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domenica 5 gennaio 2014

Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia

Giuseppe Rizzo, Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia, Milano, Feltrinelli, 2013, 272 pp., ISBN 9788807019449.

Pirandello fa cacare, dice Gaga. Tomasi di Lampedusa fa cacare.
E Camilleri, anche Camilleri fa cacare?, chiede l’americano.
Camilleri è il male assoluto. Dovrebbero imprigionarlo e rileggergli tutti i romanzi di Montalbano fino a che non implori pietà. Bisognerebbe mettere mano alla pistola ogni volta che qualcuno dice della splendida decadenza e dell’irredimibilità di questo posto, come fanno Camilleri Pirandello Tomasi. Bisognerebbe appiccare il fuoco, incendiare tutto, cambiare i connotati toponomastici e geografici di quest’isola, togliere ogni punto di riferimento agli isolani e al resto del mondo. Bisognerebbe, ecco, bisognerebbe che qualcuno si decidesse a scrivere un piccolo manuale per organizzare una guerra lampo, radere al suolo la Sicilia e resettare la mente di quelli un po’ cretini come te. Senza offesa, tesoro, era solo un esempio [p. 19].
Ma quando mai la Sicilia e l'Italia hanno conosciuto la dissacrazione vera, liberatoria? Nati in una terra di Chiesa, Chiese, dogmatismo e fanatismo, di pubbliche verità e dubbi privati, di integrità esibita e dissolutezza sotto il tappeto, gonfi di ipocrisia sottopelle ma fedeli al dogma «è sempre meglio non sputtanare il potente», davvero non conosciamo la potenza della dissacrazione. E invece Giuseppe Rizzo, scrittore agrigentino di 30 anni che vive e lavora a Roma, per l'immagine finale del suo romanzo Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia, sceglie proprio questa formula, questa arma, questa energia.
Splendida, liberatoria, esplosiva è l'immagine finale del romanzo, con il mafioso legato e imbavagliato che penzola dalla pala eolica appena inaugurata, con il sindaco truffaldino che resta a bocca aperta subito dopo aver tolto il telo, e tutta la carovana in pompa magna al suo seguito che resta a bocca aperta, compreso l'imprenditore rozzo e ignorante che però è vicino alla politica e vicino alla mafia e tutti insieme fanno affari, distruggono il territorio come hanno sempre fatto, fanno un sacco di soldi come hanno sempre fatto, sfruttando e succhiando sangue a questa terra stremata, senza più futuro, nient’altro che una manica di parassiti. E, un po' più giù, il macchinone del mafioso sfregiato dalla scritta “Pidocchio”. Pidocchi, parassiti. Dire le cose come stanno, vedere sentire parlare, il sogno proibito di ogni – usiamo un termine abusato – “siciliano onesto”.
Un po' la stessa cosa, pensandoci, di una delle scene finali di Bastardi senza Gloria di Quentin Tarantino. Il corpo di Hitler inquadrato in primo piano, e una raffica di mitra che gli massacra la faccia, il collo e tutto il corpo. Una raffica, poi un’altra, poi un’altra ancora. Piombo infuocato a infierire sul corpo del dittatore. Vendetta. Sadismo. Violenza. Alla faccia del politicamente corretto. Praticamente, il sogno proibito di tutti gli ebrei.
Dissacrante e liberatorio è questo libro, un libro che ci voleva, splendido e necessario, che tutti dovrebbero leggere, che dovrebbe essere tradotto e fare il giro del mondo, per quanto è bello, profondo e scritto bene.
Ecco la trama. I trentenni Osso, Gaga e Pupetta, spiantati globalizzati smaliziati emigrati e precari a Roma, Praga e Berlino, tornano nel loro paesucolo disperato nell'entroterra disperato della disperata Sicilia, tornano per togliersi un po' di soddisfazioni. Scaricano quintali di merda davanti l'abitazione del sindaco, rovinano a suon di pernacchie la festa di paese con annesso tromboneggiante discorso del ministro, in un crescendo di risentita e divertita goliardia che diventerà presto gioco pericoloso che sfuggirà loro di mano e gli metterà contro i mafioselli del paese, costringendoli a fare i conti con la violenza e la prepotenza fatta sistema – la mafia, la politica, il potere, le collusioni, la paura, l'omertà, tutta la “palude” siciliana e italiana.
Stilisticamente, è un concentrato di intelligenza e sapienza narrativa, senza una – dico una – caduta di tono, senza neppure un minimo sfasamento di ritmo. Non c’è una frase banale, in questo libro, non si riesce a trovare niente che sia messo lì per pigrizia. Nessun riempitivo, nessun concetto trito, luogo comune. E poi è divertente da morire, si ride tanto, mentre si legge. Ed è anche e soprattutto un romanzo pieno di passione, di rabbia e di speranza, anche lì dove la speranza sembra impossibile.
E poi ha il dono dell'universalità, condizione necessaria perché ci sia grande letteratura. Parla infatti di paese e provincia, senza essere né localistico né provinciale. Ci sono i giovani e la Sicilia, infatti: la Sicilia da cui i giovani scappano, e i giovani che scappano dalla Sicilia. Ma c'è pure la nuova umanità tutta, senza stereotipi o cazzate giornalistiche. Mente, carne e sangue dei ragazzi e delle ragazze che affrontano quotidianamente l’effimero, la volatilità e la precarietà in tutti i campi dell’esistenza: denaro, lavoro, affetti, relazioni, orizzonti, futuro, senso dell’esistenza. Una generazione lontana anni luce dal mondo del propri genitori – non è un caso che nessuno dei protagonisti abbia un padre – un popolo anomalo che fa i conti ogni giorno con il cinismo quasi obbligatorio del postmoderno, la sua forzata assenza di sacralità e valori condivisi. Ragazzi e ragazze che, nonostante tutto, sono splendidamente vivi, traboccano di vita.
Chi ci riesce, di questi tempi, sinceramente e profondamente, senza pose o ipocrisia, e in più facendo ridere e piangere, e anche – quando ci vuole – provocando e indignando, a raccontare una cosa del genere?


Nino Fricano



sabato 5 ottobre 2013

Operazione Husky

Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino, Operazione Husky. Guerra psicologica e intelligence nei documenti segreti inglesi americani sullo sbarco in Sicilia, Roma, Castelvecchi, 2013, 273 pp., (RX, 59), ISBN 9788876159695.

Operazione Husky è una raccolta di documenti prodotti dagli apparati di intelligence statunitensi e britannici, che riguardano lo sbarco alleato in Sicilia nel 1943.
Giuseppe Casarrubea, storico, e Mario José Cereghino, giornalista, pubblicano sessanta documenti conservati negli archivi di Kew Gardens (in Inghilterra) e College Park (negli Stati Uniti). I documenti riferiscono il lavoro dei servizi segreti alleati dal 1940 all'autunno del 1943, per preparare lo sbarco in Sicilia (la cosiddetta "Operazione Husky"), infiltrando agenti segreti (spesso italo-americani) nel territorio siciliano e dell'Italia meridionale, stabilendo contatti amichevoli e rassicuranti con la popolazione locale e le personalità influenti e utili alla causa alleata (antifascisti, mafiosi, clero, nobili, etc.).
Le carte esaminate e pubblicate possono essere consultate, in copia cartacea e digitale, anche presso l'Archivio Casarrubea di Partinico, in Provincia di Palermo, http://casarrubea.wordpress.com/archivio/ (last access: 26/09/2013).
I dossier britannici e americani contengono valutazioni sulla popolazione siciliana (usi, costumi, indole, ma anche fedeltà al regime fascista, adesione alla guerra, grado di malcontento, etc.), informazioni e pareri su personalità ed esuli siciliani negli Stati Uniti (come Vanni Buscemi Montana e Max Corvo, ad esempio), rapporti degli agenti segreti, manuali di comportamento per le truppe che occuperanno l'isola e veri e propri piani di attuazione dello sbarco.
Il libro si divide in due parti: Una guerra segreta [pp. 5-93] e Documenti 1940-1943 [pp. 99-257].
La prima parte è una ricostruzione della vicenda dell'ideazione, della programmazione e della realizzazione dello sbarco in Sicilia, attraverso un'opera di taglio e cucito tra i vari documenti, che sono poi riportati nella seconda parte.
Il libro, nonostante si presenti come un'opera di «storia – quella vera» [p. 93] – è, tuttavia, privo di riferimenti bibliografici e di un degno apparato di note che non si limiti a citare i documenti pubblicati nel volume.
La mancanza di una bibliografia e la presunzione di ergersi contro gli «improbabili alfieri della storiografia accademica» [p. 93], fanno sì che non vi sia nel libro una vera e propria contestualizzazione ed esegesi delle fonti consultate. Inoltre, una buona bibliografia sull'argomento Sicilia-Fascismo-Mafia-Seconda Guerra Mondiale avrebbe, di certo, aiutato gli autori di Operazione Husky nell'avvalorare conclusioni e intuizioni, che essi rivendicano, ma che sono già state avanzate e confermate storicamente con le fonti, proprio da quegli «accademici da salotto», almeno dieci anni prima dalla pubblicazione di questo libro. Ad esempio, sulla commistione tra Fascismo e Mafia in Sicilia – che gli autori dichiarano di aver smascherato attraverso le carte – hanno già scritto, solo per citarne alcuni, S. Lupo in Il Fascismo. La politica in un regime totalitario (Roma, Donzelli, 2005); M. Di Figlia in Alfredo Cucco: storia di un federale (Palermo, Associazione Mediterranea, 2007); G. C. Marino, Le generazioni italiane dall’Unità alla Repubblica (Milano, Bompiani, 2006).
Inoltre, nonostante l'importanza dei documenti editi, l'arroganza del general reader, che pretende di scoperchiare e mettere a nudo le "verità", inficia non poco il valore storiografico dell'opera. Infatti, sarebbe stato opportuno – giacché gli autori riferiscono di conoscere gli archivi e di «affidarsi con umiltà all'antica e sana metodologia del dubbio» [p. 93] – indicare quali sono stati i criteri di selezione dei documenti, in che lingua sono redatti, chi li ha tradotti, quali documenti non sono stati trascritti e quali non sono stati scelti e per quali motivi, cosa è stato omesso dietro gli "[...]", qual è la consistenza dei fondi archivistici consultati, il perché della scelta di questi archivi piuttosto che di altri.
Per le perplessità elencate sopra, ritengo Operazione Husky, un'opera deludente dal punto di vista storiografico, poiché scritta forse con la presunzione di arrivare al grande pubblico senza dare validi strumenti di interpretazione e lettura, sebbene si riconosca agli autori il merito di aver lavorato su una parte di documenti fondamentali per la comprensione della storia italiana e siciliana.


Piero Canale



sabato 1 dicembre 2012

Racconti siciliani



Danilo Dolci, Racconti siciliani, Palermo, Sellerio editore, 2008, 417 pp., ISBN 88-389-2307-8.

Danilo Dolci scrive la Sicilia. Non nel senso che la interpreta restituendocene l’immagine attraverso il filtro dei suoi occhi o della sua interpretazione personale. No. È come se lui la facesse parlare senza intermediari, così, in forma diretta con tutte le sue disperazioni, con la povertà e la fame; con quelle strade «miserabili e putride» descritte da Carlo Levi ne Le parole sono pietre. La Sicilia che Dolci ci racconta non può essere abbellita, nemmeno dal punto di vista linguistico; le voci dei protagonisti vengono fedelmente registrate così come sono, senza intenti estetizzanti. L’esito non è scontato perché Dolci è siciliano solo d’adozione, è un settentrionale che per vivere e raccontare la Sicilia, si fa – come dice, in più occasioni, lo storico Francesco Renda – meridionale tra i meridionali, siciliano tra i siciliani. 
I suoi personaggi sono braccianti, casalinghe, falegnami, ma anche madri senza latte e bambini denutriti. Gente comune che vive di espedienti, che cerca nella terra una disperata sopravvivenza, quella terra che regala l’erba da mangiare a Vincenzo, quando manca il lavoro e non ci sono soldi per comprare altro. Questa Sicilia dei racconti di Dolci è un universo ricco di simboli: un mondo parallelo dove ogni spiegazione alle grandi domande della vita è mutuata dai campi. Le stelle sono come le vacche che «quando aggiorna si ritirano sempre» [p.23] e la luna è fatta di cielo e «il cielo di fumo che si fa in terra e è salito» [ibi]. Volendo farne un’analisi scientifica, il tema è quello annoso della contrapposizione tra la cultura prodotta dalle classi popolari e la cultura imposta alle classi popolari e della tradizionale questione: se e come sia possibile rintracciare una forma di circolazione tra i due livelli. Nel dibattito tra storici e antropologi, tutt’oggi attuale, si inserisce il dualismo tra oralità e scrittura che ci riporta inevitabilmente agli studi condotti da Mandrou e da Bolème, alla creatività popolare, ma anche a Rabelais, a Bacthin e al carnevale. In tal senso i protagonisti dei racconti siciliani di Dolci, richiamano inevitabilmente alla mente anche Menocchio: il mugnaio friulano descritto da Ginzbourg ne Il formaggio e i vermi per il quale il caos è identificabile con una massa simile al formaggio dentro cui nascono gli angeli e Dio - per volontà della Santissima Maestà - proprio come dal prodotto gastronomico nascono i vermi.
Il mondo parallelo cerca una definizione di sé alternativa, quando non addirittura in aperta contrapposizione, a quello ufficiale. È il caso di Vincenzo, condannato a 4 anni e 20 giorni di reclusione per aver rubato due mazzi d’erba. Perché la Sicilia degli anni ‘50 è quella della riforma agraria e dei decreti Gullo, del separatismo, dell’occupazione delle terre e degli omicidi dei sindacalisti più rappresentativi di quelle lotte contadine: Accursio Miraglia, Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale, solo per citarne alcuni. Eppure da questo mondo, pur condividendone le istanze e le rivendicazioni, Dolci si discosta, scegliendo una via diversa alla seppur necessaria rivoluzione: gli scioperi della fame (digiuni individuali o collettivi) come arma nonviolenta, perché – come il titolo di un’altra sua opera fondamentale – bisogna Fare presto (e bene) perché si muore; o, ancora, lo sciopero alla rovescia causa di carcerazione e processo, ma anche di sostegno e  solidarietà da parte di intellettuali del calibro di Erich Fromm, Betrand Russell e Jean-Paul Sartre. Avversato dalla Chiesa del Cardinale Ruffini, tacciato come eccentrico dalla sinistra tradizionale, la sua “eresia” diventa prassi sociale e il suo dare voce alla gente non prevede un ammaestramento, o peggio, un tentativo, seppur minimo di acculturazione, ma solo una profonda empatia che l’autore – sollecitato nella stesura di questa raccolta da Italo Calvino – mostra con il profondo legame che nella sua vita hanno il pensare e l’agire. Secondo Dolci, infatti, per conoscere i poveri e dar loro una voce bisogna vivere come loro. È in quest’ottica che l’autore ha scritto Racconti siciliani ed è in quest’ottica che il lettore deve accogliere il libro, documento preziosissimo di un passato più che mai attuale. In un’epoca complessa e turbinosa, in cui le politiche di austerity, mascherate da imprescindibile necessità, aumentano il divario tra ricchi e poveri, creando nuove sacche di marginalità e di stenti, una rilettura di Dolci appare imprescindibile per comprendere la simbologia del disagio, della ghettizzazione e della paura. 

Alessandra Mangano