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sabato 5 aprile 2014

Raccolta di poesie contro la mafia dedicate a Padre Pino Puglisi

Association Européenne des Cheminots (a cura di), Raccolta di poesie contro la mafia di autori coinvolti in concorsi di poesia "Kalura" ed "Il Paladino". Antologia dedicata a Padre Pino Puglisi, Caltanissetta, Tipografia Lussographica, 2012, 77 pp.

La raccolta di poesie contro la mafia è dedicata alla figura di Padre Pino Puglisi, ucciso la sera del 15 settembre 1993 e beatificato, nel maggio del 2013, dalla Chiesa Cattolica che finalmente – forse con un po' di ritardo – lo riconosce martire.
Il libro è stato realizzato dalla Association Européenne des Cheminots - Sezione Italiana – Sicilia,  istituita il 22 luglio del 1961 a Torino, per iniziativa di un gruppo di ferrovieri di differenti aziende ferroviarie europee. La raccolta è stata presentata nella Sala Gialla di Palazzo dei Normanni il 27 settembre del 2012.
Le poesie raccolte sono state selezionate tra quelle che hanno partecipato ai concorsi di poesia "Kalura" e "Il Paladino" e sono tutte dedicate al tema della mafia. Sono scritte in lingua italiana e in dialetto siciliano.
Edizione fuori commercio, ma che andrebbe letta anche per la bellezza lirica e per la sincerità commovente di alcuni componimenti. «Io non ci sto / a stare zitto / e non denunciare...» è il grido di Antonino Causi. Dolorosa e riconoscente è la lirica di Giuseppe Ingardia: «Jò li vitti ddi carni squarciati...».
A Padre Pino Puglisi e ai bambini di Brancaccio sono dedicate le prime quattro poesie di questa raccolta.

Don Pino, tu non muristi, ammatula spararu.
Sì tu ca li mittisti chi spaddi contra u muru.
Iddi ristaru suli, tu sì chinu d'amici.
C'amuri di la genti, sarai sempri felici!
(Mimmo Burgio)

Lorenzo Cusimano





mercoledì 5 febbraio 2014

Viaggio in Sicilia: I luoghi del turismo responsabile con Addio Pizzo

Pico Di Trapani, Viaggio in Sicilia: I luoghi del turismo responsabile con Addio Pizzo, Marsala-Palermo, Navarra Editore, 2013, 158 pp., ISBN 978-88-95756-87-5.

Palermo è indiscutibilmente, sotto molto aspetti, una delle più belle città del mondo: architettura, paesaggio, posizione geografica, clima… Purtroppo da tanto tempo la sua anima è fiaccata da un cancro che tenta di distruggerla lentamente e costantemente: questa malattia è indicata da tutti genericamente con il nome di mafia. La cosa triste è che questo “morbo” tende ad attirare su di sé l’attenzione a discapito di tutte le meraviglie della nostra terra: nel mondo saremo più facilmente conosciuti quindi come “capitale della mafia” che non come “capitale della cultura arabo-normanna”, per esempio.
Per fortuna, negli anni, abbiamo avuto tantissimi uomini che si sono battuti strenuamente perché il nome del nostro popolo smettesse di essere infangato in modo così spietato; paladini che hanno offerto la loro vita per servire la loro patria, che non hanno avuto paura di quella quiete assordante che avvolgeva la loro città e con un grido silenzioso hanno in tutti i modi provato a riportare al candore originario la vitalità di Palermo. “Come nani sulle spalle di giganti” dobbiamo sfruttare le loro armi, la loro esperienza, il loro aiuto, il loro sacrificio per portare avanti questa dura lotta che, mai come oggi, sembra volgere a nostro favore. Dal 2004 al fianco dei palermitani combatte questa battaglia “Addio Pizzo”, un’associazione di giovani impegnata nello smantellamento del sistema di estorsione indebita di denaro praticata, a danno dei proprietari delle attività commerciali, dai “picciotti” di Cosa Nostra.
Questo volume, scritto da Pico Di Trapani (se qualcuno se lo stesse chiedendo, non è parente di Maria Di Trapani, ndr.), attivista palermitano che da anni si occupa del fenomeno mafioso, nonché dell’evoluzione del movimento antimafia siciliano, non è la classica guida che rispetta i tradizionali itinerari turistici di Palermo. Questa guida ci accompagna in un percorso nuovo, attraverso i luoghi di particolare interesse storico e culturale in cui la prepotente omertà mafiosa si è scontrata con la civiltà cittadina dell’antimafia: sentiremo raccontare le storie di denunce di estorsioni, la lotta continua per ricordare la memoria di un parente assassinato, l’eroismo di un gruppo di giovani impegnato a creare una rete di collaborazioni fondata sulla legalità.
La prima parte del volume è costituita da 4 itinerari turistici interni alla città di Palermo: Itinerario A – Teatro Massimo, Mercato del Capo, Piazza della Memoria; Itinerario B – Cattedrale, Questura, Quattro Canti e Piazza Pretoria, Chiesa della Martorana; Itinerario C – Antica Focacceria san Francesco ed Emporio Pizzo-Free, La Kalsa e piazza Marina, Lungomare del Foro Italico e piazza Magione; Itinerario D – Via D’Amelio, Monte Pellegrino e Castello Utveggio, Mondello e Parco della Favorita.
La seconda parte, invece, ci guida in alcuni paesi della provincia palermitana, in cui la denuncia di singoli coraggiosi ha creato un legame indissolubile tra la storia del territorio e quella di “Addio Pizzo”: Capaci, Partinico, Cinisi, Caccamo, Corleone, Portella della Ginestra e San Giuseppe Jato.
Il libro è condito da 16 bellissime tavole a colori che raccontano momenti, luoghi e oggetti rilevanti della lotta antimafia di “Addio Pizzo”, nonché dalle utilissime Note Bibliografiche [pp. 157-158] e da Contatti e Informazioni utili.


Vincenzo Bagnera


Dono dell'autore

sabato 5 ottobre 2013

Operazione Husky

Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino, Operazione Husky. Guerra psicologica e intelligence nei documenti segreti inglesi americani sullo sbarco in Sicilia, Roma, Castelvecchi, 2013, 273 pp., (RX, 59), ISBN 9788876159695.

Operazione Husky è una raccolta di documenti prodotti dagli apparati di intelligence statunitensi e britannici, che riguardano lo sbarco alleato in Sicilia nel 1943.
Giuseppe Casarrubea, storico, e Mario José Cereghino, giornalista, pubblicano sessanta documenti conservati negli archivi di Kew Gardens (in Inghilterra) e College Park (negli Stati Uniti). I documenti riferiscono il lavoro dei servizi segreti alleati dal 1940 all'autunno del 1943, per preparare lo sbarco in Sicilia (la cosiddetta "Operazione Husky"), infiltrando agenti segreti (spesso italo-americani) nel territorio siciliano e dell'Italia meridionale, stabilendo contatti amichevoli e rassicuranti con la popolazione locale e le personalità influenti e utili alla causa alleata (antifascisti, mafiosi, clero, nobili, etc.).
Le carte esaminate e pubblicate possono essere consultate, in copia cartacea e digitale, anche presso l'Archivio Casarrubea di Partinico, in Provincia di Palermo, http://casarrubea.wordpress.com/archivio/ (last access: 26/09/2013).
I dossier britannici e americani contengono valutazioni sulla popolazione siciliana (usi, costumi, indole, ma anche fedeltà al regime fascista, adesione alla guerra, grado di malcontento, etc.), informazioni e pareri su personalità ed esuli siciliani negli Stati Uniti (come Vanni Buscemi Montana e Max Corvo, ad esempio), rapporti degli agenti segreti, manuali di comportamento per le truppe che occuperanno l'isola e veri e propri piani di attuazione dello sbarco.
Il libro si divide in due parti: Una guerra segreta [pp. 5-93] e Documenti 1940-1943 [pp. 99-257].
La prima parte è una ricostruzione della vicenda dell'ideazione, della programmazione e della realizzazione dello sbarco in Sicilia, attraverso un'opera di taglio e cucito tra i vari documenti, che sono poi riportati nella seconda parte.
Il libro, nonostante si presenti come un'opera di «storia – quella vera» [p. 93] – è, tuttavia, privo di riferimenti bibliografici e di un degno apparato di note che non si limiti a citare i documenti pubblicati nel volume.
La mancanza di una bibliografia e la presunzione di ergersi contro gli «improbabili alfieri della storiografia accademica» [p. 93], fanno sì che non vi sia nel libro una vera e propria contestualizzazione ed esegesi delle fonti consultate. Inoltre, una buona bibliografia sull'argomento Sicilia-Fascismo-Mafia-Seconda Guerra Mondiale avrebbe, di certo, aiutato gli autori di Operazione Husky nell'avvalorare conclusioni e intuizioni, che essi rivendicano, ma che sono già state avanzate e confermate storicamente con le fonti, proprio da quegli «accademici da salotto», almeno dieci anni prima dalla pubblicazione di questo libro. Ad esempio, sulla commistione tra Fascismo e Mafia in Sicilia – che gli autori dichiarano di aver smascherato attraverso le carte – hanno già scritto, solo per citarne alcuni, S. Lupo in Il Fascismo. La politica in un regime totalitario (Roma, Donzelli, 2005); M. Di Figlia in Alfredo Cucco: storia di un federale (Palermo, Associazione Mediterranea, 2007); G. C. Marino, Le generazioni italiane dall’Unità alla Repubblica (Milano, Bompiani, 2006).
Inoltre, nonostante l'importanza dei documenti editi, l'arroganza del general reader, che pretende di scoperchiare e mettere a nudo le "verità", inficia non poco il valore storiografico dell'opera. Infatti, sarebbe stato opportuno – giacché gli autori riferiscono di conoscere gli archivi e di «affidarsi con umiltà all'antica e sana metodologia del dubbio» [p. 93] – indicare quali sono stati i criteri di selezione dei documenti, in che lingua sono redatti, chi li ha tradotti, quali documenti non sono stati trascritti e quali non sono stati scelti e per quali motivi, cosa è stato omesso dietro gli "[...]", qual è la consistenza dei fondi archivistici consultati, il perché della scelta di questi archivi piuttosto che di altri.
Per le perplessità elencate sopra, ritengo Operazione Husky, un'opera deludente dal punto di vista storiografico, poiché scritta forse con la presunzione di arrivare al grande pubblico senza dare validi strumenti di interpretazione e lettura, sebbene si riconosca agli autori il merito di aver lavorato su una parte di documenti fondamentali per la comprensione della storia italiana e siciliana.


Piero Canale



Fare memoria. Per non dimenticare e per capire

Rita Borsellino, Fare memoria. Per non dimenticare e per capire, a cura di Laura Soletti, Lucca, Maria Pacini Fazzi, 2002, 64 pp., 978-88-7246-548-6.

In questo libro viene proposto l’intervento di Rita Borsellino all’incontro per la legalità, organizzato a Lucca dal Ce.I.S. – Gruppo “giovani e Comunità”, al quale la sorella del magistrato ha partecipato con grande motivazione.
Dopo una breve introduzione di Laura Soletti, dove viene ripercorso il terribile periodo delle stragi del ’92, Rita Borsellino è preceduta da una breve presentazione di Massimo Toschi, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo scientifico Vallisneri di Lucca, che conobbe la Borsellino nel 1997, in occasione di un altro incontro tenutosi sempre a Lucca: “In memoria di Giovanni Falcone: la fatica della legalità”.
Rita Borsellino comincia il suo intervento ricordando la sua famiglia, i suoi quattro fratelli e raccontando come la sua vita sia cambiata totalmente da quel 19 luglio 1992. È da quel giorno, infatti, che decide di assumersi la responsabilità di «portare avanti la memoria di Paolo» [p. 9]. Ricorda come quest’ultimo fu il più giovane magistrato d’Italia a soli 24 anni. Ma allora, erano gli anni ’60, di mafia forse non se ne sentiva nemmeno parlare e non perché non ci fosse, ma semplicemente perché ad alcuni faceva comodo così. E anche lo stesso magistrato si “rimprovera” in una lettera che diventerà il suo testamento spirituale per le future generazioni: «sono ottimista, perché so che questi giovani avranno domani una consapevolezza ben diversa dalla colpevole indifferenza che io mantenni fino ai quarant’anni.» [p. 18]. Questo è un passaggio della risposta, scritta proprio la mattina del 19 luglio 1992, a una lettera che gli era stata inviata da una scuola padovana.
      Poi la memoria sulla vita blindata di Paolo perennemente in pericolo e di come questo, insieme con un gruppo straordinario di colleghi – il pool antimafia coordinato da Antonino Caponnetto – sia riuscito a scardinare la micidiale macchina da guerra chiamata Cosa Nostra, con l’aiuto di “pentiti” del calibro di Tommaso Buscetta.
      Infine, il doveroso e bellissimo ricordo dei ragazzi della scorta che hanno avuto il merito di proteggere, fino all’ultimo giorno, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: «sono delle persone che hanno offerto la loro vita perché la nostra democrazia potesse restare tale» [p. 32].


Biagio Bertino

lunedì 5 agosto 2013

LIBIDO LEGENDI diventa rivista!


Il blog LIBIDO LEGENDI diventa rivista!
Librido - Laboratorio di Studi e Servizi Culturali ha deciso di raccogliere tutte le recensioni pubblicate sul blog da dicembre 2012 a giugno 2013 nella prima uscita della rivista LIBIDO LEGENDI.
La rivista è scaricabile gratuitamente dal link sotto riportato. È possibile richiederne una copia cartacea e rilegata scrivendo a recensionilibrido@gmail.com e donando liberamente una piccola offerta.
Con l'occasione vogliamo augurare a tutti i nostri lettori una serena e rilassante estate!
Buona lettura!



venerdì 5 luglio 2013

Il ritorno del principe



Saverio Lodato e Roberto Scarpinato, Il ritorno del principe, Milano, Chiarelettere, 2008, 347 pp., ISBN 978-88-6190-056-1.

Il ritorno del principe è l'analisi politica, sociale e storica della criminalità al potere, ovvero del potere criminale in Italia. In che modo il Principe mantiene il suo potere: con l'assenza di meritocrazia, con le nomine dal vertice (vedi legge elettorale), oscurando l'informazione su indagini e processi che vedono come imputati i colletti bianchi. Non dobbiamo preoccuparci, quindi, solo di Riina e Provenzano: ma del potere criminale che si serve di loro.
In che modo il Principe amministra il potere? Secondo i consigli del Machiavelli: “il fine giustifica i mezzi”. E quali sono i mezzi con cui raggiungere questo fine? Essenzialmente – secondo l'analisi del Procuratore Antimafia Roberto Scarpinato – la corruzione, la mafia e il terrorismo stragista. I soldi per comprare consenso, avversari e potere. La mafia per  il controllo del territorio, ma anche per corrompere e monitorare la società. Lo stragismo come estremo rimedio, per creare confusione, paura, tensione.
È mai possibile che Totò Riina e Bernardo Provenzano abbiano potuto vivere tranquillamente la loro latitanza quarantennale, riuscendo a sfuggire all’arresto così a lungo? È ipotizzabile che Cosa Nostra conoscesse esattamente  gli spostamenti del giudice Falcone, tanto da approntare, con settimane di anticipo, l’attentato dinamitardo di Capaci?
Il giudice Scarpinato (già a fianco di Falcone e Borsellino prima e Caselli dopo) e il giornalista Saverio Lodato hanno voluto allargare il discorso sulla mafia e inserirla in una cornice prettamente storico-culturale. Si può parlare, in Italia, di una storia criminale della classe dirigente? Gli autori fanno riferimento ad una vocazione perpetua alla violenza da parte delle classi dirigenti italiane, che utilizzano perfino l’omicidio e la violenza fisica, come strumenti concorrenziali in un mercato dove il fine da raggiungere è l’assunzione di posizioni monopolistiche.
In molte occasioni le classi dirigenti e la loro rappresentanza politica (sia a destra che a sinistra) hanno mostrato di preferire la lotta alla magistratura piuttosto che quella contro la criminalità organizzata.  Giustizia e iter processuali sono stati oggetto di numerosi rimaneggiamenti e proposte di riforma, spesso discutibili; in nome di un apparente garantismo si nascondono, piuttosto, veri e propri tentativi di regalare per legge l’impunità  ai colpevoli.
In Italia, in altri termini, la violenza della classe dirigente e la copertura prestata dalla rappresentanza politica alla criminalità, risalirebbero alle teorie di Machiavelli e al franco elogio che l’intellettuale fece di assassini come Cesare Borgia. Nei testi dello storico è possibile cogliere una peculiarità socio-culturale propria degli italiani e un modello di comportamento che dimostra, secondo Scarpinato, «la normalità della pratica dell’omicidio e dell’astuzia sleale nella lotta politica, in dispregio di ogni regola e criterio di lealtà, anche nello scontro militare» [p. 86].

 Biagio Bertino



mercoledì 5 giugno 2013

L’agenda rossa di Paolo Borsellino



Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, L’agenda rossa di Paolo Borsellino, prefazione di Marco Travaglio, Milano, Chiarelettere, 2007, 238 pp., ISBN 978-88-6190-014-1.

Negli ultimi anni molto è stato detto e fatto per celebrare l’eroica figura di Paolo Borsellino. Molto poco, invece, si sa dell’ultimo periodo della sua vita, ovvero quei famosi 56 giorni che separano la strage di Capaci dall’esplosione di via D’Amelio, quando qualcuno decide la sua condanna a morte.
In questi ultimi giorni si torna a parlare della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino. Cosa conteneva questo documento scottante che il magistrato palermitano portava sempre con sé? Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, in questa pubblicazione del 2007, ricostruiscono e delineano, uno dopo l’altro, gli ultimi 56 giorni di vita di Borsellino servendosi delle carte giudiziarie, delle testimonianze dei pentiti, delle confidenze di familiari, colleghi e investigatori.
Vengono fuori delle pagine al cardiopalma in alcune delle quali si possono veramente rintracciare stralci di quell’agenda maledetta dove Borsellino annotava le riflessioni e i fatti più segreti. Qualcuno ebbe fretta di farla sparire: ma chi poteva sapere che quel documento, che tra l’altro il giudice utilizzava da poco tempo, gli serviva per annotare i suoi pensieri e i fatti più scottanti? Borsellino poco tempo prima di essere assassinato, confidò, in lacrime, di essere stato tradito da un amico. Chi è questa persona? E perché dopo la strage di Capaci nessuno degli investigatori nisseni, che si occupavano dell’eccidio, ebbe l’accortezza di interrogare Borsellino che, com’è noto, doveva sapere molte cose? Sicuramente, dopo l’uccisione di Falcone, era diventato un soggetto troppo scomodo che sapeva troppo e soprattutto annotava troppo.
In quell’agenda doveva essere scritto tanto. Chi incontrava, chi intralciava il suo lavoro in procura, le verità che andava scoprendo. Lasciato solo negli ultimi giorni della sua vita, soprattutto da uno Stato se non complice volutamente indifferente, disse: «Ho capito tutto…mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia…Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri».

Biagio Bertino


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venerdì 5 aprile 2013

Voi non sapete



Andrea Camilleri, Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano, Milano, Mondadori, 2007, 212 pp., ISBN 978-88-04-58587-9.

Bernardo Provenzano, tristemente noto per essere stato un sanguinoso boss mafioso siciliano, dalla sua pluridecennale latitanza usava comunicare con dei bigliettini cartacei, manoscritti o dattiloscritti, che consegnava a uomini di sua fiducia e che dovevano poi essere recapitati al destinatario per informarlo in maniera “riservata”. Questo volume è una sorta di “dizionario” in cui sono raccolti le voci e i temi che ricorrono più spesso nei famosi “pizzini” di Provenzano, tracciando così un codice linguistico anomalo che diviene idioma a tutti gli effetti.
In ordine alfabetico vengono proposti i temi di cui parlava il latitante. Per fare alcuni esempi: gli «Affari» (p. 9), il «Comando» (p. 50), la «Famiglia» (p. 70), la «Magistratura» (p. 101), la «Religiosità» (p. 151), l’«Umiltà» (p. 190), e molto altro ancora.
A pagina 40 viene esposto il tema della «Bibbia». Provenzano aveva una copia della Bibbia delle Edizioni Paoline. A giudicare dallo stato in cui versava l’oggetto al momento del ritrovamento e dalle numerose sottolineature che conteneva, possiamo supporre che dovesse essere oggetto di consultazione quotidiana da parte del boss. La prima sottolineatura si trova già nell’introduzione al volume: «La perseveranza nella pratica del bene» (p. 40). In un pizzino Provenzano scrive: «Preghiamo il Nostro buon Dio, che ci guidi, a fare opere Buone. E per tutti» (p. 40). Ovviamente è chiaro che la perseveranza cui fa riferimento Provenzano è quella volta ad arricchire sempre più di potere e denaro la mafia. Provenzano era anche chiamato, all’interno di Cosa Nostra, “’u Raggiuneri”. Non a caso, nella sua Bibbia, il testo più letto e sottolineato tra quelli che compongono il Vecchio Testamento è il libro dei Numeri.
Questa volta Andrea Camilleri – scrittore siciliano noto soprattutto per i suoi racconti sulle vicende del Commissario Montalbano (ma non solo) – ha deciso di occuparsi del tema della mafia. Quando le carte del boss sono state rese pubbliche, all’autore si è offerta un’opportunità imperdibile: da uomo e intellettuale di cultura siciliana, sapeva benissimo che da quei testi si potevano ricavare preziosissime informazioni di carattere linguistico, antropologico, religioso, sociale, tali da costituire, per chi sapeva comprenderli, una chiave di lettura curiosa e anomala.
Ne viene fuori un libro ironico e amaro allo stesso tempo, una sorta di guida che, voce per voce, ci svela l’alfabeto con cui uno dei boss più spietati di Cosa nostra ha saputo parlare per più di quarant’anni alla sua organizzazione (e non solo), mostrandoci infine come nella banalità di parole apparentemente comuni possa nascondersi la freddezza del male.

Biagio Bertino


mercoledì 20 marzo 2013

Palermo: gli splendori e le miserie l'eroismo e la viltà



Antonio Ingroia, Palermo: gli splendori e le miserie l'eroismo e la viltà, Milano, Melampo Editore, 2012, 166 pp., ISBN 978-88-89533-52-9.



Quando si parla di Antonio Ingroia non possiamo scindere il suo percorso di vita civile da quello professionale. Quest’ultimo è stato segnato dalla conoscenza diretta di due eminenti uomini, conterranei ed al servizio dello Stato, che hanno forgiato le coscienze della Sicilia, valicando i confini della Nazione: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Paolo Borsellino è stato maestro e mentore della formazione professionale di Antonio Ingroia e ha reso ancora più consapevoli e tenaci i principi che il giudice aveva assimilato, sin da giovane, nel suo percorso adolescenziale: la ricerca della verità, dapprima alimentata con letture di approfondimento sul fenomeno mafioso siciliano – da Sciascia ad Arlacchi – ed in seguito arricchita dalla frequentazione del centro studi Peppino Impastato, ove forte era l’evidenza dell’Antimafia.

La continuità con il suo modo di essere è evidenziata da alcune azioni dei suoi maestri professionali, una in particolare: quando Paolo Borsellino – in occasione della confessione del pentito di mafia Calcara, venuto a conoscenza che alcuni dei suoi giovani sostituti erano entrati nel mirino delle cosche mafiose – decide di assegnare in dotazione al più esposto giovane Ingroia, allora trentenne, una delle sue auto blindate e, da oculato osservatore, lo stesso giudice confessa a  Ingroia di ritenersi quasi fortunato per avere vissuto più anni di libertà rispetto a lui, che sta invece iniziando a vivere la vita blindata precocemente.

Da quel passaggio la vita di Ingroia si è tracciata e concretizzandosi in una costante lotta contro il crimine organizzato.

Definito il “pupillo di Paolo Borsellino”, è sempre in prima linea ad istruire processi a personaggi noti e altri definiti “colletti bianchi”: dal sequestro De Mauro, al caso Rostagno, ai processi Contrada e Dell’Utri ed in ultimo quello sulla Trattativa Stato-Mafia; processi che lo hanno spesso reso oggetto di critiche particolari e lo hanno sottoposto ad una continua esposizione pro e contro le azioni intraprese.

La sua indole è, di certo, segnata dagli avvenimenti criminosi, quali la strage in cui sono stati trucidati Paolo Borsellino e i valorosi servitori dello Stato che tentavano di proteggerlo. Sicuramente da allora qualcosa è cambiato.

Oggi nel mezzo del cammino della sua vita, molto travagliata e vissuta nell’interesse della società, è stato costretto a eliminare buona parte del suo privato e di quelle cose che molte persone ritengono normali.

Di recente, inoltre, ha deciso di intraprendere un percorso professionale e di vita apparentemente diverso. L’occasione è stata colta da molti per muovergli critiche, ed attribuire a tale gesto valore di resa. Chiaramente ha scelto quello che un uomo consapevole e coerente decide di fare nella vita: approfondire e continuare la sua azione di servizio verso lo Stato.

Ha coinvolto negli anni tanta gente, movimenti e rappresentanti della società civile, e ha  molto sperato di trascinarli in quella lotta che ha definito “Rivoluzione Civile”. Per la particolare condizione sociale in cui verte l’Italia in questo momento, il movimento non ha avuto il riconoscimento atteso ma, al contrario, ha mancato l’obiettivo che si era prefisso in partenza, anche se di sicuro ha inciso scuotendo le coscienze di molti italiani.

È innegabile che il contributo dato in magistratura e quello che potrebbe dare nella società civile è un patrimonio che non deve essere perduto. Eroi e servitori dello Stato non sono solo quelli cancellati a forza dalla violenza, ma anche quelli che con i fatti, e non con le sole parole, hanno inciso ed incidono per il miglioramento del presente, che da domani sarà letto come Storia.

Fra le sue opere sono ricorrenti analisi, opinioni, esperienze, trattati di criminalità, sociologia e avvenimenti che oggi possono essere consegnati alla Storia; per elencarne qualcuna: L’associazione di tipo mafioso, Milano, Giuffrè, 1993; L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo, con Gian Carlo Caselli, Milano, Feltrinelli, 2001; C’era una volta l'intercettazione. [La giustizia e le bufale della politica. Lo strumento d'indagine, la sua applicazione per i reati di mafia e i tentativi d'affossamento], Viterbo, Stampa Alternativa, 2009; Nel labirinto degli dei. Storie di mafia e di antimafia, Milano, Il Saggiatore, 2010; Palermo. Gli splendori e le miserie. L'eroismo e la viltà, Milano, Melampo, 2012; Io so, con Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Milano, Chiarelettere, 2012; Il sentimento del giusto. Un dialogo nel tempo con Paolo Borsellino, Milano, Il Saggiatore, 2012.

In questo scritto Antonio Ingroia, nato a Palermo nel 1959, prova a raccontare parallelamente la terra di cui si sente pianta di seme naturale ed etnico, e quanto accaduto e accade nel resto d’Italia; tenta di raccontarsi in quelle sue piccole azioni private e di vita pubblica in magistratura, a partire dall’inizio della sua carriera come uditore giudiziario sin dal 1987.

Racconta la casualità della sua esperienza professionale, determinata da un susseguirsi d’eventi che a qualsiasi persona apparirebbero surreali, ma che lui riesce a circoscrivere e descrivere con una naturalezza tale da rendere la sua storia uguale a quella di un qualsiasi giovane. Da lì a poco la vita di un ventenne che guarda al futuro con semplici prospettive, muta orizzonte a causa di una catena di vicende che, consapevolmente, comprende ed accetta. Vive la professione agli inizi come allievo di quella gente più esposta ed in vista, gente il cui scopo è l’impegno di riscattare la Sicilia e depurarla da tutte le sue ramificazioni, da tutte quelle scorie che ne intristiscono e cambiano i meccanismi, quella terra spesso definita un piccolo paradiso terrestre che alle volte fiorisce, ma che mai è riuscita a risplendere di luce propria. Espone un’analisi di fatti ed azioni in un contesto sociale e nazionale che spesso riportano in Sicilia, in particolare nel territorio palermitano.

Segnatamente descrive le diverse sfaccettature della società palermitana: ora società di apparenze; ora società quasi impossibile da immaginare se non la si conosce dall’interno e che emerge con il racconto minuzioso di fatti, accadimenti, prove, congiure, stragi, uomini e società schierati apertamente per la illegalità; ora come lotta per la legalità e per il riscatto di una terra perennemente dominata; ed infine come società pericolosa che lotta contro tutti, anzi è in guerra con tutti, costretta a convivere con chi vuole il cambiamento, e si fa forte nel contrasto con la strategia del braccio armato e stragista.

Andando avanti nella lettura, si comprende come a contrastare inizialmente questa società, “onorata”, tutelata, nascosta – “Cosa nostra” o, più comunemente, “mafia” – siano stati singoli individui con un profondo senso del dovere e della legalità; successivamente, in modo lento e graduale, queste singole persone iniziano ad aumentare, anche se rimangono in pochi di “qualità”.

Il racconto – oltre ad alcuni fatti personali e quotidiani – è un susseguirsi di vicende accadute che vanno dal periodo definito “sacco di Palermo”, passando attraverso la “primavera palermitana” e lo scontro frontale Stato-Mafia, fino al risveglio del popolo palermitano, per il quale a un certo punto, attendere la soluzione dai tutori e servitori dello Stato non è più sufficiente, ma è altresì necessario mostrare la propria faccia e schierarsi.

Volume molto ben redatto e che riscontra indubbiamente pareri più che positivi; Ingroia coinvolge il lettore, con un linguaggio chiaro e scorrevole nelle vicende, appassionandolo e facendogli raggiungere una consapevolezza che sembra materializzarsi nel giardino della porta accanto, mentre si ascolta il racconto di un vecchio saggio seduto al tavolo di un bar, nel pomeriggio arido ed assolato tipico della nostra Sicilia.

Una testimonianza che ciascuno dovrebbe leggere almeno una volta nella vita, soprattutto coloro i quali decidono fermamente di mettersi al servizio della “cosa pubblica”.

Per chi questi tempi li ha vissuti ed ha seguito con desiderio tale cambiamento, questo libro mantiene vivi la memoria per non dimenticare e lo spirito per continuare a credere in un cambiamento, mentre suscita, in chi non era ancora nato o non ha voluto sapere, una sensazione di risveglio della coscienza ed uno spunto per comprendere che, forse, questo cambiamento è davvero possibile.



Vito Passantino




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L'Estate in cui sparavano



Giorgio D’Amato, L’Estate in cui sparavano, Messina, Mesogea, 2012, 144 pp., ISBN 976-88-469-2116-1

Spesso ci rendiamo conto di quanto siamo immersi nella storia solo a posteriori. Gli avvenimenti ci colgono nel nostro divenire quotidiano e non sempre abbiamo la lucidità necessaria per riflettere su ciò che accade. Succede. Dalla caduta del muro di Berlino alle dimissioni di un papa. Ma a volte capita che questa storia ci sia talmente vicina e attraversi a tal punto le nostre vite da obbligarci a fare i conti con essa.
In esergo al suo libro, L’estate in cui sparavano, Giorgio D’amato cita Sciascia: “I siciliani, ormai da anni, chi sa perché, si ammazzano tra loro”. Citazione da una Storia semplice, che ovviamente, così come accade spesso in Sicilia, semplice non è affatto. E infatti un groviglio di sangue e vendette comincia a prendere forma nel suo interessante romanzo, con una sparizione – lupara bianca si dirà più tardi – quella del boss di Casteldaccia: Piddu Panno.
Ma ovviamente la storia, quella spietata della cronaca fatta dai killer di Cosa nostra, non ha ancora preso il sopravvento e quindi l’incipit descrive una splendida estate siciliana per il protagonista del romanzo, un ragazzo di 16 anni che vive la sua età tra amici, motorino e il lavoro pomeridiano al bar dello zio. Gli accadimenti, però, si impongono prepotentemente e il sangue comincia ad essere versato in abbondanza in quell’estate del 1982 con decine, e poi centinaia, di morti. Siamo in quel che diverrà il tristemente famoso triangolo della morte: Casteldaccia, Altavilla Milicia e Bagheria, ed è questo il vero asse portante del romanzo. D’Amato, infatti, ricostruisce – grazie a fonti documentarie quali giornali e media del tempo, in modo puntuale ed efficace e senza tralasciare i particolari più efferati – gli effetti della seconda guerra di mafia.
É una ricostruzione fedele, quasi da sceneggiatura cinematografica, ed è la storia della mafia vincente, quella dei corleonesi, che sostituirà quella storica, dei Bontade, Badalamenti, Buscetta, ecc. Gli omicidi sono raccontati dagli occhi ingenui di un adolescente curioso e da un avventore del bar dove questo ragazzo lavora a Casteldaccia:  Don Ciccio che, ogni tanto, in modo colorito e popolano, cerca di spiegare cosa avviene e cosa c’è sotto i vari morti ammazzati. Una figura, forse, poco siciliana proprio per la sua loquacità ma che risulta essenziale per la ricostruzione dei fatti.
 Per il resto il romanzo scorre abbastanza bene e accanto alle cruenti dinamiche mafiose, vede dipanarsi la storia dell’amicizia adolescenziale tra il protagonista e Antonio, un ragazzo intelligente e pieno di ideali, poco più grande: una generazione ancora indenne dal consumismo.
Si finisce in corteo nella famosa marcia Bagheria-Casteldaccia, di cui da poco si è commemorato il trentennale, e con la fine di una stagione che porterà maggiore consapevolezza sociale e individuale. Le vicende raccontate, che influiscono sui destini delle persone e che a volte ne cambiano la direzione, porteranno ad una maggiore presa di coscienza collettiva obbligando tutti a prenderne atto. Una sorta di romanzo di formazione a sfondo storico-mafioso che ha il pregio di far conoscere, soprattutto ai più giovani – con un linguaggio semplice e accattivante che spesso fa anche uso di anacoluti e sintassi dialettali – una pagina importante, e forse ancora poco conosciuta, di storia siciliana.

Maria Luisa Florio