Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta autori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta autori. Mostra tutti i post

sabato 19 aprile 2014

19 aprile 1869: L'uomo che ride di Victor Hugo (a cura di Piero Canale)

Il 19 aprile 1869 esce per i tipi dell'editore Libraire Internationale, L'homme qui rit, romanzo di Victor Hugo. L'opera narra la storia d'un saltimbanco inglese sotto il regno di Anna Stuarda, conosciuto con il nome di Gwynplaine, orribilmente mutilato che poi, scoperto discendente d'una grande famiglia inglese, i Clancharlie, ed entrato in possesso dei suoi titoli e beni, si fa carico del disagio del popolo oppresso con cui ha vissuto. Brutalmente è questa la trama del libro, sebbene non sia un romanzo a lieto (non vi svelo il finale, state tranquilli).
Il romanzo, iniziato nel 1866, terminato ufficialmente il 23 agosto 1868, viene pubblicato l'anno dopo: è l'ultima grande opera di Hugo, scritta durante il suo esilio nelle isole anglo-normanne nella Manica.
Victor Hugo nacque a Besançon, una città della Francia orientale, il 26 febbraio del 1802. Era figlio di Léopold-Sigisbert, stipettaio di Nancy, divenuto generale napoleonico. Non entro nel merito della biografia e della produzione letteraria di Hugo[1] - non ne avrei le competenze e le forze - ma mi piaceva condividere con i lettori di Libido Legendi, alcune pagine di questo romanzo, forse poco conosciuto, o comunque sovrastato per fama da I Miserabili e Notre-Dame de Paris.
Il romanzo doveva intitolarsi Per ordine del re (che diventò poi il titolo della seconda parte del libro), quasi un'analogia - seppur con le ovvie cautele - con la vita dello scrittore, deputato all'Assemblea Nazionale, che fu esiliato per le aspre critiche a Napoleone III.
Le pagine che voglio riportare, l'intervento di Gwynplaine alla Camera dei Lord, sono molto vicine agli interventi di Hugo all'assemblea.[2] C'è la politica, ci sono gli ideali, c'è il romanzo. Una differenza che per lo scrittore forse viene meno, si sfalda. In occasione dell'anniversario della pubblicazione del romanzo, propongo un ampio stralcio estrapolato dal romanzo:

«Milord Fermain Clancharlie, barone Clancharlie e Hunkerville».
Gwynplaine si alzò:
«Non contento» disse.
Tutte le teste si voltarono.
«Chi siete? Da dove venite?».
Gwynplaine rispose:
«Dal baratro. Chi sono? Sono la miseria. Milord, devo parlarvi.
Milord, voi siete in alto. Sta bene. Non si può fare a meno di credere che Dio abbia le sue ragioni per volerlo. Voi avete il potere, l'opulenza, la gioia, il sole immobile al vostro zenit, l'autorità illimitata, il godimento esclusivo, l'immenso oblio degli altri. E sia. Ma sotto di voi c'è qualcosa. E anche sopra, forse. Milord, vengo a portarvi una notizia. Il genere umano esiste.
Io sono colui che viene dalle profondità. Milord, voi siete i grandi e i ricchi. È pericoloso. Approfittate della notte. Ma state in guardia, c'è una grande potenza, l'aurora. L'alba non può essere vinta. Arriverà. Sta già arrivando. E ha in sé un irresistibile fiotto di luce. E chi impedirà a questa fionda di scagliare il sole nel cielo? Il sole è il diritto. Voi, invece, siete il privilegio. Abbiate paura. Il vero padrone di casa sta per bussare alla porta. Chi è il padre del privilegio? Il caso. E chi è suo figlio? L'abuso. Né il caso né l'abuso sono solidi. Hanno entrambi un pessimo domani. Io vengo ad avvertirvi. Vengo a denunciarvi la vostra stessa felicità. È fatta dell'infelicità altrui. Voi avete tutto, ma il vostro tutto è fatto nel nulla degli altri. Milord, io sono l'avvocato senza speranza, difendo una causa persa. Questa causa, la vincerà Dio. Io non sono niente, sono solo una voce. Il genere umano è una bocca e io sono il suo grido. Voi mi ascolterete. Vengo ad aprire davanti a voi, pari d'Inghilterra, le grandi assise del popolo, questo sovrano che è vittima, questo condannato che è giudice. Mi piego sotto il peso di ciò che ho da dire. Da dove iniziare? Non so. Ho raccolto nella vasta diffusione delle sofferenze, la mia sconfinata arringa sparsa. Che farne? Mi opprime e io la riverso alla rinfusa qui davanti. Avevo previsto tutto questo? No. Voi siete stupiti, anch'io. Ieri ero un guitto, oggi sono un lord. Giochi profondi. Di chi? Dell'ignoto. Tutti dobbiamo tremare. Milord, tutto l'azzurro è dalla vostra parte. Di quest'immenso universo voi vedete solo la festa; sappiate che c'è anche l'ombra. Per voi io sono lord Fermain Clancharlie, ma il mio vero nome è un nome da povero, Gwynplaine. Io sono un miserabile tagliato nella stoffa dei grandi da un re, il cui capriccio volle così. Ecco la mia storia. Molti di voi hanno conosciuto mio padre, io non l'ho conosciuto. Egli è prossimo a voi per il suo lato feudale, mentre io gli sono vicino per il suo lato proscritto. Ciò che Dio ha fatto è un bene. Sono stato gettato nel baratro. A che scopo? Perché ne vedessi il fondo. Sono un sommozzatore che riporta a galla una perla, la verità. Parlo perché so. E voi mi ascolterete, milord. Io ho provato. Ho visto. La sofferenza, no, non è una parola, signori felici. La povertà? Ci sono cresciuto. L'inverno? Mi ha fatto battere i denti. La fame? L'ho patita. Il disprezzo? L'ho subito. La peste? L'ho avuta. La vergogna? L'ho trangugiata. E la rivomiterò davanti a voi e questo vomito d'ogni miseria vi schizzerà sui piedi e divamperà. Ho esitato prima di lasciarmi condurre in questo posto in cui sono, perché altrove ho altri doveri. È il mio cuore non è qui. Ciò che è accaduto dentro di me non vi riguarda; quando l'uomo che voi chiamate l'usciere della verga nera è venuto a prendermi da parte di colei che chiamate regina, per un momento ho pensato di rifiutare. Ma mi è sembrato che l'oscura mano di Dio mi spingesse in questa direzione e ho obbedito. Ho sentito che era necessario che venissi tra voi. Perché? Per via dei miei stracci di ieri. Era per prendere la parola tra i sazi che Dio mi aveva messo tra gli affamati. Oh! Abbiate pietà! Oh! Questo mondo fatale in cui credete di vivere, voi non lo conoscete; siete così in alto da starne fuori; vi dirò io com'è. Di esperienza ne ho. Arrivo da sotto. Posso dirvi quanto pesate. Voi, i padroni, sapete cosa siete? Ciò che fate, lo vedete? No. Ah! Com'è tutto terribile. Una notte, una notte di tempesta, piccolo, abbandonato, orfano, solo nell'immenso creato, ho fatto il mio ingresso in quell'oscurità che chiamate società. La prima cosa che ho visto è stata la legge, sotto forma di una forca; la seconda è stata la ricchezza, la vostra ricchezza, sotto forma di una donna morta di freddo e di fame; la terza è stata il futuro, sotto forma di una neonata agonizzante; la quarta è stata il bene, il vero e il giusto, sotto le spoglie di un vagabondo che aveva per unico compagno ed amico un lupo».
Osservò per un momento quegli uomini che ridevano.
«Allora voi insultate la miseria. Silenzio, pari d'Inghilterra! Giudici, ascoltate l'arringa. Oh! Vi scongiuro, abbiate pietà! Pietà di chi? Pietà di voi stessi. Chi è in pericolo? Voi. Non vedete che siete su una bilancia e che su un piatto c'è il vostro potere e sull'altro la vostra responsabilità? Dio vi pesa. Oh! Non ridete. Meditate. L'oscillazione della bilancia divina è il tremore della coscienza. Voi non siete cattivi. Siete uomini come gli altri, né migliori, né peggiori. Vi credete dèi, ma se vi ammalaste domani, vedreste la vostra divinità rabbrividire di febbre. Siamo tutti uguali. Mi rivolgo agli spiriti onesti e ce ne sono; mi rivolgo alle menti elevate e ce ne sono; io mi rivolgo alle anime generose e ce ne sono anche tra voi. Voi siete padri, figli e fratelli, dunque spesso provate tenerezza. Chi tra voi stamattina ha guardato svegliarsi suo figlio è buono. I cuori sono tutti uguali. L'umanità non è altro che un cuore. Tra chi opprime e chi è oppresso non c'è differenza a parte il luogo che occupano. I vostri piedi calpestano teste umane, non è colpa vostra. È colpa della Babele sociale. Costruzione difettosa, tutta a sbalzi. Un piano opprime l'altro. Ascoltate ciò che vi dico. Oh! Voi che siete potenti, siate fraterni; voi che siete grandi, siate dolci. Se sapeste tutto quello che ho visto! Ahimè! Che tormento, giù in basso! Il genere umano è in prigione. Quanti dannati innocenti! Manca la luce, manca l'aria, manca la virtù; non c'è speranza; e, cosa temibile, si aspetta. Rendetevi conto di queste miserie. Ci sono creature che vivono nella morte. Ci sono ragazzine che iniziano a otto anni con la prostituzione e finiscono a venti con la vecchiaia. La severità penale, poi, è spaventosa. Parlo un po' a caso, non seguo un ordine. Dico quello che mi viene in mente. Non più tardi di ieri, io che sono qui, ho visto un uomo nudo e incatenato, con un mucchio di pietre sul ventre, spirare sotto tortura. Lo sapete voi? No. Se sapeste quello che accade, nessuno di voi oserebbe essere felice. Chi di voi è stato a Newcastle-on-Tyne? Ci sono uomini nelle miniere che masticano carbone per riempirsi lo stomaco e ingannare la fame. Nella contea di Lancaster, Ribblechester, a forza d'indigenza, da città è diventata un villaggio. Non trovo che il principe Giorgio di Danimarca abbia bisogno di centomila ghinee in più. Preferirei far accogliere dall'ospedale l'indigente malato senza fargli pagare in anticipo la sepoltura. Nel Caërnarvon, a Traith-maur come pure a Strafford, non si può prosciugare la palude per mancanza di denaro. Le fabbriche tessili sono chiuse in tutto il Lancashire. Disoccupazione ovunque. Lo sapete voi che i pescatori di aringhe di Harlech mangiano l'erba quando la pesca va male? Lo sapete che a Burton-Lazers ci sono ancora lebbrosi braccati, a cui si tirano fucilate se escono dalle loro tane? A Ailesbury, città di cui uno di voi è lord, la carestia è permanente. A Penckridge nel Coventry, di cui avete appena beneficato la cattedrale e arricchito il vescovo, non ci sono letti nelle capanne e si scavano buche nella terra per farci dormire i bambini, che invece di iniziare dalla culla, iniziano dalla tomba. Io ho visto queste cose. Milord, le imposte che voi votate, sapete chi le paga? I moribondi. Ahimé! Voi sbagliate. Siete sulla cattiva strada. Aumentate la povertà del povero per accrescere la ricchezza del ricco. Bisognerebbe fare il contrario. Come, prendere a chi lavora per dare allo sfaccendato, prendere al pezzente per dare a chi è sazio, prendere all'indigente per dare al principe! Oh! Sì, ho un vecchio sangue repubblicano nelle vene. Tutto questo mi fa orrore. I re, li detesto! E le donne, come sono sfrontate! Mi hanno raccontato una triste storia. Oh! Odio Carlo II! Una donna che mio padre aveva amato si è data a questo re, mentre mio padre moriva in esilio, prostituta! Carlo II, Giacomo II; dopo un buono a nulla, uno scellerato! Cosa c'è in un re? Un uomo, un essere debole e meschino, schiavo dei bisogni e delle infermità. A cosa serve un re? Questo sovrano parassita, lo rimpinzate. Questo verme della terra, voi lo trasformate in un boa. Questa tenia, la trasformate in un drago. Pietà per i poveri! Aggravate le imposte a profitto del trono. State attenti alle leggi che decretate. State attenti al formicaio dolente che schiacciate. Abbassate gli occhi. Guardate ai vostri piedi. O grandi, ci sono anche i piccoli! Abbiate pietà. Sì! Pietà di voi! Perché le moltitudini agonizzano e chi sta in basso, morendo, fa morire anche chi sta in alto. La morte è venir meno che non risparmia nessun membro. Quando scende la notte, nessuno conserva il suo raggio di luce. Siete egoisti? Salvate gli altri. La perdita della nave non può lasciare indifferente nessun passeggero. Non c'è naufragio degli uni senza inabissamento degli altri. Oh! Sappiatelo, l'abisso è per tutti.
È allegra questa turba di uomini! Bene. L'ironia contrapposta all'agonia. Le risate che oltraggiano il rantolo. Sono onnipotenti! Può darsi. Sia pure. Si vedrà. Ah! Io sono uno di loro. Ma sono anche uno dei vostri, o poveri! Un re mi ha venduto, un povero mi ha raccolto. Chi mi ha mutilato? Un principe. Chi mi ha guarito e nutrito? Un morto di fame. Sono lord Clancharlie, ma rimango Gwynplaine. Sono uno dei grandi ma appartengo ai piccoli. Sono tra quelli che se la godono e sono con quelli che soffrono. Ah! Questa società è falsa. Un giorno verrà la società vera. Allora non ci saranno più signori, ci saranno creature libere. Non ci saranno più padroni, ci saranno padri. Questo è l'avvenire. Niente più genuflessioni, niente più bassezza, niente più ignoranza, niente più uomini come bestie da soma niente più cortigiani, niente più servi, niente più re, solo luce! Nel frattempo, eccomi. Ho un diritto, ne faccio uso. È un diritto? No, se lo uso per me. Sì, se lo uso per tutti. Parlerò ai lord da lord. O fratelli miei che state in basso, dirò loro la vostra miseria. Mi alzerò stringendo nel pugno gli stracci del popolo e scuoterò sui padroni l'indigenza degli schiavi e loro, i favoriti e gli arroganti, non potranno più sbarazzarsi del ricordo degli sventurati, e liberarsi, loro che sono principi delle brucianti piaghe dei poveri e tanto peggio se sono putrescenti e piene di parassiti e tanto meglio se piovono su dei leoni!
Chi è quella gente in ginocchio? Cosa fate lì? Alzatevi, siete degli uomini.
Io predìco.
Che ci faccio qui? Vengo a essere terribile. Sono un mostro, voi dite. No, sono il popolo. Sono un'eccezione? No, sono come chiunque. L'eccezione siete voi. Voi siete la chimera, io sono la realtà. Io sono l'Uomo. Sono lo spaventoso Uomo che Ride. Ride di cosa? Di voi. Di se stesso. Di tutto. Cos'è il suo riso? Il vostro delitto e il suo supplizio ve lo sputa in viso. Io rido, che vuol dire: Io piango.
Questo riso che ho sulla faccia, ce l'ha messa un re. Questo riso esprime la desolazione universale. Questo riso significa odio, silenzio forzato, rabbia, disperazione. Questo riso è il frutto delle torture. Questo riso è un riso coatto. Se Satana ridesse in questo modo, il suo riso condannerebbe Dio. Ma l'eterno non somiglia ai mortali; essendo l'assoluto è giusto; e Dio odia ciò che fanno i re. Ah! Voi mi prendete per un'eccezione! Io sono un simbolo. O stupidi onnipotenti, aprite gli occhi. Io incarno tutto. Io rappresento l'umanità così come l'hanno fatta i suoi padroni. L'uomo è mutilato. Quello che hanno fatto a me, l'hanno fatto al genere umano. Gli hanno deformato il diritto, la giustizia, la verità, la ragione, l'intelligenza, come a me gli occhi, le narici e le orecchie; come a me, gli hanno messo nelle cuore una cloaca di collera e di dolore, e sulla faccia una maschera di allegria. Dove si era posato il dito di Dio, s'è appoggiato l'artiglio del re. Mostruosa sovrapposizione. Vescovi, pari e principi, il popolo è qualcuno che soffre intimamente e ride in superficie. Milord, vi dico che il popolo sono io. Oggi, voi lo opprimete, oggi voi mi schermite. Ma l'avvenire è un cupo disgelo. Ciò che era pietra diventa flutto. L'apparente solidità si tramuta in sommersione. Uno scricchiolio ed è finita. Verrà un momento in cui una convulsione spezzerà la vostra soppressione, in cui un ruggito risponderà ai vostri schiamazzi. Quel momento è già venuto - e tu c'eri, padre mio! -, quel momento divino è venuto e si chiamava Repubblica, l'hanno cacciato, ma tornerà. Nell'attesa, ricordatevi che la serie dei re armati di spada è stata interrotta da Cromwell armato di scure. Tremate. Si avvicinano soluzioni incorruttibili, le unghie tagliate ricrescono, le lingue strappate prendono il volo e diventano lingue di fuoco sparse al vento nelle tenebre e urlano nell'infinito; gli affamati mostrano i loro denti inattivi, i paradisi costruiti sugli inferni vacillano, si soffre, si soffre, e ciò che è in alto tentenna e ciò che è in basso si schiude, l'ombra vuole diventare luce, il dannato mette in discussione l'eletto, è il popolo che viene vi dico, è l'uomo che sale, è l'inizio della fine, è la rossa aurora della catastrofe, ecco che c'è in questo riso che vi fa ridere! Londra è una festa perpetua. E va bene. L'Inghilterra è da un capo all'altro un'acclamazione. Sì. Ma ascoltate: Tutto ciò che vedete sono io. Le vostre feste sono il mio riso. I vostri pubblici divertimenti sono il mio. I vostri matrimoni, sagre e incoronazioni sono il mio riso. Le vostre nascite principesche sono il mio riso. Il tuono che avete sopra la testa è il mio riso». [Victor Hugo, L'uomo che ride, prefazione di Jean Gaudon, traduzione di Donata Feroldi, con un saggio di Robert Louis Stevenson, Milano, Mondadori, 1999, pp. 630-42].




[1] Rimando alla scheda Treccani http://www.treccani.it/enciclopedia/victor-marie-hugo/ (ultimo accesso: 19/04/2014).
[2] Victor Hugo, Discours à l'Assemblée nationale (1848-1871), http://www.assemblee-nationale.fr/histoire/victor_hugo/discours.asp (ultimo accesso: 19/04/2014).

venerdì 18 aprile 2014

Addio a Gabriel Garcia Marquez. Un momento di solitudine lungo cent'anni

Giunge da Città del Messico la notizia della scomparsa di Gabo.[1] Così lo chiamavano gli amici. Gli amici, che sono, invero, tutti coloro, che si sono persi tra le pagine di Gabriel Garcia Marquez, che hanno pianto, che hanno sudato, che hanno ricominciato più e più volte a leggere Cent'anni di solitudine. Nomi e paesi lontani, che oggi i critici chiamano realismo magico, ma che in realtà è la solitudine dell'uomo di fronte a un'idea di progresso che lascia l'individuo inerme di fronte a quei "giganti" che brutalmente governano le vite, sradicano, spremono le ricchezze e le anime. Macondo è il mondo.
Non è un caso che il romanzo più celebre e denso di Gabo (e forse anche del XX secolo) esca nel 1967 (in Italia è pubblicato nel 1968 da Feltrinelli nella traduzione di Enrico Cicogna). Non è un caso, poiché è difficile credere alle coincidenze, quando nel mondo una generazione è pronta a fare una rivoluzione, e un mondo è descritto con tutte le storture, le stranezze, le difficoltà, le "magie", i sentimenti e le generazioni che passano e cuociono sotto il sole ardente e si piegano sotto la pioggia e si inchinano alla morte. L'America Latina è soltanto un teatro, forse quello più truce di una modernità altera che nega i popoli e la natura dell'uomo. Soltanto l'istinto della sopravvivenza risulta - perdonatemi il gioco di parole - sopravvivere. Rimane un uomo diverso, ma che nello stesso tempo è uomo perché sopravvive nel seme e nell'amore. Amore, ricordi e una rivoluzione di Bolìvar non compiuta. Sogni che sono già nostalgia. Oggi saranno più di cento gli anni che questo momento di solitudine darà all'anima del mondo.

Piero Canale

A voi l'incipit di Cent'anni di solitudine.

Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita.
Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia. Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto, e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi, e perfino gli oggetti perduti da molto tempo ricomparivano dove pur erano stati lungamente cercati, e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades. "Le cose hanno vita propria," proclamava lo zingaro con aspro accento, "si tratta soltanto di risvegliargli l'anima." José Arcadio Buendìa, la cui smisurata immaginazione andava sempre più lontano dell'ingegno della natura, e ancora più in là del miracolo e della magia, pensò che era possibile servirsi di quella invenzione inutile per sviscerare l'oro della terra. Melquìades, che era un uomo onesto, lo prevenne:  "Per quello non serve." Ma a quel tempo José Arcadio Buendìa non credeva nell'onestà degli zingari, e cos i' barattò il suo mulo e una partita di capri coi due lingotti calamitati.
Ursula Iguaran, sua moglie, che faceva conto su quegli animali per rimpinguare il deteriorato patrimonio domestico, non riuscì a dissuaderlo. "Molto presto ci avanzerà tanto oro da lastricarne la casa," ribatté suo marito. Per parecchi mesi si ostinò a dimostrare la veracità delle sue congetture. Esplorò la regio ne a palmo a palmo, compreso il fondo del fiume, trascinando i due lingotti di ferro e recitando ad alta voce l'esorcismo di Melquíades. L'unica cosa che riuscì a dissotterrare fu una armatura del quindicesimo secolo con tutte le sue parti saldate da una crostaccia di ruggine, la cui cavità aveva la risonanza vacua di un'enorme zucca piena di sassi. Quando José Arcadio Buendìa e i quattro uomini della sua spedizione riuscirono a disarticolare l'armatura, vi trovarono dentro uno scheletro calcificato che portava appeso al collo un reliquiario di rame con un ricciolo di donna.
A marzo tornarono gli zingari. Questa volta traevano un cannocchiale e una lente grande come un tamburo, che esibirono come l'ultima scoperta degli ebrei di Amsterdam. Misero a sedere una zingara a un'estremità del villaggio e collocarono il cannocchiale sull'entrata della tenda. Per cinque reales, la gente poteva chinarsi sul cannocchiale e vedere la zingara a portata di mano. "La scienza ha eliminato le distanze," proclamava Melquìades. "Tra poco, l'uomo potrà vedere quello che succede in qualsiasi luogo della terra, senza muoversi da casa sua." In un mezzogiorno ardente fecero una mirabile dimostrazione con la lente gigantesca: misero un mucchio di erba secca in mezzo alla strada e le appiccarono il fuoco mediante la concentrazione dei raggi solari.
José Arcadia Buendìa, che ancora non era riuscito a consolarsi dell'insuccesso delle sue calamite, concepì l'idea di utilizzare quell'invenzione come arma di guerra. Melquìades, di nuovo, cercò di dissuaderlo. Ma finì per accettare i due lingotti calamitati e tre pezzi di denaro coloniale in cambio della lente. Ursula pianse di costernazione. Quel denaro faceva parte di un cofano di monete d'oro che suo padre aveva accumulato in tutta una vita di privazioni, e che lei aveva seppellito sotto il letto in attesa di una buona occasione per investirle.
José Arcadio Buendìa non cercò nemmeno di consolarla, completamente assorto nei suoi esperimenti tattici con l'abnegazione di uno scienziato e perfino a rischio della propria vita. Mentre cercava di dimostrare gli effetti della lente sulla truppa nemica, espose sé stesso alla concentrazione dei raggi solari e patì scottature che si trasformarono in ulcere e guarirono solo dopo parecchio tempo. Nonostante le proteste di sua moglie, messa in apprensione da un'invenzione così pericolosa, poco mancò non incendiasse la casa.
Passava lunghe ore nella sua stanza, facendo calcoli sulle possibilità strategiche di quella sua arma inusitata, finché riuscì a comporre un manuale di una stupenda chiarezza didattica e di un irresistibile potere di convinzione. Lo spedì alle autorità, allegandovi numerose testimonianze sulle sue esperienze e vari fascicoli di disegni illustrativi, affidandolo a un messaggero che attraversò la sierra, si perse tra pantani smisurati, risali fiumi impetuosi e fu sul punto di perire sotto il flagello delle belve, del paludismo e della disperazione, prima di riuscire a raggiungere una, strada di allacciamento con le mule della posta. Nonostante il viaggio alla capitale fosse in quei tempi poco meno che impossibile, José Arcadio Buendìa si riprometteva di intraprenderlo non appena il governo glielo avesse ordinato, allo scopo di dare dimostrazioni pratiche della sua invenzione alle autorità militari, e addestrarle personalmente nelle arti complicate della guerra solare. Per molti anni attese una risposta.
Alla fine, stanco di aspettare, si lamentò con Melquìades de l fallimento della sua iniziativa, e lo zingaro diede allora una prova convincente di onestà: gli restituì i dobloni in cambio della lente, e gli lasciò inoltre delle mappe portoghesi e diversi strumenti di navigazione. Scrisse di suo pugno una succinta sintesi degli studi del monaco Hermann, che lasciò a sua disposizione perché potesse servirsi dell'astrolabio, della bussola e del sestante. José Arcadio Buendìa trascorse i lunghi mesi di pioggia chiu. so in uno stanzino che aveva costruito in fondo alla casa perché nessuno turbasse i suoi esperimenti. Tralasciò completamente i propri doveri domestici, rimase nel patio per notti intere a sorvegliare il corso degli astri, e fu sul punto di contrarre un'insolazione mentre cercava di stabilire un metodo esatto per trovare il mezzogiorno.
Quando fu esperto nell'uso e nel maneggio dei suoi strumenti, ebbe una nozione dello spazio che gli permise di navigare per mari incogniti, di visitare territori disabitati e di allacciare rapporti con esseri splendidi, senza bisogno di lasciare il suo laboratorio. Fu in quel periodo che prese l'abitudine di parlare da solo, vagando per la casa senza badare a nessuno, mentre Ursula e i bambini si rompevano la schiena nell'orto per coltivare il banano e la malanga, la manioca e l'igname, la ahuyama e la melanzana. Improvvisamente, senza alcun preavviso, la sua febbrile attività si interruppe e fu sostituita da una specie di allucinazione. Rimase come stregato per parecchi giorni, continuando a ripetere a sé stesso a bassa voce una filza di sorprendenti congetture,incapace egli stesso di dar credito al proprio raziocinio. Alla fine, un martedì di dicembre, verso l'ora di pranzo, esplose in un colpo solo tutta la carica del suo tormento. I bambini avrebbero ricordato per il resto della loro vita l'augusta solennità con la quale il padre si sedette a capotavola, tremante di febbre, consunto dalla veglia prolungata e dal fermento della sua immaginazione, e rivelò la sua scoperta: "La terra è rotonda come un'arancia". [Gabriel Garcia Marquez, Cent'anni di solitudine]







[1] Gabriel Garcia Marquez, http://www.treccani.it/enciclopedia/gabriel-garcia-marquez/ (ultimo accesso: 24/04/2014).

mercoledì 5 marzo 2014

Cronaca Dannata. Intervista a Marco Pomar (a cura di Nino Fricano)

Marco Pomar, Cronaca Dannata. Diario semiserio di due anni vissuti pericolosamente, Palermo, Leima, 2013, 192 pp., ISBN 978-88-98395-06-4.

Garry Kasparov, campione di scacchi, bloccato e malmenato dalla polizia russa. È stato difeso dai pedoni (settembre 2012).
Inventata una crema per tornare vergini. Va a ruba tra le sette sataniche (settembre 2012).
La Sicilia abolisce le province. Da domani sarà divisa ufficialmente in mandamenti (marzo 2013).
Papa Francesco predica bene ma Ratzinger male (luglio 2013).
Bobby Solo all'ospedale. Ennesimo caso di malasanità (ottobre 2013).
Multata in via Montenapoleone la 500 di Lapo. Era andato a passeggiare Elkann (ottobre 2013).

Pubblicato da Leima Edizioni, Cronaca Dannata è un diario satirico dell'autore palermitano Marco Pomar. Quasi 200 pagine a colori nelle quali alle freddure e ai brani satirici di Pomar – tutti di ottimo livello, tra la risata amara, l'irriverenza cinica e il nonsense giocoso – si affiancano le vignette di Dario Corallo e i fotomontaggi di Mimmo Calabrò. Un'operazione intelligente che fornisce una narrazione “diversa” del panorama politico nostrano dal 2011 a oggi. Tanti piccoli pezzi per un puzzle che, nel complesso, risulta originale e divertente, oltre a fornire notevoli spunti di riflessione. L’Associazione LIBRidO ha intervistato l'autore.

Scrivi racconti – a volte anche “seri” – e scrivi satira. Cosa ti riesce più facile? Quali sono gli approcci al “momento creativo”? Che importanza hanno, nella tua vita, le due formule?

Sono due cose, ovviamente, molto diverse. Il racconto breve è una storia con un inizio e una fine; può essere comico, ironico, sarcastico, amaro, commovente, o avere dentro tutto questo e anche altro. La battuta satirica è una revolverata, rapida e secca. Mi piacciono entrambe, mi è difficile scegliere. Direi che anche nei miei racconti più “seri” si trova sempre una nota di dissacrazione. Odio chi si prende troppo sul serio, nella vita e nella scrittura. Nella mia vita di scrittore sono due momenti ugualmente importanti, dal momento che i social ti costringono alla sintesi.

Da quanto tempo scrivi racconti? E satira? Qual è stato il tuo percorso?

Scrivo da tanto, con continuità da più di 15 anni. La scrittura è un bimbo che cresce solo se alimentato a dovere, diventa adolescente e poi, non sempre, adulto. Scrivere aiuta a scrivere meglio. E avere una risposta dai lettori, un feedback, è importantissimo per riuscire a migliorarsi, a capire cosa funziona di più e cosa meno. Scrivo satira dallo stesso tempo, anche se con gli anni mi è stato più chiaro che quella era la mia cifra stilistica migliore.

Le freddure raccolte in Cronaca Dannata denotano una grande capacità tecnica. Riesci a trovare il gioco di parole giusto per ogni occasione. È una capacità maturata nel tempo e in qualche modo “elaborata” – (ci hai, in qualche modo, studiato su) – oppure ti è sempre venuto così, naturale?

Si parte da una caratteristica, una vena satirica che hai o non hai. Poi tutto ciò va alimentato e, come in ogni cosa, bisogna lavorarci su. La scrittura, come si pensa erroneamente troppo spesso, non è soltanto ispirazione e talento, ma anche tecnica e applicazione.

Cosa ne pensi del bombardamento di satira a cui assistiamo (soprattutto) con Facebook? Mi spiego con un esempio personale: il sito Spinoza.it, quando è nato, mi sembrava una bomba di creatività, qualcosa di veramente nuovo. Adesso però la sua formula viene ripetuta e rilanciata da tutte le parti, tanto insistentemente e ossessivamente che a me sembra che qualcosa si sia perso per strada. E se prima scherzare su tutto, in quel modo cinico e dissacrante, mi sembrava qualcosa di coraggioso e creativo, adesso avverto generalmente come un sottofondo di livore, impotenza e aridità. Ma forse sono soltanto mie impressioni.

Non hai torto. I social network consentono a tutti di dire tutto. Il che è un bene in generale, ma contiene in sé il rischio dell’equiparazione totale, a detrimento della qualità. Sostengo che è difficile riconoscere un diamante se gettato insieme ad un mucchio di pezzi di vetro. Per quanto riguarda il confine tra cinismo dissacrante e livore fine a sé stesso, il confine è sottile ma c’è. È quello del buon gusto.

E cosa mi dici della satira pre-tutto (prima dei social, prima di internet)? Tipo il leggendario Cuore (che conosco per sentito dire) o giornali e allegati di quel tipo?

Io sono cresciuto leggendo prima Il Male, poi Tango e Cuore. Il primo era volutamente sopra le righe, e mischiava trovate geniali ad altre forse troppo forti, con la ricerca dello scandalo a tutti i costi. Tango e Cuore erano il top della satira in Italia, anche per quello di cui dicevamo prima, la mancanza di altri palcoscenici dove esibirsi. Conservo ancora tutti i numeri di Tango in originale. Satira politica e comicità pura insieme.

E in Sicilia? Quali sono le tue ispirazioni? Quali persone hai conosciuto che ti hanno fatto crescere e arricchire culturalmente?

I miei maestri di umorismo sono tutti a caratura nazionale. Da Achille Campanile fino a Stefano Benni e Michele Serra. Per quanto riguarda la scrittura in generale, trovo utilissimo il confronto con altri scrittori de visu, persone con le quali condividere i propri testi, affinando e migliorando il proprio stile. In questo la mia maestra è stata Beatrice Monroy, insieme a tanti altri bravi scrittori usciti dai suoi laboratori.

Una domanda sui "live", i reading che fai in giro per librerie, locali e iniziative simili. Come giudichi questo tipo di formula? Quale utilità e quale importanza?

Li considero una palestra eccellente. Per quanto riguarda la narrativa, la letteratura in generale, non è detto che un buon testo sia altrettanto funzionante se ascoltato e non letto. Nemmeno se a farlo è un grande attore. Aggiunge e modifica sempre qualcosa, e la fruizione cambia completamente. Il libro va letto, insomma, non ascoltato. Diversa è la cosa per brevi testi satirici, che invece ben si prestano a questo gioco. Insomma, se un racconto fa ridere, se funziona, lo farà anche nella diversa formula.

Nino Fricano


Dono dell'editore



venerdì 21 febbraio 2014

Incontro con l'autore presenta la guida di Pico di Trapani Viaggio in Sicilia i luoghi del turismo responsabile

La Biblioteca Francescana di Palermo
in collaborazione con l'Associazione LIBRidO
per il ciclo Incontro con l'autore presenta
la guida di Pico di Trapani
 Viaggio in Sicilia
i luoghi del turismo responsabile

con Addiopizzo

Venerdì 21 febbraio 2014, ore 16,30

Intervengono:

Francesca Vannini Parenti
co-fondatrice di Addiopizzo Travel

Fabio Conticello

titolare dell'Antica Focacceria San Francesco




domenica 5 gennaio 2014

ITALO CALVINO - Lo scrittore dei destini incrociati (a cura di Tiziana Sparacino)

Il 15 ottobre 2013 Italo Calvino avrebbe compiuto novant’anni. Fu scrittore, giornalista, politico, autore di canzoni, traduttore e addetto stampa dell’Einaudi, ma soprattutto fu uomo d’ideali, nel senso più vero del termine.
Nasce a Cuba e sempre le rimane legato, tornandovi più volte e diventando amico di Che Guevara. Giunto in Italia a 13 anni, dopo una militanza partigiana, alla fine della seconda guerra mondiale si iscrive al Partito Comunista, impegnandosi in politica per spirito di servizio e di utilità alla società. Comincia allo stesso tempo a collaborare alla Einaudi, e inizia a frequentare intellettuali come Eugenio Scalfari, Elio Vittorini e Cesare Pavese, che divenne il suo mentore.
Le opere del periodo giovanile (Il sentiero dei nidi di ragno, 1946; Ultimo viene il corvo, 1949) risentono della corrente neorealistica che attraversa la cultura dell’Italia del secondo dopoguerra. Il teatro, il cinema, la letteratura fanno impietosamente i conti con la realtà di una società in macerie e Calvino, che ha pure combattuto in trincea, non può che raccontarla; mantiene però una sottesa leggerezza, quella capacità, come Pavese diceva, di «osservare la vita partigiana come una favola di bosco». Siamo ancora distanti dalle Favole Italiane o da Marcovaldo, ma l’approccio mitico-fantastico al mondo è uguale.
Già in queste prime opere la struttura narrativa si sviluppa su due piani: ad una lettura palese, dal senso aperto a tutti e spesso umoristico, si affianca quella sotterranea, dal senso morale critico, anche corrosivo; questa multilettura diverrà una costante della poetica calviniana.
La sua mente agnostica e razionale faticava a relazionarsi con una società che, per sofisticazione continua ed esponenziale, creava sostruzioni artificiali inutili. Nella trilogia de I nostri antenati parla di realtà umane conflittualmente contrapposte (Il Visconte dimezzato, 1952), di contestazione delle consuetudini sociali (Il Barone rampante, 1957), di dolorosa ricerca della propria identità (Il Cavaliere inesistente, 1959), sempre usando un tono allegorico-simbolico e una prosa dalla stesura classica e scorrevole.
La crisi dell’impegno ideologico, che coglie Calvino verso la fine degli anni ’50, e l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Armate Rossa, lo porta alla rottura con il PCI. Da questa disillusione nasce la stesura di un racconto amaro come La giornata di uno scrutatore (1963), che nelle intenzioni doveva far parte di un trilogia mai ultimata sulla crisi degli intellettuali.
Gli anni Sessanta sono un periodo particolare: «il mondo si è trasformato in un luogo astratto in cui la normale comunicazione fra gli esseriumani è stata sostituita da combinazioni, ipotesi e funzioni» (Giulio Ferroni). Si appassiona alle scienze e si trasferisce a Parigi, da dove, poi, inizia a girare il mondo, intensamente scrivendo e lavorando a progetti radiofonici, televisivi e cinematografici.
Quello che diviene base della scrittura – e dunque della realtà raccontata – è lo stesso gioco linguistico, ossia la struttura combinatoria palesemente esibita ne Il castello dei destini incrociati (1969) e Le città invisibili (1972). La realtà esiste solo perché raccontata, per mezzo dei tarocchi o delle parole, elementi interscambiabili e polivalenti: c’è molto del labirintismo di Borges in queste opere di Calvino.
La compiutezza del fantastico combinatorio è raggiunta da Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979): i dieci capitoli della storia sono altrettanti incipit di libri, esercizio di stile con i vari tipi di romanzo (post-)moderno, spaziando dalla neoavanguardia al neorealismo. Giovanni Casoli scriverà di come per Calvino la necessità di integrare questo testo con la propria vita sia una parabola della necessità dei rapporti umani ma anche dell’insufficienza intrinseca della letteratura.
Calvino muore per emorragia cerebrale nel 1985, alla vigilia della partenza per un ciclo di conferenze in America, per cui aveva scritto le Lezioni americane, poi edite postume.




lunedì 30 dicembre 2013

«Buona caccia» ai nostri lettori nell'anniversario della nascita di Kipling (30 dicembre 1865)

Nel 1907 Ruyard Kipling è insignito del premio Nobel per Il libro della giungla. Oggi ricordiamo l’anniversario della nascita  dello scrittore britannico (30 dicembre 1865), augurando «buona caccia a tutti coloro che rispettano la legge della giungla» e anche ai nostri lettori!


sabato 23 novembre 2013

Paul Celan (23 novembre 1920 - 20 aprile 1970)

Ricordiamo Paul Celan...
(23 novembre 1920 - 20 aprile 1970)


Todesfuge

Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends
Wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
Wir trinken und trinken
Wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
Der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar Margarete
Er schreibt es und triff vor das Haus und es blitzen die Sterne
Er pfeift seine Rüden herbei
Er pfteift seine Juden hervor lässt schaufeln ein Grab in der Erde e
Er befiehltb uns spielt auf nun zum Tanz

Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends
Wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
Wir trinken und trinken
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
Der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar Margarete
Dein aschenes Haar Sulamith wir schaufeln ein Grab in den Lüften
Da liegt man nicht eng
Er ruft stecht tiefer ins Erdreich ihr einen ihr andern singet und spielt
Er greift nach dem Eisen im Gurt er scwingts seine Augen sind blau
Stecht tiefer die Spaten ihr einen ihr andern spielt weiter zum Tanz auf

Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends
Wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
Wir trinken und trinken
Ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar margarete
Dein aschenes Haar Sulamith er spielt mit den Schlangen
Er ruft spielt süsser den Tod der Tod ist ein Meister aus Deutschland
Er ruft streicht dunkler die Geigen dann steigt ihr als Rauch in die Luft
Dann habt ihr ein Grab in den Wolken da liegt man nicht eng

Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends
Wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
Wir trinken und trinken
Der Tod ist ein Meister aus Deutschland sein Auge ist blau
Er trifft dich mit bleierner Kugel er trifft dich genau
Ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
Er hetzt seine Rüden auf uns er schenkt uns ein Grab in der Luft
Er spielt mit den Schlangen und träumet der Tod ist ein Meister aus Deutschland

dein goldenes Haar Margarete


Paul Celan



martedì 5 novembre 2013

Pier Paolo Pasolini (a cura di Alessandra Mangano)

È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita, l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…
[Dalla raccolta Versi dal paese dell’anima, a cura di Nicola Crocetti, introduzione di Cesare Segre, 2012]


Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo del 1922. Durante la sua infanzia si sposterà frequentemente in diverse città, a causa della carriera del padre, ufficiale di artiglieria. Tuttavia, i momenti determinanti della sua infanzia si svolgono a Casarsa (in Friuli) dove il contatto con la natura, la semplicità dell’esistenza e i rapporti genuini avranno successivamente, su Pasolini adulto e scrittore, un impatto di notevole rilevanza.

“Sono uno che è nato in una città piena di portici nel 1922. Ho dunque quarantaquattro anni, che porto molto bene; mio padre è morto nel ’59, mia madre è viva. Piango ancora, ogni volta che ci penso, su mio fratello Guido, un partigiano ucciso da altri partigiani, comunisti sui monti, maledetti, di un confine disboscato con piccoli colli grigi e sconsolate prealpi.” [Poeta delle ceneri]

Durante gli anni dell’Università collabora con diverse riviste, tra cui Il Setaccio della Gil (Gioventù Italiana del Littorio, nda) di Bologna, e pubblica la sua prima opera: la raccolta di poesie in dialetto friulano dal titolo Poesie a Casarsa.

“Fontana di aga dal me paìs
A no è aga pì fres-cia che tal me paìs
Fontana di rustic amòur”(Fontana d’acqua del mio paeseNon c’è acqua più fresca che al mio paeseFontana di rustico amore) [Poesie a Casarsa]

In seguito alla cattura del padre, avvenuta per mano degli inglesi nel corso della guerra in Africa Orientale, Pier Paolo insieme con la madre e il fratello, si trasferisce a Casarsa dove, assieme ad alcuni amici, fonda nel 1945, l’Academiuta di lengua furlana.
Non sono anni facili: il fratello, arruolatosi come partigiano nella divisione Osoppo, viene ucciso da un gruppo di partigiani comunisti legati agli sloveni. Il padre, dopo il ritorno dall’Africa, vive in un continuo stato di depressione.
Dopo la laurea Pasolini aderisce al Partito Comunista Italiano e inizia la carriera di insegnante presso la scuola media di Valvasone a Casarsa.

“Come sono diventato marxista? Ebbene…andavo tra fiorellini candidi e azzurrini di primavera, quelli che nascono subito dopo le primule, e poco prima che le acacie si carichino di fiori, odorosi come carne umana, che si decompone al calore sublime della più bella stagione – e scrivevo sulle rive di piccoli stagni che laggiù, nel paese di mia madre, con uno di quei nomi intraducibili si dicono ‘fonde’, coi ragazzi figli dei contadini che facevano il loro bagno innocente (perché erano impassibili di fronte alla loro vita mentre io li credevo consapevoli di ciò che erano) scrivevo le poesie dell’ ‘Usignolo della Chiesa Cattolica’, questo avveniva nel ’43: nel ’45 ‘fu tutt’un’altra cosa’. Quei figli di contadini, divenuti un poco più grandi, si erano messi un giorno un fazzoletto rosso al collo ed erano marciati verso il centro mandamentale, con le sue porte e i suoi palazzetti veneziani. Fu così che io seppi ch’erano braccianti, e che dunque c’erano i padroni. Fui dalla parte dei braccianti, e lessi Marx". [Poeta delle ceneri]

Nel 1947, accusato di corruzione di minori e di atti osceni in luogo pubblico, viene licenziato e, contemporaneamente, espulso dal PCI. Sebbene i vari processi a cui verrà sottoposto lo scagioneranno totalmente, lo scrittore è costretto a trasferirsi a Roma assieme alla madre, per sfuggire alla costante persecuzione cui è soggetto a causa della sua omosessualità.

Malgrado voi, resto e resterò comunista, nel senso più autentico di questa parola” [Risposta alla Federazione di Udine dopo l’espulsione]

Quelli di Roma sono anni fondamentali: la vita nelle borgate, a contatto col popolo delle periferie urbane e del sottoproletariato, costituirà l’humus nel quale germoglieranno le sue più grandi opere letterarie e cinematografiche. L’incontro con il regista Sergio Citti sarà, in tal senso, di grande importanza per Pasolini.

“A Roma, dal ’50 a oggi, Agosto del 1966, non ho fatto altro che soffrire e lavorare voracemente. Ho insegnato, dopo quell’anno di disoccupazione e fine della vita, in una scuoletta privata, a ventisette dollari al mese: frattanto mio padre ci aveva raggiunto e non parlammo mai della nostra fuga, mia e di mia madre. Fu un fatto normale, un trasferimento in due tempi. Abitammo in una casa senza tetto e senza intonaco, una casa di poveri all’estrema periferia, vicino a un carcere. C’era un palmo di polvere d’estate, e la palude d’inverno. Ma era l’Italia, l’Italia nuda e formicolante, coi suoi ragazzi, le sue donne, i suoi “odori di gelsomini e povere minestre”, i tramonti sui campi dell’Aniene, i mucchi di spazzature: e, quanto a me, i miei sogni integri di poesia. Tutto poteva, nella poesia, avere una soluzione. Mi pareva che l’Italia, la sua descrizione e il suo destino, dipendesse da quello che io ne scrivevo, in quei versi intrisi di realtà immediata, non più nostalgica, quasi l’avessi guadagnata col mio sudore.” [
Poeta delle ceneri]

Sarà l’uscita del romanzo Ragazzi di vita, nel 1955, a consegnare Pasolini alla fama, seppure in seguito a diversi ostacoli, tra cui annoveriamo un processo per pornografia, dal quale verrà nuovamente assolto. Negli anni Cinquanta l’impegno dello scrittore si dividerà tra la scrittura, la sceneggiatura e l’attività sociale e politica. Nel 1955 fonda, insieme con Francesco Leonetti e Roberto Roversi, il fascicolo bimestrale di poesia dal titolo «Officina»; partecipa al dibattito interno al PCI, collabora col settimanale comunista «Vie nuove» mentre pubblica altre due opere: la raccolta di poesie Le ceneri di Gramsci e il romanzo Una vita violenta, rispettivamente nel 1957 e nel 1959.

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro di te; con te nel cuore, in luce, contro te nelle buie viscere del mio paterno stato traditore – nel pensiero, in un’ombra di azione – mi so ad esso attaccato nel calore degli istinti, dell’estetica passione; attratto da una vita proletaria a te anteriore, è per me religione la sua allegria, non la millenaria sua lotta: la sua natura, non la sua coscienza: è la forza originaria dell’uomo, che nell’atto s’è perduta, a darle l’ebbrezza della nostalgia, una luce poetica: ed altro più io non so dirne, che non sia giusto ma non sincero, astratto amore, non accorante simpatia… come i poveri povero, mi attacco come loro a umilianti speranze, come loro per vivere mi batto ogni giorno. Ma nella desolante mia condizione diseredato, io possiedo: ed è il più esaltante dei possessi borghesi, lo stato più assoluto. Ma com'io possiedo la storia, essa mi possiede; ne sono illuminato: ma a che serve la luce?[...]

[Le ceneri di Gramsci, in Le ceneri di Gramsci]

L’impegno di Pasolini come regista ha inizio invece negli anni ’60 con l’uscita del film Accattone (1961). Molti dei suoi film finiscono per suscitare scandali e polemiche, ma il cinema porta a Pasolini una fama ancora maggiore tanto che, a partire dagli anni ’60, molte delle sue opere verranno tradotte in diverse lingue. Sono gli anni dei viaggi in Africa e nei paesi islamici che Pasolini, spesso, fa in compagnia di Moravia. Stringe una sincera amicizia con la cantante lirica Maria Callas, protagonista del suo film Medea (1969) e intrattiene un’importante relazione con Ninetto Davoli, un ragazzo di periferia che Pasolini trasforma in attore brillante dei suoi film.
Polemizza con la neoavanguardia con la quale dissente totalmente e nel ’68 anche col movimento studentesco. Famosa ormai la sua poesia dal titolo Il PCI ai giovani!!! nella quale l’intellettuale difende i poliziotti, di origine proletaria, contro gli studenti, considerati borghesi e figli di papà.

È triste. La polemica contro il PCI andava fatta nella prima metà del decennio passato. Siete in ritardo, figli, e non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle Università) il culo. Io no, amici. Avete facce da figli di papà buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano […]
[La poesia, un frammento da Il PCI ai giovani!]

Le rubriche di attualità e critica letteraria degli anni ’70 – ricordiamo ad esempio Caos che noi stessi abbiamo recensito lo scorso settembre – sono di una straordinaria attualità, di lucida critica e feroce ironia.
In polemica col PCI si avvicina al Partito Radicale e scrive la sceneggiatura del suo ultimo film Salò e le 120 giornate di Sodoma che fece, ancora una volta, scalpore. La notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 Pasolini viene assassinato da un diciassettenne all’idroscalo di Ostia. Sull’efferato omicidio sono stati scritti diversi saggi tra i quali ci sembra doveroso menzionare Profondo Rosso, di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, edito nel 2009 da Chiarelettere. Nel 1995 il regista Marco Tullio Giordana presenta alla 52a Mostra internazionale d’arte cinematografica a Venezia, il film Pasolini, un delitto italiano, che ricostruisce le fasi del processo a Pino Pelosi, esecutore materiale del delitto.
Come abbiamo già accennato, gli anni dell’infanzia trascorsi a Casarsa saranno fondamentali per il futuro letterario di Pasolini. In quel periodo trascorso a contatto con la natura, infatti, inizia la ricerca sul dialetto friulano il cui uso, da parte dell’autore, è ricco di significati e di simboli: il dialetto della madre è la migliore lingua per esprimere la natura incontaminata e la purezza del mondo contadino. L’opera di Pasolini è tutta costellata dal feroce dualismo tra quest’ultimo e la civiltà borghese e capitalista. In tale prospettiva, dunque, la scelta di una lingua pura, come il dialetto, serve ad esaltare il mondo della semplicità e del lavoro, dell’umiltà e della fatica, in contrapposizione a quello, ormai rovinato del benessere e del consumo, per descrivere il quale è sufficiente utilizzare il registro linguistico tradizionale, già contaminato dal capitalismo. Le prime poesie risentono particolarmente del realismo ottocentesco e specialmente di Pascoli, il quale peraltro è oggetto della tesi di laurea di Pasolini. Da altre poesie più tarde verranno fuori influssi di autori come Saba, Bertolucci e Caproni.

Così il dialetto è la più umile e comune maniera di esprimersi; è solo parlato e a nessuno viene in mente di scriverlo. Ma se quell’idea venisse in mente a qualcuno? Voglio dire l’idea di usare il dialetto per esprimere i propri sentimenti, le proprie passioni? Non certo, tenetevelo bene a mente, per scrivere due o tre bazzecole per far ridere, o per raccontare due o tre vecchie storielle del proprio paese (perché allora il dialetto resta dialetto e finisce lì), ma con l’ambizione di dire cose più elevate, difficili magari…”

[Stroligut di ca’ de l’aga]

Le ceneri di Gramsci resta, comunque, l’opera poetica principale di Pasolini: si tratta di una feroce quanto lucida riflessione morale sulla vita sociale italiana degli anni Cinquanta, racchiusa in poemetti costruiti in terzine, con un chiaro riferimento allo stile di Pascoli.
La poesia deve avere per Pasolini un fine pratico, deve cioè, farsi strumento di promozione del cambiamento sociale e politico. Per questa ragione molti hanno visto nelle sue ultime raccolte in versi, un ‘allentamento dell’impegno stilistico’ in virtù, invece, di una maggiore polemica contro il presente e le sue contraddizioni. Il vero intellettuale per Pasolini non è chi cede al compromesso col potere, ma chi ha il coraggio di utilizzare le proprie qualità artistiche per denunciare il marcio. La bellezza non può più essere “cantata” perché l’hanno depredata e violentata. Far finta che non sia così e lasciarla protagonista della scrittura, diventa mero esercizio retorico. Bisogna invece descrivere le metropoli degradate e affamate, il brutto che trabocca copiosamente da esse, la disperazione e la fame, la povertà e la solitudine.
Pasolini inizia a scrivere presto, spinto dalla necessità di fare i conti con la sua vita, le sue aspirazioni, le delusioni, i sensi di colpa. Le sue opere narrative della giovinezza – Amado mio, Atti impuri – usciranno postume nel 1982. La meglio gioventù, che si rifà fortemente all’esperienza neorealista, è del 1949 ma verrà pubblicata soltanto nel 1962.
È il mondo del sottoproletariato urbano che interessa particolarmente l’autore: quell’autenticità popolare che spesso si traduce anche in esperienze estreme, disperate e in veri e propri atti teppistici, contraddistingue quasi tutta la produzione letteraria degli anni ‘50 e ‘60. Le borgate romane fanno da sfondo a diverse raccolte di racconti e romanzi: Alì dagli occhi azzurri (1965), Ragazzi di vita (1955), Una vita violenta (1959). Per quanto la spontaneità dei protagonisti rimandi alla genuinità dei paesaggi e dei personaggi di Casarsa, a quel mondo incontaminato e autentico, in questi romanzi la drammaticità delle esistenze, la disperazione, la tragicità delle condizioni di miseria e fame allontanano i personaggi dalla purezza del mondo contadino friulano. In questo caso, l’uso del dialetto, serve a rappresentare in maniera più compiuta e realistica tutta la complessa drammaticità di quelle esistenze.
È proprio la tensione verso la rappresentazione più autentica della realtà che spinge Pasolini ad abbracciare l’arte del cinema. Nulla come il cinema è in grado di parlarci in modo diretto e schietto della realtà e questo è uno dei tanti motivi che spingono Pasolini a non scegliere quasi mai attori professionisti. Chi volesse approfondire ulteriormente la visione che l’intellettuale friulano aveva del cinema, può leggere il suo Empirismo eretico (1972).
Troppo complessa, da riportare in uno spazio così angusto, l’esperienza di Pasolini come regista. I suoi film hanno sempre suscitato dei sentimenti estremi: sono stati criticati aspramente oppure accolti con calore dal pubblico anche all’estero. Certamente hanno fatto discutere. Il rapporto di Pasolini col cinema è impregnato di dolore e delusione. L’impotenza dinanzi alle incomprensioni dei più, le critiche ma anche i processi, affliggono e prostrano notevolmente l’autore. In molti articoli – anche sulla rubrica Il Caos – l’autore polemizza con quanti accusano il suo cinema di volgarità e di nonsense. In realtà l’opera cinematografica di Pasolini risulta piuttosto versatile ed eterogenea e non segue affatto un filone statico: si va da film estremamente ideologici e realistici come Accattone (1961), Il Vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1966) alla produzione prettamente mitico-simbolica di Teorema (1968), Porcile (1969), Medea (1970); fino ad arrivare all’esaltazione dell’erotismo inteso come espressione estrema di vitalità, ma anche di accostamento alla morte, in un intrecciarsi freudiano di Eros e Thanatos spesso presente in molte opere di Pasolini. A quest’ultimo filone appartiene la cosiddetta Trilogia della vita che comprende opere come Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e il Fiore delle mille e una notte (1974).
Un discorso a parte merita invece Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). In un’intervista del luglio 1975 a Marco Olivetti su Sipario, Pasolini dice che in questo film «il sesso, sia pure in modo onirico e stravolto, diventa la metafora di ciò che oggi il potere fa dei corpi». La sottomissione, la mercificazione della persona, le torture fisiche e psicologiche che il potere si concede, senza rischiare alcuna censura o punizione, trovano nel film una rappresentazione simbolica volutamente cruda e brutale. L’opera, come già Teorema, ebbe non pochi problemi di censura. Il produttore, Grimaldi, fu processato e bisognerà aspettare vent’anni prima che al film venga riconosciuta la valenza artistica che merita.
Negli anni Cinquanta inizia la sua attività di critico letterario. Si tratta di saggi sulla lingua, sulla letteratura e sul cinema che, in molti casi, sono stati raccolti e pubblicati. Ricordiamo, tra tutti, Passione e Ideologia (1960); Empirismo eretico (1972) e Descrizioni di descrizioni uscito postumo nel 1979.
La saggistica di Pasolini è volutamente provocatoria. I suoi scritti trasudano passione e aggressività. Oggetto dei suoi attacchi è la degenerazione della società contemporanea, contro la quale Pasolini si erge come un guerriero solitario. Non soltanto la borghesia, il consumismo, il capitalismo sono i nemici contro cui combattere ma anche il “perbenismo” degli intellettuali di “sinistra.”Il suo approccio ferocemente critico lo isola e di questa solitudine Pasolini risente profondamente. La rabbia, l’angoscia e il dolore legati a questa condizione di emarginazione, cui lo costringono le sue posizioni controcorrente, vengono fuori in molti suoi scritti, specie nei testi delle rubriche di corrispondenza che tiene, per diversi giornali, tra gli anni ‘60 e ‘70. L’Italia che emerge da queste pagine è un paese che ha perso irrimediabilmente il gusto della bellezza, i cui paesaggi sono stati deturpati dalle leggi del profitto e i cui cittadini sono ormai omologati e rassegnati al devastante degrado morale e culturale. Responsabili di questa degenerazione sono la televisione, in primo luogo, ma anche la scuola di massa e il Sessantotto che, unitamente alla classe politica del Paese (con la DC in testa), hanno reso possibile la distruzione del Paese.

Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto, cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un uomo che consuma, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. [Scritti corsari]

La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta. […] Ho visto dunque ‘coi miei sensi’ il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza…il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, buttata per sempre... [Scritti corsari]

Molti di questi scritti sono stati raccolti e pubblicati nel corso degli anni e costituiscono, ad oggi, il più importante testamento spirituale del grande intellettuale: dalle Belle Bandiere (1977) al Caos (1979) a Scritti corsari (1975) e Lettere Luterane (1976).

E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere, ma nel vivere:

bisogna resistere nello scandalo e nella rabbia, più che mai, ingenui come bestie al macello, torbidi come vittime appunto:

bisogna dire più alto che mai il disprezzo verso la borghesia, urlare contro la sua volgarità, sputare sopra la sua irrealtà che essa ha eletto a realtà, non cedere in un atto e in una parola nell’odio totale contro di esse, le sue polizie, le sue magistrature, le sue televisioni, i suoi giornali. [Poeta delle ceneri]

I brani citati sono tratti da:
Alessandro Favaro, Paolo Bernardi (a cura di), Stupendo e misero Pasolini. 1975-2005 omaggio a trent’anni dalla scomparsa, Cgil Veneto e Unione degli Studenti del Veneto, Padova, 2005.

La ricostruzione della vita e delle opere dell’autore è tratta liberamente da:
G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, Il novecento, Milano, Einaudi Scuola, 1996, pp. 511-525.