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giovedì 5 febbraio 2015

Inés dell’anima mia

Isabel Allende, Inés dell’anima mia, Milano, Feltrinelli, 2013, 326 pp., ISBN 978-88-07-88369-9.

Di Isabel Allende si parla sempre con rispetto sin dalla sua folgorante opera prima, La casa degli spiriti, affresco di una delle pagine più dolorose della storia civile del Cile contemporaneo.  Venticinque anni dopo, in questa opera, la scrittrice affronta nuovamente molti dei temi che resero così particolare e unico il primo romanzo: la grande narrazione della nascita di una nazione, un quadro storico – stavolta è il xvi secolo – molto accurato, una figura di donna forte e catalizzante. Inés Suarez è un'eroina che dall’Estremadura attraversa l’universo mondo allora conosciuto, avventurandosi per gli oceani, alla conquista del Nuovo Mondo, spinta dall’amore e dalla sete di avventura. Irrefrenabile personaggio, ha spinto la Allende a una lunga indagine documentaria, perché su di lei poco si parlava, pochissimo si sapeva e molto si favoleggiava. In una intervista del 2008 Isabel Allende dichiarava: «È una guerriera, una donna che lotta e ottiene ciò che vuole. Ottiene prima di tutto l'amore, ottiene la terra, poi ottiene il potere, e finalmente ottiene, per trent'anni, l'amore di un altro uomo. Per me, è una donna con una vita straordinaria, una vita che mi sarebbe piaciuto vivere».
Narrato in prima persona, il testo ha pochi discorsi diretti, e può risultare per questo poco veloce e ritmato; rispetto a La casa degli spiriti, manca quell’alone sovrannaturale che tanto caratterizza la letteratura sudamericana degli anni ’80 (Amado, García Márquez). Manca anche il coinvolgimento politico della scrittrice, che stavolta narra un’epica. Tuttavia c’è un nuovo popolo che cresce, sangue che si versa, foreste che si sventrano, indigeni che (forse) sono domati, e c’è soprattutto una donna consapevole della propria forza e di ciò che questo le comporta: «La tempra è una virtù che è apprezzata negli uomini, ma che si considera un difetto nel nostro sesso. Le donne con una forte tempra mettono in pericolo l’equilibrio del mondo, che pende dalla parte degli uomini, i quali provano gusto a vessarle e distruggerle» [p. 262]. Il libro, a mostra della sua accuratezza storica, ha uno sviluppo di capitoli in ordine cronologico: dopo la Nota dell’autrice [p. 5], i capitoli Europa 1500-1537 [pp. 11-649]; America 1537-1541 [pp. 65-118]; Verso il Cile 1540-1541 [pp. 119-160]; Santiago della Nuova Estremadura 1541-1543 [pp. 161-208]; Gli anni tragici 1543-1549 [pp. 209254]; La guerra del Cile 1549-1553 [pp. 255-308]. In chiusura Ringraziamenti [p. 309] e Appunti bibliografici [pp. 311-312].

Eloisia Tiziana Sparacino



sabato 5 luglio 2014

Geografie dell’anima

Davide Lacagnina, Geografie dell’anima. Natura e paesaggio attraverso le arti in Sicilia, Palermo, Edizioni di passaggio, 2006, 207 p., ISBN 88-901726-1-4.

Davide Lacagnina si è dottorato in Storia dell’Arte a Palermo, studiando fra Barcellona e Londra, e all’impegno di docente universitario affianca dal 2007 la direzione della collana Piccola Biblioteca d’Arte per l’editrice Kalòs. Fra i suoi interessi l’analisi della ricezione dell’antico nella pittura ottocentesca, il simbolismo nelle avanguardie e in genere la critica e storiografia del XX secolo; spesso ha poi affrontato l’analisi di natura e paesaggio nell’interpretazione e rappresentazione, e nella sua significazione nelle arti.
Lo scopo di questo saggio è dichiarato sin dall’inizio: «La storia dell’arte, ragionando sulle ‘geografie dell’anima, sulle forme cioè di scrittura creativa della terra, come espressione del rapporto dell’uomo con la natura, deve pur riportare i risultati di questa relazione alla necessità di un contesto – storico, sociale, economico, produttivo – cui l’opera dovrà essere riferita per recuperare il suo pieno e più ampio valore di documento culturale» [p. 11]. Le opere delle schede, come veri documenti, sono quindi raccolte per argomenti, a mostrare come la natura, nell’arte, possa essere artificio o stato d’animo, luogo d’insidie e peccato o epifania del sacro.
Il volume approfondisce dunque queste tematiche: dopo una Introduzione [pp. 7-26] che spiega l’intenzione e lo sviluppo del libro, l’analisi si articola nell’ottantina di schede illustrate della sezione Immagini [pp. 27-198]. Questa è la puntuale disamina di come in Sicilia le arti abbiano dialogato, nel tempo, con la natura. E si sottolinea «le arti», perché nelle schede si includono anche quelle opere che, una volta chiamate «arti minori», ora vengono più propriamente definite «arti applicate»: le tele di Lojacono e i cartoni di Guttuso si alternano alla coppa di conchiglia Nautilus, gli affreschi di Bergler e gli acquerelli di Piccolo si contrappassano al Cretto di Burri.
Il testo è piacevole e scorrevole, molto chiaro nella trattazione delle opere; si chiude con una sezione di Strumenti [pp. 199-207], che includono Bibliografia [pp. 199-200], Indice dei Musei e delle Istituzioni [pp. 201-204] e Indice dei nomi [pp. 205-207].
Unica pecca è la mancanza in calce di un breve dizionarietto mirato, che permetta di capire termini quali lambris ed estofados anche ai "non addetti ai lavori".


Eloisia Tiziana Sparacino


Dono dell'editore

giovedì 5 giugno 2014

La biblioteca dei "libri liberati" intitolata a Sandra Novelli (a cura di Eloisia Tiziana Sparacino)

«I libri hanno un'anima e possono aiutarci a liberare la cultura. Allora perché tenerli chiusi nelle nostre cantine quando possono diventare compagni di strada di tante persone che non possono permettersi di comprarli?»
Con queste parole si apriva, nell'autunno del 2012, la campagna Dona un libro per liberare la cultura, promossa dall'associazione Librido - Laboratorio di Studi e Servizi Culturali. L'obiettivo era quello di creare una biblioteca di quartiere, grazie alle donazioni di cittadini, editori, istituzioni e biblioteche.
Perché creare una biblioteca? Le ragioni sono tante: da quelle personali dei singoli soci di Librido, a quelle personali dei donatori dei libri "liberati", a quelle fortemente culturali e sociali, che spingono dei laureati e degli esperti in materie biblioteconomiche a mettere gratuitamente a disposizione le loro competenze a favore della città. Tuttavia preme di più sottolineare l'importanza di una biblioteca nei quartieri periferici delle grandi città, come Palermo.
La biblioteca è un «facilitatore della conversazione»[1] e poiché la conoscenza si crea tramite la conversazione, ogni biblioteca è coinvolta nei processi di diffusione e di trasferimento di conoscenza. É chiaro che da questo punto di vista la biblioteca smette di essere un deposito di conoscenza e diventa un soggetto di disseminazione della conoscenza stessa.
La biblioteca di quartiere vuole essere un punto di riferimento, quale luogo di incontro, rinascita, riscatto sociale, educazione, formazione, confronto. Per questo motivo il motto di una biblioteca di quartiere può racchiudersi in quattro brevi parole: «di tutto per tutti». Ogni genere di conoscenza e di informazione deve pertanto essere fornita a tutti senza distinzione di età, razza, sesso, religione, nazionalità, lingua o condizione sociale. I servizi che una biblioteca intende offrire al quartiere e ai cittadini devono necessariamente essere alla portata di tutti, anche (e soprattutto) a chi non frequenta la biblioteca, in modo da contribuire smantellare un sistema di pensiero che tende alla ghettizzazione e alla marginalizzazione sociali, che sempre più è cifra del mondo post-moderno.
L'idea di biblioteca di quartiere è quindi quella di uno spazio condiviso, persino nell’uso dei cataloghi e nell’interazione sul web (come avremo modo di spiegare più avanti), che ha il compito di dare voce alla cultura locale e quella straniera (con riferimento agli immigrati); di documentare la cultura contemporanea; di alfabetizzare fornendo risposte di prima informazione su qualunque area tematica e di formare supportando i percorsi formativi di autoapprendimento.
La biblioteca deve garantire il pluralismo della società contemporanea ed essere in grado non solo di insegnare ma di dimostrare in modo pratico che la diversità è una ricchezza culturale e che non solo vanno abbattute le barriere economiche, ma anche e soprattutto le barriere ideologiche e culturali tra i cittadini e le informazioni. 
La biblioteca di quartiere ha come principale target i giovani e i bambini. Spiegare e far conoscere alle nuove generazioni cosa è una biblioteca e in che modo servirsene. Far conoscere le collezioni e i vantaggi, le possibilità di conoscenza, divertimento e accrescimento date gratuitamente (prestito di libri, dvd, cdrom, fumetti, navigazione su internet). E soprattutto far sentire e dimostrare che la biblioteca è un luogo d’incontro e confronto attivo, dov’è possibile passare del tempo in un ambiente accogliente, piacevole e sicuro.
La biblioteca di quartiere non vuole essere qualcosa di straordinario: mira semplicemente ad essere libera, imparziale, universale, intergenerazionale, inclusiva, gratuita, finanziata, sociale, amichevole, centrata sull’utente, locale, interculturale e multilingue, multimediale, contemporanea, reticolare…in una parola? Vuole essere pubblica e svolgere la propria attività all'interno del quartiere nel pieno rispetto di quanto sancito dall'articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Dopo un anno e mezzo la campagna Dona un libro per liberare la cultura ha dato il suo frutto più sperato. Giorno 22 maggio 2014 è stata inaugurata la biblioteca nell'Istituto Comprensivo Crispi-Cocchiara-V.Veneto di via Barisano da Trani (PA): il Consiglio d'Istituto, con a capo il dirigente dott. Giusto Catania, ha voluto credere nel progetto dell'Associazione Librido, offrendo i locali e le strutture. La biblioteca, oltre ad essere rivolta agli studenti dell'istituto, sarà anche accessibile ai cittadini del quartiere, garantendo l'apertura pomeridiana. Il progetto prevede inoltre la catalogazione del patrimonio librario su SBN, polo nel quale sono presenti ancora pochissime biblioteche scolastiche.
Saggi, romanzi, libri di testo, fiabe, enciclopedie, racconti, vocabolari, testi universitari, atlanti e monografie "liberati" si sono affiancati al fondo bibliotecario scolastico preesistente, pronti per essere ordinati, collocati, catalogati in rete e resi fruibili a tutti.
Nella cerimonia di inaugurazione il dirigente dott. Catania, ha scoperto una targa che intitola la biblioteca a Sandra Novelli, docente dell'Istituto da poco scomparsa.
Oggi, fra applausi e lacrime, è nata una biblioteca. E come scriveva Marguerite Yourcenar: «Fondare biblioteche è un po' come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l'inverno dello spirito».


In principio era il caos...
Con impegno...
Con tanto impegno...
Gli scaffali si riempiono dei libri "liberati"
Cerimonia commemorativa di Sandra Novelli
Il dirigente scolastico Giusto Catania e il marito di Sandra Novelli scoprono la targa
Biblioteca "Sandra Novelli"



[1] R. David Lankes, Joanne Silverstein, Scott Nicholson, Information Institute of Syracuse, Syracuse University’s School of Information Studies. 

La carta più alta

Marco Malvaldi, La carta più alta, Palermo, Sellerio, 2012, (La memoria; 875), 198 pp., ISBN 88-389-2608-5.

Un libro si compra perché è un must di stagione e lo hanno letto tutti, e non puoi sfigurare con il tuo parrucchiere. O perché piace la copertina, perché è scritto bene, perché ha una bella trama, perché te lo raccomanda qualcuno, o perché…sì.
Questo libro non è (per ora) un obbligo sociale, però appartiene alla collana ‘La memoria’ della Sellerio, con la grafica minimalista colorata che piace sempre, e sta comunque bene sul tavolinetto fiancodivano. Motivazione anche frivola, dite? Se non bastasse l’autore, Marco Malvaldi ha evidentemente letto tanto – e bene! – di filosofia e letteratura, ma la sua scrittura chiara e discorsiva è leggibile e godibile ‘a strati’, dal ragazzo al lettore smaliziato. La citazione di striscio, la metafora palese, l’aggettivazione talvolta colta alternata al linguaggio informale, ma mai pesante, creano il piacere intellettivo anche della ‘caccia al tesoro’ e del rimando evocativo.
La trama è accattivante: nella provincia toscana, al tavolinetto sotto l’olmo del classico baretto in centro, quattro arzilli vecchietti si riuniscono quotidianamente a giocare, fumare, sparlare e bere con buona pace del barrista Massimo. Ed è con gli occhi di quest’ultimo che viene raccontata, ironicamente e spietatamente, la quotidianità cittadina: la vicina Gorgonoide («un comodino di un metro e cinquantacinque con una ghigna da incrinare i vetri, che presumibilmente non aveva mai salutato nessuno in vita sua: una cosa antropomorfa di aspetto gretto», p. 13); la ex che ritorna («la mai troppo rimpianta banconista, Tiziana dai capelli ramati e dalle puppe spettacolari», p. 12); i litigi degli irriducibili vecchietti nonno Ampelio, il Rimediotti, il Del Tacca e Aldo («A parte Aldo, tutti gli altri giovincelli hanno da tempo festeggiato il ‘doppiaggio’, ovvero il fatto di aver passato più anni in pensione che a lavorare: una di quelle tradizioni italiche d’altri tempi che piano piano sono destinate a sparire, nonostante l’aumento della durata della vita media», p. 23).
Loro sono stati già protagonisti delle opere precedenti di Malvaldi: La briscola in cinque (2007), Il gioco delle tre carte (2008), Il re dei giochi (2010), sempre per i tipi di Sellerio. Anche qui, con battute, indiscrezioni e critiche corrosive, sono loro la vera fonte di notizie che permettono a Massimo, immobilizzato in ospedale, di ricreare e dipanare il mistero di un giallo che ha sconvolto la pace della città. La tecnica ‘investigativa’ sarebbe la più classica, quella deduttiva, britannica e razionale di Poirot e Holmes, se solo non fosse così intrisa di italianità, e l’empatia scatta immediata.
Se ancora questo libro non ve lo ha consigliato nessuno, rimedio io: è vivace, intelligente, spiritoso, mai becero né volgare. E se ancora volete sapere perché leggerlo: perché sì.


Eloisia Tiziana Sparacino



sabato 5 aprile 2014

La contea di Modica

Leonardo Sciascia e Giuseppe Leone, La contea di Modica, Palermo, Edizioni di Passaggio, 2009, 152 pp., ISBN 978-88-903703-5-9.

Nel 1983 la casa editrice Electa pubblica un’opera che narra del cuore della Sicilia, la contea di Modica del titolo appunto, per metà facendola spiegare da Leonardo Sciascia, e per metà facendola fotografare da Giuseppe Leone. Questo volume è la sua riedizione del 2009, in occasione del ventennale della morte di Sciascia, con l’aggiunta di altre foto, una nuova veste grafica e una nota di Vincenzo Consolo, altro grande intellettuale siciliano amico di Sciascia.
L’opera che ne è risultata è un bel testo, perlopiù illustrato, che mostra come di base l’essenza della contea è immutata (-bile) – in una sfera quasi atemporale e astratta – nel trascorrere di più di mezzo secolo, dagli anni Cinquanta del Novecento al Duemila. Gli scatti sono quasi sempre in bianco e nero, alternano paesaggi, bambini in gioco, lavoratori nei campi, ambulanti, processioni religiose di Modica, Ispica, Pozzallo, Ragusa, Vittoria, Chiaramonte Gulfi. Non c’è una sequenza temporale o un raggruppamento tematico, in un flusso di microstorie quotidiane raccontate discretamente, senza giudicare, quasi in punta di piedi. Non vi sono didascalie: sotto ogni foto solo un rigo con il paese ritratto e l’anno.
Sciascia nel suo breve saggio spiega come questa, nella definizione siciliana, sia la cosiddetta ‘Sicilia babba’, notando la «curiosa contraddizione: di considerare stupida, e particolarmente stupida, questa parte della Sicilia di cui contemporaneamente si riconosce e si esalta la tranquillità del vivere, il benessere, l’eccellenza dei prodotti. Evidentemente, una sorta di masochismo presiede a un così contraddittorio giudizio» [p. 11].
Il volume si apre con lo scritto di Consolo La contea di Modica. Una nota [pp. 7-10], datato 2009; segue il saggio di Sciascia La contea di Modica [pp. 11-22] del 1983, e quindi le Tavole di Leone [pp. 23-138].
In chiusura sono tradotti in inglese i due testi di Consolo [pp. 139-140] e Sciascia [pp. 141-149].
Si consiglia l’acquisto di questo libro non per il suo valore esornativo, ma perché le fotografie, ancor più dei testi, raccontano tante storie e forniscono spunti di riflessione.

Eloisia Tiziana Sparacino


Dono dell'editore



mercoledì 5 marzo 2014

Cattedrale

Raymond Carver, Cattedrale, Torino, Einaudi, 2011, 229 pp., ISBN 978-88-06-19785-8.

La Einaudi ha deciso di ripubblicare le opere di Raymond Carver, scomparso a cinquant’anni nel 1988; questa raccolta di dodici racconti brevi, uscita originariamente nel 1983, è stata sempre considerata – anche dallo stesso autore – la summa del suo stile.
Premetto che ho sempre apprezzato, di per sé, la formula dei racconti, brevi narrazioni autoconcluse, che difficilmente perdono mordente e ispirazione in lungaggini. Non sono più ‘facili’ da comporre, perché devono riuscire significanti in breve spazio e necessitano di talento. I temi qui affrontati, seri e impegnativi, sono quelli del disagio, della incomunicabilità e fragilità umana. Sono le storie che potrebbero stare dietro ai quadri di Hopper, in cui non c’è catarsi o consolazione ma storie crude nella loro quotidianità. Però se nei quadri di Hopper è padrone il silenzio, in queste storie c’è sotteso lo stridio di fondo di una continua macerazione interna.
Non è un libro facile da leggere: è scritto molto bene e risucchia il lettore nella narrazione, ma è sconsigliabile per chi non è sereno. Vitamine è, ad esempio, la storia di un adulterio mancato, nell’indifferenza assoluta degli stessi protagonisti, che affogano nel whiskey la loro desolazione. Il treno narra di solitudini diverse che possono sfiorarsi fin quasi a collidere, quasi a volersi spiegare a vicenda, per poi procedere parallele senza mai toccarsi. Ma ancora intervengono i disturbi psicologici di un reduce dal Vietnam, la minaccia della disoccupazione e dello sfratto, il dolore immane di un lutto, le normali atrocità della vita: atemporali, immotivate, banali. Cattedrale, il racconto che intitola e chiude la raccolta, è invece uno spiraglio in cui si mostra una possibilità di contatto. È la storia dell’incontro di un uomo con l’amico di sua moglie, ospite per una notte in casa loro. La coppia resterà anonima e inqualificata per tutto il racconto ("mio marito", "cara", "caro", "lei"…): «Ho aspettato invano di sentire il mio nome pronunciato dalle dolci labbra di mia moglie: ‘E poi è entrato in scena il mio caro maritino ...’ o qualcosa del genere. Ma niente da fare. Si è parlato sempre di Robert» [p. 216].  Solo dell’ospite dunque si sa il nome, il lavoro, l’aspetto fisico, ma anche che è vedovo, simpatico e soprattutto cieco. Questa menomazione mette in imbarazzo il protagonista, prevenuto e confuso con il diverso, con cui non sa come relazionarsi. Ma è Robert a sciogliere il ghiaccio: con la sua immediatezza, trasforma una semplice conversazione disimpegnata in un contatto vero, quando chiede al suo ospite di descrivergli una cattedrale gotica. Le parole non sono sufficienti, e allora il cieco chiede all’amico che gli disegni la cattedrale su carta, mentre lui gli tiene la mano: dal semplice contatto fisico, nasce incredibilmente una coinvolgente trasmissione empatica che induce fiducia, comunicazione, allegria. Carver sa davvero come coinvolgere il lettore.


Eloisia Tiziana Sparacino

mercoledì 5 febbraio 2014

La cucina di Bahia

Jorge Amado e Paloma Jorge Amado, La cucina di Bahia, ovvero Il libro di cucina di Pedro Archanjo e Le merende di dona Flor, Torino, Einaudi, 2004, 257 pp., ISBN 88-06-17195-X.

Perché un libro di ricette firmato da Amado padre e figlia? Chiunque abbia mai letto una delle storie del padre potrà rispondere che, in effetti, era inevitabile. La cucina di Bahia non è solo passione dichiarata dell’autore, ma vera protagonista – al pari di coronel, mulatte e jagunços – delle pagine dei romanzi. La sua è la cucina tradizionale di una terra meticcia, che mescola sapori africani, lusitani, italiani e indigeni con molta disinvoltura, giungendo alla creazione originaria di alcune ricette. Le sue parole si assaporano sulla lingua, solleticano il naso, eccitano l’appetito del lettore, che sente sfrigolare la padella di Gabriella e sobbollire la pentola di dona Flor. Proprio per Dona Flor e i suoi due mariti, ad esempio, Jorge Amado ha voluto premettere ad ogni capitolo la ricetta dettagliata della pietanza  che sarebbe stata cucinata in quelle pagine: con dovizia di dettagli, s’impara a grattugiare i gamberi secchi, a spremere la polpa di cocco per trarne più latte e a scegliere le banane per il dolce delle puttane.
La figlia Paloma, nel 1987, ha voluto iniziare a raccogliere tutte le ricette delle pietanze descritte o mangiate nelle opere del padre, dando una suddivisione sommaria alla gran mole del materiale raccolto. Nelle sue intenzioni questo volume di cene e merende sarebbe stato il primo di una trilogia, con le altre uscite dedicate ai pasti del candomblé e alla frutta, ma per ora resta questo il solo testo edito. All’inizio di tutte le ricette Paloma specifica in quali romanzi sono state citate ed è inserito uno stralcio del testo originale, creando uno zibaldone che richiama alla memoria sapori e momenti particolari.
C’è da dire che, a chi ha amato i libri del padre, la scrittura della figlia sembra scipita, ma bisogna ricordare che queste sono solo ricette. Allora si può consigliare il libro? Sì, perché queste pagine sono comunque piene dei raggi del sole di Bahia, e fanno parte di quello che verrebbe con termine scientifico chiamato ‘patrimonio immateriale’.

Eloisia Tiziana Sparacino



domenica 5 gennaio 2014

Scale neviere trazzere

Pippo Lo Cascio, Scale neviere trazzere. Le vie storiche di comunicazione, commerci ed economie della provincia palermitana, tra i secoli XIV-XIX, prefazione di Tommaso Romano. Palermo, ISSPE, 2012, 220 pp.

La ricerca documentaria può dare buoni frutti anche al di fuori dello stretto ambito universitario. A riprova di ciò è questo volume, una ricerca documentaria – condotta con cura da un ricercatore ‘indipendente’ – sulla topografia e sulla toponomastica della Sicilia storica. Per una Sicilia che sembra aver perso il suo rapporto con la Natura, la ricostruzione e il riconoscimento di luoghi oggi dimenticati o non più identificabili nella provincia palermitana è stata condotta presso archivi storici comunali, di Stato e diocesani, in più consultando fondi manoscritti di biblioteche, archivi amministrativi e giornali regionali e del Sud Italia (Termini Imerese, Palermo, Trapani, Salerno, Pescara, Monreale).
Lo Cascio ci porta all’approfondimento di tutta la struttura dei collegamenti viari a partire dalla fitta trama delle trazzere borboniche, spiegando le vie commerciali e i particolari veicoli impiegati, fra Trecento e Ottocento, anche scendendo nel dettaglio della terminologia locale o amministrativa. Particolare è l’approfondimento delle neviere, buche per la conservazione della neve che veniva rivenduta in estate. Una risorsa economica poco studiata, ma attorno alla quale si sviluppavano interessi anche consistenti, per un commercio che giungeva fino a Roma e Malta: nel libro sono presenti le trascrizioni di numerosi documenti che ne legiferavano o ne regolavano l’uso, oltre ad attestarne la forte presenza nella cultura popolare.
Dopo Prefazione, Ringraziamento ed Elenco abbreviazioni, il primo capitolo è La viabilità oltre la cortina montuosa della Conca d’Oro: il superamento dei Monti Billiemi, Cuccio e Grifone [pp. 11-72], dove si parla appunto di ‘scale’ e ‘portelle’, ma anche di ‘sedie volanti’, carrozze, muli e bardotti. Il secondo capitolo, Le neviere [pp. 73-120] approfondisce la forma e la localizzazione di queste strutture, anche approfondendo la tecnica e gli attrezzi con cui esse funzionavano. Il terzo capitolo, La memoria [pp. 121-150], è una raccolta di indovinelli e proverbi siciliani sulla neve, ricette di sorbetti, notizie sul culto della Madonna della Neve, e analisi dell’attuale stato di conservazione di scale, portelle e neviere nel territorio palermitano. Il quarto capitolo sono Le schede delle neviere della provincia palermitana [pp. 151-176], corredato da un glossario dedicato. In appendice, infine, I documenti [pp. 177-212] e la ricca Bibliografia [pp. 213- 220].
Consiglio questo libro non solo agli studiosi, perché copre una lacuna nello studio del territorio provinciale, ma anche ai semplici curiosi della storia locale, perché comunque molto scorrevole e di piacevole lettura.


Eloisia Tiziana Sparacino


Dono dell'autore

ITALO CALVINO - Lo scrittore dei destini incrociati (a cura di Tiziana Sparacino)

Il 15 ottobre 2013 Italo Calvino avrebbe compiuto novant’anni. Fu scrittore, giornalista, politico, autore di canzoni, traduttore e addetto stampa dell’Einaudi, ma soprattutto fu uomo d’ideali, nel senso più vero del termine.
Nasce a Cuba e sempre le rimane legato, tornandovi più volte e diventando amico di Che Guevara. Giunto in Italia a 13 anni, dopo una militanza partigiana, alla fine della seconda guerra mondiale si iscrive al Partito Comunista, impegnandosi in politica per spirito di servizio e di utilità alla società. Comincia allo stesso tempo a collaborare alla Einaudi, e inizia a frequentare intellettuali come Eugenio Scalfari, Elio Vittorini e Cesare Pavese, che divenne il suo mentore.
Le opere del periodo giovanile (Il sentiero dei nidi di ragno, 1946; Ultimo viene il corvo, 1949) risentono della corrente neorealistica che attraversa la cultura dell’Italia del secondo dopoguerra. Il teatro, il cinema, la letteratura fanno impietosamente i conti con la realtà di una società in macerie e Calvino, che ha pure combattuto in trincea, non può che raccontarla; mantiene però una sottesa leggerezza, quella capacità, come Pavese diceva, di «osservare la vita partigiana come una favola di bosco». Siamo ancora distanti dalle Favole Italiane o da Marcovaldo, ma l’approccio mitico-fantastico al mondo è uguale.
Già in queste prime opere la struttura narrativa si sviluppa su due piani: ad una lettura palese, dal senso aperto a tutti e spesso umoristico, si affianca quella sotterranea, dal senso morale critico, anche corrosivo; questa multilettura diverrà una costante della poetica calviniana.
La sua mente agnostica e razionale faticava a relazionarsi con una società che, per sofisticazione continua ed esponenziale, creava sostruzioni artificiali inutili. Nella trilogia de I nostri antenati parla di realtà umane conflittualmente contrapposte (Il Visconte dimezzato, 1952), di contestazione delle consuetudini sociali (Il Barone rampante, 1957), di dolorosa ricerca della propria identità (Il Cavaliere inesistente, 1959), sempre usando un tono allegorico-simbolico e una prosa dalla stesura classica e scorrevole.
La crisi dell’impegno ideologico, che coglie Calvino verso la fine degli anni ’50, e l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Armate Rossa, lo porta alla rottura con il PCI. Da questa disillusione nasce la stesura di un racconto amaro come La giornata di uno scrutatore (1963), che nelle intenzioni doveva far parte di un trilogia mai ultimata sulla crisi degli intellettuali.
Gli anni Sessanta sono un periodo particolare: «il mondo si è trasformato in un luogo astratto in cui la normale comunicazione fra gli esseriumani è stata sostituita da combinazioni, ipotesi e funzioni» (Giulio Ferroni). Si appassiona alle scienze e si trasferisce a Parigi, da dove, poi, inizia a girare il mondo, intensamente scrivendo e lavorando a progetti radiofonici, televisivi e cinematografici.
Quello che diviene base della scrittura – e dunque della realtà raccontata – è lo stesso gioco linguistico, ossia la struttura combinatoria palesemente esibita ne Il castello dei destini incrociati (1969) e Le città invisibili (1972). La realtà esiste solo perché raccontata, per mezzo dei tarocchi o delle parole, elementi interscambiabili e polivalenti: c’è molto del labirintismo di Borges in queste opere di Calvino.
La compiutezza del fantastico combinatorio è raggiunta da Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979): i dieci capitoli della storia sono altrettanti incipit di libri, esercizio di stile con i vari tipi di romanzo (post-)moderno, spaziando dalla neoavanguardia al neorealismo. Giovanni Casoli scriverà di come per Calvino la necessità di integrare questo testo con la propria vita sia una parabola della necessità dei rapporti umani ma anche dell’insufficienza intrinseca della letteratura.
Calvino muore per emorragia cerebrale nel 1985, alla vigilia della partenza per un ciclo di conferenze in America, per cui aveva scritto le Lezioni americane, poi edite postume.




mercoledì 25 dicembre 2013

Buone feste da LIBRidO!


 Cari Soci, Care Socie, Cari Amici, Care Amiche,

il 2013 è stato per noi un anno di prova, un anno che ci ha temprati. Abbiamo realizzato diverse attività con molta soddisfazione, dimostrando il nostro impegno e il nostro amore per la cultura. Non ci siamo mai fermati: il blog-rivista LIBIDO LEGENDI (tantissime sono le recensioni che mensilmente riceviamo in redazione), le presentazioni e gli eventi in occasione de Il maggio dei libri ne sono la prova, ma anche le iniziative partite a gennaio scorso come Salviamo l’odiato dizionario di latino! e il Servizio di ricerca bibliografica online, che abbiamo deciso di rinnovare anche per il 2014.
La raccolta dei libri per la campagna Dona un libro per liberare la cultura continua, nonostante le difficoltà nel trovare un luogo dove realizzare la biblioteca di quartiere e l’attesa, piuttosto lunga, di risposte concrete dalle istituzioni. Per l’anno nuovo abbiamo già in cantiere alcune preziose collaborazioni con altre realtà associative che operano nel mondo della cultura, come la Biblioteca Francescana di Palermo e il Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino. Stiamo anche lavorando ad una nuova veste grafica per il sito web e arricchendo di ulteriori articoli e videointerviste la nostra pagina Facebook e il nostro blog.
Per l’anno prossimo ci auguriamo un 2014 pieno di attività e di iniziative che possano dare vigore al risveglio culturale della nostra regione e della nostra generazione. Saremmo lieti se la nostra sfida fosse incoraggiata e supportata, come è successo fino ad oggi, da Voi, con la vostra collaborazione e amicizia. Saremmo felici inoltre di rendervi partecipi di ogni nostra attività. Cogliamo l’occasione per augurarvi buon Natale e felice anno nuovo, nella speranza che queste festività portino a tutti serenità, e che il 2014 si riveli migliore dell’anno che sta per concludersi.
Lasciate che i bambini vivano un sogno ad occhi aperti. Luci, colori, angeli e frutta colorata da appendere all’albero di Natale. Per una notte o forse qualcuna in più si potrà costruire un mondo più luminoso, immaginare cose belle, tuffarsi in atmosfere mozzafiato. Queste sono le piccole cose grandi che, porteremo nel cuore da adulti, per essere un po’ più sorridenti, un po’ più felici. Stephen Littleword, Aforismi

Palermo 24/12/2013
Il Presidente

Vincenzo Bagnera



giovedì 5 dicembre 2013

Alessia in Cosplayland

Storia di Alessia

Ci sono storie normalmente normali e altre straordinariamente normali. Come la storia di Alessia, una ragazza vivace e talentuosa, appassionata di anime e manga, che diventa scrittrice di romanzi fantasy. Ma questa sarebbe una bella storia normalmente normale. A diciotto anni, infatti, le viene diagnosticata l’Atassia di Friedriech che spiega infine la spossatezza, i dolori, la perdita di equilibrio. È un periodo orribile. La malattia, rara e degenerativa, avrebbe normalmente spento l’animo di chiunque, ma non di Alessia. Lei scopre che se Maometto non può andare alla montagna, le si può connettere via web. Dalla sua stanza via modem trova amiche dagli interessi comuni con cui confrontarsi, che la spingono infine a visitare insieme una convention di comics. E qui le si disvela l’universo del Cosplay, ossia dell’arte d’impersonare un personaggio di film o manga, creandosi un costume fedele ma soprattutto incarnandone lo spirito e le mosse. Alessia decide di provare, e scopre il piacere di esser guardata dalla gente non più per la sua disabilità, ma per la sua capacità d’immedesimazione. Così la sua storia diviene straordinariamente normale: incurante delle pastoie dell’Atassia, come qualsiasi ragazza segue e persegue la sua passione. Con l’aiuto della nonna Betty, suo angelo custode, inizia a progettare, assemblare, cucire, ricamare e forgiare cinture, corone, armi e tuniche, divenendo una delle più note cosplayer d’Italia dal nome d’arte di Ryuki. Uscita dal guscio, Alessia è inarrestabile: da partecipante diviene organizzatrice di eventi, performer e infine autrice di saghe fantasy. Nel blog dedicato ai suoi cosplay (http://www.ryukicosplay.com) spiega: «Ciò che sono si può riassumere in un'unica parola... sognatrice! Fin da bambina ho usato la mia mente, la mia fantasia, per inventare storie e mondi immaginari in cui potermi perdere, in cui poter dimenticare i brutti momenti che spesso ho passato... Crescendo ho trasformato quei giochi di bambina in storie scritte, racconti, popolati di personaggi che erano ciò che avrei voluto essere io». Non bisogna credere che la natura sognante implichi il distacco dalla realtà, dovendo lei sempre far comunque i conti con la malattia. Alessia decide dunque di scrivere la sua storia in una biografia che significativamente intitola Alessia in Cosplayland, perché similmente all’Alice di Carroll, vive una meravigliosa avventura, stavolta nella Terra del Cosplay. Questo racconto aveva sottesa la vocazione al fumetto, ed ecco il motivo di questa doppia recensione, che vuole raccontare le due facce della stessa storia da due diversi punti di vista. Si sottolinea che il ricavato delle vendite dei due volumi è devoluto alla ricerca sull’Atassia di Friedrich.


Alessia Mainardi, Alessia in Cosplayland, Fidenza, Mattioli 1885, 2011, 108 pp., ISBN 978-88-6261-206-7.

Alessia racconta la sua storia in prima persona con uno stile semplice, sincero, corredandola di un repertorio fotografico per far apprezzare la qualità finale raggiunta dal Cosplay di Ryuki (sé stessa). Vediamo sfilare così Jack Sparrow, la Sposa Cadavere, Maria Antonietta, Lady Oscar, Magneto, Legolas, Satine, Elizabeth Swann, la Regina Bianca, Elizabeth I, e altri ancora. Hanno tutti gli occhi di Alessia, ma sono altro. Leggendo si comprende come l’immedesimazione sia totale, e di come questo ‘altro’ fosse divenuto per lei sempre più importante, perché la astraeva dalla sua condizione esistenziale. Il pericolo era, però, quello di giungere alla autoreclusione in un universo parallelo di spade e parrucche. E infine le si aprirono gli occhi: «Nel momento in cui mi sono accorta che il Cosplay cominciava a prendere il sopravvento sulla mia vita e su chi sono realmente, ho deciso che avrei trovato il modo di essere io a sfruttare il Cosplay per fare qualcosa di davvero utile» (p. 89). La stesura di questo libro è dunque la catarsi da una situazione difficile, da una vita divenuta recitata e autoreferenziale. Alessia mette nero su bianco senza ritrosia certezze e paure, ma le inserisce in un apparato grafico che rende il libro quasi un fumetto, cosparso da mini dolls ammiccanti ispirate ai suoi Cosplay. Ci si stupisce di non dover leggere il libro manga style, cioè dall’ultima alla prima pagina, ma ancora di più del grande messaggio di base a tutto questo: «Rimanere aggrappata al ‘Paese delle Meraviglie’ senza portare al di fuori quello che mi aveva regalato era esattamente come ripiombare nella stagnante immobilità dei miei anni bui. Ora finalmente Alessia è soltanto Alessia e ha una gran voglia di andare avanti realizzando uno dopo l’altro tutti i suoi sogni con la volontà che ha capito di possedere, che è ciò che rende chiunque in grado di realizzare l’impossibile» (p. 97). Alessia Mainardi vive e lavora a Parma e per questa autobiografia ha già vinto il Premio Musa e il Premio Toyp; è anche autrice delle due trilogie fantasy Argetlam (Emmeci) e Avelion (Mattioli 1885 Editore).


Ivan Bella, Simone Brusca, Alessia Mainardi, Alessia in Cosplayland. Lo specchio della realtà, Piacenza, Grafiche Lama, 2013, 96 pp., ISBN 978-88-96037-40-9.

Se la biografia è la storia che Alessia doveva tirar fuori e da cui – sotto certi aspetti - prenderne le distanze, il fumetto - o, come si dice oggi la graphic novel - è stato il feedback che le è tornato indietro. Perché in fondo la sceneggiatura di Simone Brusca e i disegni di Ivan Bella hanno fatto questo: dare la loro versione dall’esterno. Hanno trasformato il lungo monologo dell’autobiografia di Alessia in un racconto perlopiù in primo piano, che si allarga in panoramiche significative, ma che sempre ha lei in fuoco. Il taglio cinematografico è chiaramente presente per tutta la storia: le vignette sono spesso zoomate, le sequenze hanno un ‘montaggio’ talvolta serrato e talvolta rilassato, ad assecondare gli stati d’animo di Alessia. Come felice espediente narrativo compare il vero macroingrandimento delle cellule degenerate dalla malattia per scandire l’aggravarsi costante delle sue condizioni. Non traggano in inganno le scene oniriche e i costumi dei cosplayers: se la novel fosse una pellicola sarebbe comunque un film neorealista, con il suo bianco e nero severo, che non risparmia gli episodi meno felici perché vuole essere obiettivo e non consolatorio. Non serve. Alessia, con la sua tempra, non necessita e non gradisce compatimenti, ripetendo il suo motto: “La volontà ci rende in grado di realizzare anche l’impossibile” (p. 93). Simone Brusca, già sceneggiatore dell’opera Psicometrica: memorie da un futuro remoto (Verbavolant), vive e lavora a Palermo, da dove gestisce anche il suo blog www. filidifumetto.blogspot.it. Ivan Bella, dopo il corso di comix alla Scuola del fumetto di Roma, è qui alla sua prima graphic novel.


Eloisia Tiziana Sparacino








lunedì 2 dicembre 2013

Etna Comics Off

Si sono spente le luci di Etna Comics Off, due giorni di fumetti, giochi, cosplay e videogames che a Palermo hanno animato la Biblioteca Comunale e Palazzo Brunaccini. L'organizzazione è stata curata da Sergio Algozzino e Anna Zito,  insieme a tutto lo staff che ruota attorno a Ballarò d'Autunno e Etna Comics di cui questo voleva essere un 'assaggio'. E il pubblico, incurante delle condizioni inclementi, ha gradito molto affollando i vari spazi dedicati ai giochi di ruolo, ai cosplayers, ai fumetti. Alle conferenze e ai workshop che hanno riunito disegnatori e sceneggiatori Marvel, Bonelli, Disney, DC Comics e Grafimated si è parlato delle fasi di lavorazione dei fumetti, del rapporto fra sceneggiatori e disegnatori, dello studio e approfondimento di un nuovo personaggio, delle necessarie ricerche per rendere quanto più verosimile un ambiente ed una atmosfera. E fra domande e richieste su Dylan Dog, Zagor, Winx, Demian, X-Men, grande è stata la partecipazione del pubblico ai dibattiti e lunghe le code al tavolo delle firme, dove si sono alternati fra gli altri Luigi Siniscalchi, Marcello De Martino, Stefano Caselli e Joevito Nuccio.
Altro pubblico si è dedicato alle sfilate di cosplay, dove si è davvero visto di tutto: fra personaggi di Disney, videogiochi, manga, anime, film, games e GDR, si vedevano serissimi esseri cornuti chiaccherare con Ezio Auditore o Actarus e Jack Frost posare a piedi scalzi a due metri da Ralph Spaccatutto, mentre la Regina Rossa salutava un elfo. Il programma della manifestazione comprendeva ancora le proiezioni, l'angolo bambini, i giochi da tavolo, i gadget, i fumetti e il tiro con l'arco, a prova del grande interesse per la cultura giapponese, pop e comics. Aspettando una edizione ancora più completa, ci siamo gustati questa.


Eloisia Tiziana Sparacino


L'atrio della Biblioteca Comunale di Palermo


Il tavolo delle firme: in primo piano Marcello De Martino e Joevito Nuccio


Presentazione del corto "I vespri siciliani"della Grafimated Cartoon


Luigi Siniscalchi al workshop "Bonelli Style"


Workshop "Scrivere un fumetto" con Manlio Mattaliano e Marcello De Martino

giovedì 14 novembre 2013

Le avventure di White-Man a Palermo


Si è inaugurato venerdì 8 novembre il XXXVIII Festival di Morgana – Poikilía: variazioni sul tema, diretto da Rosario Perricone per conto dell’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari. Organizzato presso la sua sede storica, il Museo delle Marionette, ad aprire le due settimane di eventi e incontri è stato lo spettacolo The adventures of White-Man di Paul Zaloom, un performer di Los Angeles, marionettista, regista e scrittore dalla tagliente ed allegra satira. Morale, politica, e costume vengono da lui raccontate attraverso il filtro corrosivo del teatro di oggetti: sono loro i minuscoli protagonisti di un teatrino del trash (sur)reale che rivela logiche squallide e crudeli miserie del protagonista, il White-Man del titolo, abitante del pianeta Caucazoid letteralmente venuto da cielo in Terra a miracol mostrare. La sua "civiltà" s’impone su indigeni e natura, sostituendo l’artificiale e conformato al vario e spontaneo: il White-Man lotta per il "bene" della Terra, che ovviamente è il suo "bene". Sul piccolo palco di un teatrino, proiettato sul megaschermo che agisce da fondale, gli oggetti si affastellano affannosamente, animati e raccontati dall’istrionico Zaloom. Trofei sbeccati, bambole smembrate, mappamondi da due lire, stelle di latta, sagome di cartone sono mostrati come veri e propri idoli della società, nel duplice senso greco di eidola, ossia immagini e fantasmi: del consumismo, dell’ipocrisia, del perbenismo, dell’avidità e dell’egoismo. Hanno perso la loro funzione iniziale per diventare contemporanee marionette risemantizzate. Oggetti perlopiù inutili e kitsch che si ricollegano ai discorsi portati avanti da molti artisti contemporanei di Junk Art e Art of Trash (ma già iniziati dall’Arte Povera di Pistoletto e dalla Pop Art di Warhol), che acquistano fascino con la narrazione vivace di Zaloom. Per maggiore fruibilità, sullo schermo si proietta la traduzione del testo inscenato, ma sono gli oggetti a raccontarsi da sé. E quando cala il sipario e si riaccendono le luci, ci si può avvicinare al tavolo e costatare che, finita la magia dei riflettori, ciò che resta è solo spazzatura.
Per le informazioni sullo spettacolo e sul programma del festival è possibile consultare il sito del Museo delle Marionette.


Eloisia Tiziana Sparacino

L'artista Paul Zaloom (a sinistra) e il direttore del Festival Rosario Perricone.

martedì 5 novembre 2013

Filastrocca dei sette vulcani

Marcella Di Benedetto, Filastrocca dei sette vulcani, Pomezia, Strombolibri, 2012, 20 pp., ISBN 978-88-95296-11-1.

C’è un luogo dove poggiate sul mare
Stan sette isolette vicine a fumare…

Parto dallo specificare che parlare di libri ‘per bambini’ non è confrontarsi con libri ‘infantili’, poiché per far leggere bene i bambini si deve partire da un buon libro, e questo lo è. L’autrice, Marcella Di Benedetto, è un architetto che, assieme al marito, nel 2004 ha avuto il coraggio di affrontare il difficile mondo editoriale da una particolare location, ovvero l’isola di Stromboli. L’Editrice Strombolibri, per cui è uscita questa filastrocca, si è guadagnata un proprio mercato (non ‘di nicchia’ perché non specialistico né elitario) solido ma avventizio, perché la maggior parte della produzione è venduta sulle isole e delle isole parla. La clientela turistica è attratta dall’accurata e allegra veste grafica della filastrocca, che permette di portare a casa il ricordo del mare di Salina, dei sorrisi delle sirene di Filicudi, del filo di fumo di Vulcano.
Ciascuno dei sette vulcani raccontati ha generato un’isola, ognuna diversa se non per il suo cuore di fuoco, ognuna bellissima. Sono questi i semplici elementi, mescolanti natura e magia, che l’autrice racconta ai più piccoli con la classica struttura della filastrocca intessuta di rime, rimandi ed allitterazioni. Le immagini che accompagnano le strofe – una per ogni isola delle Eolie, più introduzione e chiusura – completano il testo, e sono parte integrante della filastrocca, così che anche i più piccoli possono ‘percepire’, se non leggere, la narrazione. Le illustrazioni a tutta pagina, dal tratto leggero, sono acquerelli dal sapore naїf di mano della stessa Di Benedetto: dimostrano un colore raffinato ma molto immediato, che parla ai bambini strizzando l’occhio agli adulti. Della stessa autrice, sempre per i tipi dell’Editrice Strombolibri, sono usciti anche ‘Bibì e Zazù, gatti stromboliani’, ‘Il vulcano in mezzo al mare’ e ‘Ninna nanna di stelle e di mare’.

Eloisia Tiziana Sparacino