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giovedì 5 settembre 2013

Ninna nanna



Chuck Palahniuk, Ninna nanna, Milano, Mondadori, 2011, 273 pp., ISBN 978-88-04-54997-0.

Chuck Palahniuk è uno degli autori più amati dai giovani, della mia generazione e non solo. Il motivo? Presto detto. La sua scrittura riesce ad affascinare e ammaliare, ma allo stesso tempo crea nel lettore una sorta di crisi interiore e di riflessione profonda sulla degenerazione della società contemporanea. Tutto ciò non seguendo lo stereotipo dell’artista presuntuoso e saccente, intellettualmente impegnato e gonfio di cultura accademica, ma come un uomo che sembra aver attinto a piene mani - per creare quelle immagini orride, atroci e irrealmente agghiaccianti - dalla vita vissuta.
Ninna nanna, pubblicato per la prima volta nel 2002 col titolo originale di Lullaby, è la storia di Carl Streator che di mestiere fa il giornalista. Lavora per una modesta testata e ha il compito di indagare e scrivere riguardo alle morti infantili. Durante queste indagini si rende conto che nelle culle dei neonati defunti c'è un libro, sempre lo stesso, aperto sempre alla stessa pagina. Qui è stampata una ninna nanna: nella maggior parte dei casi una ninna nanna è una canzone rilassante, che ha lo scopo di aiutare un bambino a dormire, ma nelle mani di Palahniuk si trasforma in un incantesimo mortale che può uccidere chiunque. A questo punto comincia il “viaggio” di Carl che decide di voler distruggere tutte le copie di questo testo: in questo percorso incontra una serie di eccentrici e psicologicamente tortuosi personaggi, tutti interessati al misterioso libro per diversi e svariati motivi, fino ad un imprevedibile e “fantastico” finale…
Quando si prende in mano un libro di Palahniuk si sa che si sta per immergersi di botto in un torrente di assurdità e orrore che ti fa ridere anche quando, leggendo, provi profondo disgusto. Sembrerebbe brutto dire che Ninna nanna sia scontato e “di maniera”, ma se hai letto qualcuno dei suoi libri, hai già una vaga idea di cosa ti aspetta.

Vincenzo Bagnera



domenica 5 maggio 2013

Gang bang



Chuck Palahniuk, Gang bang, Milano, Mondadori, 2011, 208 pp., ISBN 978-88-04-59112-2.


Irriverente, scandaloso, crudo, politicamente scorretto, immorale, sfacciato. Tutto questo è Chuck Palanhiuk, scrittore e giornalista statunitense, autore di una serie di romanzi di grande fortuna come, tra gli altri, Fight Club (1996), Soffocare (2001) e Cavie (2005).
Gang bang, pubblicato per la prima volta nel 2008, racconta la storia della leggendaria, nonché attempata, pornostar Cassie Wright e della sua colossale impresa, con la quale vuole concludere la sua più che decennale carriera: una enorme gang bang (pratica sessuale in cui un soggetto, di sesso maschile o femminile, svolge attività sessuali con una moltitudine di partner, ndr) che ha lo scopo di polverizzare il precedente record mondiale. Ripresa dalle telecamere, l’attrice ha infatti come obiettivo di fornicare con 600 uomini. Il filtro attraverso cui tutto è raccontato è quello di quattro personaggi: N. 72, uno studente, che sostiene di essere il figlio legittimo di Cassie; N. 137, vecchio attore, caduto nel dimenticatoio, che ricerca disperatamente una seconda chance per il rilancio televisivo; N. 600, noto come Branch Bacardi, attore veterano dell’industria pornografica; Sheila, l’assistente tuttofare di Cassie.
La narrazione degli eventi è resa ancora più interessante da alcuni colpi di scena: in primis, Cassie vorrebbe morire durante le riprese del film, cosa che renderebbe lei stessa immortale nel tempo e la pellicola un cult mondiale. Leggendo si scopre inoltre che la Wright, durante le riprese del suo primo film concepì un figlio, subito dopo abbandonato: a questo figlio lei adesso vuole donare gli introiti del lungometraggio che sta girando. Ma chi sarà questo figlio? Sarà uno dei quattro protagonisti?
Gang bang è molto divertente, ma non si sente la forza di altri lavori precedenti di Palahniuk. La frammentarietà della narrazione non sempre dà i frutti sperati, soprattutto nel momento in cui le voci dei personaggi si incanalano verso il finale comune, e non riesci a capire se durante lo svolgimento hai perso qualche particolare importante. A tratti questo romanzo sembra nient’altro che una raccolta di racconti a luci rosse, e non è sostenuto da una concreta visione distorta del mondo, dominato da ingiustizia e prepotenza, come invece accade in Fight Club.

Vincenzo Bagnera