallo bianco, sembra la materializzazione di quei personaggi, nato in una Bagheria mitica che, Ignazio Buttitta altro partigiano e poeta, ci ha cantato insieme a Ciccio Busacca, o che Renato Guttuso ci ha dipinto nella serie dedicata alla resistenza per l'appunto, sembra un ritratto uscito da una foto e narrata in quel capolavoro che è Quelli di Bagheria di Ferdinando Scianna. Sembra una parte mancante nel film Baaria, o uno spezzone proiettato dentro il film Nuovo Cinema Paradiso di Peppuccio Tornatore».
 Il secondo aspetto importante è l'attenzione rivolta ai vivi, i 200 salvati dall'eroe bagherese e agli stessi Mineo e Rosario Montedoro, che dopo la guerra tornarono ad essere cittadini e lavoratori, e non ai morti, superando in questo modo un'assurda contrapposizione di natura ideologica, che si riduce miseramente alla conta dei morti di una parte e dell'altra per vedere chi ha ragione.
Questo libro fa bene all'anima, poiché dà la possibilità di ritrovare una dimensione umana dell'impegno e del sacrificio per gli altri, che la frenesia politica e tecnologica di questi ultimi anni inesorabilmente corrode.


Piero Canale



Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna

Sandro Landi, Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna, Bologna, Il Mulino, 2011, 160 pp. (Universale Paperbacks il Mulino, 609), ISBN 9788815233912.

Il volume s'inserisce nell'ampio dibattito storiografico degli ultimi anni sulla stampa, la censura e l'opinione pubblica. Sandro Landi propone una «sintesi problematica» dei fenomeni in questione, ritenuti «costitutivi del mondo moderno» (p. 7), ripercorrendo una vasta letteratura e dando largo spazio agli orientamenti della ricerca storica recente.[1]
I tre oggetti del libro - la stampa, la censura e l'opinione pubblica - mostrano prospettive nuove e intercorrelate, man mano che gli studi di storia del libro affinano i propri strumenti di analisi e d'interpretazione. I risultati evidenti sono, infatti, fitte correlazioni tra i tre ambiti di ricerca.
Il primo capitolo, La rivoluzione della stampa (pp. 11-25), è dedicato all'invenzione della stampa a caratteri mobili, che la storiografia tradizionale ha sempre identificato come uno dei presupposti della modernità e dei progressi sociali e scientifici, e che, alla luce di nuovi studi, nella lettura di Landi è ridimensionata nel suo presunto «carattere rivoluzionario» (p. 11). Essa sarebbe, infatti, non tanto l'innovazione tecnica che rende possibile un «mondo nuovo» (p. 14), bensì una «invenzione che emerge in un contesto che è di profondo mutamento dello spazio del pensabile e del possibile» (p. 14).
Il secondo capitolo, Tra continuità e mutamenti (pp. 27-48), evidenzia l'evoluzione della stampa nel corso del suo primo cinquantennio di vita, individuandone le «caratteristiche materiali inconfondibili» (p. 27), che emancipano il libro dal manoscritto, ed altri aspetti inerenti alla diffusione della stampa e della lettura, come «il predominio delle lingue volgari sul latino» (p. 27). Gli studi più recenti hanno messo in luce le caratteristiche strutturali delle grandi stamperie, le quali ricorrono a «una ripartizione sempre più efficace del processo di composizione della pagina e dunque la divisione del lavoro determina un incremento delle capacità produttive che è senza paragone con i secoli precedenti» (p. 29). La ricognizione di Landi non si limita solo alle stamperie, ma si allarga anche a tutti quei «mestieri del libro» (p. 28), come i librai e gli ambulanti che li vendono, gli autori e gli editori. È interessante notare come «le trasformazioni che interessano il processo produttivo e l'economia del libro corrispondano a un significativo mutamento del ruolo [...] dell'editore e dell'autore» (p. 31).
Il libro di Landi si addentra però anche in altri «territori» (p. 49) della comunicazione, come l'oralità e il manoscritto. La comunicazione in età moderna è un «sistema in cui scrittura a stampa, manoscritto e oralità coesistono e interagiscono» (p. 51). L'oralità, che «si manifesta nel lato più quotidiano dell'attività [umana]» (p. 53), presenta il suo «carattere prioritario e insostituibile» (p. 53) e apre a nuovi oggetti potenziali di ricerca e all'affinamento degli strumenti storici per agire sulle fonti orali e sulle fonti per l'oralità. La pubblicazione manoscritta, invece, mantiene in tutta l'età moderna, un ruolo importante, seppure sia incontestabile il predominio progressivo della pubblicazione a stampa.
Il quarto capitolo del volume, Le logiche della censura (pp. 71-98), è dedicato all'evoluzione della censura e alle sue conseguenze culturali e sociali. La censura in età moderna non è limitata alla stampa e alla lettura, ma comprende tutta una serie di «pratiche istituzionali e culturali che [...] hanno limitato ma, nello stesso tempo, determinato le condizioni di esistenza pubblica della comunicazione a stampa» (p. 73). Il capitolo è dedicato ampiamente ai fenomeni della censura preventiva e della censura repressiva. La censura preventiva è una forma di esame del manoscritto da parte di «revisori designati da autorità civili o religiose» (p. 77). Spesso essa è il risultato di «soluzioni istituzionali o compromessi di fatto» (p. 79) tra le autorità ecclesiastiche e la sovranità di principi e repubbliche in specie di area cattolica. Studi recenti sul fenomeno hanno evidenziato l'esistenza di un regime speciale di clandestinità, spesso tacitamente consentita dall'autorità civile. In ogni caso il rapporto tra censura e cultura è dinamico e complesso e merita di essere studiato e approfondito.
L'ultimo capitolo del volume, L'opinione pubblica in età moderna: discorsi, pratiche, rappresentazioni (pp. 99-132), è dedicato al processo di formazione di un'opinione pubblica in Europa. Un processo che, non a caso, viene fuori in tutta la sua importanza dopo le riflessioni che l'autore ha fatto sulla stampa e sulla censura; si parte dal modello di opinione pubblica teorizzato da Habermas, secondo il quale l'abolizione della censura preventiva è condizione necessaria per la nascita dell'opinione pubblica in Europa. In questo processo la stampa svolge un ruolo essenziale. In paesi come l'Inghilterra, la Germania e la Francia emerge nel XVIII secolo una «sfera pubblica borghese» (p. 99), la quale - sempre secondo Habermas - abbandona il suo status di titolarità di razionalità, autonomia e critica nei confronti dello Stato per cedere alla pubblicità, al conformismo e alla massificazione. Gli studi recenti hanno messo in luce però come sia «improprio affermare che l'opinione pubblica [come categoria del discorso politico] esista solo a partire da questo periodo, perché l'accezione settecentesca di opinione evoca e condensa un insieme di significati anteriori e discordanti» (p. 103).  La seconda metà del Settecento è il momento in cui si afferma, prima in Francia e poi nel resto d'Europa, il «sintagma 'opinione pubblica'» (p. 109). Gli studi recenti sull'opinione pubblica sono ormai rivolti a «comprendere le condizioni che hanno reso possibile l'avvento di un 'pubblico' inteso come soggetto razionale titolare di diritti politici» (p. 109). Non si deve però ridurre all'idea settecentesca di "opinione pubblica" ogni categoria del discorso politico, poiché l'esistenza di un pubblico che s'interessa e discute di politica preesiste alle forme classiche della società borghese e non per forza coincide con il pubblico dei lettori. L'opinione pubblica è, quindi, espressione del processo di pubblicizzazione del potere. Proprio le ultime pagine del libro sono dedicate all'opinione pubblica. Essa è «concepita come il risultato del libero corso delle divergenze e delle dissidenze, secondo il modello inglese» (p. 132), ma anche come «il segno arcaico di un loro superamento e integrazione in un'opinione collettiva, organica e finalmente unanime» (p. 132). Questa dicotomia è «costitutiva della sfera pubblica moderna» (p. 132).
Il libro, capace di una ricostruzione tematica ampia e rigorosa, a mio parere non trae conclusioni, bensì esorta a continuare e approfondire lo studio sui fenomeni studiati, dopo avere più volte sostenuto come la storiografia sia orientata su nuove frontiere di ricerca. Il volume è corredato da Riferimenti bibliografici (pp. 135-154) e da un Indice dei nomi (pp. 157-160).

Piero Canale



[1] Sandro Landi insegna Storia moderna nell'Università «Michel de Montaigne» di Bordeaux. È autore di numerosi studi tra cui Il governo delle opinioni. Censura e formazione del consenso nella Toscana del Settecento, Bologna, Il Mulino, 2010; Naissance de l'opinion publique dans l'Italie moderne: sagesse du peuple et savoir de gouvernement de Machiavel aux Lumières, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2006; Note sul consumo di storia nella Toscana del Settecento, in La pratica della storia in Toscana. Continuità e mutamenti tra la fine del '400 e la fine del '700, a cura di E. Fasano-Guarini e F. Angiolini, Milano, Franco Angeli, 2009, pp. 169-190; Governare i popoli: la dimensione politica dell'opinione, in Firenze e la Toscana. Genesi e trasformazioni di uno stato (XIV-XIX secolo), a cura di J. Boutier, S. Landi e O. Rouchon, Firenze, Mandragora, 2010, pp. 273-288.



giovedì 5 febbraio 2015

Re Sole e lo Scoiattolo

Alessandra Necci, Re Sole e lo Scoiattolo. Nicolas Fouquet e la vendetta di Luigi xiv, Venezia, Marsilio, 2013, 440 pp. (Gli Specchi), ISBN 978-88-317-1564-5.

«Non sono pochi gli spazi in cui cercare luci e ombre del trascorso è necessario, forse anche inevitabile... tanto da far sorgere un dubbio: siamo noi a dover invocare il passato, per poterci realizzare completamente, o è il passato ad aver bisogno di noi per continuare a esistere?» [p. 17]
Nel Seicento due sono i processi che potrebbero definirsi del secolo: quello a Carlo i re d'Inghilterra e quello a Nicolas Fouquet. La vicenda di quest'ultimo però ha ottenuto nei secoli, ma già anche nei contemporanei, una forte risonanza, che oggi diremmo mediatica. Germi di opinione pubblica, li chiameremmo.
Il processo di Fouquet divise la Francia e la tenne in sospeso, fino a quando molte delle accuse montate caddero e la condanna a morte – come avrebbero voluto Re Sole e Necker – si allontanò dal destino del soprintendente.
Alessandra Necci ricostruisce nel libro le fasi salienti del processo intentato a Fouquet, sopraintendente delle finanze del Regno di Francia durante la reggenza del cardinale Mazzarino.
È inutile svelare i particolari del processo, anche perché ridurre il libro a una semplice disamina della vicenda giudiziaria, sarebbe uno sgarbo al valore di quest’opera. Infatti, il merito dell'autrice è quello di raccontare questa pagina di storia della Francia moderna, partendo dalle vite dei due protagonisti del libro: Luigi xiv – il Re Sole – e Fouquet, lo «Scoiattolo» in una forma dialettale francese.
Biografie di due uomini che si intrecciano e sembrano destinate a trovarsi, faccia a faccia, in un momento storico che segna, una volta per tutte, la storia francese: drammi dell'infanzia e della giovinezza, buone e cattive compagnie, incontri e scontri.
Il libro mette subito in chiaro che nello scontro tra i due, Fouquet non ha speranza. Lo Scoiattolo sarà schiacciato dal Sole. Eppure nonostante i presagi, la lettura scorre piacevole, così come è piacevole questa lente d'ingrandimento che si insinua tra i volà delle stoffe pregiate degli abiti dei nobili a corte, tra le pieghe delle lettere dei dossieurs del processo.
Chi ha avuto modo di apprezzare le meravigliose pagine che Dumas intitolò Il Visconte di Bragelonne, e che ha sognato e condiviso le gesta dei tre moschettieri e di D'Artagnan, avrà in più il piacere di ritrovare quest'ultimo, seppure come semplice comparsa, in una storia che vede più l'analisi della psiche, la trama nell'ombra e la barra di un tribunale, che i campi di battaglia.
L'autore riesce con maestria e impeccabile bravura a descrivere la Francia della seconda metà del Seicento e i suoi personaggi: la corte di Luigi xiv è una fotografia puntuale, precisa, con tutta la sua ipocrisia, i favori e gli amorazzi; gli angusti e atri ambienti della fortezza di Pinerolo – dove è rinchiuso Fouquet – sono cupe pagine nell'animo di chi legge; Vaux rimane un sogno munifico, un fiabesco reame incantato, abitato da creature magiche e in cui si consuma il dramma del soprintendente.
Questo testo di squisita lettura dimostra come si può fare storia senza dovere sacrificare la bella scrittura, nonostante l'intento appaia più quello di un romanzo che di un'esegesi storiografica.


Piero Canale



sabato 5 luglio 2014

L'eredità della Rivoluzione francese

L'eredità della Rivoluzione francese, a cura di François Furet, Roma-Bari, Laterza, 1989, 328 pp., (Stato e Società), ISBN 88-420-3339-1.

Il libro curato da François Furet raccoglie undici saggi scritti, in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese, da «specialisti di più nazioni [...] intorno a una questione comune, quella di capire perché i principi del 1789 continuano a modellare la civiltà politica comparsa allora e in cui ancora viviamo» [p. 21].
La prima parte dell'opera, dal titolo La Rivoluzione francese nel XIX secolo [pp. 23-196], analizza e cerca di comprendere i principi dell'Ottantanove alla luce del pensiero politico e filosofico dei contemporanei, delle critiche da questi furono mosse e del gran fermento speculativo che la Rivoluzione comportò già nel suo immediato prodursi.
La seconda parte, invece, intitolata L'eredità della Rivoluzione francese nel mondo contemporaneo [pp. 197-321], è dedicata allo «studio di esperienze storiche particolari» [p. 22], che con la Rivoluzione francese hanno un debito in alcun modo trascurabile.
L'opera si apre con un'Introduzione [pp. 3-22] di François Furet.
Nella prima parte il saggio di Philippe Raynaud, filosofo e politologo, America e Francia: due rivoluzioni a confronto [pp. 25-46], ripercorre le analogie e le differenze che i contemporanei della Rivoluzione colsero tra i due eventi della fine del Settecento. Per Burke, ad esempio, «la rivoluzione americana era figlia legittima della Rivoluzione Gloriosa inglese, in quanto difendeva, contro lo stesso Parlamento, i principi che avevano fatto la sua forza (no taxation without rapresentation)», diversamente dal carattere «'metafisico' della rivoluzione francese che, affermando la trascendenza dei 'diritti dell'uomo', metteva potenzialmente in pericolo l'ordine sociale europeo» [pp. 25-26]; mentre per Paine «era dell'America che i Francesi avevano imparato, grazie a La Fayette, ad amare la libertà» [p. 26].
Le citazioni riportate sono solo una parte delle testimonianze dei contemporanei che seguirono con interesse, e a volte preoccupazione, gli eventi di Francia. Infatti, più che delle analogie, molti di coloro che criticano la rivoluzione francese, si servirono dell'analisi delle esperienze differenti e delle logiche opposte che guidarono le vicende tra le due rive dell'Atlantico.
Nel saggio sono esaminati anche l'oggetto della Dichiarazione di Indipendenza del 1776 e della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789:

[...] l'oggetto delle due Dichiarazioni iniziali è differente (in un caso si tratta di legittimare l'indipendenza americana davanti all'opinione dell'umanità, e nell'altro di esporre sistematicamente i «diritti naturali, inalienabili e sacri dell'uomo»), ciononostante esse hanno le stesse pretese all'universalità; ciò che invece le distingue più in profondità è lo status conferito alla legge, a sua volta conseguenza di una divergenza di fondo sulle condizioni della libertà e sulla portata del diritto naturale.
La Dichiarazione di Indipendenza si basa sulla legge naturale istituita da Dio, che ha dotato gli uomini dei «diritti inalienabili» la cui protezione costituisce il fine dei governi - i quali quindi perdono la loro legittimità quando disconoscono tali fini ma sono, al contrario, presunti legittimi finché li rispettano. La Dichiarazione francese dal canto suo, parte dai «diritti naturali» degli individui, la cui difesa non dipende più da una semplice limitazione imposta dall'esterno allo Stato, quanto piuttosto dal concorso dei cittadini all'attività legislativa, che si situa dunque in realtà sul meccanismo pieno dei diritti individuali [...]; ciò, e il significato dell'idea di sovranità nazionale, rendono problematica la legittimità di tutti i governi stabiliti, esistenti solo per volontà della nazione. Quanto nella Dichiarazione americana resta quasi sempre implicito e subordinato alla legge naturale (il consenso dei governati, e il diritto popolare a modificare l'ordine politico) passa quindi nella Dichiarazione francese in primo piano, implicando l'universale esigenza di rigenerare l'ordine politico [p. 32].

Le due rivoluzioni sono entrambe delle rivoluzioni politiche, tuttavia la differente storia della Francia e delle Tredici Colonie fa sì che il significato delle rivoluzioni sul versante sociale sia diverso.
Le differenze tra la Rivoluzione francese e americana ricalcano quasi specularmente le differenze ricorrenti tra la società francese dell'Ancien Régime e la società inglese, alla quale la società americana è profondamente legata.
La fine del saggio è quasi interamente dedicato agli scritti di Tocqueville sulla Rivoluzione francese e sulla democrazia degli americani:

l'esperienza americana, nella misura in cui è stata per un certo verso rivoluzionaria, partecipa anch'essa di questa «epoca gloria e tormentata», ma avendo gli Americani avuto la fortuna di «nascere uguali», ciò - va ammesso - limita l'aspetto creativo della loro «rivoluzione»; d'altro canto, la continuità che lega l'Ancien Régime alla rivoluzione francese, e soprattutto l'aria di inesorabile necessità che quest'ultima ha sovente assunto, inducono anche a relativizzarne l'immagine di libera istituzione. Il confronto tra Francia e America non può quindi limitarsi alla polarità tra «spirito democratico» e «spirito rivoluzionario»: temibile prodotto dello «spirito rivoluzionario», la rivoluzione francese ha anche avuto una sua propria grandezza, scaturita paradossalmente dalla passata esperienza «aristocratica», che può aiutare lo spirito democratico a evitare di pensarsi come natura [p. 45].

Il saggio di Pierre Manent, studioso di storia della filosofia politica, dal titolo Il liberalismo francese e inglese [pp. 47-74], procede sull'esame delle differenze e delle analogie tra la tradizione liberale inglese e francese.
L'autore riprende il confronto tra Burke e Paine, entrambi liberali, sebbene il primo vada «quanto possibile lontano in senso conservatore, continuando ad essere un liberale, mentre l'altro va quanto possibile lontano in senso democratico o 'radicale', continuando però anch'egli ad essere liberale» [p. 57].
Alla reazione inglese alla rivoluzione francese, segue l'esame delle critiche scatenatesi nell'ambiente liberale francese, in particolare in Constant e Guizot. Per il primo, «il popolo in dettaglio era stato sacrificato al popolo in massa». [p. 70]
Agli occhi di Guizot, invece, la rivoluzione deve continuare e non esaurirsi.

La società post-rivoluzionaria appare tanto inquieta non perché sia destinata all'incertezza e all'anarchia di opinioni e aspirazioni, ma perché non si riconosce ancora nel suo governo, perché non lo riconosce ancora come suo. La distanza allargatasi durante la rivoluzione tra lo Stato e la società corrisponde proprio a quella assunta dalla società per meglio conoscere la società, più esattamente a quella assunta dalla società per meglio conoscersi attraverso il potere; questa distanza si è aperta solo per essere meglio e più compiutamente colmata [p. 70].

La fine del saggio è dedicata a Bentham e alla sua critica verso i «diritti dell'uomo», i quali sono ritenuti una dottrina «metafisica» basata su un «radicalismo filosofico» che non tiene conto della «nozione di utilità», come tipica della tradizione delle scuole politiche inglesi.
Il saggio di Massimo Boffa, studioso di storia e giornalista, s'intitola La rivoluzione e la controrivoluzione. Con «controrivoluzione» si intende il «movimento di resistenza e di reazione al processo rivoluzionario avviato in Francia nel 1789 e ai principi che ne stavano a fondamento, che fra alterne vicende farà sentire i suoi effetti lungo tutto il corso del secolo XIX» [p. 75]. Le definizioni e i concetti storici non sono mai immuni da significati ideologici e passionali, che i protagonisti e gli storici hanno loro attribuito.
L'analisi brillante di Boffa espone la paradossale sorte di chi vuole la restaurazione e la fine della «rivoluzione come parentesi nefasta, voragine improvvisamente aperta nella storia di Francia e del mondo» [p. 75], ma che sarà costretto a essere essi stessi definiti dei post-rivoluzionari. E ancora più contraddittoria è la necessità, forse inconscia, di doversi integrare, essi stessi, alla «sensibilità moderna, che è la sensibilità di un mondo non conciliato con i propri valori» [p. 77].
Nel saggio è ripresa l'analisi burkeiana, la quale è una delle basi su cui poggia il pensiero controrivoluzionario, diventando così «dottrina sistematica, che farà sentire la sua presenza lungo tutto il secolo successivo, le ragioni della propria ostilità al mondo moderno nato dalla rivoluzione» [p. 81].
Il saggio di Remo Bodei, docente di storia della filosofia, dal titolo Le dissonanze del mondo. Rivoluzione francese e filosofia tedesca tra Kant e Hegel, affronta invece la questione dell'accoglienza che i filosofi tedeschi del tempo ebbero per i fatti dell'89.
Il primo capitolo è riservato a Kant, il quale definisce la rivoluzione uno «spettacolo: tremendo, sanguinoso, eppure capace di attrarre gli animi con forza irresistibile e di elevarli al di sopra della mediocrità quotidiana» [p. 103]. La posizione di Kant risulta interessante in vista della sua adesione ai valori dell'Illuminismo, nonostante egli sia criticato di incoerenza, rifiutando in questo modo il «diritto di rivoluzione degli uomini». E tuttavia la soluzione è resa nello scritto La Pace perpetua.
Il secondo capitolo è dedicato a Fichte, il quale definisce la rivoluzione in termini di «progresso dello spirito umano» [p. 107] e di «corso della natura» [p. 107]:

Quando si impedisce il progresso dello spirito umano, solo questi due casi sono possibili: il primo, più inverosimile, che noi ce ne restiamo inerti dove eravamo, rinunciando a far valere qualsiasi pretesa di diminuire la nostra miseria e di aumentare la nostra felicità, e che ci lasciamo imporre i limiti oltre i quali noi non intendiamo spingerci; oppure il secondo, molto più verosimile, quando il corso della natura, che si vuol ritardare, irrompe violentemente e distrugge tutto ciò che trova sul suo cammino, e allora l'umanità si vendica dei suoi oppressori nel modo più spietato e le rivoluzioni divengono necessarie [p. 107].

Il saggio passa in rassegna anche Lessing e Hölderlin prima di giungere a Hegel.
La filosofia hegeliana è ritenuta dall'autore del saggio una teoria post-rivoluzionaria. A tal proposito, il processo dialettico determina che il Terrore sia una «delle tappe che costituiscono la coscienza e il mondo del presente, uno dei modi che ha un popolo per riprendersi i propri diritti e uno Stato per difendere la sua esistenza» [p. 121].
Il saggio è fornito di una buona appendice bibliografica, che non tutti i saggi riportano.
Tony Judt è l'autore del saggio La rivoluzione francese e l'idea socialista fino al 1848. Esso è molto interessante giacché cerca di ricostruire le influenze che i principi, gli uomini e gli avvenimenti del decennio che dal 1789 al 1799 ebbero sulla «struttura teorica del socialismo». L'autore mostra come i primi socialisti respingessero la valenza politica della rivoluzione francese. Egli dimostra quanto i primi socialisti fossero più vicini ai reazionari e ai liberali (paradossalmente) se si prende in considerazione la «critica dello status quo».
Nel saggio si ripercorre una storia del pensiero socialista in Francia, partendo da Fourier e Saint-Simon, fino alla vigilia dell'uscita del Manifesto del Partito comunista.
I socialisti della prima metà del secolo XIX sono interessati al sociale e alle ingiustizie più che alle rivendicazioni politiche. Il saggio ci dice, inoltre, le necessità dei socialisti di inserirsi all'interno delle strutture create dalla rivoluzione francese, a confrontarsi nelle attività parlamentari, a sopravvivere in un sistema parlamentare, grazie al sostegno del proletariato, dato non scontato o sconosciuto ai primi socialisti: «I socialisti francesi dovettero imparare a lavorare in un sistema parlamentare» [p. 157].
L'autore afferma, inoltre, che è proprio Marx a essere «[...] sensibile ai guadagni della rivoluzione francese considerandoli come un preludio necessario alla rivoluzione socialista e trattando, perciò, tutte le libertà acquisite come permanenti e proficue» [p. 156].

Il saggio di Alessandro Galante Garrone, docente di storia moderna, La rivoluzione e il Risorgimento italiano, cerca di fare luce sulla filiazione diretta tra i due fenomeni storici. La rivoluzione è un modello.

È interessante, invece, cogliere in che modo la rivoluzione francese abbia lasciato negli animi degli italiani «la consapevolezza di quel che fosse il bene della libertà, e il tormento di non possederla» [p. 173].
Non a caso il saggio rimanda all'esperienza della Carboneria prima e di Mazzini poi:

La rivoluzione francese è, ancora una volta, la promotrice di una nuova età, un modello esemplare. In questo momento Mazzini sembra accettare l'iniziativa rivoluzionaria della Francia, come l'evento più probabile: e caldeggia una nuova, grande rivoluzione, che ripercorra tutte le fasi di quella settecentesca, incluso il 10 agosto ma escluse le esasperazioni del Terrore. [...] Continuava ad ammirare la Francia grande e potente, e insieme temeva che, forte del suo prestigio, potesse ancora mettersi alla testa della rivoluzione europea. Ma soprattutto, egli pensa che il vero problema dell'Italia era quello del suo risorgere a nazione libera, indipendente, unita. Ogni altro problema, come quello di una radicale trasformazione della società, doveva cedergli il passo. La redenzione delle plebi sarebbe venuta dopo. Ogni generazione aveva un suo compito primario ed essenziale. La rivoluzione dell'Ottantanove doveva valere come una perenne lezione per tutte quelle a venire [pp. 185-187].

In questo saggio è presa in considerazione l'attenzione che il giovane Cavour presta alla rivoluzione francese:

Cavour non era, in quegli anni, pregiudizialmente ostile alla tradizione rivoluzionaria, e neppure indifferente. [...] Quel che riteneva con certezza, era che solo dalla Francia, chiunque ne fosse alla testa, sarebbe potuto venire un rivolgimento vittorioso nella nostra penisola. Su questo punto, i documenti parlano chiaro. Comunque andassero a finire le cose, dalla vittoria della rivoluzione in Francia sarebbe dovuta nascere anche «l'aurore du jour qui doit éclairer la régéneration italienne» [p. 189].

Chi invece è avverso alla rivoluzione è Cesare Balbo, rimasto fedele al concetto di libertà medievale, benignamente concessa dal monarca, perché «tutto il resto che era venuto dopo [la convocazione degli Stati Generali] non era che una aberrante, deplorevole deviazione» [p. 193].
La seconda parte del libro si apre con un saggio di Bronislaw Geremek, storico polacco, dal titolo Lo Stato-nazione nell'Europa del XX secolo. Questo scritto è forse quello che paga un prezzo maggiore rispetto ai 23 anni del libro. Tuttavia alcuni aspetti presi in considerazione dallo studioso sono ancora pertinenti per le sorti politiche dell'Unione Europea.
Il problema della cessione di sovranità degli stati appartenenti all'Unione per creare una confederazione di stati si scontra con il principio e l'idea di Stato-nazione che ha il suo genesi nella Rivoluzione francese. Partendo da un esame dei concetti di «nazione», «stato» e «popolo», l'autore cerca di dimostrare quanto il concetto di «stato-nazione» sia messo in discussione, non solo dagli eventi bellici del XX secolo, nonostante esso rappresenti uno delle premesse ideologiche, ma anche dal riassetto europeo dopo gli accordi di Yalta.
Il saggio si conclude con un monito, che invita il lettore e lo studioso a non sottovalutare i pericoli del nazionalismo e di quanto esso possa essere una «forza pericolosa e cieca» [p. 220]: secondo l'autore infatti, questi pericoli possono annidarsi proprio nel

deprezzamento dell'idea nazionale [...], [poiché] il nazionalismo si serve del principio nazionale in modo strumentale, e si concentra sullo sviluppo dello Stato. Invece, nel modello di Stato-nazione, divenuto patrimonio comune dell'Europa, lo Stato è limitato e temperato dalla «sovranità del popolo», e nel gioco fra le aspirazioni e le realizzazioni appaiono non soltanto conflitti di interessi, ma anche un sentimento di fratellanza e solidarietà, elementi dei rapporti fra gli uomini, che non stanno a loro agio nell'apparato concettuale dello storico o del sociologo, in quanto carichi di enfasi [p. 220].

Il saggio Francia e Russia: analogie rivoluzionarie di Vittorio Strada si pone l'obiettivo di ripercorrere ed esaminare la tradizione storiografica e ideologica che attuò l'operazione di accostamento tra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa.
Prima di addentrarsi nella questione l'autore distingue quattro tipi di analogia: retorica, pragmatica, euristica e teorica. L'analogia retorica si ha quando si fa un confronto tra eventi storici e quando uno di questi eventi viene considerato come carico di valore positivo o negativo. L'analogia pragmatica è un confronto a priori operato dagli attori stessi dell'evento e ne modellano il proprio comportamento, il cui paradigma si vuole imitare, variare o evitare. L'analogia euristica, frutto delle moderne scienze sociali, ha invece lo scopo di ricercare un modello da utilizzare per l'analisi, mettendo a confronto due eventi. L'analogia teorica è sì la sintesi delle precedenti, ma anche l'acquisizione di una prospettiva, «che permetta di vedere i fenomeni oggetto di confronto analogico per entro un sistema storico-universale» [p. 224].
Il saggio tuttavia prende in considerazione alcuni scritti che risultano emblematici per la questione. Il primo a essere citato è quello di Albert Mathiez, Le bolchévisme et le jacobinisme, Paris 1920.
Il secondo saggio a essere studiato è quello del primo marxista cinese Li Ta-Chao, Una visione comparativa della rivoluzione francese e russa, 1918.
L'altro scritto a essere sotto osservazione è il saggio di Trotskij, I nostri compiti politici, Ginevra 1904.
Non possono non essere prese in considerazione le opere di Lenin:

Le tesi di Lenin è che già nella rivoluzione francese il liberalismo non sia stato in grado, perché non ne era interessato, di condurre a compimento la rivoluzione democratico-borghese: «la borghesia liberale in Francia ha cominciato a dimostrare la sua ostilità alla democrazia coerente già nel movimento del 1789-1793. [...] La tesi paradossale di Lenin è che la rivoluzione borghese può vincere soltanto nonostante la borghesia e grazie al proletariato, il quale deve farsi l'egemone di una rivoluzione non 'sua', ma destinata a diventare sua, grazie a un ritardo storico che provoca una sorta di corto circuito tra due rivoluzioni, quella borghese e quella proletaria, in Occidente lontane nel tempo, ma in Russia contigue, se non sovrapposte almeno parzialmente» [pp. 234-235].

La tradizione di analogie e confronto tuttavia, è espressa negli scritti di Nikolaj Ustrjalov, Pod znakom revoljucii, Harbin 1927 e di Stalin, Sočinenija, Moskva 1949.
Vittorio Dan Segre è l'autore del saggio intitolato La Rivoluzione francese e il Sionismo. Il saggio affronta con originalità la questione della nascita del Sionismo. Secondo l'autore l'emancipazione degli ebrei in Francia, si svolse in due fasi: la prima fase riguarda il decreto del 22 gennaio 1790, che concedeva agli ebrei sefarditi i diritti di cittadinanza; la seconda fase con il decreto del 27 settembre 1791, che includeva anche gli ebrei aschenaziti.
Per il fondatore del Sionismo, Theodor Herzl, l'ondata antisemita dell'«affare Dreyfus» è la «prova del fallimento degli ideali della rivoluzione, quella rivoluzione in cui egli, come tanti altri ebrei assimilati, aveva ciecamente creduto [...]. La crisi provocata dall'antisemitismo era dunque doppia: crisi di sopravvivenza fisica per gli ebrei, crisi morale per la società civile europea» [p. 253].
Il Sionismo era quindi la «reazione degli ebrei 'orgogliosi' alla reazione degli antisemiti contro i valori proclamati dall'Illuminismo e dalla rivoluzione» [p. 257].
I diritti dell'uomo è il titolo del saggio di Luc Ferry. L'autore indica la Dichiarazione americana del 1776 e la Dichiarazione francese del 1789, quali basi teoriche della discussione contemporanea sui diritti dell'uomo. Le due dichiarazioni sono quindi «indissociabili dall'idea di rivoluzione» [p. 273]. Tuttavia le due dichiarazioni presentano uno «status filosofico diverso», perché «la nozione di rivoluzione con cui pretendono istituirsi i diritti dell'uomo è nei due casi concepita in modo del tutto differente» [p. 273].
La rivoluzione americana, secondo Ferry, «s'ispira [...] alle idee di Locke, mentre la fonte intellettuale della concezione rivoluzionaria francese è più facilmente rintracciabile nella combinazione tra le idee di Rousseau e quelle dei fisiocratici» [p. 273].  E stando alle parole di Habermas la «dichiarazione americana del 1776 si basa sull'idea profondamente liberale che la società, nel suo funzionamento naturale, realizza per così dire automaticamente i diritti dell'uomo, purché lo Stato accetti di limitare i propri interventi» [p. 273].

La rivoluzione americana, che del resto non deve rompere con un Ancien Régime ma solo raggiungere l'indipendenza, si fonda sull'idea di una società naturalmente buona, sull'interesse individuale rettamente inteso e su un common sense preesistente, e non su una virtuosa volontà generale cui spetterebbe migliorare la società in nome di un ideale morale. È invece questo secondo modello ad attivare la Dichiarazione francese anche quando, paradossalmente, è opera dei fisiocratici: paradossalmente perché sarebbe stato lecito attendersi che coloro i quali apparivano già sul piano economico come gli ardenti difensori del laissez faire, laissez passer, sostenessero piuttosto una rivoluzione americana. [p. 275].

Il saggio si addentra quindi su questioni squisitamente filosofiche, in particolar modo di quelle di filosofia del diritto. Esamina poi il rapporto fuorviante che deriva dall'associazione tra politica nell'antichità e politica nell'epoca moderna. Da questa analisi traspare una posizione che non è originale, sebbene valida e condivisibile, secondo la quale è impossibile tentare una crasi, anche solo approssimata tra la politica, le forme di governo e le basi teoriche degli antichi e dei moderni: «l'autorità politica legittima non imita un ordine naturale o divino, ma si basa sulla volontà individuale e quindi, per impiegare il termine filosofico adatto, alla soggettività» [p. 285].
Il saggio cerca inoltre di mettere alla luce le differenze tra la concezione liberale («diritti-libertà») e la concezione socialista («diritti-rivendicazione») dei diritti dell'uomo. A questa discussione si inserisce una sintesi del dibattito sulla critica neo-liberale ai diritti sociali che prende in considerazione problemi riguardanti lo stato liberale, lo stato assistenziale e lo stato totalitario. E lo stesso autore indica una stretta correlazione tra il liberismo e lo stato assistenziale più che tra lo stato assistenziale e quello totalitario.
L'ultimo saggio è di Pasquale Pasquino e s'intitola Il concetto di rappresentanza e i fondamenti del diritto pubblico della rivoluzione: E. J. Sieyès. Il contributo è dedicato alla disamina degli scritti di Sieyès in cui si affrontano i temi fondamentali della rivoluzione francese: «La Costituzione francese del 1791 consacra come fondamenti del diritto pubblico dell'Europa contemporanea, accanto alla separazione dei poteri (art. 16 della Déclaration des droits), la sovranità nazionale e il governo rappresentativo» [p. 297].
Il tema principale di questo saggio riguarda la «forma rappresentativa e la legittimazione popolare, attraverso le elezioni, dei poteri pubblici restano alla base degli ordinamenti costituzionali delle democrazie occidentali» [p. 298].
Il saggio affronta anche il concetto di «Nazione» nella storia, prendendo le mosse da uno studio di E. Fehrenbach. Nel 1789 il

termine/concetto 'nation'» assume nel vocabolario politico «tre diversi significati polemici:
1. Essa è una totalità omogenea ed autosufficiente - dal punto di vista politico ed economico - che si oppone alla società per ordini o ceti. [...] La parte, il terzo stato, si afferma come totalità, operando una rottura sul piano del diritto, la quale costituisce il limite più importante della teoria, per altri versi feconda, della continuità, esposta da Tocqueville ne L'Ancien Régime et la Révolution.
2. La nazione e la dottrina della sovranità nazionale si oppongono alla tradizione millenaria del potere monarchico. [...] Se il conflitto politico-sociale vede schierato il terzo stato contro l'aristocrazia, quello politico-costituzionale oppone la nazione alla monarchia. [...] La monarchia in Francia già nel 1789 è distrutta nelle sue fondamenta. Su questo punto la posizione teorica di Sieyès è più coerente di quella di Thouret o di Barnave.
3. L'idea di nazione costituisce, infine, un principio di esclusione nei confronti dell'aristocrazia e dei privilegi, definiti come ciò che si pone al di fuori del 'diritto comune'» [pp. 301-302].
Sieyès si chiede «chi è la nazione?»
A questa domanda l'autore risponde dicendo che «l'originalità del concetto di nazione proposto da Sieyès consiste nel fatto che essa è considerata sotto un duplice punto di vista: come corpo sociale, di cui bisognerà definire i caratteri, e come soggetto giuridico, di cui si dovranno specificare i poteri» [p. 307].
Secondo il punto di vista della nazione come corpo sociale, Sieyès mostra come «terzo stato [...] [sia] una nazione completa, una totalità autosufficiente e dunque autonoma. [...] La nazione è dunque il terzo stato, cioè l'insieme dei produttori di beni e valori, che comprendono i lavori privati e le funzioni pubbliche», identificando il terzo stato con la «classe universale [p. 308].

Prendendo in considerazione invece, il punto di vista della nazione come soggetto giuridico, la nazione viene a identificarsi con il «soggetto titolare del potere costituente» [p. 309].
Alla fine è presente una scheda informativa sugli autori dei saggi.
Consiglio questo libro a tutti quelli che intendono affrontare uno studio sulla rivoluzione francese, sebbene sia esso datato e scritto quando il mondo era diverso, poiché diviso ancora dall'ideologia e dall'appartenenza al blocco sovietico o occidentale.


Piero Canale



giovedì 5 giugno 2014

La biblioteca dei "libri liberati" intitolata a Sandra Novelli (a cura di Eloisia Tiziana Sparacino)

«I libri hanno un'anima e possono aiutarci a liberare la cultura. Allora perché tenerli chiusi nelle nostre cantine quando possono diventare compagni di strada di tante persone che non possono permettersi di comprarli?»
Con queste parole si apriva, nell'autunno del 2012, la campagna Dona un libro per liberare la cultura, promossa dall'associazione Librido - Laboratorio di Studi e Servizi Culturali. L'obiettivo era quello di creare una biblioteca di quartiere, grazie alle donazioni di cittadini, editori, istituzioni e biblioteche.
Perché creare una biblioteca? Le ragioni sono tante: da quelle personali dei singoli soci di Librido, a quelle personali dei donatori dei libri "liberati", a quelle fortemente culturali e sociali, che spingono dei laureati e degli esperti in materie biblioteconomiche a mettere gratuitamente a disposizione le loro competenze a favore della città. Tuttavia preme di più sottolineare l'importanza di una biblioteca nei quartieri periferici delle grandi città, come Palermo.
La biblioteca è un «facilitatore della conversazione»[1] e poiché la conoscenza si crea tramite la conversazione, ogni biblioteca è coinvolta nei processi di diffusione e di trasferimento di conoscenza. É chiaro che da questo punto di vista la biblioteca smette di essere un deposito di conoscenza e diventa un soggetto di disseminazione della conoscenza stessa.
La biblioteca di quartiere vuole essere un punto di riferimento, quale luogo di incontro, rinascita, riscatto sociale, educazione, formazione, confronto. Per questo motivo il motto di una biblioteca di quartiere può racchiudersi in quattro brevi parole: «di tutto per tutti». Ogni genere di conoscenza e di informazione deve pertanto essere fornita a tutti senza distinzione di età, razza, sesso, religione, nazionalità, lingua o condizione sociale. I servizi che una biblioteca intende offrire al quartiere e ai cittadini devono necessariamente essere alla portata di tutti, anche (e soprattutto) a chi non frequenta la biblioteca, in modo da contribuire smantellare un sistema di pensiero che tende alla ghettizzazione e alla marginalizzazione sociali, che sempre più è cifra del mondo post-moderno.
L'idea di biblioteca di quartiere è quindi quella di uno spazio condiviso, persino nell’uso dei cataloghi e nell’interazione sul web (come avremo modo di spiegare più avanti), che ha il compito di dare voce alla cultura locale e quella straniera (con riferimento agli immigrati); di documentare la cultura contemporanea; di alfabetizzare fornendo risposte di prima informazione su qualunque area tematica e di formare supportando i percorsi formativi di autoapprendimento.
La biblioteca deve garantire il pluralismo della società contemporanea ed essere in grado non solo di insegnare ma di dimostrare in modo pratico che la diversità è una ricchezza culturale e che non solo vanno abbattute le barriere economiche, ma anche e soprattutto le barriere ideologiche e culturali tra i cittadini e le informazioni. 
La biblioteca di quartiere ha come principale target i giovani e i bambini. Spiegare e far conoscere alle nuove generazioni cosa è una biblioteca e in che modo servirsene. Far conoscere le collezioni e i vantaggi, le possibilità di conoscenza, divertimento e accrescimento date gratuitamente (prestito di libri, dvd, cdrom, fumetti, navigazione su internet). E soprattutto far sentire e dimostrare che la biblioteca è un luogo d’incontro e confronto attivo, dov’è possibile passare del tempo in un ambiente accogliente, piacevole e sicuro.
La biblioteca di quartiere non vuole essere qualcosa di straordinario: mira semplicemente ad essere libera, imparziale, universale, intergenerazionale, inclusiva, gratuita, finanziata, sociale, amichevole, centrata sull’utente, locale, interculturale e multilingue, multimediale, contemporanea, reticolare…in una parola? Vuole essere pubblica e svolgere la propria attività all'interno del quartiere nel pieno rispetto di quanto sancito dall'articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Dopo un anno e mezzo la campagna Dona un libro per liberare la cultura ha dato il suo frutto più sperato. Giorno 22 maggio 2014 è stata inaugurata la biblioteca nell'Istituto Comprensivo Crispi-Cocchiara-V.Veneto di via Barisano da Trani (PA): il Consiglio d'Istituto, con a capo il dirigente dott. Giusto Catania, ha voluto credere nel progetto dell'Associazione Librido, offrendo i locali e le strutture. La biblioteca, oltre ad essere rivolta agli studenti dell'istituto, sarà anche accessibile ai cittadini del quartiere, garantendo l'apertura pomeridiana. Il progetto prevede inoltre la catalogazione del patrimonio librario su SBN, polo nel quale sono presenti ancora pochissime biblioteche scolastiche.
Saggi, romanzi, libri di testo, fiabe, enciclopedie, racconti, vocabolari, testi universitari, atlanti e monografie "liberati" si sono affiancati al fondo bibliotecario scolastico preesistente, pronti per essere ordinati, collocati, catalogati in rete e resi fruibili a tutti.
Nella cerimonia di inaugurazione il dirigente dott. Catania, ha scoperto una targa che intitola la biblioteca a Sandra Novelli, docente dell'Istituto da poco scomparsa.
Oggi, fra applausi e lacrime, è nata una biblioteca. E come scriveva Marguerite Yourcenar: «Fondare biblioteche è un po' come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l'inverno dello spirito».


In principio era il caos...
Con impegno...
Con tanto impegno...
Gli scaffali si riempiono dei libri "liberati"
Cerimonia commemorativa di Sandra Novelli
Il dirigente scolastico Giusto Catania e il marito di Sandra Novelli scoprono la targa
Biblioteca "Sandra Novelli"



[1] R. David Lankes, Joanne Silverstein, Scott Nicholson, Information Institute of Syracuse, Syracuse University’s School of Information Studies.