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lunedì 5 ottobre 2015

Boliviario

Gabriele Camelo, Boliviario. Delusioni e conquiste di un volontario, Milano, Paoline Editoriale Libri, 2015, 244 pp. (Libroteca Paoline, 185), ISBN 978-88-315-3925-8.

Ci vuole coraggio per intraprendere un viaggio come volontario per la Bolivia e a lasciare la vita degli agi e delle cose date per scontate. Ci vuole coraggio ed anche un po’ d'incoscienza per farlo.
Da persona coraggiosa qual è, Gabriele Camelo - autore del Boliviario. Delusioni e conquiste di un volontario - e con un pizzico di incoscienza, ha deciso di mollare tutto e di vivere appieno l’esperienza del volontariato, non per riceverne qualcosa, piuttosto per donare qualcosa a chi sta indubbiamente peggio.
È durante questi lunghissimi mesi che Gabriele entrerà in contatto con gli uomini e le donne, i colori e i profumi, il tempo e la solitudine della Bolivia, che inevitabilmente lo plasmeranno.
Il Boliviario non nasce per essere pubblicato, ma sfogo personale, come ricerca di salvezza per un giovane, partito come volontario del VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) e ritrovatosi di fronte alla solitudine e alla disperazione, non solamente dei bambini e dei giovani emarginati di cui ha dovuto prendersi cura, ma anche e soprattutto di fronte alla solitudine e alla disperazione personali.
I racconti che si susseguono, sotto forma di diario, sono una sorta di dialogo interiore, sono parole e sensazioni dettate da un flusso di emozioni personali, fissate come cura immediata e come memoria futura, affinché il giovane scrittore non dimentichi mai e possa rivivere quanto provato e vissuto.
Leggendo una pagina dopo l’altra, il lettore ha la sensazione di provare le medesime impressioni provate da Gabriele, poiché gioisce delle sue conquiste e si dispera delle sue sconfitte.
Una costante è il rifugio e il conforto che l’autore cerca e trova ogni volta nella Fede, che è una Fede pura, cristiana, senza secondi fini, semplicemente una forza superiore che lo ha sempre accompagnato e che gli ha permesso di completare questo difficile percorso, nonostante lo sconforto abbia più volte preso il sopravvento.
Gabriele farà degli incontri che modificheranno per sempre il suo modo di essere e di vedere la vita. Capirà come le piccole cose, date per ovvie in Italia, in Bolivia non esistono neppure, e di contro apprezzerà il valore e il peso di un abbraccio e di un sorriso di chi vive nella miseria.
A conclusione della sua esperienza, portata a termine non senza contrasti e liti, si renderà conto di avere dato veramente tanto e di avere ricevuto altrettanto, inaspettatamente.
Gabriele Camelo, l’autore, ha conseguito diverse lauree, indispensabili per la sua formazione personale e per il raggiungimento della sua attuale forma mentis. È laureato in Scienze della Comunicazione alla LUMSA, in Pedagogia della comunicazione mediale e in Psicologia presso l'UPS e in Scienze della Formazione primaria presso l’Università dell’Aquila. Ha conseguito un Master in Cinema Digitale e Produzione televisiva presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano.
È una mente in continua evoluzione, veloce e curiosa, come si evince anche dal suo scritto, in cui si fa menzione alla sua attività di giocoliere, camminatore sui trampoli, clown.
Ha anche lavorato come autore televisivo per la RAI. Attualmente è autore di reportage per il canale TV2000.
Inserito all’interno della collana Libroteca Paoline, di cui occupa la posizione 185, il Boliviario. Delusioni e conquiste di un volontario è un ottimo diario-documentario, dalla scrittura fluida e dal linguaggio ricercato, da leggere più volte anche a distanza di tempo, per cogliere ogni volta delle diverse sfumature. È una buona lettura anche per i momenti in cui ci si sente persi e abbandonati, da interpretare come rimedio per l’animo e per comprendere come ci sia in ognuno di noi una luce e una forza di volontà, che Gabriele chiama Fede, che ci guida e che ci dà conforto.


Agostina Passantino



martedì 2 giugno 2015

Il Natale di Poirot

Agatha Christie, Il Natale di Poirot, Milano, Mondadori, 2009, 209 pp., (Oscar narrativa, 1475), ISBN 978-88-04-51010-9.

A Natale, persone che non hanno alcuna voglia di essere amabili fanno uno sforzo per apparirlo… C'è in loro molta ipocrisia, a Natale, onorevole ipocrisia, senza dubbio, ipocrisia "pour le bon motif", ma sempre ipocrisia. E lo sforzo per essere buoni e amabili crea un malessere che può riuscire in definitiva pericoloso. Chiudete le valvole di sicurezza del vostro contegno e presto o tardi la caldaia scoppierà provocando un disastro.

È un Natale speciale a Gorston Hall: l'anziano e ormai invalido patriarca Simeon, ha, infatti, deciso di riunire intorno a sé l'intera famiglia. Così nella grande casa di Longdale, si ritrovano, dopo vent'anni, i quattro fratelli Lee: il devoto Alfred che, con la moglie Lydia, vive da sempre al fianco dell'adorato ma ingrato padre; il deputato George con la giovanissima consorte Maude, tanto avidi quanto bisognosi di denaro; il fragile David, convinto dalla saggia moglie Hilda a seppellire l'ascia di guerra nei confronti di quel padre, a suo dire, colpevole della prematura scomparsa della madre; e perfino Harry, figliol prodigo di cui nessuno pare sentir la mancanza. A completare il poco idilliaco quadretto familiare, si aggiungono, inaspettatamente, la spagnola Pilar Estravados, unica nipote di Simeon, appena giunta in Inghilterra su invito del nonno; e il giovane Stephen Farr, figlio dell'ex socio di Lee, di ritorno dal Sud Africa. Inevitabile che in una simile rimpatriata i vecchi dissapori tornino a galla, e se a gettare benzina sul fuoco ci si mette lo stesso padrone di casa, non deve sorprendere che, presto o tardi, ci scappi il morto...
Il binomio Natale-delitto è uno dei cliché più tradizionali, nonché più efficaci della letteratura gialla, e quando a servirsene è, come in questo caso, una maestra del genere come Agatha Christie, il successo è garantito. La cornice domestica cattura fin dal principio: ci ritroviamo in un'elegante dimora, a pochi giorni dal Natale, testimoni delle tante controversie familiari che, sotto una parvenza di educata cortesia, avvelenano i rapporti tra i membri di una famiglia dell'upper-class, accomunati dall'incapacità di dimenticare le offese, e dal risentimento verso il dispotico genitore, nelle cui mani - particolare non da poco - sono saldamente stretti i cordoni della borsa. Il romanzo, narrato con stile asciutto e tipica ironia inglese, si legge tutto d'un fiato, e coinvolge soprattutto grazie all'accurata caratterizzazione psicologica dei personaggi, che, accanto a Poirot, impariamo a conoscere poco alla volta. Del resto, come giustamente osserva lo stesso investigatore belga, il più delle volte la chiave del mistero sta proprio nella personalità della vittima e dei potenziali assassini. Ed è così che, tra l'osservazione di dettagli solo apparentemente casuali, acute ed inquietanti citazioni shakespeariane, e inaspettate rivelazioni, prende corpo un giallo puramente deduttivo, e perfettamente congegnato, in cui il lettore, divertendosi senza mai incorrere in veri turbamenti, partecipa attivamente alla storia, nel tentativo di risolvere il mistero prima dell'irriducibile Poirot. Tentativo decisamente vano, in verità, specialmente a fronte degli insospettabili segreti che vengono alla luce nel corso delle pagine, fondendosi in un racconto dalla struttura tanto semplice quanto sorprendente, in cui a far la differenza è la prospettiva secondo cui si guarda alle cose.
Un romanzo perfetto con cui intrattenersi in una serata di festa, e riscoprire, per qualche ora, il piacere puro e genuino del buon vecchio giallo d'epoca.


Alice S.



giovedì 5 febbraio 2015

Splendore

Margaret Mazzantini, Splendore, Milano, Mondadori, 2013, 309 pp., ISBN 978-88-04-63808-7.

Chi ha amato almeno una volta nella vita, sa come possa essere devastante non poter vivere liberamente il proprio sentimento, specialmente se ad ostacolarlo sono le convenzioni, i sensi di colpa, le paure e la vergogna. E se – dopo una vita trascorsa nella finzione, nel tentativo di voltare pagina e indossare la maschera della “normalità” – si è quasi a un passo dal raggiungimento di quella unione tanto agognata quanto sofferta e qualcuno decide di portartela via con brutale violenza e atroce crudeltà, il dolore può diventare davvero insopportabile. Questa è, in sintesi, la storia d’amore di Guido e Costantino uniti da quello stesso sentimento viscerale che, al contempo, li divide e li trascina lontani in una vita che – nonostante tutto – riesce sempre a farli rincontrare.
Guido conosce Costantino da bambino e lo respinge sin da subito, forse conscio di quella strana attrazione che lo lega a lui e che lo spaventa. Lo tratta male, lo evita, cerca di sfuggire a quel sentimento che si fa sempre più forte e travolgente. Costantino, invece, non scappa è determinato, sa cosa vuole e fa di tutto per ottenerlo. Ma crescendo i ruoli si invertono. Guido non ha più paura, vuole vivere pienamente il suo amore, non gli importano i giudizi ed è pronto a mollare tutto per coronare quel sogno, proprio quando Costantino, talmente gravato dall’enorme peso dei pregiudizi, dall’angosciosa vergogna, dal dolore e dalla violenza subiti, crederà che solo la fede cristiana può salvarlo dalla dannazione di quell’amore impossibile e ad essa si abbandona, convinto che sia quello l’unico modo che ha per “guarire” definitivamente. I due protagonisti muoiono e rinascono tante volte all’interno della storia. La loro sofferenza è, in definitiva, quella di ogni essere umano di fronte ai limiti che impediscono di oltrepassare l’immediato.
Splendore non è soltanto la storia di un amore omosessuale, vissuto in modo assai diverso dai due protagonisti. Splendore è anche il romanzo di una vita, del passaggio dalla giovane età alla vecchiaia; dei cambiamenti anche fisici; dei rapporti con i genitori e, più in generale, con la famiglia. È un libro sui sogni e sulle aspettative; sugli errori e i rimpianti; sulla genitorialità; sul rispetto e la speranza. Insomma un libro sulla vita, a tratti commovente e drammatico, forte e amaro ma ben scritto – come la Mazzantini è solita fare nei suoi romanzi – curato e attento.
È difficile affrontare il tema dell’amore omosessuale – anche se chi scrive deve forzarsi non poco per affibbiare all’amore un’etichetta – senza cadere nella retorica da bar, nelle frasi di rito, nel sentimentalismo banale e pruriginoso. Eppure l’autrice riesce a raccontarci questa straziante e appassionante storia – durata tutta una vita – con una delicatezza e una sensibilità sublimi, senza inciampare mai nei luoghi comuni e nelle frasi fatte di cui, francamente, non si sente più alcun bisogno.
Un libro da leggere tutto d’un fiato. Bello e intenso. Vero.


Alessandra Mangano



Black Jesus

Federico Buffa, Black Jesus. The Anthology, Milano, Edizioni Libreria dello Sport, 2009, 223 pp. (Collana Tullio), ISBN 978-88-6127-023-7.

L’Italia, si sa, è famosa per il buon cibo, le belle donne, la moda ed il calcio. Milioni di appassionati trascorrono la domenica incollati al teleschermo o appollaiati sui seggiolini degli spalti di qualche stadio ad ammirare le prodezze degli ipermilionari atleti. Da un po’ di tempo, però, gli italiani stanno cominciando ad apprezzare un altro sport, grazie alla fortissima influenza culturale a stelle e strisce: il basket (o pallacanestro, che dir si voglia).
Questo interessante volume è un must per chi vuole conoscere gli aspetti meno noti del basket americano, o semplicemente, vuole rilassarsi leggendo le erudite evoluzioni linguistiche dell’autore, Federico Buffa. Anche noto con il soprannome di “Avvocato”, Buffa è un giornalista, nonché telecronista sportivo italiano, conosciuto per la sua grande verve e per la sua abilità retorica. Tra le pagine di questo libro sentiremo parlare non solo di NBA e di coloro che “ce l’hanno fatta” (coloro che sono riusciti a diventare professionisti nella massima serie americana di pallacanestro), ma anche dei campetti in cemento dei sobborghi d’oltreoceano, dove, per farti rispettare, devi sgomitare, fare a spallate e provare a resistere al più violento dei falli. Leggeremo le storie di Earl Manigault o di Ronnie Fields e della sua straordinaria capacità nell’elevazione, tanto che sembrava planare verso canestro; di Lamar Odom o del rissoso Ron Artest, e ancora di quel “serbatoio” di campioni che è la Oak Hill Accademy.
Una lettura veramente piacevole, quindi, per chiunque voglia aprirsi nuovi orizzonti sportivi, e non rimanere chiuso nel tradizionale e classico undici contro undici tricolore.

Vincenzo Bagnera





Invito al castello

Emma Darcy, Invito al castello, Milano, Harlequin Mondadori, 2003, 156 pp.

Invito al castello: un libro che dovrebbe essere presente sui comodini di ogni donna in carriera – o anche sotto, per evitare che traballino per eventuali dislivelli –; un libro che ogni uomo eterno giovinetto, amante della libertà, scapolo incallito, dovrebbe adottare come manuale, così le probabilità di crescita e maturazione si azzerano.
Troppo sarcastica! Ricominciamo:
Invito al castello della Harmony, collezione Amore per sempre, di Emma Darcy, è un libro che non avrei mai acquistato, cosa che non dovrei ammettere, perché un lucido lettore deve essere in grado di leggere ogni tipo di libro, senza pregiudizi o limiti mentali; eppure è così. Ora vi racconto come è andata.
Persa una scommessa, di cui non sto qui a scrivere per non tediare i lettori, come penitenza mi fu dato in consegna – anzi regalato – proprio questo libro, con prece di leggerlo e recensirlo. Ho dunque colto l’invito alla lettura, perché una promessa è sempre una promessa e va mantenuta (anche se con due anni di ritardo).
Poco o nulla sappiamo dell’autrice, Emma Darcy, scrittrice australiana, sposata, con tre figli, dalla vita caratterizzata da tanti colpi di scena, esattamente come succede ai protagonisti dei suoi romanzi. Tutt’oggi sappiamo che abita in una bella fattoria nel Galles.
La trama si risolve in un paio di battute: lui è ricco, lei una disadattata. Si incontrano per caso. Si amano platonicamente, ma non se lo confessano.Tutto si risolve nell’eterno Amore. Lineare e da tipico plot delle commedie romantiche che trasmettono in tv, nelle calde sere di agosto, per il ciclo L’Amore è tutto rose e fiori.
La presentazione dei personaggi si limita ai due principali, Nicole e Matt, ed a quello della nonna Isabella; nonna invadente e manipolatrice, presentata come la matriarca salva-famiglia.
Il resto del libro è occupato dalle vicende di Nicole, giovane scrittrice, invitata da Isabella a scrivere la storia della sua famiglia. In realtà l’invito era premeditato da donna Isabella, desiderosa di far conoscere la giovane scrittrice a Matt, nipote minore ed unico ad essere rimasto scapolo. L’esca è pronta. Come per i precedenti nipoti, fatti accasare con matrimoni combinati e fatti passare per loro libero arbitrio, così per Matt, Isabella ha pronto su di un piatto d’argento un matrimonio perfetto con Nicole.
Matt nota subito Nicole, leggiadra fanciulla dai capelli rosso fiammeggianti, figlia di un artista jazz, morto anzitempo e di cui lei aveva scritto la biografia; ma, come da cliché, Matt è un uomo burbero e scostante, che non si abbandona a semplici moine o corteggiamenti sfacciati. Tutto deve essere sottointeso; e Nicole non sottintende un bel niente!
Il resto del libro riguarda questo sfuggente odio/amore dei due, trascinato fino al verosimile, altrimenti, come dovrebbe andare avanti la storia?
Dopo una sfilza di luoghi comuni e ovvietà, che rendono l’amore tra i due l’unico vero problema dell’intero universo, la precaria intesa che si era venuta a creare sembra compromessa, e tutto ciò a pagina149 di 155 complessive.
Non potrà risolversi tutto nelle poche rimanenti pagine - è quello che ho pensato.
Ed invece, et voilat, tutto al suo posto! I due si dichiarano il loro incontrastato e puro amore, si sposano e vivono felici, con Isabella compiacente.
Questo è quanto ci si guadagna a non dire subito come stanno le cose. Male che vada ci si rende conto di avere travisato un sentimento altrui, ma almeno non si prolunga un dubbio per 149 pagine, per poi scoprire la reciprocità del sentimento; neppure fossero stati due adolescenti compagni di classe.
La spiccia risoluzione conclude il libro, senza fare realmente intuire se le nozze siano scaturite da un loro sincero amore, o dall’arguta manipolazione di Isabella. Entusiasmo passeggero che li ha travolti in un vortice di passione destinato a finire, o vero Amore, unico e gentile?
Non lo sapremo mai, a meno di un secondo invito al castello, ma in questo caso l’invitata non sarebbe Nicole, che ormai ci vive con Isabella.


Agostina Passantino



Inés dell’anima mia

Isabel Allende, Inés dell’anima mia, Milano, Feltrinelli, 2013, 326 pp., ISBN 978-88-07-88369-9.

Di Isabel Allende si parla sempre con rispetto sin dalla sua folgorante opera prima, La casa degli spiriti, affresco di una delle pagine più dolorose della storia civile del Cile contemporaneo.  Venticinque anni dopo, in questa opera, la scrittrice affronta nuovamente molti dei temi che resero così particolare e unico il primo romanzo: la grande narrazione della nascita di una nazione, un quadro storico – stavolta è il xvi secolo – molto accurato, una figura di donna forte e catalizzante. Inés Suarez è un'eroina che dall’Estremadura attraversa l’universo mondo allora conosciuto, avventurandosi per gli oceani, alla conquista del Nuovo Mondo, spinta dall’amore e dalla sete di avventura. Irrefrenabile personaggio, ha spinto la Allende a una lunga indagine documentaria, perché su di lei poco si parlava, pochissimo si sapeva e molto si favoleggiava. In una intervista del 2008 Isabel Allende dichiarava: «È una guerriera, una donna che lotta e ottiene ciò che vuole. Ottiene prima di tutto l'amore, ottiene la terra, poi ottiene il potere, e finalmente ottiene, per trent'anni, l'amore di un altro uomo. Per me, è una donna con una vita straordinaria, una vita che mi sarebbe piaciuto vivere».
Narrato in prima persona, il testo ha pochi discorsi diretti, e può risultare per questo poco veloce e ritmato; rispetto a La casa degli spiriti, manca quell’alone sovrannaturale che tanto caratterizza la letteratura sudamericana degli anni ’80 (Amado, García Márquez). Manca anche il coinvolgimento politico della scrittrice, che stavolta narra un’epica. Tuttavia c’è un nuovo popolo che cresce, sangue che si versa, foreste che si sventrano, indigeni che (forse) sono domati, e c’è soprattutto una donna consapevole della propria forza e di ciò che questo le comporta: «La tempra è una virtù che è apprezzata negli uomini, ma che si considera un difetto nel nostro sesso. Le donne con una forte tempra mettono in pericolo l’equilibrio del mondo, che pende dalla parte degli uomini, i quali provano gusto a vessarle e distruggerle» [p. 262]. Il libro, a mostra della sua accuratezza storica, ha uno sviluppo di capitoli in ordine cronologico: dopo la Nota dell’autrice [p. 5], i capitoli Europa 1500-1537 [pp. 11-649]; America 1537-1541 [pp. 65-118]; Verso il Cile 1540-1541 [pp. 119-160]; Santiago della Nuova Estremadura 1541-1543 [pp. 161-208]; Gli anni tragici 1543-1549 [pp. 209254]; La guerra del Cile 1549-1553 [pp. 255-308]. In chiusura Ringraziamenti [p. 309] e Appunti bibliografici [pp. 311-312].

Eloisia Tiziana Sparacino



Il giardino dei Finzi-Contini

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Milano, Mondadori, 1976, 350 pp.

Il giardino dei Finzi-Contini è un libro sorprendente, di cui non posso che consigliare la lettura.  La storia è ambientata nella comunità ebraica della città di Ferrara, in piena epoca fascista. Ma i temi legati all'olocausto, alle leggi razziali e alle persecuzioni attuate dal regime, pur presenti, restano sullo sfondo. Quello di Giorgio Bassani è, come affermato da ben più illustri recensori, “uno straordinario romanzo d'amore”. Bassani riesce, in maniera mirabile, a sviscerare – cogliendo anche le più sottili sfumature – tutti i tormenti e le agitazioni, le dolci aspettative, repentinamente mutatesi in amare disillusioni, dell'amore non corrisposto di un uomo per una donna. La narrazione, sotto forma di racconto fatto al lettore dal protagonista, ripercorre nascita, crescita, apice e progressivo disfacimento di una storia d'amore che rimarrà solamente nei suoi desideri. Del narratore non viene mai fatto il nome; si tende ad identificarlo con lo stesso autore del romanzo, nonostante di ciò non vi sia mai stata conferma. Il suo sentimento per la coetanea Micòl, appartenente alla ricca famiglia dei Finzi-Contini, nasce nella prima infanzia. Gli ammiccamenti preadolescenziali negli sporadici incontri al tempio. Il primo dialogo, per sempre scolpito nella memoria di lui. Una più assidua frequentazione nell'età degli studi universitari ed una sempre maggiore confidenza raggiunta con le quotidiane partite a tennis nella magna domus dei Finzi-Contini (in seguito alla cacciata degli italiani di sangue ebraico dal circolo cittadino) condite da romantiche passeggiate a due. Il 'giardino' assurge a simbolo dei momenti più felici vissuti dal narratore insieme alla ragazza; come dei suoi sogni infranti. Il luogo in cui ciò che poteva essere, mai sarà.
Quello degli attimi non colti, delle parole non dette è uno dei temi portanti del romanzo. L'autore lo orchestra magistralmente in maniera da appassionare il lettore che, avendo magari vissuto situazioni simili, finirà per provare le medesime ansie e sofferenze del narratore. Gli sbalzi d'umore; il fatuo ritorno nei luoghi di una fugace ed illusoria felicità; gli attacchi di panico per il nuovo fatidico incontro; la stretta allo stomaco della gelosia; l'irruenza e l'ostinazione post rifiuto. Il susseguirsi degli stati d'animo e dei comportamenti del protagonista potrebbero considerarsi un vero e proprio manuale del mal d'amore.
Cuore pulsante del romanzo è lei, Micòl Finzi-Contini, definita «una delle figure più affascinanti e inafferrabili della letteratura italiana».[1] Piacente d'aspetto (Bassani non si dilunga mai in descrizioni fisiche), volubile e viziata ma allo stesso tempo sensibile ed affettuosa, piena di stranezze e bizzarrie, dotata di un carattere focoso, costantemente in bilico tra il timido ed il disinvolto. Certamente non lascia indifferenti i lettori. Consci del suo tragico destino, sin dall'inizio del romanzo sappiamo che la sua esistenza – come quella di gran parte della famiglia Finzi-Contini – terminerà in un campo di sterminio tedesco e siamo, forse, per questo più inclini a giustificare ed a perdonarle le sofferenze che il suo indecifrabile comportamento infligge al narratore. La mutevolezza di Micòl è, in definitiva, quella delle relazioni umane la cui aleatorietà è un'altra delle tematiche toccate nel romanzo.
Bassani tesse un complesso gioco delle parti tra le quattro persone che frequenteranno fino alla fine la dimora dei “Finzi-Contini”. Insieme al protagonista, ed a Micòl, vi sono il malaticcio ed apatico Alberto Finzi-Contini (quasi una versione in negativo fotografico della sorella minore) ed il burbero chimico Giampiero Malnate, amico di vecchia data di Alberto, nonché altro personaggio controverso e di difficile inquadratura. I rapporti esistenti tra loro non appaiono mai del tutto chiari e gli “schieramenti” iniziali saranno continuamente sovvertiti. Fino al malinconico finale in cui aleggerà il dubbio sul reale legame esistente tra Micòl e lo stesso Malnate.
La sensazione di dolce amarezza che il romanzo può lasciare è già da sola motivo valido per avventurarsi nelle sue pagine. E varcare – sotto lo sguardo vigile del portinaio tuttofare Perotti ed accompagnati dal gigantesco cane danese Jor, veri e propri testimoni silenziosi della storia – il cancello del 'giardino'. Potremo così scoprire che, nei giorni che resteranno tra i più bui della nostra storia, nei luoghi che ne furono testimoni, si poteva soffrire anche per amore. Quello più vero, intenso e, in quanto mai appagato, eterno.

Girolamo Accardi





[1] Così Marilyn Schneider nel saggio Dimensioni mitiche di Micòl Finzi-Contini in appendice al libro stesso.

sabato 5 luglio 2014

I ragazzi della via Paal

Ferenc Molnár, I Ragazzi della Via Paal, Milano, Opportunity Book, 1995, 159 pp. (Classici Junior, 13), ISBN 88-8111-013-X.

Ho letto questa storia all'età di dieci anni. Era uno dei miei primi libri. Non riuscivo a capire in che periodo fosse ambientato il racconto e nemmeno quale fosse la città teatro della storia. Tuttavia ricordo perfettamente quei compagni di giuoco. Giovanni Boka era il leader che stimavo, l'amico che desideravo nella solitudine estiva di quegli anni in cui tutto era scoperta e voglia di conoscere. Forse in me c'era qualcosa del piccolo Ernesto Nemecsek, fragile e poco coraggioso. Non era necessario immaginare i luoghi di quelle appassionanti battaglie e di quelle pericolosissime missioni: quei posti li conoscevo bene, li vedevo, li frequentavo nei pomeriggi votati a qualche fantasioso passatempo con dei crudeli amici, che erano, sì cattivi e crudeli come la squadra delle famigerate Camicie Rosse, ma non così ingegnosi e geniali.
Ricordo perfettamente che la mia scuola elementare - un edificio degli anni trenta, tanto imponente quanto freddo - era identica a quella del racconto. Lo stucco delle finestre non l'ho mai masticato e non immagino nemmeno che sapore abbia, però posso dire di comprendere quanto fosse duro custodire un segreto e sopportare le ingiurie a costo di difenderlo. Qualche piccolo segreto era lo stucco che custodivamo in pochi nelle stradine sterrate.
Poi vi era il campo di battaglia. Io lo conoscevo a menadito. Certo, più che tirare le bombe di sabbia ai nemici, lo usavamo per i gavettoni o per giocare le interminabili partite di pallone.
Non avevo un laghetto, dove tirare i sassi. Avevamo però i limoni da mangiare o tirare.
Anch'io avevo paura dei fratelli Pásztor, figure inquietanti e inique, dotati di forza sovraumana.
Non ho mai sopportato i tipi come Desiderio Geréb, invidiosi e doppiogiochisti, sempre pronti ad annotare tutto nel libro nero e pianger ostentando un pentimento. Molnár forse era sincero quando scriveva del pentimento di Geréb, ma io rimango diffidente.
Non ricordo tutti quei mitici protagonisti del racconto, però quando l'ho letto - e lo rilessi più volte nel corso degli anni - essi mi tennero compagnia, sentendoli veramente amici quei ragazzi della via Paal insieme al loro papà Molnar.

Lorenzo Cusimano




giovedì 5 giugno 2014

Un ragazzo

Nick Hornby, Un ragazzo, Milano, Tea, 2007, 265 pp., ISBN 978-88-7818-880-8.

La stravaganza e la spensieratezza che avevano caratterizzato i due primi romanzi di Nick Hornby – scrittore inglese classe ’57 – ossia Febbre a 90° e Alta fedeltà, non mancano in questo terzo volume, che invece, rispetto ai precedenti, sembra essere il frutto di una più matura rielaborazione critica personale dei temi afferenti alla sfera emozionale e sentimentale.
Questo romanzo racconta una storia d’Amicizia (la “A” maiuscola non è un errore di battitura) tra due persone anagraficamente molto distanti tra loro: uno è Will, “giovane” trentaseienne, fresco, alla moda (“COOL” dice lui), ma allo stesso tempo cinico e immaturo, senza alcuna voglia di invecchiare; l’altro è Marcus, ragazzino di dodici anni, figlio di genitori separati, molto maturo per la sua età, che non ha molti amici ed è bersaglio di soprusi da parte dei bulli di turno. La storia si svolge in una uggiosa Londra degli inizi degli anni ’90: Will è impegnato a infilarsi nei letti di mamme single, anche a costo di inventarsi un fantomatico figlio di Ned. È a questo punto che intervengono nella sua vita Marcus e sua mamma, Fiona: in un primo momento, Will non vuole avere niente a che fare con loro, ma col passare del tempo, imparano gli uni dagli altri. O meglio, l’uno ha bisogno dell’altro: Will insegna a Marcus ad agire come un dodicenne, e Marcus, a sua volta, insegna a Will a diventare uomo.
Il libro è molto divertente. Il lettore si trova a condividere empaticamente le emozioni dei personaggi in maniera spontanea, perché questi sono molto ben descritti in quello che fanno, pensano o dicono: insomma, sono al 100% reali: a tratti hai quasi l’impressione di poterli rivedere e ritrovare in persone che hai avuto la possibilità di conoscere durante la tua vita.
Una lettura particolarmente piacevole che ti sorprende per la profondità delle riflessioni, scritte in un linguaggio molto semplice e fluido.
Solo una domanda resta senza risposta alla fine del volume: chi è il “ragazzo” del titolo? Sarà Will o sarà Marcus?


Vincenzo Bagnera



lunedì 5 maggio 2014

Storia di una Matita

Michele D’Ignazio, Storia di una Matita, Milano, Rizzoli, 2012, 120 pp., ISBN 978-8817055659.

L’idea alla base di Storia di una Matita nasce da un gioco di parole: «Vorrei avere la vita temperata come una matita». Una frase isolata, un’intuizione non sviluppata, ma è stata come una molla. Perché non scrivere la storia di una matita? Lapo, il protagonista principale, da quando era bambino ha un grande sogno: diventare un illustratore. Ci spera talmente tanto che una mattina, in maniera rocambolesca, il suo corpo si trasforma in una gigantesca matita: «Fu il mignolo della sua mano sinistra a dirigersi verso la narice destra. Gira e rigira, scava e riscava, a un certo punto, Lapo sentì un odore. Era l’odore delle sue matite. “Ah! Fantastico”, sussurrò» [p. 18].
Pochi secondi dopo, Lapo si accorge che al posto del suo dito mignolo c’è una matita gialla bellissima e ben temperata. Qualche ora dopo, la trasformazione è completa. La sua testa è diventata una gigantesca punta di grafite e anziché pettinarsi deve temperarsi.
Non ha una faccia e per uscir di casa ha bisogno di un viso con degli occhi, delle orecchie, una bocca... una faccia per ogni circostanza, per ogni emozione: ne disegna più di un centinaio e ben presto si rende conto che non bastano.
E come si muove? Non avendo due gambe, non può più camminare. Però scivola, lasciando punti, linee, segni che infine diventano disegni, disegni bellissimi.
Storia di una matita è un racconto sulla capacità di sognare, ma anche sulle controindicazioni che il sognare porta con sé. Racconta inoltre la scoperta di un talento, ma la necessità di capire anche come poterlo utilizzare. È un cammino di crescita in cui Lapo incontrerà molti altri personaggi: la vicina di casa Rosa, con il suo cagnolino Stella che sempre abbaia; il magnate che prima gli dà un lavoro e poi vuole renderlo famoso; la dolce Mirella di cui timidamente si innamora.
Storia di una matita racconta le avventure tragicomiche di Lapo che, con coraggio e ingenuità, si lancia alla scoperta di un mondo che ha un gran bisogno di essere ridisegnato e in cui, a sorpresa, non è il solo a essersi trasformato in un oggetto.  
«Guarda che non c’è nulla di strano», continuò la madre, «anch’io ho rischiato di trasformarmi in una padella, quando passavo troppo tempo a cucinare. E poi, quando mi hanno dato il lavoro a scuola, mi stavo per trasformare in un quaderno a quadretti. Sarebbe stato un grosso problema. Ma per fortuna non è successo…» [p. 94]

Ulteriori immagini e info: http://storiadiunamatita.wordpress.com/

Michele D’Ignazio






La sovrana lettrice


Alan Bennet, La sovrana lettrice, Milano, Adelphi Edizioni, 2007, 95 pp., ISBN 978-88-459-2209-1.

Questo interessante romanzo di Alan Bennett racconta una vicenda, oserei dire, surreale: immaginate che la sovrana d’Inghilterra decidesse tutt’a un tratto di cominciare a leggere. Anzi, non solo leggere, ma divorare libri come fossero cornflakes. Quale la reazione dell’apparato politico-amministrativo inglese? Una reazione particolarmente indignata, visto che i libri pian piano cominciano a scardinare quel sistema costituito da abitudini e consuetudini che scandisce le giornate della monarca.
Tutto comincia in una giornata qualsiasi, in cui la regina, sentendo l’abbaiare dei cani, nota, in un cortile del palazzo non molto familiare, la presenza di un furgone carico di libri: una biblioteca circolante. Qui fa la conoscenza del bibliotecario, Hutchings, e di Norman, unico utente di quella biblioteca. Norman è un ragazzo basso e magrolino, che, per queste sue non-doti estetiche, era stato relegato a lavorare in cucina. Da questo momento in poi tra Norman e Sua Maestà inizia un rapporto affettuoso: il ragazzo dalla cucina viene “promosso” a consigliere “bibliografico“ regio, con l’unico compito di curare, proporre e procurare le letture alla sovrana. Proprio per questa sua mansione poco impegnativa – a detta degli altri – comincia ad essere malvisto, prima dal resto della servitù, quindi dal segretario privato della regina, Sir Kevin Scatchard: proprio questi, approfittando di un lungo viaggio istituzionale della regina, ad insaputa di quest’ultima, lo allontana dal palazzo con l’allettante proposta di andare a studiare presso la prestigiosa Università dell’East Anglia.
Questa scoperta della lettura avviene per fasi. La prima è quella della “rivelazione” e dell’inconsapevolezza di ciò cui si sta andando incontro. Quindi segue quella della percezione della propria reale condizione e della necessità essenziale di qualcosa di nuovo: «Lei, che aveva vissuto una vita diversa dalle altre, scopriva di avere un estremo bisogno di tutto questo. Fra le pagine e dentro le copertine poteva passare inosservata» [p. 30]. Il terzo momento è quello dell’insofferenza per tutto ciò che fino ad allora aveva caratterizzato la sua vita e, di conseguenza, il senso di odio nei confronti dei libri che, di quella vita, ne aveva messo in evidenza l’indigeribile vuotezza: «Era colpa dei libri, e a volte lei si pentiva di aver cominciato a leggerli, a entrare in altre vite. Era come un tarlo, un tarlo nella testa.» [p. 51]
Nel complesso il volume risulta divertente, dalla lettura fluida e scorrevole e ricco di spunti di riflessione, in particolare riguardo al tema della lettura nella vita di ogni individuo. CONSIGLIATO!

Vincenzo Bagnera



I sonetti a Orfeo

Rainer Maria Rilke, I sonetti a Orfeo, a cura di Franco Rella, Milano, Feltrinelli, 1991, 176 pp. (I Classici Universali Economica Feltrinelli), ISBN 978-88-07-82025-0.

Le liriche di Rilke sono un vero e proprio tempio orfico.
La lettura di questi sonetti è una continua catabasi nel mondo dei morti. Un autentico e duro viaggio nelle ragioni più profonde del mutamento: il mutamento che è nello stesso tempo vita, morte e rinascita. Un ciclo perpetuo si compie tra i versi di questi sonetti, che invocano la riverenza panica verso i riti orfici, verso le danze sacre, i profumi e le nebbie. Nulla è più.
La lettura di quest'opera inebria, soffoca e stordisce: troppo dolci risultano i nettari dei ricordi di una gioventù effimera e di un qualcosa "per ciò che non fu mai"; troppo spinte sono le fragranze germoglianti dai fiori che adornano la lira di Orfeo e del poeta; troppo incalzanti suonano i tamburi, che segnano il ritmo della metamorfosi, che il poeta cerca di catturare, ma che continuamente sfugge.
Ne I sonetti a Orfeo molto sfugge al lettore, i testi sono complessi quanto l'architettura dell'opera. Un vero tempio a Orfeo, dio del mutamento.

Lorenzo Cusimano



sabato 5 aprile 2014

I Giorni della Parola

Salvatore Lo Bue, I Giorni della Parola. Il vangelo secondo Giovanni e la Poetica, Milano, Franco Angeli, 2013, 127 pp., ISBN 978-88-204-5236-0.

L'ultima fatica di Salvatore Lo Bue, docente di Poetica della fu Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, si intitola I Giorni della Parola. Il vangelo secondo Giovanni e la Poetica. Voglio precisare che non si tratta in questo libro di questioni teologiche o di fede, ma di Poetica. Poetica che Aristotele definisce scienza, rigorosa operazione creativa e che indaga l'origine, il divenire e il manifestarsi dell'atto di poesia. Per Lo Bue, infatti, la struttura della narrazione evangelica (in questo caso quella del vangelo di Giovanni) ripropone i principi della poetica aristotelica.
Nel vangelo di Giovanni noi abbiamo la rappresentazione di un'azione seria, complessa e compiuta in se stessa, che ha una certa estensione, con uno stile opportuno in ogni sua parte e che racconta una storia che è principio e anima dell'opera, la storia di Gesù di Nazareth.
I fondamenti dell'azione tragica canonizzati da Aristotele si riscontrano nel nodo (δέσις), ossia «tutti questi casi che sono estranei all'azione propriamente detta, e spesso anche taluni di quelli che fanno parte di essa azione, costituiscono il nodo. In altre parole, chiamo nodo quella serie di casi che vanno da ciò che si prende come principio della favola fino a quel punto della tragedia da cui immediatamente si inizia la mutazione da uno stato di infelicità a uno stato di felicità o viceversa»;[1]
e poi nello scioglimento del nodo (λύσις) che avviene attraverso un'azione tragica complessa che comprende sia le peripezie sia il riconoscimento.
Sembrerebbe una passeggiata il lavoro di Lo Bue, che si limita semplicemente ad applicare le rigorose leggi della poetica aristotelica a uno dei quattro vangeli. Tuttavia, il libro mostra un aspetto non secondario, che si rivela invero il problema centrale della poetica del vangelo di Giovanni. E all'autore va il merito di averlo esaminato in maniera attenta. Il "problema" si chiama Prologo del vangelo di Giovanni.
Che vuol dire? Sempre riferendoci all'Aristotele della Poetica, il filosofo greco sostiene che la verità abbandona la ragione della poesia, è cade ogni rapporto tra essenza e parola. L'unica scienza in grado di pensare l'essere in quanto essere è la Metafisica. È tolto pertanto ogni orizzonte celeste alla poesia. La poesia non è più dono del dio, ma soltanto una scienza, un'operazione creativa.
Nel prologo del Vangelo di Giovanni è però scritto:
«In principio era il Logos, / e il Logos era presso Dio, / e il Logos era Dio. / Il Logos era, in principio, presso Dio. / Tutte le cose, per lui, sono venute alla luce / e niente, di tutto ciò che esiste, senza di lui / è venuto alla luce. / La Vita era in lui, / e la Vita era la luce degli uomini: / e la luce illuminò le tenebre, / e le tenebre la rifiutarono. / [...] E il Logos si fece carne / e venne e abitò tra di noi. / Di lui abbiamo visto la gloria, / la gloria di colui che è l'Unigenito, / pieno di grazia e di verità».[2]
È evidente che il Prologo non lascia spazio ad altre interpretazioni: Gesù è la Parola, l'Opera che racconta Dio, che racconta se stessa.
Non può essere la poesia analizzata da Aristotele, lontana dall'essere e dalla verità.
Qual è dunque la libertà del poeta? La libertà dell'autore Giovanni sta nell'essere autore di una cornice che racchiude il quadro che è già fatto, perché è lo stesso Logos a essere racconto e voce narrante.
Lo Bue introduce, quindi, Platone e i dialoghi di Socrate, per realizzare quel paragone che è utile a farci comprendere il superamento della poetica aristotelica, e nello stesso tempo la poetica platonica. Socrate è protagonista delle opere di Platone, Gesù non è protagonista, bensì Opera e creatore.
A complicare ulteriormente la trama del libro è la teoria del «terzo schema». Infatti, per Lo Bue, la poetica evangelica è il superamento della tradizione poetica omerica dove la poesia è poesia dei moti del cuore, poesia del presente, poesia fatta di gesti, di movimenti e di azioni. L'autore riporta come esempio l'episodio del canto XIX dell'Odissea in cui Euriclea riconosce l'eroe. È superamento anche della poesia biblica del Vecchio Testamento, una poesia definita del silenzio, dell'indeterminato, del non detto, «degli spazi interminati, dei sovrumani silenzi» [p. 16], dice Lo Bue. E riporta come esempio il sacrificio di Isacco. E questa è la narrazione biblica che canta soltanto la gloria di Dio unico e solo, e che non tiene conto della vita umana.
Superamento significa anche sintesi e questa sintesi poetica dei due modelli, quello omerico e quello biblico, rappresenta il modello della scrittura giovannea.
Un modello che influisce in maniera potente nella narrazione occidentale e nella poetica occidentale.
Il professore Lo Bue individua cinque elementi che caratterizzano la poetica del vangelo di Giovanni.
1) La scena
che muove sempre da luoghi geograficamente precisi e da scene ben costruite: descrizioni minuziose, movimenti dei personaggi, variazioni psicologiche. Le scene del vangelo sono definite pittura, quasi una forma di realismo che è di matrice omerica;
2) L'incontro
tutto accade nell'incontro, nell'incontro con la Verità. Il vangelo di Giovanni è storia dell'incontro con Gesù che si rivela e si dice e si manifesta e agisce per la salvezza di tutti i viventi (l'incontro con Giovanni Battista, l'incontro con la Samaritana, l'incontro con l'emorroissa, l'incontro con Marta, e con l'adultera);
3) Il dialogo e la rivelazione di sé
negli incontri e nei dialoghi emerge l'elemento di identità tra personaggio e pensiero in cui Gesù è il Logos, Dio è Persona e non forma ed è proprio la rivelazione a muovere gli incontri;
4) L'azione
questo è uno degli elementi che supera veramente gli altri modelli. In questo Giovanni si fa costruttore di scene e non di verità, la verità non ha bisogno di essere costruita, perché la verità è essa stessa e va messa in scena;
5) I personaggi
i personaggi del vangelo sono nuovi e sono determinanti per la letteratura occidentale. Essi sono complessi, ma nello stesso tempo occupano spazi di pochissime battute in dialoghi serratissimi e diventano figure universali. Non ci sono 100 pagine a descrivere la Samaritana, come ad esempio fa Manzoni con la monaca di Monza. Solo pochi versi, che tuttavia sono scolpiti e hanno insieme la concretezza psicologica degli eroi omerici e l'astratta lontananza dei personaggi veterotestamentarii e che superano Odisseo e Abramo, perché parlano e agiscono animanti da quella energia scaturita dall'incontro. Questa è una grande costruzione poetica.
Questa è per grandi, grandissime linee l'analisi della poetica giovannea che fa Lo Bue, tuttavia non sarebbe un libro di Lo Bue, se esso rimanesse chiuso in questa disamina scientifica, di termini canonizzati.
Infatti, a un certo punto inizia la narrazione, perché la poetica - e Lo Bue ce lo ha dimostrato nei precedenti libri - si comprende nei versi non nei termini scientifici, nella lettura del testo.
Il libro quindi racconta gli ultimi tre anni di vita di Gesù, il 28, il 29 e il 30 (è bene ricordare che il vangelo di Giovanni, rispetto ai sinottici, non narra l'annunciazione, la natività di Gesù). Il vangelo di Giovanni, dopo il Prologo, narra l'incontro tra Giovanni Battista e Gesù al fiume Giordano. Gesù è già adulto.
La narrazione è quindi scandita dalle stagioni e dagli incontri. Non entro nel merito della narrazione, poiché non voglio dilungarmi e voglio lasciare ai lettori il piacere di leggere le pagine di questo libro meraviglioso.
Voglio tuttavia soffermarmi su un episodio che ritengo importante nell'economia del vangelo di Giovanni e quindi anche nel libro di Lo Bue.
La morte di Lazzaro, o meglio la resurrezione di Lazzaro, che è un episodio noto del vangelo. Gesù ritarda il suo incontro con Lazzaro, che è malato e nel frattempo muore. Gesù allora si dirige verso il villaggio e resuscita Lazzaro.
Prima del miracolo avviene - attraverso queste parole: «Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Tu lo credi?»; e la risposta di Marta: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire al mondo» - una prima fase del riconoscimento (l'Άναγνώρισις della poetica aristotelica), ossia il passaggio dalla non conoscenza alla conoscenza: «riconoscimento è salda visione del destino, evidenza dell'inganno, occhio aperto sull'abisso dei mali, stasi prima della caduta, sapienza finale della propria condizione tragica e umana. E quando accade il riconoscimento, la catastrofe è puro, semplice scioglimento, l'abbandono consapevole alle forze avverse che hanno determinato il mutamento e ora consegnano alla fine».[3] Ciò appare una conferma di quel «terzo schema» chiamato in causa prima. Il Logos stesso opera il suo riconoscimento ed è quindi nello stesso tempo rivelazione di sé.
È necessario sforzarsi di immaginare il lettore o colui che ascoltava il messaggio, la storia di Gesù ai tempi dell'evangelizzazione, quale colpo di teatro riceveva. L'evangelizzazione è un fenomeno storico e la poetica giovannea è certamente uno strumento forte e invincibile in dotazione agli evangelizzatori. Pensate ai popoli pagani, cui veniva raccontato il Logos e l'identità della Persona, quale storia appassionante doveva essere il racconto del vangelo. Chi ascoltava o leggeva per la prima volta, si trovava di fronte alla perfetta narrazione della Verità. Aveva iniziato a sospettare che Gesù fosse il Figlio di Dio, il Messia, tuttavia sono ancora solo segni, ipotesi, fino a quando non avviene il Riconoscimento.
Per chi sa come va a finire la storia è diverso. Non abbiamo il colpo di scena per vari motivi. Chi non conosce la storia, riceve invece un sussulto forte. Non è un caso, che dopo l'episodio della resurrezione di Lazzaro, inizi la Passione, che è il momento della catastrofe (πάθος). Vi saranno l'arresto, le percosse, l'incoronazione e la crocifissione. Le sofferenze prima del riconoscimento definitivo del Logos che in questo caso non dà luogo alla catarsi come vuole l'impianto aristotelico della tragedia, ma alla Salvezza attraverso l'annuncio del regno di Dio che si rende visibile nel sacrificio e nella resurrezione del Figlio.
A questo punto io mi fermo, perché c'è un limite, detto dell'ineffabile, dell'indicibile che soltanto il poeta può tentare di esplorare, rimanendo in equilibrio sul confine che è quello della Parola e del Sacro, per questo voglio chiudere invitandovi alla lettura de I Giorni della Parola.


Piero Canale




[1] Aristotele, Poetica, 1455b 24-28, trad. M. Valgimigli, Roma-Bari, Laterza, 1964, pp. 66-8.
[2] Gv 1, 1-5, 14.
[3] Salvatore Lo Bue, La Musa Drogata. Saggio sulle origini della poetica, Milano, Franco Angeli, 1999, p. 136.