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martedì 5 novembre 2013

L'ombra del vento

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2004, 439 pp. ISBN 88-04-52733-1.

Barcellona 1945, Daniel Sempere, protagonista del romanzo, viene portato dal padre al Cimitero dei Libri Dimenticati – antica e immensa libreria che raccoglie tutti i libri di cui nessuno ha più memoria – e da questi invitato a sceglierne uno. È qui che ha inizio la storia, Daniel sceglierà (o sarà il libro a scegliere lui?) L’Ombra del Vento, libro sconosciuto del più ancora sconosciuto autore Julian Carax, e da questo momento la vita di Daniel verrà sconvolta da una serie di eventi che lo cambieranno come ragazzo prima, e come uomo poi.
L’ombra del vento di Zafón ha rappresentato un piccolo caso editoriale: pubblicato nel 2001, inizialmente passato sotto traccia, ha visto crescere la sua notorietà grazie al passaparola dei lettori, che lo hanno portato ad essere uno dei libri più letti degli ultimi anni… ma viene da chiedersi perché? Magari avevano ragione i lettori nel 2001 ad ignorarlo; per carità il libro è ben scritto, i personaggi sono ben delineati, ma la storia non decolla mai, non ci sono mai spunti che ti fanno ritardare l’ora di cena di 20 minuti pur di continuare a leggere. Il romanzo si muove fra tanti generi (è romantico, è avventuroso, è giallo, è anche horror) ha tanti intrecci, tante sottotrame, ma spesso si perde nella banalità e nella prevedibilità (come ad esempio il parallelismo tra la vita di Daniel Sempere e quella di Julian Carax); pochi, pochissimi i veri sussulti coinvolgenti e nessun finale a sorpresa, tutto scorre al suo posto per come ci si immagina. Al romanzo fa da sfondo una Barcellona cupa e piovosa manco fosse Londra.
La sensazione che si ha alla fine è che tanto clamore attorno a certi libri derivi, più che altro, da una certa mania modaiola che nulla ha a che vedere con il valore intrinseco del prodotto libro.

Alberto Capizzi




La Casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, La Casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili, Milano, Rizzoli, 2007, 284 pp., ISBN 978-88-17-01714-5.

Nel nostro disgraziato Paese il tempo, invece di migliorare le cose, non fa altro che peggiorarle. Ripropongo, dunque, questo best-seller del 2007 in cui vengono denunciati, dati alla mano, tutti i buchi neri della politica italiana. Il libro riporta minuziosamente i costi e i privilegi della nostra classe politica e le conseguenze di essi sulla popolazione. Con chiarezza e obiettività Rizzo e Stella mettono nero su bianco i vizi di una classe dirigente sempre più avida e bramosa, poco propensa al bene comune e alla buona amministrazione e sempre più interessata ad arricchirsi a dismisura alle spalle dei cittadini.
Gli autori de La Casta sono due grandi giornalisti che, partendo da una minuziosa raccolta di numeri e dati, sono arrivati a formulare delle conclusioni sconvolgenti eppure difficilmente confutabili.
La narrazione obiettiva, ironica e accattivante, si concentra sulle vicende di sprechi e mala amministrazione: dalla politica locale – con le innumerevoli province inutili, la sanità allo sbando, le regioni autonome che costano più di un emirato – al contesto nazionale: impunità, leggi ad personam (ma spesso anche ad personas…) e fiumi di finanziamenti.
Il racconto di Stella e Rizzo sembra a volte surreale quasi impossibile, impensabile perché impensabile è anche la bassezza di certi fatti che difficilmente si addicono a una classe dirigente degna di questo nome. Un Paese che ha gli eurodeputati più pagati (anzi strapagati) d’Europa, ma anche i più assenteisti; un Paese che è passato da un Presidente della Repubblica, Enrico De Nicola[1], che rifiutò la propria indennità in un periodo, il dopoguerra, non proprio di vacche grasse, a consiglieri regionali le cui indennità possono competere con quelle dei governatori dei più ricchi Stati americani. Per non parlare di deputati e senatori nazionali: lì il conto dei vizi e dei privilegi è sempre maggiore, anno dopo anno.
Questo libro la classe dirigente italiana l’ha scritto da sola, con i suoi vizi, le sue malefatte, la sua immoralità. Un best-seller che ci invita ad aprire gli occhi su chi ci governa, sui modi in cui lo fa, a discapito dei suoi elettori.
La Casta – testimonianza di una classe dirigente da cambiare ma non da dimenticare, affinché non si continuino a ripetere gli stessi errori del passato – è il punto di partenza per una cocente e seria riflessione sulla necessità immediata di costruire una nuova classe dirigente pulita e trasparente.

Biagio Bertino




[1] M. Travaglio, Enrico De Nicola, il monarchico col paltò rivoltato, in «Il Fatto Quotidiano», 10 aprile 2013.



I Beati Paoli

Luigi Natoli, I Beati Paoli, Palermo, Flaccovio, 2003, 756 pp., ISBN 88-7804-235-8.

“In Sicilia, I Beati Paoli è ancor oggi l'unico libro che
molta gente del popolo abbia letto nel corso della sua vita”
R. La Duca, Introduzione

Parte prima (ove l'autore sproloquia di incipit)

“In principio era il verbo”. Questo è un inizio memorabile.
O “Nel mezzo del cammin di nostra vita”.
Oppure, ancora, “Robert Cohn era stato un tempo campione di pugilato di Princeton, categoria pesi medi”.
Il primo è ieratico e misterioso.
Il secondo è quanto di più geniale possa esistere, perché spinge il lettore a immaginarsi un inizio in medias res, quando invece la vicenda è narrata in ordine cronologico (la vicenda, s'intende, narrata nel poema; che però presuppone un'altra vicenda, quella biografica dell'autore, iniziata ben prima).
Il terzo è essenziale ed incisivo, rudemente giornalistico, e spiega subito al lettore di che tipo di umanità si tratterà nel libro, che attitudini hanno i protagonisti e quindi, in sostanza, se per lui valga la pena di leggerlo o meno.
(Per inciso: sì, ne vale la pena) 

Gli incipit sono importanti.
Quindi diffidate, vi prego diffidate, sempre diffidate, da un libro che inizia con una versione camuffata del “C'era una volta” di favolistica memoria. Diffidate, ma leggetelo. Esiste sempre un buon motivo per leggere un libro, a meno che non sia l'autobiografia di Gigi D'Alessio scritta manu propria o il Mein Kampf.
Ritornando agli incipit rivelatori, ecco quello de I Beati Paoli: «La sera del 12 febbraio 1698, due ore prima dell'Avemaria, la folla del Palazzo Reale di Palermo si empiva di una folla immensa, ondeggiante, varia, che si accalcava dietro le file della fanteria spagnola, schierata fra i due bastioni costruiti dal cardinale Trivulzio e il monumento di re Filippo V».
...eccetera, aggiungo, non senza un sospiro di sollievo. Intendiamoci: chi scrive ama alla follia, per vari motivi, il libro che sta recensendo; ma, come ogni singolo capo di governo della storia italiana da quando è stato scoperto che dormire dentro una grotta era più confortevole che tentare di farlo all'adiaccio, è un uomo onesto (sì, lo so: battuta scontata). E, in tutta onestà, bisogna ammettere che i Beati Paoli è un libro mediocre.
Basta rileggere l'incipit: non hai cominciato a leggere che da un paio di secondi e ti chiedi “Quando diamine incontrerò un punto fermo?”. E poi, ogni scrittore, perfino il peggiore degli scrittori, sa che gli aggettivi vanno dosati con un'attitudine che è riduttivo definire parca. Natoli ne usa tre di fila con indifferenza zen. Ad Hemingway o Carver sarebbero bastati per scrivere un libro di 237 pagine.
Quindi, nell'incipit de i Beati Paoli sono presenti almeno due motivi di diffidenza. Se ne aggiunge un terzo, di cui Natoli è incolpevole: diffidate da libri cui è preposta un'introduzione di Umberto Eco; è notoriamente un intellettuale di prim'ordine, ma rivela anzitempo le trame con una noncuranza mefistotelica.

Parte seconda (ove l'autore espone brevemente la trama)

Non sempre chi parte da presupposti notevoli giunge a conclusioni adeguatamente esaltanti. Chi può negare che I tre moschettieri di Dumas padre e I Promessi Sposi di Manzoni figlio (illegittimo) siano romanzi degni di nota?
Ebbene: sebbene i Beati Paoli sia una mistura, in salsa siciliana, di suggestioni provenienti da entrambi i suddetti romanzi, il risultato non è esaltante.
Per farla breve, la vicenda inizia con un cadetto cattivo che usurpa il titolo aristocratico al nipote, orfano di un Duca tanto generoso quanto tendente ad ingravidare le donne che gli capitano a tiro.
Dopo quindici anni, il suddetto usurpatore è un notabile del Regno di Sicilia (in pieno trambusto per le conseguenze della guerra di successione), vedovo, padre di una bellissima fanciulla confinata in monastero (come usava fare a quei tempi con le nobili rampolle non ancora in età da marito) e sposatosi per la seconda volta.
Entra in scena un fiero avventuriero, guascone e valoroso, recatosi a Palermo per sete di gloria ed avventure. Presta la propria spada al duca cattivo, minacciato dai misteriosi, e apparentemente onnipotenti, Beati Paoli, sicarii o giustizieri fantasmagorici, adusi ad agire nelle tenebre e inafferrabili: essi hanno salvato il legittimo titolare del titolo e vogliono rimetterlo al suo posto. L'avventuriero concupisce la moglie del cattivo. Lei ricambia. Lui lascia il servizio perché è troppo nobile d'animo per le bassezze fedifraghe. Lei gli diventa nemica per troppo amore (sospiro...).
Dopo una serie di trame, sottotrame, intrecci e coincidenze da fare dubitare anche l'autore del racconto delle Mille e una notte ambientato a Serendip, il nobile e scalcinato avventuriero scopre di essere figlio naturale del fratello buono, diventa duca al posto del fratellastro, nel frattempo riinsediatosi al posto dello zio ma dimostratosi indegno e meschino, e sposa la fanciulla pura e casta, figlia del cattivo. Non prima di svariati consessi carnali con la moglie (a quel punto vedova) del medesimo cattivo, tanto innamorata del bel protagonista da arrivare a suicidarsi per la sua felicità. Tutto ciò avviene grazie all'ausilio dei Beati Paoli, e dopo ettolitri di sorprese che spingono il lettore a pronunciare vari mmm seguiti da nessun punto esclamativo.
Natoli ci tiene a farci sapere che il frutto del matrimonio tra il Bello e Valoroso & la Bella e Casta porterà il nome della donna immolatasi per permettere la felicità dei due giovani.
Chi legge, si sarà accorto che la vicenda non è quello che si può definire una serie di colpi di scena concatenati con un rigore logico al di là dei cui gangli non possa scorgersi la pretestuosità, finalizzata allo sviluppo della trama, di certe situazioni. Per dirla con semplicità: si ha come l'impressione che Natoli avesse chiaro in mente come iniziare e come terminare il romanzo, di che atmosfera pervaderlo, tutta una serie di scene, perfino, ma che abbia poco felicemente incollato questi elementi tra di loro, utilizzando tutta una serie di trovate estemporanee. Ragionamento, questo, corroborato dal fatto che i Beati Cavoli è un romanzo d'appendice, pubblicato sul Giornale di Sicilia in 239 puntate tra il 1909 e il 1910.

Parte terza (ove l'autore si lascia andare ad alcune considerazioni)

Chi scrive, ha udito una volta un suo professore di Letteratura Italiana profferire le seguenti parole: “Se un libro vende troppe copie, non vale la pena di comprarlo”.
Chi scrive, ritiene tali ragionamenti insensati. Non solo per la spocchia che da essi trapela, ma per la loro intrinseca mancanza di logica: i fenomeni editoriali vanno analizzati con lucidità e senza classismi sterili e, francamente, antipatici.
Bisogna leggere i libri di Federico Moccia per scoprire quanto Federico Moccia sia uno scrittore ruffiano e mediocre? No: basta informarsi in giro, raccogliere opinioni, chiedere a qualcuno che ha letto almeno un libro di F.M., per capire che il successo editoriale dei suoi libri è dovuto ad un'azzeccata scelta di target e di argomenti che detto target ritiene interessanti. Se avete più di 13 anni o, nel caso siate irriparabilmente affetti dal complesso sessuale di James Barrie (che qui inauguro), più di 17, non è il caso che compriate libri di F.M.
Per ritornare all'argomento trattato: perché il libro i Beati Paoli di Luigi Natoli ha avuto un tale successo? Presto detto: il romanzo tratta della città di Palermo, così com'era all'epoca dei fatti, con una tale accuratezza, ricchezza di dettagli, con una tale minuziosità rivolta a descrivere abitudini e pratiche dei suoi abitanti, che per un Palermitano è inammissibile non averlo letto. L'affermazione di Rosario La Duca (curatore delle preziose note di questa edizione) scelta come epigrafe è incontrovertibilmente vera. Non credo che sulle rive della Dora Baltea o del Mincio vivano molti possessori di una copia del libro. I Beati Paoli parla di Palermo e dei palermitani, ma anche di Sicilia e dei siciliani. Descrive luoghi, certo, ma anche quelle peculiarità che, qualora portate all'eccesso, sono i tratti negativi del carattere nazionale siciliano: la giustizia privata che sopperisce alle mancanze delle istituzioni, l'omertà, la cerimoniosità di certi atteggiamenti, derivante dal sussiego spagnolo; la muta legge dei vicoli stretti e tortuosi dei centri storici isolani; il codice comportamentale da seguire nelle patrie carceri. Basti pensare che uno di quei siciliani che hanno letto soltanto questo libro nel corso della propria vita è, almeno verosimilmente, Salvatore Riina, che in un confronto con Gaspare Mutolo ha minacciato il pentito augurandogli di fare la stessa fine di Matteo Lo Vecchio, uno dei protagonisti del libro, di mestiere birro (eccetto rimangiarsi tutto quando il giudice gli ha chiesto delucidazioni, sostenendo che il libro era una lettura che i detenuti siciliani giudicavano identitaria, ma che lui aveva smesso di leggerlo prima di scoprire che Matteo Lo Vecchio viene ucciso da una schioppettata).
E proprio questo aneddoto è significativo di quanto il romanzo, nel bene e nel male, al di là di ogni insito valore letterario, sia divenuto, almeno regionalmente, importante: I Beati Paoli non è un romanzo storico solo per via dell'ambientazione, ma anche perché, e forse, addirittura, soprattutto perché, è esso stesso diventato storia: un pezzo di immaginario collettivo, trasversale rispetto al ceto e al grado di istruzione di chi lo legge, un contenitore di codici linguistici, di figure e mitologie, condivisi da un intero popolo.

Dan Skorsky





Filastrocca dei sette vulcani

Marcella Di Benedetto, Filastrocca dei sette vulcani, Pomezia, Strombolibri, 2012, 20 pp., ISBN 978-88-95296-11-1.

C’è un luogo dove poggiate sul mare
Stan sette isolette vicine a fumare…

Parto dallo specificare che parlare di libri ‘per bambini’ non è confrontarsi con libri ‘infantili’, poiché per far leggere bene i bambini si deve partire da un buon libro, e questo lo è. L’autrice, Marcella Di Benedetto, è un architetto che, assieme al marito, nel 2004 ha avuto il coraggio di affrontare il difficile mondo editoriale da una particolare location, ovvero l’isola di Stromboli. L’Editrice Strombolibri, per cui è uscita questa filastrocca, si è guadagnata un proprio mercato (non ‘di nicchia’ perché non specialistico né elitario) solido ma avventizio, perché la maggior parte della produzione è venduta sulle isole e delle isole parla. La clientela turistica è attratta dall’accurata e allegra veste grafica della filastrocca, che permette di portare a casa il ricordo del mare di Salina, dei sorrisi delle sirene di Filicudi, del filo di fumo di Vulcano.
Ciascuno dei sette vulcani raccontati ha generato un’isola, ognuna diversa se non per il suo cuore di fuoco, ognuna bellissima. Sono questi i semplici elementi, mescolanti natura e magia, che l’autrice racconta ai più piccoli con la classica struttura della filastrocca intessuta di rime, rimandi ed allitterazioni. Le immagini che accompagnano le strofe – una per ogni isola delle Eolie, più introduzione e chiusura – completano il testo, e sono parte integrante della filastrocca, così che anche i più piccoli possono ‘percepire’, se non leggere, la narrazione. Le illustrazioni a tutta pagina, dal tratto leggero, sono acquerelli dal sapore naїf di mano della stessa Di Benedetto: dimostrano un colore raffinato ma molto immediato, che parla ai bambini strizzando l’occhio agli adulti. Della stessa autrice, sempre per i tipi dell’Editrice Strombolibri, sono usciti anche ‘Bibì e Zazù, gatti stromboliani’, ‘Il vulcano in mezzo al mare’ e ‘Ninna nanna di stelle e di mare’.

Eloisia Tiziana Sparacino



La chiamata. Storia di un ragazzo che non sapeva sognare

Egle Palazzolo, La chiamata. Storia di un ragazzo che non sapeva sognare, postfazione di Pietro Grasso, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2012, 56 pp., (I contesti, 3), ISBN 978-88-96251-27-0.

Gaspare ha soltanto cinque anni eppure già aiuta suo padre a pascolare le pecore. Contandole, una per una, controlla se tornano tutte all’ovile e, contemporaneamente, impara la matematica. Gaspare porta anche da mangiare al padre latitante e consola la madre dopo l’omicidio di uno dei fratelli.  Eppure Gaspare è diverso dalla sua famiglia, sa di non essere come loro, non ama quella vita fatta di cose non dette, di faide, ammazzatine e violenza. E per questo si sente solo. Il suo viaggio in Argentina è una vera e propria rinascita: «era come se l’aereo fosse ventre di madre e io, scinnennu dalla scaletta, nasciva arreri» [p. 19].
Nell’interrogatorio fiume dinanzi al Giudice, costruito magistralmente da Egle Palazzotto, Gaspare appare impotente dinanzi alla mafia, fenomeno che non si sente in grado di condannare pienamente. Tutta la sua famiglia è, infatti, coinvolta in fatti di mafia: «Una pelle è la mafia, signor giudice, e pure tutto quello che sta attorno alla mafia» [p. 28]
Dunque una colpevolezza innocente la sua? È questo il nodo attorno al quale si articola la drammatica confessione di Gaspare. E, attraverso il suo ragionamento, potremmo andare a ritroso, riaccostandoci a pagine ingiallite dal tempo ma ben ferme nella memoria di ogni siciliano, da Sciascia a Falcone: il parallelismo o, se si vuole, la lacerante dicotomia tra la connivenza e la contiguità. In qualsiasi modo vogliamo analizzare il fenomeno mafioso è dal sostrato culturale che è necessario partire, concetto che è perfettamente racchiuso in quella frase di Gaspare che abbiamo riportato qualche rigo più sopra: la mafia come una pelle, ce l’hai addosso e non puoi liberartene. Un’affermazione disarmante nella sua incisività. La mafiosità è più che un atteggiamento, un costume, un modus vivendi e operandi, è una sorta di alter-ego, di cui è difficile e, in certi casi, persino impossibile spogliarsi. Così, per quanto lontano tu possa scappare, per quanto poco o per niente tu possa sentirti coinvolto nelle logiche tutte interne ai clan e alle famiglie mafiose, arriva sempre il momento della resa dei conti: obbedire a un ordine. Se sei stato scelto per uccidere, come nel caso di Gaspare, non importa chi sarà la tua vittima. Non serve sapere che la persona che stai privando della vita, non ti ha fatto nulla di male: tu devi ucciderlo perché queste sono le regole di Cosa Nostra. Una sorta di giustificazione per sola fede. La mafia stessa è senso di appartenenza ad una fede. Non risulta strano, in quest’ottica, il ricorrente ricorso da parte di boss spietati e sanguinari alla lettura della Bibbia e non è affatto raro trovare un mafioso credente. I killer di mafia uccidono senza un perché. L’omicidio non è uno strumento di vendetta personale, se così fosse non ci sarebbe motivo di assoldare degli esecutori materiali. Il killer esegue degli ordini, molto spesso sa poco o nulla della persona che sta eliminando o delle ragioni del delitto. Né è tenuto a conoscerli perché la consapevolezza del movente costituirebbe, di per sé, un rischio per Cosa Nostra.
Poi ci sono le donne in questo racconto di Egle Palazzolo. C’è la fidanzata di Gaspare, Rosaria, quell’altrove in cui diventa possibile ripartire da zero. E poi c’è la madre. Una donna talmente assoggettata alle regole della famiglia mafiosa cui appartiene, da non essere in grado di proteggere quel figlio diverso, che, nel passato, aveva persino spinto ad andarsene, a cercare fortuna altrove. Non c’è nulla di Felicia Impastato nella madre di Gaspare e, forse, di donne come Felicia, tra quelle che fanno parte di famiglie di mafia, ce ne sono troppo poche. Troppe volte i figli diventano agnelli sacrificali: pensiamo alla madre di Rita Atria, solo per fare un esempio, allo sconvolgente cinismo con cui decide di ripudiare la figlia e di mandarla a morire sola, in uno schema che segue un percorso del tutto innaturale rispetto a quello classico e tradizionale della relazione madre-figlia. Ed è in questo che la mafia acquista quel ruolo aggregante tipico delle religioni. Di sacrifici umani sono piene Mitologia e Sacre Scritture.
Il racconto-confessione di Egle Palazzolo è capace di liberare infinite riflessioni non solo sul fenomeno mafioso, ma anche sul senso stesso del nostro stare al mondo. Nei tre personaggi del racconto (Gaspare, la madre e il Giudice) possiamo riconoscere pezzi importanti della storia siciliana. Attraverso i loro atteggiamenti e le loro parole, possiamo ripercorrere a ritroso le tappe fondamentali del lungo cammino compiuto fino ad oggi, tanto dalla criminalità organizzata quanto dalle istituzioni. Un percorso non sempre nettamente diviso, spesso intrecciato in un pesante intersecarsi di scambi, complicità e connivenze. Ma anche una storia di speranza, di lotta e di successi.
Combattere la mafia è prima di tutto una sfida sul piano culturale, è un lungo e complesso viaggio per restituire ai bambini il loro diritto all’innocenza e al sogno. Gaspare avrebbe potuto salvarsi se – come ci dice il titolo del libro – fosse stato capace di sognare. Alla società e alle istituzioni spetta il compito di insegnare ai bambini la bellezza del volo, la potenza dell’immaginazione, la forza delle idee, il rispetto dei valori.


Alessandra Mangano



sabato 5 ottobre 2013

Operazione Husky

Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino, Operazione Husky. Guerra psicologica e intelligence nei documenti segreti inglesi americani sullo sbarco in Sicilia, Roma, Castelvecchi, 2013, 273 pp., (RX, 59), ISBN 9788876159695.

Operazione Husky è una raccolta di documenti prodotti dagli apparati di intelligence statunitensi e britannici, che riguardano lo sbarco alleato in Sicilia nel 1943.
Giuseppe Casarrubea, storico, e Mario José Cereghino, giornalista, pubblicano sessanta documenti conservati negli archivi di Kew Gardens (in Inghilterra) e College Park (negli Stati Uniti). I documenti riferiscono il lavoro dei servizi segreti alleati dal 1940 all'autunno del 1943, per preparare lo sbarco in Sicilia (la cosiddetta "Operazione Husky"), infiltrando agenti segreti (spesso italo-americani) nel territorio siciliano e dell'Italia meridionale, stabilendo contatti amichevoli e rassicuranti con la popolazione locale e le personalità influenti e utili alla causa alleata (antifascisti, mafiosi, clero, nobili, etc.).
Le carte esaminate e pubblicate possono essere consultate, in copia cartacea e digitale, anche presso l'Archivio Casarrubea di Partinico, in Provincia di Palermo, http://casarrubea.wordpress.com/archivio/ (last access: 26/09/2013).
I dossier britannici e americani contengono valutazioni sulla popolazione siciliana (usi, costumi, indole, ma anche fedeltà al regime fascista, adesione alla guerra, grado di malcontento, etc.), informazioni e pareri su personalità ed esuli siciliani negli Stati Uniti (come Vanni Buscemi Montana e Max Corvo, ad esempio), rapporti degli agenti segreti, manuali di comportamento per le truppe che occuperanno l'isola e veri e propri piani di attuazione dello sbarco.
Il libro si divide in due parti: Una guerra segreta [pp. 5-93] e Documenti 1940-1943 [pp. 99-257].
La prima parte è una ricostruzione della vicenda dell'ideazione, della programmazione e della realizzazione dello sbarco in Sicilia, attraverso un'opera di taglio e cucito tra i vari documenti, che sono poi riportati nella seconda parte.
Il libro, nonostante si presenti come un'opera di «storia – quella vera» [p. 93] – è, tuttavia, privo di riferimenti bibliografici e di un degno apparato di note che non si limiti a citare i documenti pubblicati nel volume.
La mancanza di una bibliografia e la presunzione di ergersi contro gli «improbabili alfieri della storiografia accademica» [p. 93], fanno sì che non vi sia nel libro una vera e propria contestualizzazione ed esegesi delle fonti consultate. Inoltre, una buona bibliografia sull'argomento Sicilia-Fascismo-Mafia-Seconda Guerra Mondiale avrebbe, di certo, aiutato gli autori di Operazione Husky nell'avvalorare conclusioni e intuizioni, che essi rivendicano, ma che sono già state avanzate e confermate storicamente con le fonti, proprio da quegli «accademici da salotto», almeno dieci anni prima dalla pubblicazione di questo libro. Ad esempio, sulla commistione tra Fascismo e Mafia in Sicilia – che gli autori dichiarano di aver smascherato attraverso le carte – hanno già scritto, solo per citarne alcuni, S. Lupo in Il Fascismo. La politica in un regime totalitario (Roma, Donzelli, 2005); M. Di Figlia in Alfredo Cucco: storia di un federale (Palermo, Associazione Mediterranea, 2007); G. C. Marino, Le generazioni italiane dall’Unità alla Repubblica (Milano, Bompiani, 2006).
Inoltre, nonostante l'importanza dei documenti editi, l'arroganza del general reader, che pretende di scoperchiare e mettere a nudo le "verità", inficia non poco il valore storiografico dell'opera. Infatti, sarebbe stato opportuno – giacché gli autori riferiscono di conoscere gli archivi e di «affidarsi con umiltà all'antica e sana metodologia del dubbio» [p. 93] – indicare quali sono stati i criteri di selezione dei documenti, in che lingua sono redatti, chi li ha tradotti, quali documenti non sono stati trascritti e quali non sono stati scelti e per quali motivi, cosa è stato omesso dietro gli "[...]", qual è la consistenza dei fondi archivistici consultati, il perché della scelta di questi archivi piuttosto che di altri.
Per le perplessità elencate sopra, ritengo Operazione Husky, un'opera deludente dal punto di vista storiografico, poiché scritta forse con la presunzione di arrivare al grande pubblico senza dare validi strumenti di interpretazione e lettura, sebbene si riconosca agli autori il merito di aver lavorato su una parte di documenti fondamentali per la comprensione della storia italiana e siciliana.


Piero Canale



Gli scarafaggi non hanno re

Daniel Evan Weiss, Gli scarafaggi non hanno re, traduzione di Bruno Amato, Milano, Feltrinelli, 2010, 242 pp., ISBN 978-88-07-81607-9.

Probabilmente, se non fosse stato per il consiglio di un amico, questo libro non lo avrei mai letto. Sì. E pensare che nel corridoio di casa mia, dove sono posizionati buona parte dei libri di mia madre, ci sarò passato davanti milioni di volte. Mi sarei perso un capolavoro.
Questo libro racconta la storia della tranquilla vita di una banda di scarafaggi, che viene sconvolta dall’arrivo della fidanzata del proprietario dell’abitazione, ossessionata dalla pulizia. A questo punto iniziano le mille peripezie dei poveri insetti per sfuggire alla quasi certa estinzione.  Si viene a ribaltare, quindi, ogni schema tradizionalmente e convenzionalmente fissato: quelle bestioline, facili prede del nostro orrore, diventano gli eroi, mentre gli esseri umani si trasformano in carnefici irrazionali. Tutto ha ovviamente lo scopo di simpatizzare – “blattofobici” compresi – con degli esseri che, per nostra natura, detestiamo.
Peccato che nessun blattofobico prenderebbe mai in mano un libro sulla vita di uno scarafaggio.  
L’autore vuole mettere in evidenza, a tutti i costi, la crudeltà degli uomini e, di conseguenza, la scrittura si adatta subito a questo punto di vista: una scrittura rapida, sprezzante, incisiva e cruda. Spesso sembra quasi che l'autore stesso inserisca punte di insensato razzismo e, per tale ragione, il libro diventa a tratti frustrante. Lo scrittore tratteggia lo scarafaggio protagonista, Numeri, in maniera magistrale, riuscendo ad ottenere una perfetta mimesi del modo in cui questi insetti pensano e sentono il mondo circostante. Il racconto è insieme divertente e inquietante e, probabilmente, la prossima volta che sentirete l’istinto di schiacciare qualche insetto a casa vostra ci penserete due volte…

Vincenzo Bagnera




Più lontano ancora

Jonathan Franzen, Più lontano ancora, Einaudi, Torino, 2012, 300 pp., ISBN 978-88-06-21324-4.

Un viaggio lontano, più lontano ancora, alla riscoperta di sé. Il bisogno/desiderio di allontanarsi da un mondo sempre più rumoroso, assordante e invadente. Facebook, Twitter, l’assalto alle vite altrui, voci gridate dentro ai telefonini, esibizione dei sentimenti. Si può scappare portando con sé pochissimi oggetti, indispensabili alla sopravvivenza, e le ceneri del grande David Foster Wallace scrittore di straordinario talento ma, prima di tutto, amico. E lì, su un’isola del Pacifico meridionale, a ottocento chilometri dalla costa del Cile centrale, cominciare un’avventura piuttosto insolita che ha come obiettivo quello di combattere la noia quotidiana e di provare a capire le ragioni della vita, dei propri fallimenti, della morte e del suicidio, ma anche ripercorrere le tappe dei primi romanzi e analizzare il contesto nel quale sono stati prodotti. Le correzioni, ad esempio, nasce da un momento di estrema confusione tanto nella scrittura, quanto nella vita privata di Franzen. Affinché il romanzo possa vedere la luce, è necessario che lo scrittore diventi un’altra persona e che si liberi dalla depressione, dalla vergogna e dai sensi di colpa.
Nascono così le 21 riflessioni di Franzen. Un libro insolito, eterogeneo, versatile che ci riguarda tutti perché non è a noi che parla, ma di noi, del nostro stare nel tortuoso e complesso mondo contemporaneo; della natura e del rispetto delle altre specie; dell’amicizia e della sconfitta, della fine dei sentimenti; ma anche dei libri – dai racconti di Alice Munro, alle pagine di Christina Stead, Donald Antrim, Frank Wedekind, Dostoevskij – di cui Franzen ci regala delle straordinarie recensioni.
Più lontano ancora è anche un libro sulla scrittura, o meglio, su come essere scrittori oggi, ai tempi dei sentimenti on-line. Scrivere significa essere e divenire [p. 116]: essere leali con se stessi e divenire sinceri. Questa fuga, che Franzen inizia dopo la tragica morte del suo grande amico Wallace, spinge lo scrittore ad affrontare, finalmente, sentimenti che fino a quel momento aveva preferito tenere chiusi dentro un cassetto. E, in fondo, cos’è scrivere se non questo tirare fuori la parte più nascosta di noi stessi? Veicolare pensieri e sentimenti? Ritornare all’amore reale? Perché – e questo è il sottile fil rouge che unisce le 21 riflessioni del testo – il mondo di Facebook ha sostituito all’amore reale il concetto più vile e narcisistico del piacere. La maggior parte delle persone, oggi, è instancabilmente dedita a un disperato desiderio di piacere, anche a costo di sacrificare la propria integrità. [p. 7] Così, mentre siamo indaffarati a recitare il nostro film, finiamo per perdere di vista quella vita vera in cui è impossibile piacere sempre. Perché nella vita vera siamo sicuramente meno appariscenti dell’ultima foto sul profilo e, forse, un po’ meno brillanti del nostro ultimo stato sulla bacheca ma, proprio per questo, molto più veri e autentici. Il problema è che spesso è proprio questa autenticità a paralizzarci e spaventarci perché «il vero io di un individuo non potrà mai piacer[e] da cima a fondo»[p. 8]. Dunque, l’amore spaventa la tecnologia perché ha il potere di smascherare la menzogna.
Scrivere in questo contesto diventa, quindi, un esercizio estremamente difficile e a volte perfino opprimente: sostituire alla pagina web del nostro social network preferito un foglio bianco, significa, infatti, accettare di passare dall’altra parte della barricata: abbandonare il sentiero dell’apparenza per entrare in quello più complesso e articolato del confronto con noi stessi e con la nostra mediocrità, col nostro non detto, col vissuto che porta con sé gli innumerevoli errori, le paure, le frustrazioni, le ansie. Mettersi a nudo può essere catastrofico, oppure, al contrario, può generare capolavori. Le opere d’arte nascono quando l’uomo smette di apparire forte e inizia a piegarsi sotto la mole violentemente feroce della paura della vita e del timore della morte; quando, cioè, ritorniamo ad essere umani.
Con questo libro, Franzen ci regala il suo ennesimo capolavoro. Riflettendo sul mondo e sulle sue cose, ci restituisce la genuinità della vita e dei sentimenti. Ognuno di noi avrebbe bisogno di trascorrere un po’ di tempo su quell’isola sperduta del Pacifico. Ma se non riuscissimo a farlo, almeno una volta nella vita, questo libro è qui per ricordarci che non occorre scappare dal rumore per ritrovare silenzio ed equilibrio. Basta soltanto smettere di aver paura di essere noi stessi.


Alessandra Mangano




Le due zittelle

Tommaso Landolfi, Le due zittelle, a cura di Idolina Ladolfi, Milano, Adelphi, 1992, 114 pp. (Piccola Biblioteca Adelphi, 292), ISBN 978-88-4590-922-1.

Le due zittelle è un racconto di Tommaso Landolfi – scrittore italiano nato a Pico, in provincia di Frosinone, nel 1908 – comparso per la prima volta ad episodi tra le pagine del quindicinale «Il Mondo», rivista fiorentina edita per i tipi di Vellecchi.
Il testo era suddiviso in sei parti ed ha occupato i numeri dall’11 al 16, a partire dal 1° settembre 1945 fino al 17 novembre dello stesso anno.
Lo scritto mostra uno spaccato di vita vissuta tra le polverose vie di una piccola provincia italiana, dove l’esistenza è scandita dall’osservazione rigida ed intransigente di regole e precetti, da seguire un po’ per inclinazione naturale, un po’ per compiacere il volere altrui, regole che spesso rischiano di diventare catene pericolose, come in questo caso.
Lilla e Nena sono le due pie zittelle, anch’esse grigie, come grigia e monotona è la vita che conducono in casa, in compagnia dell’anziana madre malata, nel perpetuo ricordo del fratello defunto ormai da tempo e presto sostituito – per non dire rimpiazzato – dalla compagnia di Tombo, una vivace scimmia che ne ha preso il posto quanto negli affetti, tanto nelle attenzioni morbose e quotidiane delle tre donne, una sorta di riempitivo palliativo per colmare la mancanza lasciata dal lutto.
La monotonia abitudinaria è la loro serenità quotidiana, fino al giorno in cui non accade un fatto che sconvolge per sempre l’ordine e gli schemi dei giorni uguali ai giorni: la scimmia, né per dispetto, né per malafede, ma tacitamente mossa da quella cosa che, mi si permetta, tutti chiamano semplicemente istinto animale, offende ed intacca la sacra formula rituale che si conviene nelle Chiese, ossia macchia di blasfemia il rito dell’Eucarestia, inscenando balletti e desinando cibi consacrati; azione da giustificare e da riporre nel dimenticatoio quasi contemporaneamente, se il buon senso ci consente di discernere il concetto che chi si è macchiato di tale onta, altro non è che un animale. Ma così non avviene.
La sacrilega viene presto giudicata da un impietoso tribunale, composto di due uomini di fede: il giovane padre Alessio, spinto ad operare ancora secondo teneri impeti di amore nei confronti del prossimo e di Dio, e monsignor Tostini, anziano conservatore ed attento osservante delle regole ecclesiastiche.
Accusato e disprezzato, al reo è riservata la malaugurata sorte che lo conduce a subire il gesto estremo del sacrificio, compiuto per mano di una delle amate sorelle, in cui riponeva affetto e fiducia.
Tra l’angoscia e le lacrime delle sorelle, fratricide e sofferenti, ma rispettose dei precetti morali, si chiude lo scorcio sulla polverosa esistenza delle due zittelle, ormai divenuta piatta nel nome di un empio sacrificio, nella stretta osservazione di umane convenzioni. Un sacrificio invano, poiché al reo non era dovuto conoscere, e meno che mai rispettare, i precetti cui è venuto meno.
Uno spaccato provinciale di fine secolo, definito da Montale, nel risvolto della prima edizione, uno dei «maggiori “incubi” psicologici e morali della moderna letteratura europea».

Agostina Passantino




Fare memoria. Per non dimenticare e per capire

Rita Borsellino, Fare memoria. Per non dimenticare e per capire, a cura di Laura Soletti, Lucca, Maria Pacini Fazzi, 2002, 64 pp., 978-88-7246-548-6.

In questo libro viene proposto l’intervento di Rita Borsellino all’incontro per la legalità, organizzato a Lucca dal Ce.I.S. – Gruppo “giovani e Comunità”, al quale la sorella del magistrato ha partecipato con grande motivazione.
Dopo una breve introduzione di Laura Soletti, dove viene ripercorso il terribile periodo delle stragi del ’92, Rita Borsellino è preceduta da una breve presentazione di Massimo Toschi, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo scientifico Vallisneri di Lucca, che conobbe la Borsellino nel 1997, in occasione di un altro incontro tenutosi sempre a Lucca: “In memoria di Giovanni Falcone: la fatica della legalità”.
Rita Borsellino comincia il suo intervento ricordando la sua famiglia, i suoi quattro fratelli e raccontando come la sua vita sia cambiata totalmente da quel 19 luglio 1992. È da quel giorno, infatti, che decide di assumersi la responsabilità di «portare avanti la memoria di Paolo» [p. 9]. Ricorda come quest’ultimo fu il più giovane magistrato d’Italia a soli 24 anni. Ma allora, erano gli anni ’60, di mafia forse non se ne sentiva nemmeno parlare e non perché non ci fosse, ma semplicemente perché ad alcuni faceva comodo così. E anche lo stesso magistrato si “rimprovera” in una lettera che diventerà il suo testamento spirituale per le future generazioni: «sono ottimista, perché so che questi giovani avranno domani una consapevolezza ben diversa dalla colpevole indifferenza che io mantenni fino ai quarant’anni.» [p. 18]. Questo è un passaggio della risposta, scritta proprio la mattina del 19 luglio 1992, a una lettera che gli era stata inviata da una scuola padovana.
      Poi la memoria sulla vita blindata di Paolo perennemente in pericolo e di come questo, insieme con un gruppo straordinario di colleghi – il pool antimafia coordinato da Antonino Caponnetto – sia riuscito a scardinare la micidiale macchina da guerra chiamata Cosa Nostra, con l’aiuto di “pentiti” del calibro di Tommaso Buscetta.
      Infine, il doveroso e bellissimo ricordo dei ragazzi della scorta che hanno avuto il merito di proteggere, fino all’ultimo giorno, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: «sono delle persone che hanno offerto la loro vita perché la nostra democrazia potesse restare tale» [p. 32].


Biagio Bertino

Storia di un corpo



Daniel Pennac, Storia di un corpo, Milano, Feltrinelli, 2012, 352 pp., ISBN 978-88-0701-921-0

Storia di un corpo è – nella recita che Daniel Pennac ha imbastito con la complicità del lettore – il diario non quotidiano che un uomo ha tenuto del proprio corpo e lasciato post mortem alla figlia. Il diario di un corpo e della sua fisicità – «non un diario intimo, figlia mia, sai quante riserve ho sul resoconto dei nostri mutevoli stati d’animo» [p. 9] – ma proprio una registrazione delle sensazioni che il nostro corpo trasmette fisicamente. Inizialmente poco attratto da questo titolo, ho deciso di acquistarlo per una rara (per me) forma di suggestione: entrato in libreria, infatti, ho aperto questo tomo in offerta e, scegliendo a caso una pagina, mi sono trovato di fronte il giorno della mia nascita. Incuriosito, l’ho letto e, sebbene non sia una giornata memorabile per il protagonista, ho scelto di acquistarlo e ora voglio recensirlo e consigliarlo a tutti perché nessuno perda l’occasione di leggere queste pagine solo perché meno fortunato di me nel trovarvi una data simbolica.
Con la trovata del diario di un corpo altrui, Pennac imbastisce un racconto di ciò che più ci accomuna: il nostro crescere, trasformarci e invecchiare (non so che effetto farà a una donna ma per un uomo l’immedesimazione è fortissima, e sarebbe bello se un giorno un’autrice donna, brava come Pennac, volesse scrivere un libro speculare a questo). Vedere cambiare la nostra interfaccia con il mondo, mutare le nostre sensazioni, scoprire i piaceri e le differenze tra sé e gli altri, il dolore fisico di una perdita perché – e questo è per me il grande segreto del libro – la dicotomia tra anima e corpo non esiste! Raccontando una vita tramite le sensazioni corporee – dalle gioie infantili, alla scoperta del sesso, alla malattia e alla vecchiaia – Pennac ci mostra come tutti i nostri sentimenti e le sensazioni risiedano nel nostro fragile contenitore, mettendo a nudo la vacuità della distinzione tra corpo e mente – o corpo e anima se preferite – che vivono insieme in ogni pagina di questo diario, che parla del corpo e, contemporaneamente, illustra i nostri sentimenti, desideri, valori.
Molto altro ci sarebbe da dire e non tacerò la trovata delle note alla figlia, che rende il tempo del racconto più breve e fruibile, risparmiando ai lettori i periodi di stasi della crescita corporea, o l’invenzione di Dodo, perfetto esempio di come il nostro corpo altro non sia che un’estensione della nostra mente che lo percepisce e di come la nostra mente d’altro non si nutra che di ciò che dal nostro corpo le giunge.
Consiglio questo libro a tutti, sia per godere della felice vena creativa di Pennac (un piccolo gruppo di partigiani che sarebbe stato bene nel suo ciclo Malaussene ci consola con un po’ di già visto) sia perché l’esperienza qui raccolta ne fa un classico d’oggi, che sarà, credo, capace di parlare per generazioni agli uomini. Un solo avvertimento, se temete di invecchiare o vi credete invincibili ai mali del corpo non leggete questo libro, o vi scoverete i primi segni del vostro essere “solo” umani.

Bartolo Megna



10 giorni da Beatle



Sergio Algozzino, 10 giorni da Beatle, Latina, Tunuè, 2013, 96 pp., ISBN 978-88-97165-64-4.

«Improvvisamente capii il perché di tutta quella follia: quei quattro ragazzi
 avevano un potere, una sorta di empatia al contrario. Riuscivano a trasmettere
 qualcosa oltre la musica, un sano divertimento che condividevano
tra loro come se fossero un'unica entità» [p. 27]

Parlare di romanzo a fumetti (o graphic novel) è sempre complicato. Primo, perché non è detto che tutti conoscano la differenza con un maxialbo delle grandi parodie Disney; secondo, perché qualcuno pensa alla riduzione "per bambini" di libri "per adulti"; terzo, perché un pennino a china non è un pennello né una penna, e quindi l’opera viene liquidata spesso con "è solo un fumetto". 
Tuttavia c’è anche un pubblico di lettori che in libreria ripone l’Amleto di Gianni De Luca accanto al testo di Shakespeare e Milo Manara accanto a Jorge Amado (si dice che spesso si raccontino storiacce di donne). Io le opere di Sergio Algozzino le custodisco fra le monografie artistiche.  Avere fra le mani Ballata per Fabrizio De Andrè o 10 giorni da Beatle è come leggere la storia delle anime dei due protagonisti, e i cenni biografici sono quasi marginali.
È affascinante vedere la speculare inversione della voce narrante: se Fabrizio è raccontato da una girandola di suoi personaggi, rimanendo il perno muto e invisibile, Jimmie Nicol racconta in prima persona il vortice fantasmagorico che lo travolse nel 1964, quando si trovò per 10 giorni in tour con i Beatles, a sostituire il malato Ringo Star.
L’apice della beatlesmania, un fenomeno di costume che travolse Oriente ed Occidente, è raccontata dall’interno da un protagonista che stenta a credere a ciò che gli succede, e quasi si sente spettatore. Per timidezza infatti Nicol non riuscirà per giorni a guardare negli occhi "i Beatles", entità senza volto che solo con sforzo, infine, "vede" prendendo confidenza. Quando Jimmie torna alla realtà della sua piccola vita, capisce che la grande avventura lo ha cannibalizzato. In lui si alternano rabbia, nostalgia, disperazione, rassegnazione; l’accettazione finale è catartica: meglio esserci stato per poco, che non esserci stato affatto.
Sergio Algozzino varia tratti e campiture, punti di vista e ritmi, in una regia magistrale, che rende quasi superfluo il dialogo: parlano gli occhi, le mani, persino i non-volti. Poi parla tanto anche l’Autore: com’è sua abitudine, in appendice alla storia aggiunge Qualche nota a margine [pp. 91-94], dove commenta i vari episodi, li dettaglia, li spiega. In alcune note lo si sente sorridere, in altre sghignazzare apertamente. Se leggendo traspariva la passione dell’estimatore, ora si scopre lo studio professionale nell’accuratezza delle ricostruzioni, nella documentazione di ogni dettaglio.
Al grande curriculum d’esperienza artistica (disegnatore per la Panini Comics, collaborazioni internazionali, docente alla Scuola del Fumetto di Palermo, art director del magazine Mono, vincitore del Premio Francisco Solano Lòpez ad Etnacomics 2013, etc.) unisce grande passione musicale – è musicista egli stesso – e dunque si capisce perché nel verso di frontespizio compaia fra i ringraziamenti:
«A mio fratello, per avermi fatto ascoltare I Want to Hold your Hand».

Eloisia Tiziana Sparacino

Abbiamo incontrato Sergio Algozzino il pomeriggio della presentazione ufficiale del libro, il 2 Luglio al Nautoscopio di Palermo, parlandogli subito prima che salisse sul palco del concerto/tributo ai Beatles che è proseguito per ore. La videointervista completa la trovate al link: http://youtu.be/Rm6qrPm400M