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lunedì 5 ottobre 2015

Stessa misura, stesso peso, stesso nome

Antonino Giuffrida, Stessa misura, stesso peso, stesso nome. La Sicilia e il modello metrico decimale (secoli xvi-xix), Roma, Carocci, 2014, 172 pp. (Biblioteca di testi e studi, 941), ISBN 978-88-430-7381-8.

Non capita quasi mai di chiedersi nella vita di tutti i giorni da dove provengano o come siano nate le unità di misura, che noi utilizziamo quotidianamente in molte azioni comuni, senza nemmeno rendercene conto: fare la spesa («mi dia 3 etti di prosciutto»), comprare un abito di tagli 48, fare il pieno di benzina. Eppure il sistema metrico-decimale, che noi usiamo con la naturalezza di chi lo utilizza da sempre, non è stato sempre il sistema ponderale in uso in Europa e nel resto del mondo, sebbene esso sia in campo internazionale riconosciuto e adottato da quasi tutti i paesi con qualche eccezione (vedi per esempio il Regno Unito e gli Stati Uniti).
Prima dell'introduzione del sistema metrico-decimale, la quale fu favorita anche dalla sua scientificità (i progressi scientifici tra Seicento e Settecento sarebbero stati impensabili senza il sistema metrico-decimale), in Europa erano in uso sistemi ponderali "a misura d'uomo" (il piede, il palmo, il rotolo, la canna, ecc.), ma che di fatto erano sistemi di numeri complessi. Per spiegarci meglio: il palmo, unità di misura di lunghezza corrisponde a 12 oncie (sottomultiplo), mentre il miglio, multiplo del palmo, corrisponde a 5760 palmi, tralasciando però tutti gli altri multipli e sottomultipli.
I sistemi ponderali di antico regime sono particolarmente interessanti, perché possiedono una forte connotazione sociale e politica e sono misura dei rapporti «che intercorrono tra ceti e delle regole di funzionamento di un mercato». Per questo motivo le riforme di tali sistemi in età moderna indicano la «attivazione dei processi politico-istituzionali di transizione, che caratterizzano gli Stati di antico regime nella fase che porterà ai nuovi equilibri ottocenteschi» (p. 11).
In Stessa misura, stesso peso, stesso nome di Antonino Giuffrida, docente di storia moderna all'università di Palermo, oltre ad essere descritto il sistema ponderale siciliano di antico regime, si analizzano le vicende storico-istituzionali di due importanti riforme del sistema ponderale nel 1601 e nel 1809 avvenute nel regno di Sicilia, fino all'introduzione del sistema metrico-decimale con l'unità d'Italia.
La riforma del sistema ponderale siciliano che si realizza nel 1809, manifesta la volontà di fare ordine in un sistema caratterizzato da una pluralità di soggetti, che godono del favore della tradizione e del privilegio, e quindi di «imporre una sola misura in tutto il Regno», visto che ogni città vantava le sue varianti (ad esempio la "canna", unità di lunghezza se era palermitana equivaleva a m. 2,046142, se era di Messina era di m. 2,090274, mentre con la riforma del 1809 fu fissata a m. 2,06783), che è innanzitutto un tentativo di «consolidare la centralità dello Stato» (p. 12).
Il nuovo clima culturale e civile d'inizio Ottocento e i risultati della rivoluzione scientifica dei secoli precedenti rendono possibile una riforma del sistema ponderale siciliano. Il vero motore della riforma è l'astronomo Giuseppe Piazzi, che insieme ai professori Domenico Marabitti e Paolo Balsamo formano la Deputazione dei pesi e misure. È proprio il Piazzi, infatti, a escludere l'adozione del sistema metrico decimale, per elaborare una «razionalizzazione del sistema basato sui numeri complessi, e in particolare, sul 12, [...] eliminando tutte le varianti accumulatesi nel tempo» (p. 84). La riforma dell'astronomo Piazzi non è indolore e priva di conseguenze. A insorgere contro la riforma sono i Consigli civici e alcuni uffici, che si trovano privati d'un tratto da prerogative secolari. Critiche al nuovo sistema provengono anche dalla Giunta dei Presidenti e del Consultore. Tuttavia la riforma sopravvive, nonostante le difficoltà, sopravvenute dopo l'unione amministrativa del Regno di Sicilia e di Napoli, anche se tra le due parti del regno rimangono vigenti due sistemi differenti.
L'esperienza della Deputazione è importante per la storia siciliana, poiché segna la rottura con un sistema di misurazione inconciliabile la "grande trasformazione economica" che è in corso in Europa. Ciò è dimostrato anche dalla continuità non solo archivistica, ma anche amministrativa tra la Deputazione e la Giunta metri siciliana cui spetta il compito della conversione del sistema siciliano a quello metrico decimale esteso dal regno di Sardegna all'Italia unita.
Per i motivi sopra esposti il libro di Giuffrida è un utile e importante strumento per gli studiosi di storia siciliana e di metrologia.


Piero Canale



Palermo di carta

Salvatore Ferlita, Palermo di Carta, Guida Letteraria della Città, Palermo, Palindromo, 2013, 136 pp., ISBN: 978-88-98447-04-6.

Pubblicato per la prima volta nel dicembre 2013, ristampata poi nel marzo 2015, Palermo di carta è un'utile e interessantissima Guida letteraria della città di Salvatore Ferlita, 41enne docente di letteratura contemporanea e critico letterario dell'edizione palermitana di Repubblica. L'autore si confronta con un fenomeno ampio e multiforme, quello del capoluogo siciliano raccontato in un modo o nell'altro dagli scrittori, e si scontra con le caratteristiche irriducibili di una città e di un consorzio umano che sono sempre state tremendamente affascinanti per i narratori, attraenti forse perché difficilissimi da raccontate, praticamente impossibili da spiegare e teorizzante. Ed è proprio sul filone presunta «inenarrabilità» di Palermo è proliferata - per paradosso ma mica tanto - una nutrita produzione letteraria che prova in un modo o nell'altro l'impresa impossibile. Già, perché - ho letto da qualche parte - i veri scrittori scrivono di ciò di cui sembra sia impossibile scrivere, usano le parole per raccontare ciò che non si riesce a spiegare a parole. E, pienamente cosciente di questa particolarità della sua ricerca, l'autore ci introduce «in una latitudine letteraria che metabolizza il grottesco e il caricaturale, ricorrendo a una cifra espressiva che ha conosciuto una certa fortuna e che forse è stata l’unica declinazione possibile di una palermitanità disperata e sconcertante. Da qui il tentativo (chissà se riuscito o meno) di chi scrive, nella veste improbabile di negromante ma forse anche di psicopompo (una sorta di Caronte in sedicesimi, s’intende), di richiamare in vita questa città sommersa, di svelarne le viscere, di traghettare il lettore verso queste fantasmatiche plaghe».
In allegato al libro c'è anche una mappa letteraria di Palermo che «rappresenta un utile strumento di supporto offerto ai lettori più curiosi, affinché possano avventurarsi e orientarsi in questa Palermo di carta. Mappa che non pretende di essere onnicomprensiva: essa indica semplicemente alcuni dei luoghi chiave dei romanzi e dei racconti approfonditi in queste pagine».
 Tutti gli scrittori e le opere di Palermo di carta. Si comincia con il noir, con le invenzioni linguistiche di Santo Piazzese e i gialli «eretici» di Gian Mauro Costa. Alla «stretta contemporaneità», cui l'autore comunque ritorna sempre, corrispondono le analisi delle opere di scrittori che hanno raccontato Palermo in varie fasi del Novecento e a volte anche dell'Ottocento. Così il secondo capitolo comincia e si conclude con Luigi Natoli, che pubblica la saga dei Beati Paoli a puntate sul Giornale di Sicilia tra il 1909 e il 1910 con lo pseudonimo di William Galt. Un'opera a lungo snobbata come romanzaccio popolare, poi riabilitata da Umberto Eco che firmò una celebre prefazione, e definita dall'autore: «Un’opera letteraria portentosa: non tanto per l’abilità dell’autore (indiscussa) nel gestire un plot complicato, ricco di digressioni, affollato di personaggi, quanto per l’intrico geniale di sfera religiosa e mondo politico: una ferale ragnatela, tramata con la pazienza del ragno». Il «colpo di genio» di Luigi Natoli sta «nell’aver sollevato il coperchio, diciamo così, della città: l’autore infatti ha dato forma a una Palermo parallela ma sotterranea, una città nascosta, fatta di cripte, grotte, luoghi oscuri, cunicoli tortuosi». E a questa «Palermo del sottosuolo», e questa poetica e questi umori della prosa di Natoli, vengono affiancate le esperienze letterarie più disparate: Enrico Onufrio, morto nel 1885 a soli 27 anni, cantore dell'orrido e del ributtante, colui che ha coniato l'espressione «il ventre della città»; e altri scrittori contemporanei, Angelo Fiore (Il Supplente, 1964), Fulvio Abbate (Zero maggio a Palermo, 1990), Domenico Conoscenti (La stanza dei lumini rossi, 1997), Giorgio Vasta (La vita materiale, 2008), Giosuè Calaciura (Malacarne, 1998; e Sgobbo, 2002) Giuseppe Schillaci (L'anno delle ceneri, 2010) che, ognuno a modo loro, hanno ricreato la Palermo piena di ombre e angoli nascosti di Natoli.
Il secondo capitolo è tutto all'insegna di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e soprattutto verso la fascinazione verso le macerie (metaforiche e non) dell'autore de Il Gattopardo. C'è Vincenzo Consolo (Lo Spasimo di Palermo, 1998), Davide Enia (Maggio '43, 2013; e Così in Terra, 2012), Michele Perriera (Atti del bradipo, 1998), Mario Giorgianni (La forma della sorte, 2012), Silvana La Spina (Morte a Palermo, 1978), Marcello Benfante (Cinopolis, 2006), Roberto Andò (Diario senza date o della delazione, 2008) e Davide Camarrone (Lorenza e il commissario, 2006). 
Il terzo capitolo Palermo all'avanguardia comincia con il racconto della cosiddetta «scuola di Palermo», espressione che imperversò durante gli anni '60 e riguardò un gruppo di nuovi scrittori che tentavano - come scrisse Alfredo Giuliani nel volume Feltrinelli che raccoglieva le loro opere - «di assumere il caos esteriore a modello interiore, fitto discutere insieme, sobbollire e schiumare il linguaggio per toglierne via moralismi, ideologie e spurie fatture di violenza». Sperimentali e visionari, influenzati dall'avanguardia e capaci di devastanti invenzioni linguistica sono Angelo Testa (Cinque, 1968; Perapprossimazione, 1978; Azzonzo, 2001) e Antonio Pizzuto (Si riparano bambole, 1960, Testamento, 1969) e i loro “eredi” Francesco Gambaro (Palermo-Civico-Palermo, 1999; I Giorni Quanti, 2002) e Sergio Toscano (Tempo residuo a Palermo; 1999, Diario Palermitano, 2003).
Il quarto capitolo, In una città demotica e picaresca, ci racconta della Palermo del colore, dell'avventura e dei toni espressionistici, con Roberto Alajmo (È stato il figlio, 2006; Le scarpe di Polifemo e altre storie siciliane, 1998), Nino Vetri (Lume Lume, 2010), Giuseppe Rizzo (L'invenzione di Palermo, 2010), Evelina Santangelo (Il giorno degli orsi volanti, 2005, Cose da Pazzi, 2012), Emma Dante (Via Castellana Bandiera, 2008), Piergiorgio Di Cara (Cammina stronzo. Sbirri a Palermo, 2000) Valentina Gebbia (Estate di San Martino, 2003; Per un crine di cavallo, 2005).


Nino Fricano



La memoria di Elvira

La memoria di Elvira, Palermo, Sellerio, 2015, 288 pp., (La memoria, 1000) ISBN - 88-389-3343-X.

Un racconto a più voci sulla figura di Elvira Sellerio. Il millesimo titolo della collana La memoria è dedicato alla "grande signora dei libri", grazie al contributo degli autori che raccontano di lei in questo volume.
La memoria è la celeberrima collana, nata nel 1979 da una sollecitazione di Leonardo Sciascia, al cui successo ha certamente contribuito l'elegante veste grafica ideata dal fotografo Enzo Sellerio, ma che probabilmente vede nelle intuizioni di Elvira Sellerio il principale motivo di una fortuna che sembra non avere fine. È una collana che raccoglie nuove idee: i gialli, che non sono più letteratura minore ma qualcosa di raffinato; i classici del mondo antico valorizzati e riportati alla luce; i resoconti della Conquista spagnola; i romanzi della Russia degli anni Ottanta; i pamphlet che hanno la forza del romanzo; i memoires. Scelte mai ovvie, spesso controcorrente, lontane dalle mode, che spesso si sono anzi imposti come modelli. Non a caso il numero uno della collana è Dalla parte degli infedeli di Leonardo Sciascia, un titolo che è già esso stesso un programma. 
Questo libro, il millesimo titolo, La memoria di Elvira, è un omaggio a Elvira Sellerio e da lei ispirato, ma non è un libro su Elvira Sellerio. Si narra, invece, del rapporto della "mitica Signora" con i numerosi autori della casa editrice.
Camilleri, Gimenez-Bartlett e tutti gli altri raccontano - in verità con molto garbo - il loro incontro con Elvira. Il risultato è apprezzabile; la figura della Sellerio rimane sullo sfondo quasi come una presenza impalpabile ma sempre gradevole, sempre stimolante. La si vede mentre accende le sue Benson; si apprezza il luccichio dei suoi occhi, quando intuisce il capolavoro che altri ignorano. Eppure bisogna dire che chi vuole saperne di più sulla vicenda editoriale della Sellerio deve cercare altrove. Infatti, come scrive Maria Attanasio (scrittrice e poetessa siciliana) «sottrarmi soprattutto al teatro dell'io, che parlando dell'altro, non sa tacere di sé»; e ancora Francesco Recami, l’autore di L’errore di Platini e Il correttore di Bozze, candidamente confessa: «In questo piccolo ricordo di Elvira Giogianni, devo scusarmi, ma parlerò più di me che di lei. È un errore tipico da scrittore...».
Non cade in questo vizio Adriano Sofri che, nel suo intervento, è prodigo di notizie sulla vita di Elvira, la sua infanzia, i suoi gusti, il suo lavoro: «Ebbe un’infanzia assestata di libri...», «Ci sono libri che aveva avuto da bambina e da ragazza. Quelli perduti li aveva ricomprati nel corso degli anni, e ricostruiva le collane predilette. Soprattutto La Scala D’Oro della UTET». Forse è Camilleri a chiarire chi era Elvira Sellerio: «Dei grandi editori leggendari, Arnoldo Mondadori in testa, Elvira possedeva il fiuto... È assai difficile da spiegare cosa sia il fiuto. È un dono naturale, come quello dei rabdomanti che sentono l’acqua sottoterra. Le bastava sfogliare le prime pagine di un dattiloscritto per sentire la presenza di un autore autentico». Un libro tributo che a tratti rischia di scadere nella retorica, ma che comunque vale la pena di leggere.
Infine, una nota personale. Quando tanti anni fa comprai il mio primo libretto della collana La memoria non avrei mai pensato che questi libri con la copertina blu, chiamati anche "i fiori blu di Elvira", avrebbero riempito gli scaffali della mia libreria. A tutt'oggi ho un centinaio di volumi di questa splendida collana, tutti quelli scritti da Sciascia, Camilleri, Alicia Gimenez Bartlett, Marco Malvaldi, Santo Piazzese e così via, proprio a sottolineare la fortuna di questa collana tra i lettori.
Quando mi trovavo a passare da Via Siracusa, a Palermo, non potevo fare a meno di dare uno sguardo a quel portoncino con l'insegna "Edizione Sellerio". Mi sarebbe molto piaciuto conoscere i protagonisti di questo miracolo palermitano. Una casa editrice nata e sviluppatasi nella nostra città che si misura con i colossi dell'editoria italiana. Ecco perché mi è sembrato naturale acquistare e leggere immediatamente La memoria di Elvira.
La raccolta si compone degli scritti di Luisa Adorno, Maria Attanasio, Attilio Brilli, Antonino Buttitta, Andrea Camilleri, Vincenzo Campo, Luciano Canfora, Francesco M. Cataluccio, Remo Ceserani, Masolino d’Amico, Gianfranco Dioguardi, Daria Galateria, Alicia Giménez-Bartlett, Maria José de Lancastre, Alessandra Lavagnino, Salvatore Silvano Nigro, Santo Piazzese, Gianni Puglisi, Francesco Recami, Giuseppe Scaraffia, Adriano Sofri, Sergio Valzania, Piero Violante.


Vincenzo Accurso



martedì 2 giugno 2015

Vite in cambio

Santino Gallorini, Vite in cambio. Gianni Mineo, il partigiano infiltrato che salvò dalla strage la popolazione della Chiassa, presentazione di Ivo Biagianti, Roma, Edizioni Effigi, 2014, ill., 201 pp., ISBN 978-88-6433-434-9.

Siamo tanto assuefatti al cinema e alle storie inverosimili, coscienti della finzione, ma avidi di spettacolarità, che, a leggere il libro di Santino Gallorini sulle gesta eroiche di Gianni Mineo, rimaniamo indifferenti, convinti di una finzione, delusi per i contenuti effetti speciali.
Siamo tanto avvelenati dalla deriva (s)fascista, dal berlusconismo mediatico (che è ormai tratto distintivo della cultura italiana) e da un'indifferenza (e anche un odio) verso l'Italia, la sua storia e gli uomini che l'hanno fatta, a tal punto da ritenere ogni storia, ogni racconto, ogni testimonianza, ogni esperienza una prova di una malafede, di una menzogna a uso e consumo dell'interesse di qualcuno.
Per questi motivi non siamo abituati alle storie come quella di Gianni Mineo, partigiano bagherese diventato "eroe della Chiassa" per aver salvato 200 persone a pochi minuti dalla fucilazione che i tedeschi avevano ordinato come rappresaglia al rapimento, da parte di una banda di slavi evasi dopo l'8 settembre dal campo di concentramento di Renicci (Anghiari), del colonnello Maximilian von Gablenz.
Non siamo abituati alla storia, confermata dalle fonti e dalle testimonianze di chi era presente e di chi visse tragicamente quei momenti di qualcuno che mette a rischio la propria vita per salvare quella di altri.
Siamo così negletti e meschini che ci voltiamo quando vediamo la "banalità" di una buona azione. Siamo così sporchi e coinvolti nella politica del "tutto oggi che domani non si sa", che ci piace denigrare chi ha fatto una scelta, chi ha deciso da parte stare usando la coscienza e non il mero profitto.
La storia della Resistenza e dei partigiani è prima di tutto storia di donne e di uomini, che hanno fatto una scelta, una scelta precisa: da quale parte stare. La parte di chi vuole lottare per cacciare i tedeschi che hanno invaso la penisola e liberare l'Italia, ma soprattutto per terminare una guerra incomprensibile, ingiusta, assurda, folle.
Santino Gallorini, con metodo storico e intuito di cacciatore di tracce, ricostruisce attraverso le fonti d'archivio, le testimonianze dei sopravvissuti e le memorie lasciate da Gianni Mineo, un capitolo della Resistenza, che insieme con le altre pagine di storia di quei tragici anni '40, contribuisce a rendere più chiara la storia italiana e chi sono gli italiani, che hanno permesso un riscatto democratico di una nazione stuprata dalla dittatura fascista.
Il merito di Santino Gallorini è di aver reso questo libro importante sotto molti aspetti, di cui due ritengo essere essenziali. Inutile ribadire poi il contributo che questo libro dà alla storia di Arezzo e della Toscana, e nello stesso tempo alla storia della Resistenza, e in particolare del contributo dei siciliani alla liberazione dal nazifascismo.
Il primo aspetto importante di questo libro è stato quello di raccogliere e far venire alla luce la bella vicenda di Gianni Mineo, altrimenti dimenticata «nelle pagine di un libro sfascicolato sul marciapiede presso la stazione di Arezzo». Una vicenda che Franco Ciminato, responsabile dell'ANPI di Bagheria descrive come «una storia dei paladini di Francia uscita da una pala dei Fratelli Ducato, Mineo con il suo inseparabile cavallo bianco, sembra la materializzazione di quei personaggi, nato in una Bagheria mitica che, Ignazio Buttitta altro partigiano e poeta, ci ha cantato insieme a Ciccio Busacca, o che Renato Guttuso ci ha dipinto nella serie dedicata alla resistenza per l'appunto, sembra un ritratto uscito da una foto e narrata in quel capolavoro che è Quelli di Bagheria di Ferdinando Scianna. Sembra una parte mancante nel film Baaria, o uno spezzone proiettato dentro il film Nuovo Cinema Paradiso di Peppuccio Tornatore».
 Il secondo aspetto importante è l'attenzione rivolta ai vivi, i 200 salvati dall'eroe bagherese e agli stessi Mineo e Rosario Montedoro, che dopo la guerra tornarono ad essere cittadini e lavoratori, e non ai morti, superando in questo modo un'assurda contrapposizione di natura ideologica, che si riduce miseramente alla conta dei morti di una parte e dell'altra per vedere chi ha ragione.
Questo libro fa bene all'anima, poiché dà la possibilità di ritrovare una dimensione umana dell'impegno e del sacrificio per gli altri, che la frenesia politica e tecnologica di questi ultimi anni inesorabilmente corrode.


Piero Canale



Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna

Sandro Landi, Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna, Bologna, Il Mulino, 2011, 160 pp. (Universale Paperbacks il Mulino, 609), ISBN 9788815233912.

Il volume s'inserisce nell'ampio dibattito storiografico degli ultimi anni sulla stampa, la censura e l'opinione pubblica. Sandro Landi propone una «sintesi problematica» dei fenomeni in questione, ritenuti «costitutivi del mondo moderno» (p. 7), ripercorrendo una vasta letteratura e dando largo spazio agli orientamenti della ricerca storica recente.[1]
I tre oggetti del libro - la stampa, la censura e l'opinione pubblica - mostrano prospettive nuove e intercorrelate, man mano che gli studi di storia del libro affinano i propri strumenti di analisi e d'interpretazione. I risultati evidenti sono, infatti, fitte correlazioni tra i tre ambiti di ricerca.
Il primo capitolo, La rivoluzione della stampa (pp. 11-25), è dedicato all'invenzione della stampa a caratteri mobili, che la storiografia tradizionale ha sempre identificato come uno dei presupposti della modernità e dei progressi sociali e scientifici, e che, alla luce di nuovi studi, nella lettura di Landi è ridimensionata nel suo presunto «carattere rivoluzionario» (p. 11). Essa sarebbe, infatti, non tanto l'innovazione tecnica che rende possibile un «mondo nuovo» (p. 14), bensì una «invenzione che emerge in un contesto che è di profondo mutamento dello spazio del pensabile e del possibile» (p. 14).
Il secondo capitolo, Tra continuità e mutamenti (pp. 27-48), evidenzia l'evoluzione della stampa nel corso del suo primo cinquantennio di vita, individuandone le «caratteristiche materiali inconfondibili» (p. 27), che emancipano il libro dal manoscritto, ed altri aspetti inerenti alla diffusione della stampa e della lettura, come «il predominio delle lingue volgari sul latino» (p. 27). Gli studi più recenti hanno messo in luce le caratteristiche strutturali delle grandi stamperie, le quali ricorrono a «una ripartizione sempre più efficace del processo di composizione della pagina e dunque la divisione del lavoro determina un incremento delle capacità produttive che è senza paragone con i secoli precedenti» (p. 29). La ricognizione di Landi non si limita solo alle stamperie, ma si allarga anche a tutti quei «mestieri del libro» (p. 28), come i librai e gli ambulanti che li vendono, gli autori e gli editori. È interessante notare come «le trasformazioni che interessano il processo produttivo e l'economia del libro corrispondano a un significativo mutamento del ruolo [...] dell'editore e dell'autore» (p. 31).
Il libro di Landi si addentra però anche in altri «territori» (p. 49) della comunicazione, come l'oralità e il manoscritto. La comunicazione in età moderna è un «sistema in cui scrittura a stampa, manoscritto e oralità coesistono e interagiscono» (p. 51). L'oralità, che «si manifesta nel lato più quotidiano dell'attività [umana]» (p. 53), presenta il suo «carattere prioritario e insostituibile» (p. 53) e apre a nuovi oggetti potenziali di ricerca e all'affinamento degli strumenti storici per agire sulle fonti orali e sulle fonti per l'oralità. La pubblicazione manoscritta, invece, mantiene in tutta l'età moderna, un ruolo importante, seppure sia incontestabile il predominio progressivo della pubblicazione a stampa.
Il quarto capitolo del volume, Le logiche della censura (pp. 71-98), è dedicato all'evoluzione della censura e alle sue conseguenze culturali e sociali. La censura in età moderna non è limitata alla stampa e alla lettura, ma comprende tutta una serie di «pratiche istituzionali e culturali che [...] hanno limitato ma, nello stesso tempo, determinato le condizioni di esistenza pubblica della comunicazione a stampa» (p. 73). Il capitolo è dedicato ampiamente ai fenomeni della censura preventiva e della censura repressiva. La censura preventiva è una forma di esame del manoscritto da parte di «revisori designati da autorità civili o religiose» (p. 77). Spesso essa è il risultato di «soluzioni istituzionali o compromessi di fatto» (p. 79) tra le autorità ecclesiastiche e la sovranità di principi e repubbliche in specie di area cattolica. Studi recenti sul fenomeno hanno evidenziato l'esistenza di un regime speciale di clandestinità, spesso tacitamente consentita dall'autorità civile. In ogni caso il rapporto tra censura e cultura è dinamico e complesso e merita di essere studiato e approfondito.
L'ultimo capitolo del volume, L'opinione pubblica in età moderna: discorsi, pratiche, rappresentazioni (pp. 99-132), è dedicato al processo di formazione di un'opinione pubblica in Europa. Un processo che, non a caso, viene fuori in tutta la sua importanza dopo le riflessioni che l'autore ha fatto sulla stampa e sulla censura; si parte dal modello di opinione pubblica teorizzato da Habermas, secondo il quale l'abolizione della censura preventiva è condizione necessaria per la nascita dell'opinione pubblica in Europa. In questo processo la stampa svolge un ruolo essenziale. In paesi come l'Inghilterra, la Germania e la Francia emerge nel XVIII secolo una «sfera pubblica borghese» (p. 99), la quale - sempre secondo Habermas - abbandona il suo status di titolarità di razionalità, autonomia e critica nei confronti dello Stato per cedere alla pubblicità, al conformismo e alla massificazione. Gli studi recenti hanno messo in luce però come sia «improprio affermare che l'opinione pubblica [come categoria del discorso politico] esista solo a partire da questo periodo, perché l'accezione settecentesca di opinione evoca e condensa un insieme di significati anteriori e discordanti» (p. 103).  La seconda metà del Settecento è il momento in cui si afferma, prima in Francia e poi nel resto d'Europa, il «sintagma 'opinione pubblica'» (p. 109). Gli studi recenti sull'opinione pubblica sono ormai rivolti a «comprendere le condizioni che hanno reso possibile l'avvento di un 'pubblico' inteso come soggetto razionale titolare di diritti politici» (p. 109). Non si deve però ridurre all'idea settecentesca di "opinione pubblica" ogni categoria del discorso politico, poiché l'esistenza di un pubblico che s'interessa e discute di politica preesiste alle forme classiche della società borghese e non per forza coincide con il pubblico dei lettori. L'opinione pubblica è, quindi, espressione del processo di pubblicizzazione del potere. Proprio le ultime pagine del libro sono dedicate all'opinione pubblica. Essa è «concepita come il risultato del libero corso delle divergenze e delle dissidenze, secondo il modello inglese» (p. 132), ma anche come «il segno arcaico di un loro superamento e integrazione in un'opinione collettiva, organica e finalmente unanime» (p. 132). Questa dicotomia è «costitutiva della sfera pubblica moderna» (p. 132).
Il libro, capace di una ricostruzione tematica ampia e rigorosa, a mio parere non trae conclusioni, bensì esorta a continuare e approfondire lo studio sui fenomeni studiati, dopo avere più volte sostenuto come la storiografia sia orientata su nuove frontiere di ricerca. Il volume è corredato da Riferimenti bibliografici (pp. 135-154) e da un Indice dei nomi (pp. 157-160).

Piero Canale



[1] Sandro Landi insegna Storia moderna nell'Università «Michel de Montaigne» di Bordeaux. È autore di numerosi studi tra cui Il governo delle opinioni. Censura e formazione del consenso nella Toscana del Settecento, Bologna, Il Mulino, 2010; Naissance de l'opinion publique dans l'Italie moderne: sagesse du peuple et savoir de gouvernement de Machiavel aux Lumières, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2006; Note sul consumo di storia nella Toscana del Settecento, in La pratica della storia in Toscana. Continuità e mutamenti tra la fine del '400 e la fine del '700, a cura di E. Fasano-Guarini e F. Angiolini, Milano, Franco Angeli, 2009, pp. 169-190; Governare i popoli: la dimensione politica dell'opinione, in Firenze e la Toscana. Genesi e trasformazioni di uno stato (XIV-XIX secolo), a cura di J. Boutier, S. Landi e O. Rouchon, Firenze, Mandragora, 2010, pp. 273-288.



giovedì 5 febbraio 2015

Black Jesus

Federico Buffa, Black Jesus. The Anthology, Milano, Edizioni Libreria dello Sport, 2009, 223 pp. (Collana Tullio), ISBN 978-88-6127-023-7.

L’Italia, si sa, è famosa per il buon cibo, le belle donne, la moda ed il calcio. Milioni di appassionati trascorrono la domenica incollati al teleschermo o appollaiati sui seggiolini degli spalti di qualche stadio ad ammirare le prodezze degli ipermilionari atleti. Da un po’ di tempo, però, gli italiani stanno cominciando ad apprezzare un altro sport, grazie alla fortissima influenza culturale a stelle e strisce: il basket (o pallacanestro, che dir si voglia).
Questo interessante volume è un must per chi vuole conoscere gli aspetti meno noti del basket americano, o semplicemente, vuole rilassarsi leggendo le erudite evoluzioni linguistiche dell’autore, Federico Buffa. Anche noto con il soprannome di “Avvocato”, Buffa è un giornalista, nonché telecronista sportivo italiano, conosciuto per la sua grande verve e per la sua abilità retorica. Tra le pagine di questo libro sentiremo parlare non solo di NBA e di coloro che “ce l’hanno fatta” (coloro che sono riusciti a diventare professionisti nella massima serie americana di pallacanestro), ma anche dei campetti in cemento dei sobborghi d’oltreoceano, dove, per farti rispettare, devi sgomitare, fare a spallate e provare a resistere al più violento dei falli. Leggeremo le storie di Earl Manigault o di Ronnie Fields e della sua straordinaria capacità nell’elevazione, tanto che sembrava planare verso canestro; di Lamar Odom o del rissoso Ron Artest, e ancora di quel “serbatoio” di campioni che è la Oak Hill Accademy.
Una lettura veramente piacevole, quindi, per chiunque voglia aprirsi nuovi orizzonti sportivi, e non rimanere chiuso nel tradizionale e classico undici contro undici tricolore.

Vincenzo Bagnera





Re Sole e lo Scoiattolo

Alessandra Necci, Re Sole e lo Scoiattolo. Nicolas Fouquet e la vendetta di Luigi xiv, Venezia, Marsilio, 2013, 440 pp. (Gli Specchi), ISBN 978-88-317-1564-5.

«Non sono pochi gli spazi in cui cercare luci e ombre del trascorso è necessario, forse anche inevitabile... tanto da far sorgere un dubbio: siamo noi a dover invocare il passato, per poterci realizzare completamente, o è il passato ad aver bisogno di noi per continuare a esistere?» [p. 17]
Nel Seicento due sono i processi che potrebbero definirsi del secolo: quello a Carlo i re d'Inghilterra e quello a Nicolas Fouquet. La vicenda di quest'ultimo però ha ottenuto nei secoli, ma già anche nei contemporanei, una forte risonanza, che oggi diremmo mediatica. Germi di opinione pubblica, li chiameremmo.
Il processo di Fouquet divise la Francia e la tenne in sospeso, fino a quando molte delle accuse montate caddero e la condanna a morte – come avrebbero voluto Re Sole e Necker – si allontanò dal destino del soprintendente.
Alessandra Necci ricostruisce nel libro le fasi salienti del processo intentato a Fouquet, sopraintendente delle finanze del Regno di Francia durante la reggenza del cardinale Mazzarino.
È inutile svelare i particolari del processo, anche perché ridurre il libro a una semplice disamina della vicenda giudiziaria, sarebbe uno sgarbo al valore di quest’opera. Infatti, il merito dell'autrice è quello di raccontare questa pagina di storia della Francia moderna, partendo dalle vite dei due protagonisti del libro: Luigi xiv – il Re Sole – e Fouquet, lo «Scoiattolo» in una forma dialettale francese.
Biografie di due uomini che si intrecciano e sembrano destinate a trovarsi, faccia a faccia, in un momento storico che segna, una volta per tutte, la storia francese: drammi dell'infanzia e della giovinezza, buone e cattive compagnie, incontri e scontri.
Il libro mette subito in chiaro che nello scontro tra i due, Fouquet non ha speranza. Lo Scoiattolo sarà schiacciato dal Sole. Eppure nonostante i presagi, la lettura scorre piacevole, così come è piacevole questa lente d'ingrandimento che si insinua tra i volà delle stoffe pregiate degli abiti dei nobili a corte, tra le pieghe delle lettere dei dossieurs del processo.
Chi ha avuto modo di apprezzare le meravigliose pagine che Dumas intitolò Il Visconte di Bragelonne, e che ha sognato e condiviso le gesta dei tre moschettieri e di D'Artagnan, avrà in più il piacere di ritrovare quest'ultimo, seppure come semplice comparsa, in una storia che vede più l'analisi della psiche, la trama nell'ombra e la barra di un tribunale, che i campi di battaglia.
L'autore riesce con maestria e impeccabile bravura a descrivere la Francia della seconda metà del Seicento e i suoi personaggi: la corte di Luigi xiv è una fotografia puntuale, precisa, con tutta la sua ipocrisia, i favori e gli amorazzi; gli angusti e atri ambienti della fortezza di Pinerolo – dove è rinchiuso Fouquet – sono cupe pagine nell'animo di chi legge; Vaux rimane un sogno munifico, un fiabesco reame incantato, abitato da creature magiche e in cui si consuma il dramma del soprintendente.
Questo testo di squisita lettura dimostra come si può fare storia senza dovere sacrificare la bella scrittura, nonostante l'intento appaia più quello di un romanzo che di un'esegesi storiografica.


Piero Canale



Il Fondo Librario Moncada Dell’Università di Palermo. Progetto d’intervento ricognitivo e diagnostico sulle edizioni del XVI secolo della collezione

Il primo nucleo dell’Università palermitana, come afferma Orazio Cancila nella sua Storia dell’Università di Palermo,[1] risale alla Reale Accademia degli Studi, fondata nel 1779 nelle sale dell’ex Collegio Massimo dei Gesuiti, cui viene affidata anche la direzione e vigilanza sulla “libreria”, sul museo e sulla stamperia dei Gesuiti. Nel 1805, con il ritorno dei Gesuiti in Sicilia, il re decide di restituire alla Compagnia di Gesù i propri locali con all’interno sia la biblioteca che il museo e la Reale Accademia che, trasformata in Università degli Studi, si sposta presso i Padri Teatini, nello storico palazzo, oggi sede della Facoltà di Giurisprudenza; la biblioteca conserverà nella sede gesuitica anche i libri acquistati dall’Accademia nel corso degli anni. L’intero patrimonio librario, comprensivo dei libri della Reale Accademia degli Studi, verrà poi incamerato dallo Stato il 4 novembre del 1860 divenendo il nucleo principale della nascente Biblioteca Nazionale di Palermo, oggi Biblioteca centrale della Regione siciliana. 
Privata di parte dell’antico patrimonio, la Biblioteca Universitaria si costituisce ufficialmente nel 1929:[2] inizia così un periodo d’arricchimento per i fondi bibliografici universitari grazie a nuovi acquisti e a un riassetto che mira a evidenziare raccolte e opere di maggior pregio portandole a diretto contatto con gli studiosi. Vari fondi e donazioni accrescono il patrimonio della biblioteca, quali il Fondo Bonucci (Storia delle Religioni) e il Fondo Genuardi (Storia del Diritto Italiano). Un fiore all’occhiello per le collezioni universitarie è il Fondo Castagna: circa 3800 volumi antichi, tra cui 4 incunaboli e 265 cinquecentine, conservato presso la Biblioteca Centrale della Facoltà di Lettere.
Proprio questa sede è stata individuata per custodire l’ultimo acquisto di pregevole valore effettuato dall’Università: il Fondo librario Moncada. Questa raccolta può essere considerata un tassello di fondamentale importanza dell’enorme “mosaico bibliografico” che costituisce i fondi antichi dell’Università di Palermo, soprattutto per la rarità e la connotazione prettamente siciliana. L’acquisizione di questa collezione bibliografica, omogenea e di grande interesse culturale, rappresenta un’eccezionale occasione di unicità per l’Istituzione. Come vedremo, il fondo mostra un’integrità di volumi che non possiede nessun’altra biblioteca. Come già l’Archivio di Stato di Palermo, anche l’Ateneo palermitano può oggi vantare il possesso di una preziosa documentazione – in questo caso bibliografica – appartenuta a uno dei più importanti casati siciliani.
I Moncada arrivano in Sicilia dalla Spagna alla fine del xiii secolo. Costruiscono un enorme patrimonio territoriale, fatto di città e di feudi, dall’Etna al centro della Sicilia, dalle terre di Bivona a Palermo, fino all’acquisizione di possedimenti in Calabria. A Guglielmo Raimondo, generale di Pietro d’Aragona, va il merito della prima investitura ai Moncada del feudo di Caltanissetta e di Paternò, nel 1282.[3] Una famiglia, quella dei Moncada, che ha un’ascesa velocissima e che, anche attraverso una serie di alleanze matrimoniali, costruisce il prestigio politico e le fortune economiche del casato. In Sicilia gode della protezione della Chiesa tanto che alcuni eredi nascono proprio all’interno dell’arcivescovado di Monreale, negli anni dell’arcivescovo letterato Ludovico ii de Torres. Le loro terre siciliane sono coltivate a grano, ma prospera anche l’industria della seta. Di particolare rilievo le figure femminili, da Aloisia a Giovanna La Cerda, a Caterina Moncada Aytona.[4]
In età rinascimentale i Moncada acquistano il Castello medievale di Pietrarossa a Caltanissetta, strategica fortezza di cui oggi è possibile vedere soltanto i ruderi. A metà Cinquecento si apre il periodo più fiorente per la famiglia: vengono costruiti il convento dei Cappuccini e quello dei Gesuiti, entrambi voluti da Aloisia Moncada, moglie di Cesare, e negli anni si succedono importanti figure quali Francesco i, Cesare e Francesco ii che accolgono a corte letterati, musici e pittori. In ogni città dei Moncada si costituisce una corte, da Palermo a Valencia, da Paternò a Caltanissetta, città in cui innalzano un palazzo imponente nel centro dell’abitato con eleganti fregi barocchi. Le corti sono affollate da artisti e protagonisti della cultura del tempo: Nicolò Buttafuoco dipinge il retablo di San Diego d’Alcalà, canonizzato nel 1588, e le storie della sua vita su committenza di donna Aloisia. Nello stesso anno la famiglia acquista il palazzo Ajutamicristo a Palermo. Una figura di grande spessore è quella di Luigi Guglielmo[5] che, avvalendosi di Pietro Novelli, nel xvii secolo dà un nuovo impulso architettonico alla città di Palermo. A lui si deve la progettazione di Porta Montalto, antica via d’accesso alla città, fatta erigere nel 1637 e demolita alla fine dell’800, e della Fieravecchia, oggi Piazza Rivoluzione. Anche Luigi Guglielmo, come già i suoi predecessori, accoglie a corte poeti e musici.
I Moncada, avendo una ricchezza immensa, raggiungono i vertici del potere e, dopo duecento anni di permanenza in Sicilia, si spostano anche in Spagna dove, fedeli alla monarchia si alleano con le grandi famiglie spagnole; a Valencia, a metà del 1600, Luigi Guglielmo diventa viceré.
Il patrimonio lasciato da questa famiglia, nella seconda metà del Settecento disgregatasi in vari rami, conta oltre ai palazzi, molti beni mobili, come tele, statue di legno, reliquiari, documenti archivistici e notevoli raccolte bibliografiche, testimonianze tutte di una tradizione d’importantissimo rilievo culturale.
La famiglia si scompone in vari rami: troviamo infatti i Conti di Caltanissetta, i Conti di Agosta, i Conti di Adernò, i Principi di Monforte e i Principi di Paternò. Il più importante ramo siciliano dei Moncada vanta illustri esponenti come Francesco Moncada, Giovanni Luigi, Corrado e Ugo Moncada di Paternò: quest’ultimo è l’anello di congiunzione con un altro antico casato siciliano, poiché sposa nel 1920 la principessa Giovanna Lanza Branciforti.
Nel 1941 i Moncada di Paternò confermano, alla Soprintendenza del Regio Archivio di Palermo, di possedere un archivio di famiglia regolarmente ordinato e composto di documenti dei secoli xv-xix riguardanti l’amministrazione di feudi e beni in possesso della famiglia. L’archivio risulta integro anche dopo i danni prodotti dalla guerra. Questo fondo si trovava a Palazzo Butera insieme all’archivio dei Lanza di Trabia e Branciforti di Butera: quest’ultimo, conservato oggi all’Archivio di Stato di Palermo, tra registri, buste e pergamene costituisce il più corposo archivio privato gentilizio della Sicilia. Vent’anni fa, precisamente nel settembre del 1992, anche l’archivio privato gentilizio dei principi Moncada di Paternò viene acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dopo il parere positivo espresso da parte del Ministero dei Beni Culturali.
L’archivio Moncada di Paternò[6] è costituito da oltre 4000 documenti riguardanti l’amministrazione di feudi in Sicilia: lo stato e principato di Paternò, Adernò, Biancavilla, ma anche Caltabellotta, Caltanissetta, San Giovanni e Cammarata. La parte più cospicua dell’archivio è costituita da documenti di natura giudiziaria, possedimenti, passaggi di proprietà, e di natura contabile per l’amministrazione ordinaria e straordinaria dell’immenso patrimonio dei Moncada a partire dal secolo xv. Si rileva anche la presenza di tre buste contenenti 42 piante topografiche e vari disegni databili tra la fine del xviii e l’inizio del xix secolo che, trovandosi in pessimo stato di conservazione, sono state sottoposte a restauro conservativo presso il laboratorio dell’Archivio di Stato di Palermo. Si riporta di seguito un esempio di scheda elaborata al momento dell’acquisizione del fondo:
Cosimo Notar Pignato, architetto - Caltanissetta 15 luglio 1806.
Inchiostro e acquarello - cm 28 x 44
"Pianta geometrica di pian-terreno e di pian-nobile dello stato attuale delle pubbliche carceri aggregate alle fabbriche del palazzo dell’ecc.mo signor principe di Paternò che possiede in Caltanissetta".
Sul v.: "Pianta delle carceri di Caltanissetta n. 56".
"Scala di canne dieci siciliane".[7]
L’intera raccolta bibliografica era stata originariamente costituita dal Principe Lanza di Trabia e conservata a Palazzo Butera, a Palermo; successivamente da questa raccolta, inizialmente formata da circa 12.000 volumi, come si evince dall’inventario redatto dalla famiglia all’inizio del xx secolo in quattro volumi, è stato estratto il fondo siciliano offerto in vendita all’Università di Palermo nel 2008.
Dopo un’attenta lettura dell’inventario Moncada sono stati effettuati molteplici sopralluoghi per visionare i volumi, verificare l’importanza bibliografica della collezione, analizzarne la manifattura bibliologica e appurarne lo stato di conservazione.
La collezione è composta da:
n. 5 edizioni del xv secolo;
n. 37 edizioni del xvi secolo;
n. 147 edizioni del xvii secolo;
n. 361 edizioni del xviii secolo;
n. 909 edizioni del xix secolo;
n. 215 edizioni del xx secolo;
n. 85 edizioni senza data.
Totale: 1759 opere cui si aggiungono 30 periodici pubblicati tra xix e xx secolo.
Nel complesso lo stato di conservazione dei volumi risulta buono, in alcuni casi ottimo, mentre in altri discreto e in pochissimi casi pessimo. Non risultano in atto presenze di muffe mentre in pochi casi si rilevano tracce di vecchi attacchi entomatici e microrganismi vari.
Dalle ricerche effettuate nell’OPAC di SBN, in ISTC (Incunabula Short Title Catalogue) per gli incunaboli e in Edit 16 per le cinquecentine, è stato possibile rilevare le localizzazioni dei volumi all’interno delle biblioteche italiane, compresa la Biblioteca centrale della Regione siciliana e la Biblioteca Comunale di Palermo. Per alcune opere non presenti nei database italiani la ricerca è stata estesa ai cataloghi della British Library, Bibliothèque Nationale de France, Library of Congress di Washington, ecc.
La collezione Moncada raccoglie la migliore produzione editoriale sulla Sicilia tra il xvii e il xix secolo oggi disponibile. Risultano infatti presenti, tra i 1789 documenti di cui sopra, il seguente numero di edizioni siciliane:
n. 17 pubblicazioni del xvi secolo;
n. 144 pubblicazioni del xvii secolo;
n. 326 pubblicazioni del xviii secolo;
n. 802 pubblicazioni del xix secolo;
n. 197 pubblicazioni del xx secolo;
n. 30 periodici del xix e xx secolo.
La quasi totalità dei volumi risulta completa di tutte le pagine e tavole. Bisogna osservare come alcune opere quali il Voyage pittoresque ou Description des royames de Naples et Sicile di Jean-Claude Richard de Saint-Non, le Antichità siciliane spiegate colle notizie generali di questo Regno cui si comprende la storia particolare di quelle città di Giuseppe Maria Pancrazi, La reggia in trionfo per l’acclamazione, e la coronazione della sacra real maestà di Carlo Infante di Spagna, re di Sicilia… di Pietro La Placa – contenente la celebre tavola della cavalcata sul lungomare palermitano – risultino integre, contrariamente alle medesime copie possedute anche da altre biblioteche palermitane, mutile di diverse tavole.
Il fondo bibliografico abbraccia un arco temporale che va dal xv al xx secolo.
Edizioni del xv secolo
I 5 incunaboli, pubblicati tra il 1480 e il 1499, sono stati identificati utilizzando la base dati ISTC della British Library; si tratta di esemplari di pregevole fattura, che presentano, tuttavia, lacune di supporto e mancanza di carte o tavole. L’incunabolo più antico della raccolta è:
Phalaris, Epistolae [in italiano]. Trad. Bartolomeo Fonzio, [Francesco Bonaccorsi e Antonio di Francesco, Firenze, 17 maggio 1488].
Anche se in Sicilia non è censito nessun esemplare di quest’edizione di Francesco Bonaccorsi,[8] tipografo attivo a Firenze dal 1485, esso risulta posseduto da 12 biblioteche italiane.[9] Contiene una volgarizzazione delle Epistolae di Falaride. L’esemplare si presenta mutilo delle carte segnate a8 e f8, entrambe sostituite con carte manoscritte che integrano il testo mancante, e inoltre dell’ultimo fascicolo segnato [g]. La legatura originale in pergamena riporta autore e titolo manoscritti sul dorso del volume. Il corpo del testo conserva numerose note manoscritte e sottolineature del testo.
Edizioni del xvi secolo
Delle 37 edizioni del secolo xvi, che sono state oggetto di analisi bibliologica, 13 sono state pubblicate in Sicilia, in particolare 10 a Palermo, 2 a Messina e 1 a Catania e 7 sono di autori siciliani.
 Edizioni del secolo xvii
Questo nucleo è costituito da diverse edizioni dei più noti giuristi siciliani quali Ottavio Corsetto, Baldassarre Abruzzo, Antonio Virgilio, ecc. e da varie edizioni di Capitula, Constitutiones, Ordinationes del Regno di Sicilia. Numerose sono anche le opere di storia locale. Si segnala, per il particolare valore storico, l’opera:
Collurafi, Antonino. Le tumulazioni della plebe in Palermo, [Domenico D’Anselmo, Palermo 1651].
Erudito, storiografo ufficiale di Filippo iv, Antonino Collurafi (1585-1655),[10] membro dell’Accademia dei Riaccesi, trascorre la vita lontano dalla Sicilia dove torna in tarda età. Quest’opera, particolarmente rara, appena stampata fu proibita per decreto regio; gli esemplari esistenti mancano quasi tutti del frontespizio e del primo fascicolo.[11]
Edizioni del secolo xviii
È il nucleo di maggior pregio sia perché la tipografia nel ‘700 raggiunge, com’è noto, livelli qualitativi altissimi, sia perché le opere corredate da incisioni sono complete delle tavole, spesso assenti negli esemplari posseduti da altre biblioteche. Inoltre quasi tutti i volumi si presentano in ottime condizioni di conservazione. Tra le opere siciliane più significative e di maggior pregio si segnala:
Pancrazi, Giuseppe Maria. Antichità siciliane spiegate colle notizie generali di questo Regno cui si comprende la storia particolare di quelle città, nella Stamperia di Alessio Pellecchia, In Napoli 1751-1752, 2 vol., 44 c. di tavole incise.
I due volumi, con antiporte incise raffiguranti i ritratti di Carlo iii di Borbone e Maria Amalia, sono completi di tutte le incisioni. Coperta originale in pergamena. Macchie di foxing su alcune tavole.
Di eccezionale rilievo la presenza delle opere dell’abate maltese Giuseppe Vella (1749-1815), ideatore della famosa “arabica impostura”.[12] L’abate Vella, trasferitosi a Palermo nel 1780, “traduce” due codici in lingua araba alterandone il contenuto. Sostenuto dallo storiografo Giovanni Evangelista Di Blasi e da monsignor Alfonso Airoldi, appassionato di studi orientali, nel 1789 pubblica il Codice diplomatico di Sicilia, spacciandolo per una fedele traduzione dall’arabo. Acquisite fama e fortuna, nel 1793 pubblica il Consiglio d’Egitto. Scoperto l’inganno, l’anno seguente, viene arrestato e muore agli arresti domiciliari il 15 maggio 1815.
Vella, Giuseppe. Libro del consiglio di Egitto tradotto da Giuseppe Vella cappellano del sac. ordine Gerosolimitano, abate di S. Pancrazio professore di lingua araba nella Reale accademia di Palermo, e socio nazionale della Reale accademia delle scienze, belle lettere, ed arti di Napoli, nella Reale Stamperia, In Palermo 1793, 2 vol.
vol. 1: in folio, legatura in cartone. Ottima condizione delle carte.
Si tratta della falsa traduzione delle lettere di Roberto il Guiscardo, Ruggiero i e Ruggiero ii ai sultani d’Egitto.
vol. 2: in folio, coperta in mezza pergamena e carta marmorizzata. Frontespizio mancante. Ottime condizioni di conservazione.
Qui Vella inserisce le leggi di Ruggiero in 315 articoli interamente inventati.
Di questo secondo rarissimo volume si conosceva un unico esemplare conservato presso la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana. Ne dà notizia per la prima volta Antonino Pennino nel 1886[13] definendolo «eccessivamente raro anzi unico finora conosciuto». Infatti, scoperta la frode del Vella, la parte già stampata del secondo volume non fu diffusa. Antonino Pennino ipotizza che «qualche amatore di libri, avendo trovato la serie completa dei fogli impressi, siasi dato cura di farli legare in volume, il quale chiuso in private librerie, restò ignoto».
Vella, Giuseppe. Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli arabi pubblicato per opera e studio di Alfonso Airoldi, dalla Reale Stamperia, Palermo 1789-1792, 6 vol., ill.
Falsa traduzione dall’arabo di un codice manoscritto conservato presso il monastero di S. Martino delle Scale, contenente una vita di Maometto e spacciato dall’autore per il registro della cancelleria araba in Sicilia. Manca il v. 4.
Edizioni del xix secolo
Si rileva che 197 copie di questa raccolta sono state pubblicate anteriormente al 1831. Tra le opere di maggior pregio si segnala:
De Vivo, Tommaso. [Storia del Regno delle Due Sicilie inventata ed incisa da T. De Vivo], s.e., Roma 1833, tav.
Album in folio oblungo con legatura in piena pelle decorata con fregi impressi in oro sui piatti e sul dorso. All’interno 55 tavole incise numerate precedute da 24 tavole non numerate. Mancante di 1 tav. dopo il frontespizio.
Opera molto rara: riscontrato un altro esemplare nel catalogo on-line della British Library.[14]
Edizioni del xx secolo
Nel fondo sono comprese 215 opere edite nei primi decenni del xx secolo. Tra le monografie si trova una seconda edizione del 1935 della Storia dei musulmani di Sicilia di Michele Amari in 3 volumi, di cui il terzo in tre parti.
Opere dedicate al Grand Tour in Sicilia
La stagione del Grand Tour,[15] nella seconda metà del ‘700, arricchisce il racconto del viaggio di caratteri filosofici e spirituali mitizzando il territorio siciliano. Nell’800 la Sicilia viene descritta, secondo un’interpretazione romantica, in modo meno enfatico e più disincantato e in tempi più recenti la descrizione dei luoghi è accompagnata dal preciso intento di documentare non solo gli aspetti artistici, archeologici e naturalistici, ma anche le reali condizioni culturali, sociali ed economiche della Sicilia.
La raccolta libraria Moncada comprende 66 opere di viaggiatori edite tra la fine del xviii e i primi decenni del xx secolo, che costituiscono nel loro insieme un nucleo omogeneo e ampiamente rappresentativo del “viaggio in Sicilia”. Tutte le opere, con rare eccezioni, sono complete delle tavole e delle illustrazioni che spesso mancano, almeno in parte, negli esemplari posseduti da altre biblioteche. Molti volumi sono di grande pregio bibliografico corredati da splendide incisioni; alcuni hanno legature di valore e dedica autografa dell’autore. Sono inoltre interessanti le opere delle “viaggiatrici”, come By the waters of Sicily (Londra, 1901) dell’inglese Norma Lorimer o Impressions de la Sicile (Parigi, 1914) della principessa russa Marie Wolkonsky, che visitò la Sicilia nel 1913 e che nel suo giornale di viaggio, oltre a monumenti e paesaggi, descrive anche le abitudini locali. Questo nucleo è costituito da 37 opere di autori francesi, 14 inglesi, 6 tedeschi, 8 italiani, alle quali si aggiunge il resoconto del viaggio compiuto nel 1183 dal letterato arabo-andaluso Ibn Giubayr pubblicato in lingua francese a cura di Michele Amari nel 1846.
Della collezione Moncada fanno parte ben due esemplari dell’opera:
Orville, Jacques-Philippe de. Sicula quibus Siciliae veteris rudera, additis antiquitatum tabulis, illustrantur, apud Gerardum Tielenburg, Amstelaedami 1764, 2 vol.
Il primo esemplare è costituito da due volumi rilegati insieme con coperta originale in pergamena e impressioni in oro sui piatti e sul dorso. I due volumi del secondo esemplare sono rilegati con coperta in mezza pelle di marocchino rosso e piatti in cartone rivestiti di carta marmorizzata. Tutti i volumi sono completi delle tavole con incisioni all’acquatinta.
Opere di Araldica
Sono presenti 28 opere di araldica siciliana dei secoli xvii-xx: dal Teatro genologico delle famiglie nobili titolate feudatarie ed antiche nobili del fidelissimo Regno di Sicilia viuenti ed estinte di Filadelfo Mugnos (Palermo, 1647-1670) a La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia di Francesco San Martino De Spuches (Palermo, 1924-1940).
Periodici
Della raccolta fanno parte vari numeri di 30 periodici siciliani del xix e xx secolo. Tra questi si segnalano i 75 numeri del Giornale di scienze, lettere e arti per la Sicilia pubblicati tra il 1823 e il 1841.

Analisi ricognitiva e diagnostica delle edizioni del xvi secolo
Il progetto ha previsto l’analisi ricognitiva e diagnostica del nucleo delle edizioni del xvi sec. che, così come gli incunaboli, deve ancora essere sottoposto a catalogazione da parte della Sovrintendenza Bibliografica, che ne cura la tutela. Si tratta di 37 edizioni cartacee a stampa, di cui 20 siciliane, pubblicate in un arco di tempo che va dal 1527 al 1598. Le edizioni siciliane risultano possedute da almeno una biblioteca siciliana a eccezione dell’opera di Niccolò Tedeschi che sembra essere la cinquecentina di maggiore pregio e rarità della collezione Moncada.
Sono state dunque prodotte – seguendo l’ordine cronologico di pubblicazione degli esemplari – le schede dettagliate[16] dei singoli manufatti librari, corredate dal rilevamento dei dati bibliologici e dello stato conservativo, effettuato dopo un attento e rigoroso esame ottico. In chiave esemplificativa, si riporta una scheda:

Scheda N° 1
Istituto di appartenenza: UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO
N. inv.: 600-609
Provenienza: Collezione Moncada di Paternò
Autore: [Tedeschi, Niccolò]
Titolo: Commentariorum seu lectura.
i.: Prima pars.... in primum Decretalium librum. ...
ii.: Prima pars... in secundum Decretalium librum. ...
iii.: Secunda pars... in primum Decretalium librum. ...
iv.: Secunda pars... in secundum Decretalium librum. ...
v.: Tertia pars... in secundum Decretalium librum. ...
vi.: In tertium Decretalium librum. ...
vii.: In quartum et quintum Decretalium librum. ...
viii.: Consilia, Tractatus et Quaestiones. ...
ix.: Repertorium super lectu. Panor.  ...  
Tipografo: [in edibus Antonii du Ry, sumptibus honesti viri Jacobi Francisci Giuncta Florentini ac sociorum]
Luogo: Lugduni
Data/datazione: 1527
cc./pp.:
9 voll.:
i.: 276 c.
ii.: 343, [1] c.
iii.: 271, [i.e. 267, 1] c.
iv.: 259, [1] c.
v.: 211, [1] c.
vi.: 344 c.
vii.: 287, [1] c.
viii.: CCXL, [8] c
ix.: [214] c.
Dimensioni/Formato:
25,5 x 19 cm: 
i.: 4°
ii.: 4°
iii.: 4°
iv.: 4°
v.: 4° 
vi.: 4°
vii.: 4°
viii.: 4°
ix.: 4°
Formula collazionale:
i.: aa-zz8, AA-LL8 MM4
ii.: AAA8-ZZZ8, AAAA-VVVV8
iii.: AA-ZZ8, AAA-KKK8 LLL4
iv.: AA-ZZ8, AAA-III8 KKK4
v.: aaa-zzz8, AAA-CCC8 DDD4
vi.: a-z8, A-V8
vii.: aaaa-zzzz8, AAAA-NNNN8
viii.: a-z8, A-F8 G6 H10
ix.: A-Z8, AA-CC8 DD4, [asterisco]2
Impronta:
i.: exmo l.de u-a. &ici (3) 1527 (R)
ii.: ceta eni- 6.i- teor (3) 1527 (R)
iii.: o-ha duri alua rece (3) 1527 (R)
iv.: i-o- i-in tee- Alte (3) 1527 (R)
v.: o.ia dei: oeb* baco (3) 1527 (R)
vi.: vtEt olle e-ia dotu (3) 1527 (R)
vii.: dere aue- oni- ibHo (3) 1527 (R)
viii.: itu. esci iob* deri (3) 1527 (Q)
ix.: ri0. o-5. erpn Agsi (C) 1527 (A)
Decorazioni/illustrazioni: Frontespizi in rosso e nero, ornati con cornici xilografiche e con ritratti di noti canonisti. Marca tipografica sui singoli colophon: due leoni sorreggono uno stemma con le iniziali I.F.Z. appeso a un albero con giglio tra le fronde. Iniziali xilografiche fitomorfe.
Annotazioni manoscritte: Presenti ex libris.
Legatura: Tutti i volumi risultano mutili delle coperte, che dovevano essere relizzate in pelle marrone, come si evince da alcuni frammenti rimasti sui dorsi. Visibili 4 nervi doppi con anima in pelle allumata. Filo di cucitura in canapa.
Precedenti restauri: Assenti.
Note: Rarissima e completa edizione giuntina dell’opera di Niccolò Tedeschi, detto Abbas Panormitanus (1386-1445), canonista, arcivescovo di Palermo dal 1435.[17] Nel vol. 8 sono state asportate, per motivi di censura, le cc. 186-203, che contenevano il Tractatus de Concilio Basiliensi, assente in quasi tutti gli esemplari esistenti dell’opera. Tagli di testa, davanti e piede rifilati e goffrati.

STATO DI CONSERVAZIONE
Tutti i volumi si presentano nel loro complesso in precario stato di conservazione. Mutili delle coperte, hanno mantenuto la cucitura ben salda e in ottime condizioni. Si rilevano: capitelli rotti e staccati; ossidazione e imbrunimento delle carte; infiltrazioni di liquido; strappi e molteplici lacune dovute a massicci attacchi di lepismatidi, anobidi e roditori, soprattutto lungo i tagli dove il corpo delle carte, in alcuni casi, è letteralmente maciullato; presenza di camminamenti e uova di insetti. Il primo fascicolo del vol. 6 risulta totalmente staccato.
Interventi richiesti
Scucitura. Spolveratura e disinfestazione. Restauro delle carte, ove necessario, indispensabile per la fruizione. Nebulizzazione con soluzione idroalcolica e spianamento delle carte. Nuova legatura.
Il lavoro di ricognizione diagnostica sulle edizioni del xvi secolo, nella sua integralità, è frutto di un approfondito studio tecnico-scientifico e di un’oculata disamina storica dei singoli manufatti librari, supportata dalla ricerca bibliografica, dall’esame delle fonti archivistiche, e dall’analisi del loro stato di conservazione.
Nel complesso il fondo risulta omogeneo, di gran pregio, in grado di poter fornire preziose informazioni storiche, considerata la sua configurazione d’interesse prettamente siciliano. Per ciò che concerne l’aspetto conservativo, il nucleo analizzato restituisce informazioni complessivamente rassicuranti poiché si rileva un buono stato di conservazione; sono stati riscontrati i tipici segnali di un degrado che richiede interventi conservativi da effettuare, in alcuni casi, con tempestività soprattutto ove siano stati segnalati casi di infezione microbica o di sfaldamento del supporto cartaceo.
Lo studio effettuato sul Fondo Moncada può costituire dunque un primo strumento, sia pure non esaustivo, utile a studiosi o tecnici che lavoreranno sulla pregevole collezione libraria, un tassello che lo stesso personale della Sovrintendenza potrà immediatamente utilizzare per avere un riferimento analitico sullo stato di conservazione delle edizioni del xvi secolo.

Biagio Bertino



[1] Cfr. O. Cancila, Storia dell’Università di Palermo: dalle origini al 1860, Laterza, Roma 2006, pp. 49-64.
[2] Cfr. La biblioteca della Facoltà di Lettere, Università degli Studi di Palermo, Palermo 1972, p. 5.
[3] Cfr. V. Palizzolo Gravina, Il Blasone in Sicilia, Visconti & Huber, Palermo 1871-75, pp. 265-268.
[4] Cfr. S. Laudani, Lo stato del principe: i Moncada e i loro territori, Sciascia, Palermo 2008, p. 39.
[5] Cfr. R. Pilo, Luigi Guglielmo Moncada e il governo della Sicilia (1635-1639): gli esordi della carriera di un ministro della monarquía católica, Sciascia, Palermo 2008, p. 17.
[6] Archivio di Stato di Palermo, Archivio Moncada. Principi di Paternò.
[7] L. Salomone, Piante geometriche e topografiche nell’archivio Moncada di Paternò, in «Archivio storico messinese» 66 (1995), p. 11.
[8] http://www.treccani.it/enciclopedia/tag/francesco-bonaccorsi/ (ultimo accesso: 29 novembre 2013).
[9] http://istc.bl.uk/search/search.html?operation=record&rsid=1549425&q=34 (ultimo accesso: 29 novembre 2013).
[10] http://www.collorafi.com/it/famiglia/antonio_collurafi.htm (ultimo accesso: 27 giugno 2012).
[11] G. Mira, Bibliografia Siciliana ovvero Gran dizionario Bibliografico, Forni, Bologna 1996, vol. 1, p. 241.
[12] A. Baviera Albanese , L’arabica impostura, Sellerio, Palermo 1978, pp. 117-120.
[13] Sac. A. Pennino, Supplemento, in Catalogo ragionato dei libri di prima stampa e delle edizioni aldine e rare esistenti nella Biblioteca nazionale di Palermo, Biblioteca Nazionale Palermo, Palermo 1886, pp. 328-330.
[14]http://explore.bl.uk/primo_library/libweb/action/search.do?dscnt=0&vl%28174399379UI0%29=any&frbg=&scp.scps=scope%3A%28BLCONTENT%29&tab=local_tab&dstmp=1339437008439&srt=rank&ct=search&mode=Basic&dum=true&tb=t&indx=1&vl%28freeText0%29=de+vivo&vid=BLVU1&fn=search (ultimo accesso: 29 novembre 2013).
[15] Cf. C. De Seta, L’Italia del Grand Tour: da Montaigne a Goethe, Electa, Napoli 2001.
[16] Le schede, nella loro integralità, sono state consegnate alla Biblioteca Centrale della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo, sede di conservazione dei manufatti.