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martedì 2 giugno 2015

Il Natale di Poirot

Agatha Christie, Il Natale di Poirot, Milano, Mondadori, 2009, 209 pp., (Oscar narrativa, 1475), ISBN 978-88-04-51010-9.

A Natale, persone che non hanno alcuna voglia di essere amabili fanno uno sforzo per apparirlo… C'è in loro molta ipocrisia, a Natale, onorevole ipocrisia, senza dubbio, ipocrisia "pour le bon motif", ma sempre ipocrisia. E lo sforzo per essere buoni e amabili crea un malessere che può riuscire in definitiva pericoloso. Chiudete le valvole di sicurezza del vostro contegno e presto o tardi la caldaia scoppierà provocando un disastro.

È un Natale speciale a Gorston Hall: l'anziano e ormai invalido patriarca Simeon, ha, infatti, deciso di riunire intorno a sé l'intera famiglia. Così nella grande casa di Longdale, si ritrovano, dopo vent'anni, i quattro fratelli Lee: il devoto Alfred che, con la moglie Lydia, vive da sempre al fianco dell'adorato ma ingrato padre; il deputato George con la giovanissima consorte Maude, tanto avidi quanto bisognosi di denaro; il fragile David, convinto dalla saggia moglie Hilda a seppellire l'ascia di guerra nei confronti di quel padre, a suo dire, colpevole della prematura scomparsa della madre; e perfino Harry, figliol prodigo di cui nessuno pare sentir la mancanza. A completare il poco idilliaco quadretto familiare, si aggiungono, inaspettatamente, la spagnola Pilar Estravados, unica nipote di Simeon, appena giunta in Inghilterra su invito del nonno; e il giovane Stephen Farr, figlio dell'ex socio di Lee, di ritorno dal Sud Africa. Inevitabile che in una simile rimpatriata i vecchi dissapori tornino a galla, e se a gettare benzina sul fuoco ci si mette lo stesso padrone di casa, non deve sorprendere che, presto o tardi, ci scappi il morto...
Il binomio Natale-delitto è uno dei cliché più tradizionali, nonché più efficaci della letteratura gialla, e quando a servirsene è, come in questo caso, una maestra del genere come Agatha Christie, il successo è garantito. La cornice domestica cattura fin dal principio: ci ritroviamo in un'elegante dimora, a pochi giorni dal Natale, testimoni delle tante controversie familiari che, sotto una parvenza di educata cortesia, avvelenano i rapporti tra i membri di una famiglia dell'upper-class, accomunati dall'incapacità di dimenticare le offese, e dal risentimento verso il dispotico genitore, nelle cui mani - particolare non da poco - sono saldamente stretti i cordoni della borsa. Il romanzo, narrato con stile asciutto e tipica ironia inglese, si legge tutto d'un fiato, e coinvolge soprattutto grazie all'accurata caratterizzazione psicologica dei personaggi, che, accanto a Poirot, impariamo a conoscere poco alla volta. Del resto, come giustamente osserva lo stesso investigatore belga, il più delle volte la chiave del mistero sta proprio nella personalità della vittima e dei potenziali assassini. Ed è così che, tra l'osservazione di dettagli solo apparentemente casuali, acute ed inquietanti citazioni shakespeariane, e inaspettate rivelazioni, prende corpo un giallo puramente deduttivo, e perfettamente congegnato, in cui il lettore, divertendosi senza mai incorrere in veri turbamenti, partecipa attivamente alla storia, nel tentativo di risolvere il mistero prima dell'irriducibile Poirot. Tentativo decisamente vano, in verità, specialmente a fronte degli insospettabili segreti che vengono alla luce nel corso delle pagine, fondendosi in un racconto dalla struttura tanto semplice quanto sorprendente, in cui a far la differenza è la prospettiva secondo cui si guarda alle cose.
Un romanzo perfetto con cui intrattenersi in una serata di festa, e riscoprire, per qualche ora, il piacere puro e genuino del buon vecchio giallo d'epoca.


Alice S.



giovedì 5 febbraio 2015

Splendore

Margaret Mazzantini, Splendore, Milano, Mondadori, 2013, 309 pp., ISBN 978-88-04-63808-7.

Chi ha amato almeno una volta nella vita, sa come possa essere devastante non poter vivere liberamente il proprio sentimento, specialmente se ad ostacolarlo sono le convenzioni, i sensi di colpa, le paure e la vergogna. E se – dopo una vita trascorsa nella finzione, nel tentativo di voltare pagina e indossare la maschera della “normalità” – si è quasi a un passo dal raggiungimento di quella unione tanto agognata quanto sofferta e qualcuno decide di portartela via con brutale violenza e atroce crudeltà, il dolore può diventare davvero insopportabile. Questa è, in sintesi, la storia d’amore di Guido e Costantino uniti da quello stesso sentimento viscerale che, al contempo, li divide e li trascina lontani in una vita che – nonostante tutto – riesce sempre a farli rincontrare.
Guido conosce Costantino da bambino e lo respinge sin da subito, forse conscio di quella strana attrazione che lo lega a lui e che lo spaventa. Lo tratta male, lo evita, cerca di sfuggire a quel sentimento che si fa sempre più forte e travolgente. Costantino, invece, non scappa è determinato, sa cosa vuole e fa di tutto per ottenerlo. Ma crescendo i ruoli si invertono. Guido non ha più paura, vuole vivere pienamente il suo amore, non gli importano i giudizi ed è pronto a mollare tutto per coronare quel sogno, proprio quando Costantino, talmente gravato dall’enorme peso dei pregiudizi, dall’angosciosa vergogna, dal dolore e dalla violenza subiti, crederà che solo la fede cristiana può salvarlo dalla dannazione di quell’amore impossibile e ad essa si abbandona, convinto che sia quello l’unico modo che ha per “guarire” definitivamente. I due protagonisti muoiono e rinascono tante volte all’interno della storia. La loro sofferenza è, in definitiva, quella di ogni essere umano di fronte ai limiti che impediscono di oltrepassare l’immediato.
Splendore non è soltanto la storia di un amore omosessuale, vissuto in modo assai diverso dai due protagonisti. Splendore è anche il romanzo di una vita, del passaggio dalla giovane età alla vecchiaia; dei cambiamenti anche fisici; dei rapporti con i genitori e, più in generale, con la famiglia. È un libro sui sogni e sulle aspettative; sugli errori e i rimpianti; sulla genitorialità; sul rispetto e la speranza. Insomma un libro sulla vita, a tratti commovente e drammatico, forte e amaro ma ben scritto – come la Mazzantini è solita fare nei suoi romanzi – curato e attento.
È difficile affrontare il tema dell’amore omosessuale – anche se chi scrive deve forzarsi non poco per affibbiare all’amore un’etichetta – senza cadere nella retorica da bar, nelle frasi di rito, nel sentimentalismo banale e pruriginoso. Eppure l’autrice riesce a raccontarci questa straziante e appassionante storia – durata tutta una vita – con una delicatezza e una sensibilità sublimi, senza inciampare mai nei luoghi comuni e nelle frasi fatte di cui, francamente, non si sente più alcun bisogno.
Un libro da leggere tutto d’un fiato. Bello e intenso. Vero.


Alessandra Mangano



Invito al castello

Emma Darcy, Invito al castello, Milano, Harlequin Mondadori, 2003, 156 pp.

Invito al castello: un libro che dovrebbe essere presente sui comodini di ogni donna in carriera – o anche sotto, per evitare che traballino per eventuali dislivelli –; un libro che ogni uomo eterno giovinetto, amante della libertà, scapolo incallito, dovrebbe adottare come manuale, così le probabilità di crescita e maturazione si azzerano.
Troppo sarcastica! Ricominciamo:
Invito al castello della Harmony, collezione Amore per sempre, di Emma Darcy, è un libro che non avrei mai acquistato, cosa che non dovrei ammettere, perché un lucido lettore deve essere in grado di leggere ogni tipo di libro, senza pregiudizi o limiti mentali; eppure è così. Ora vi racconto come è andata.
Persa una scommessa, di cui non sto qui a scrivere per non tediare i lettori, come penitenza mi fu dato in consegna – anzi regalato – proprio questo libro, con prece di leggerlo e recensirlo. Ho dunque colto l’invito alla lettura, perché una promessa è sempre una promessa e va mantenuta (anche se con due anni di ritardo).
Poco o nulla sappiamo dell’autrice, Emma Darcy, scrittrice australiana, sposata, con tre figli, dalla vita caratterizzata da tanti colpi di scena, esattamente come succede ai protagonisti dei suoi romanzi. Tutt’oggi sappiamo che abita in una bella fattoria nel Galles.
La trama si risolve in un paio di battute: lui è ricco, lei una disadattata. Si incontrano per caso. Si amano platonicamente, ma non se lo confessano.Tutto si risolve nell’eterno Amore. Lineare e da tipico plot delle commedie romantiche che trasmettono in tv, nelle calde sere di agosto, per il ciclo L’Amore è tutto rose e fiori.
La presentazione dei personaggi si limita ai due principali, Nicole e Matt, ed a quello della nonna Isabella; nonna invadente e manipolatrice, presentata come la matriarca salva-famiglia.
Il resto del libro è occupato dalle vicende di Nicole, giovane scrittrice, invitata da Isabella a scrivere la storia della sua famiglia. In realtà l’invito era premeditato da donna Isabella, desiderosa di far conoscere la giovane scrittrice a Matt, nipote minore ed unico ad essere rimasto scapolo. L’esca è pronta. Come per i precedenti nipoti, fatti accasare con matrimoni combinati e fatti passare per loro libero arbitrio, così per Matt, Isabella ha pronto su di un piatto d’argento un matrimonio perfetto con Nicole.
Matt nota subito Nicole, leggiadra fanciulla dai capelli rosso fiammeggianti, figlia di un artista jazz, morto anzitempo e di cui lei aveva scritto la biografia; ma, come da cliché, Matt è un uomo burbero e scostante, che non si abbandona a semplici moine o corteggiamenti sfacciati. Tutto deve essere sottointeso; e Nicole non sottintende un bel niente!
Il resto del libro riguarda questo sfuggente odio/amore dei due, trascinato fino al verosimile, altrimenti, come dovrebbe andare avanti la storia?
Dopo una sfilza di luoghi comuni e ovvietà, che rendono l’amore tra i due l’unico vero problema dell’intero universo, la precaria intesa che si era venuta a creare sembra compromessa, e tutto ciò a pagina149 di 155 complessive.
Non potrà risolversi tutto nelle poche rimanenti pagine - è quello che ho pensato.
Ed invece, et voilat, tutto al suo posto! I due si dichiarano il loro incontrastato e puro amore, si sposano e vivono felici, con Isabella compiacente.
Questo è quanto ci si guadagna a non dire subito come stanno le cose. Male che vada ci si rende conto di avere travisato un sentimento altrui, ma almeno non si prolunga un dubbio per 149 pagine, per poi scoprire la reciprocità del sentimento; neppure fossero stati due adolescenti compagni di classe.
La spiccia risoluzione conclude il libro, senza fare realmente intuire se le nozze siano scaturite da un loro sincero amore, o dall’arguta manipolazione di Isabella. Entusiasmo passeggero che li ha travolti in un vortice di passione destinato a finire, o vero Amore, unico e gentile?
Non lo sapremo mai, a meno di un secondo invito al castello, ma in questo caso l’invitata non sarebbe Nicole, che ormai ci vive con Isabella.


Agostina Passantino



Il giardino dei Finzi-Contini

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Milano, Mondadori, 1976, 350 pp.

Il giardino dei Finzi-Contini è un libro sorprendente, di cui non posso che consigliare la lettura.  La storia è ambientata nella comunità ebraica della città di Ferrara, in piena epoca fascista. Ma i temi legati all'olocausto, alle leggi razziali e alle persecuzioni attuate dal regime, pur presenti, restano sullo sfondo. Quello di Giorgio Bassani è, come affermato da ben più illustri recensori, “uno straordinario romanzo d'amore”. Bassani riesce, in maniera mirabile, a sviscerare – cogliendo anche le più sottili sfumature – tutti i tormenti e le agitazioni, le dolci aspettative, repentinamente mutatesi in amare disillusioni, dell'amore non corrisposto di un uomo per una donna. La narrazione, sotto forma di racconto fatto al lettore dal protagonista, ripercorre nascita, crescita, apice e progressivo disfacimento di una storia d'amore che rimarrà solamente nei suoi desideri. Del narratore non viene mai fatto il nome; si tende ad identificarlo con lo stesso autore del romanzo, nonostante di ciò non vi sia mai stata conferma. Il suo sentimento per la coetanea Micòl, appartenente alla ricca famiglia dei Finzi-Contini, nasce nella prima infanzia. Gli ammiccamenti preadolescenziali negli sporadici incontri al tempio. Il primo dialogo, per sempre scolpito nella memoria di lui. Una più assidua frequentazione nell'età degli studi universitari ed una sempre maggiore confidenza raggiunta con le quotidiane partite a tennis nella magna domus dei Finzi-Contini (in seguito alla cacciata degli italiani di sangue ebraico dal circolo cittadino) condite da romantiche passeggiate a due. Il 'giardino' assurge a simbolo dei momenti più felici vissuti dal narratore insieme alla ragazza; come dei suoi sogni infranti. Il luogo in cui ciò che poteva essere, mai sarà.
Quello degli attimi non colti, delle parole non dette è uno dei temi portanti del romanzo. L'autore lo orchestra magistralmente in maniera da appassionare il lettore che, avendo magari vissuto situazioni simili, finirà per provare le medesime ansie e sofferenze del narratore. Gli sbalzi d'umore; il fatuo ritorno nei luoghi di una fugace ed illusoria felicità; gli attacchi di panico per il nuovo fatidico incontro; la stretta allo stomaco della gelosia; l'irruenza e l'ostinazione post rifiuto. Il susseguirsi degli stati d'animo e dei comportamenti del protagonista potrebbero considerarsi un vero e proprio manuale del mal d'amore.
Cuore pulsante del romanzo è lei, Micòl Finzi-Contini, definita «una delle figure più affascinanti e inafferrabili della letteratura italiana».[1] Piacente d'aspetto (Bassani non si dilunga mai in descrizioni fisiche), volubile e viziata ma allo stesso tempo sensibile ed affettuosa, piena di stranezze e bizzarrie, dotata di un carattere focoso, costantemente in bilico tra il timido ed il disinvolto. Certamente non lascia indifferenti i lettori. Consci del suo tragico destino, sin dall'inizio del romanzo sappiamo che la sua esistenza – come quella di gran parte della famiglia Finzi-Contini – terminerà in un campo di sterminio tedesco e siamo, forse, per questo più inclini a giustificare ed a perdonarle le sofferenze che il suo indecifrabile comportamento infligge al narratore. La mutevolezza di Micòl è, in definitiva, quella delle relazioni umane la cui aleatorietà è un'altra delle tematiche toccate nel romanzo.
Bassani tesse un complesso gioco delle parti tra le quattro persone che frequenteranno fino alla fine la dimora dei “Finzi-Contini”. Insieme al protagonista, ed a Micòl, vi sono il malaticcio ed apatico Alberto Finzi-Contini (quasi una versione in negativo fotografico della sorella minore) ed il burbero chimico Giampiero Malnate, amico di vecchia data di Alberto, nonché altro personaggio controverso e di difficile inquadratura. I rapporti esistenti tra loro non appaiono mai del tutto chiari e gli “schieramenti” iniziali saranno continuamente sovvertiti. Fino al malinconico finale in cui aleggerà il dubbio sul reale legame esistente tra Micòl e lo stesso Malnate.
La sensazione di dolce amarezza che il romanzo può lasciare è già da sola motivo valido per avventurarsi nelle sue pagine. E varcare – sotto lo sguardo vigile del portinaio tuttofare Perotti ed accompagnati dal gigantesco cane danese Jor, veri e propri testimoni silenziosi della storia – il cancello del 'giardino'. Potremo così scoprire che, nei giorni che resteranno tra i più bui della nostra storia, nei luoghi che ne furono testimoni, si poteva soffrire anche per amore. Quello più vero, intenso e, in quanto mai appagato, eterno.

Girolamo Accardi





[1] Così Marilyn Schneider nel saggio Dimensioni mitiche di Micòl Finzi-Contini in appendice al libro stesso.

sabato 19 aprile 2014

19 aprile 1869: L'uomo che ride di Victor Hugo (a cura di Piero Canale)

Il 19 aprile 1869 esce per i tipi dell'editore Libraire Internationale, L'homme qui rit, romanzo di Victor Hugo. L'opera narra la storia d'un saltimbanco inglese sotto il regno di Anna Stuarda, conosciuto con il nome di Gwynplaine, orribilmente mutilato che poi, scoperto discendente d'una grande famiglia inglese, i Clancharlie, ed entrato in possesso dei suoi titoli e beni, si fa carico del disagio del popolo oppresso con cui ha vissuto. Brutalmente è questa la trama del libro, sebbene non sia un romanzo a lieto (non vi svelo il finale, state tranquilli).
Il romanzo, iniziato nel 1866, terminato ufficialmente il 23 agosto 1868, viene pubblicato l'anno dopo: è l'ultima grande opera di Hugo, scritta durante il suo esilio nelle isole anglo-normanne nella Manica.
Victor Hugo nacque a Besançon, una città della Francia orientale, il 26 febbraio del 1802. Era figlio di Léopold-Sigisbert, stipettaio di Nancy, divenuto generale napoleonico. Non entro nel merito della biografia e della produzione letteraria di Hugo[1] - non ne avrei le competenze e le forze - ma mi piaceva condividere con i lettori di Libido Legendi, alcune pagine di questo romanzo, forse poco conosciuto, o comunque sovrastato per fama da I Miserabili e Notre-Dame de Paris.
Il romanzo doveva intitolarsi Per ordine del re (che diventò poi il titolo della seconda parte del libro), quasi un'analogia - seppur con le ovvie cautele - con la vita dello scrittore, deputato all'Assemblea Nazionale, che fu esiliato per le aspre critiche a Napoleone III.
Le pagine che voglio riportare, l'intervento di Gwynplaine alla Camera dei Lord, sono molto vicine agli interventi di Hugo all'assemblea.[2] C'è la politica, ci sono gli ideali, c'è il romanzo. Una differenza che per lo scrittore forse viene meno, si sfalda. In occasione dell'anniversario della pubblicazione del romanzo, propongo un ampio stralcio estrapolato dal romanzo:

«Milord Fermain Clancharlie, barone Clancharlie e Hunkerville».
Gwynplaine si alzò:
«Non contento» disse.
Tutte le teste si voltarono.
«Chi siete? Da dove venite?».
Gwynplaine rispose:
«Dal baratro. Chi sono? Sono la miseria. Milord, devo parlarvi.
Milord, voi siete in alto. Sta bene. Non si può fare a meno di credere che Dio abbia le sue ragioni per volerlo. Voi avete il potere, l'opulenza, la gioia, il sole immobile al vostro zenit, l'autorità illimitata, il godimento esclusivo, l'immenso oblio degli altri. E sia. Ma sotto di voi c'è qualcosa. E anche sopra, forse. Milord, vengo a portarvi una notizia. Il genere umano esiste.
Io sono colui che viene dalle profondità. Milord, voi siete i grandi e i ricchi. È pericoloso. Approfittate della notte. Ma state in guardia, c'è una grande potenza, l'aurora. L'alba non può essere vinta. Arriverà. Sta già arrivando. E ha in sé un irresistibile fiotto di luce. E chi impedirà a questa fionda di scagliare il sole nel cielo? Il sole è il diritto. Voi, invece, siete il privilegio. Abbiate paura. Il vero padrone di casa sta per bussare alla porta. Chi è il padre del privilegio? Il caso. E chi è suo figlio? L'abuso. Né il caso né l'abuso sono solidi. Hanno entrambi un pessimo domani. Io vengo ad avvertirvi. Vengo a denunciarvi la vostra stessa felicità. È fatta dell'infelicità altrui. Voi avete tutto, ma il vostro tutto è fatto nel nulla degli altri. Milord, io sono l'avvocato senza speranza, difendo una causa persa. Questa causa, la vincerà Dio. Io non sono niente, sono solo una voce. Il genere umano è una bocca e io sono il suo grido. Voi mi ascolterete. Vengo ad aprire davanti a voi, pari d'Inghilterra, le grandi assise del popolo, questo sovrano che è vittima, questo condannato che è giudice. Mi piego sotto il peso di ciò che ho da dire. Da dove iniziare? Non so. Ho raccolto nella vasta diffusione delle sofferenze, la mia sconfinata arringa sparsa. Che farne? Mi opprime e io la riverso alla rinfusa qui davanti. Avevo previsto tutto questo? No. Voi siete stupiti, anch'io. Ieri ero un guitto, oggi sono un lord. Giochi profondi. Di chi? Dell'ignoto. Tutti dobbiamo tremare. Milord, tutto l'azzurro è dalla vostra parte. Di quest'immenso universo voi vedete solo la festa; sappiate che c'è anche l'ombra. Per voi io sono lord Fermain Clancharlie, ma il mio vero nome è un nome da povero, Gwynplaine. Io sono un miserabile tagliato nella stoffa dei grandi da un re, il cui capriccio volle così. Ecco la mia storia. Molti di voi hanno conosciuto mio padre, io non l'ho conosciuto. Egli è prossimo a voi per il suo lato feudale, mentre io gli sono vicino per il suo lato proscritto. Ciò che Dio ha fatto è un bene. Sono stato gettato nel baratro. A che scopo? Perché ne vedessi il fondo. Sono un sommozzatore che riporta a galla una perla, la verità. Parlo perché so. E voi mi ascolterete, milord. Io ho provato. Ho visto. La sofferenza, no, non è una parola, signori felici. La povertà? Ci sono cresciuto. L'inverno? Mi ha fatto battere i denti. La fame? L'ho patita. Il disprezzo? L'ho subito. La peste? L'ho avuta. La vergogna? L'ho trangugiata. E la rivomiterò davanti a voi e questo vomito d'ogni miseria vi schizzerà sui piedi e divamperà. Ho esitato prima di lasciarmi condurre in questo posto in cui sono, perché altrove ho altri doveri. È il mio cuore non è qui. Ciò che è accaduto dentro di me non vi riguarda; quando l'uomo che voi chiamate l'usciere della verga nera è venuto a prendermi da parte di colei che chiamate regina, per un momento ho pensato di rifiutare. Ma mi è sembrato che l'oscura mano di Dio mi spingesse in questa direzione e ho obbedito. Ho sentito che era necessario che venissi tra voi. Perché? Per via dei miei stracci di ieri. Era per prendere la parola tra i sazi che Dio mi aveva messo tra gli affamati. Oh! Abbiate pietà! Oh! Questo mondo fatale in cui credete di vivere, voi non lo conoscete; siete così in alto da starne fuori; vi dirò io com'è. Di esperienza ne ho. Arrivo da sotto. Posso dirvi quanto pesate. Voi, i padroni, sapete cosa siete? Ciò che fate, lo vedete? No. Ah! Com'è tutto terribile. Una notte, una notte di tempesta, piccolo, abbandonato, orfano, solo nell'immenso creato, ho fatto il mio ingresso in quell'oscurità che chiamate società. La prima cosa che ho visto è stata la legge, sotto forma di una forca; la seconda è stata la ricchezza, la vostra ricchezza, sotto forma di una donna morta di freddo e di fame; la terza è stata il futuro, sotto forma di una neonata agonizzante; la quarta è stata il bene, il vero e il giusto, sotto le spoglie di un vagabondo che aveva per unico compagno ed amico un lupo».
Osservò per un momento quegli uomini che ridevano.
«Allora voi insultate la miseria. Silenzio, pari d'Inghilterra! Giudici, ascoltate l'arringa. Oh! Vi scongiuro, abbiate pietà! Pietà di chi? Pietà di voi stessi. Chi è in pericolo? Voi. Non vedete che siete su una bilancia e che su un piatto c'è il vostro potere e sull'altro la vostra responsabilità? Dio vi pesa. Oh! Non ridete. Meditate. L'oscillazione della bilancia divina è il tremore della coscienza. Voi non siete cattivi. Siete uomini come gli altri, né migliori, né peggiori. Vi credete dèi, ma se vi ammalaste domani, vedreste la vostra divinità rabbrividire di febbre. Siamo tutti uguali. Mi rivolgo agli spiriti onesti e ce ne sono; mi rivolgo alle menti elevate e ce ne sono; io mi rivolgo alle anime generose e ce ne sono anche tra voi. Voi siete padri, figli e fratelli, dunque spesso provate tenerezza. Chi tra voi stamattina ha guardato svegliarsi suo figlio è buono. I cuori sono tutti uguali. L'umanità non è altro che un cuore. Tra chi opprime e chi è oppresso non c'è differenza a parte il luogo che occupano. I vostri piedi calpestano teste umane, non è colpa vostra. È colpa della Babele sociale. Costruzione difettosa, tutta a sbalzi. Un piano opprime l'altro. Ascoltate ciò che vi dico. Oh! Voi che siete potenti, siate fraterni; voi che siete grandi, siate dolci. Se sapeste tutto quello che ho visto! Ahimè! Che tormento, giù in basso! Il genere umano è in prigione. Quanti dannati innocenti! Manca la luce, manca l'aria, manca la virtù; non c'è speranza; e, cosa temibile, si aspetta. Rendetevi conto di queste miserie. Ci sono creature che vivono nella morte. Ci sono ragazzine che iniziano a otto anni con la prostituzione e finiscono a venti con la vecchiaia. La severità penale, poi, è spaventosa. Parlo un po' a caso, non seguo un ordine. Dico quello che mi viene in mente. Non più tardi di ieri, io che sono qui, ho visto un uomo nudo e incatenato, con un mucchio di pietre sul ventre, spirare sotto tortura. Lo sapete voi? No. Se sapeste quello che accade, nessuno di voi oserebbe essere felice. Chi di voi è stato a Newcastle-on-Tyne? Ci sono uomini nelle miniere che masticano carbone per riempirsi lo stomaco e ingannare la fame. Nella contea di Lancaster, Ribblechester, a forza d'indigenza, da città è diventata un villaggio. Non trovo che il principe Giorgio di Danimarca abbia bisogno di centomila ghinee in più. Preferirei far accogliere dall'ospedale l'indigente malato senza fargli pagare in anticipo la sepoltura. Nel Caërnarvon, a Traith-maur come pure a Strafford, non si può prosciugare la palude per mancanza di denaro. Le fabbriche tessili sono chiuse in tutto il Lancashire. Disoccupazione ovunque. Lo sapete voi che i pescatori di aringhe di Harlech mangiano l'erba quando la pesca va male? Lo sapete che a Burton-Lazers ci sono ancora lebbrosi braccati, a cui si tirano fucilate se escono dalle loro tane? A Ailesbury, città di cui uno di voi è lord, la carestia è permanente. A Penckridge nel Coventry, di cui avete appena beneficato la cattedrale e arricchito il vescovo, non ci sono letti nelle capanne e si scavano buche nella terra per farci dormire i bambini, che invece di iniziare dalla culla, iniziano dalla tomba. Io ho visto queste cose. Milord, le imposte che voi votate, sapete chi le paga? I moribondi. Ahimé! Voi sbagliate. Siete sulla cattiva strada. Aumentate la povertà del povero per accrescere la ricchezza del ricco. Bisognerebbe fare il contrario. Come, prendere a chi lavora per dare allo sfaccendato, prendere al pezzente per dare a chi è sazio, prendere all'indigente per dare al principe! Oh! Sì, ho un vecchio sangue repubblicano nelle vene. Tutto questo mi fa orrore. I re, li detesto! E le donne, come sono sfrontate! Mi hanno raccontato una triste storia. Oh! Odio Carlo II! Una donna che mio padre aveva amato si è data a questo re, mentre mio padre moriva in esilio, prostituta! Carlo II, Giacomo II; dopo un buono a nulla, uno scellerato! Cosa c'è in un re? Un uomo, un essere debole e meschino, schiavo dei bisogni e delle infermità. A cosa serve un re? Questo sovrano parassita, lo rimpinzate. Questo verme della terra, voi lo trasformate in un boa. Questa tenia, la trasformate in un drago. Pietà per i poveri! Aggravate le imposte a profitto del trono. State attenti alle leggi che decretate. State attenti al formicaio dolente che schiacciate. Abbassate gli occhi. Guardate ai vostri piedi. O grandi, ci sono anche i piccoli! Abbiate pietà. Sì! Pietà di voi! Perché le moltitudini agonizzano e chi sta in basso, morendo, fa morire anche chi sta in alto. La morte è venir meno che non risparmia nessun membro. Quando scende la notte, nessuno conserva il suo raggio di luce. Siete egoisti? Salvate gli altri. La perdita della nave non può lasciare indifferente nessun passeggero. Non c'è naufragio degli uni senza inabissamento degli altri. Oh! Sappiatelo, l'abisso è per tutti.
È allegra questa turba di uomini! Bene. L'ironia contrapposta all'agonia. Le risate che oltraggiano il rantolo. Sono onnipotenti! Può darsi. Sia pure. Si vedrà. Ah! Io sono uno di loro. Ma sono anche uno dei vostri, o poveri! Un re mi ha venduto, un povero mi ha raccolto. Chi mi ha mutilato? Un principe. Chi mi ha guarito e nutrito? Un morto di fame. Sono lord Clancharlie, ma rimango Gwynplaine. Sono uno dei grandi ma appartengo ai piccoli. Sono tra quelli che se la godono e sono con quelli che soffrono. Ah! Questa società è falsa. Un giorno verrà la società vera. Allora non ci saranno più signori, ci saranno creature libere. Non ci saranno più padroni, ci saranno padri. Questo è l'avvenire. Niente più genuflessioni, niente più bassezza, niente più ignoranza, niente più uomini come bestie da soma niente più cortigiani, niente più servi, niente più re, solo luce! Nel frattempo, eccomi. Ho un diritto, ne faccio uso. È un diritto? No, se lo uso per me. Sì, se lo uso per tutti. Parlerò ai lord da lord. O fratelli miei che state in basso, dirò loro la vostra miseria. Mi alzerò stringendo nel pugno gli stracci del popolo e scuoterò sui padroni l'indigenza degli schiavi e loro, i favoriti e gli arroganti, non potranno più sbarazzarsi del ricordo degli sventurati, e liberarsi, loro che sono principi delle brucianti piaghe dei poveri e tanto peggio se sono putrescenti e piene di parassiti e tanto meglio se piovono su dei leoni!
Chi è quella gente in ginocchio? Cosa fate lì? Alzatevi, siete degli uomini.
Io predìco.
Che ci faccio qui? Vengo a essere terribile. Sono un mostro, voi dite. No, sono il popolo. Sono un'eccezione? No, sono come chiunque. L'eccezione siete voi. Voi siete la chimera, io sono la realtà. Io sono l'Uomo. Sono lo spaventoso Uomo che Ride. Ride di cosa? Di voi. Di se stesso. Di tutto. Cos'è il suo riso? Il vostro delitto e il suo supplizio ve lo sputa in viso. Io rido, che vuol dire: Io piango.
Questo riso che ho sulla faccia, ce l'ha messa un re. Questo riso esprime la desolazione universale. Questo riso significa odio, silenzio forzato, rabbia, disperazione. Questo riso è il frutto delle torture. Questo riso è un riso coatto. Se Satana ridesse in questo modo, il suo riso condannerebbe Dio. Ma l'eterno non somiglia ai mortali; essendo l'assoluto è giusto; e Dio odia ciò che fanno i re. Ah! Voi mi prendete per un'eccezione! Io sono un simbolo. O stupidi onnipotenti, aprite gli occhi. Io incarno tutto. Io rappresento l'umanità così come l'hanno fatta i suoi padroni. L'uomo è mutilato. Quello che hanno fatto a me, l'hanno fatto al genere umano. Gli hanno deformato il diritto, la giustizia, la verità, la ragione, l'intelligenza, come a me gli occhi, le narici e le orecchie; come a me, gli hanno messo nelle cuore una cloaca di collera e di dolore, e sulla faccia una maschera di allegria. Dove si era posato il dito di Dio, s'è appoggiato l'artiglio del re. Mostruosa sovrapposizione. Vescovi, pari e principi, il popolo è qualcuno che soffre intimamente e ride in superficie. Milord, vi dico che il popolo sono io. Oggi, voi lo opprimete, oggi voi mi schermite. Ma l'avvenire è un cupo disgelo. Ciò che era pietra diventa flutto. L'apparente solidità si tramuta in sommersione. Uno scricchiolio ed è finita. Verrà un momento in cui una convulsione spezzerà la vostra soppressione, in cui un ruggito risponderà ai vostri schiamazzi. Quel momento è già venuto - e tu c'eri, padre mio! -, quel momento divino è venuto e si chiamava Repubblica, l'hanno cacciato, ma tornerà. Nell'attesa, ricordatevi che la serie dei re armati di spada è stata interrotta da Cromwell armato di scure. Tremate. Si avvicinano soluzioni incorruttibili, le unghie tagliate ricrescono, le lingue strappate prendono il volo e diventano lingue di fuoco sparse al vento nelle tenebre e urlano nell'infinito; gli affamati mostrano i loro denti inattivi, i paradisi costruiti sugli inferni vacillano, si soffre, si soffre, e ciò che è in alto tentenna e ciò che è in basso si schiude, l'ombra vuole diventare luce, il dannato mette in discussione l'eletto, è il popolo che viene vi dico, è l'uomo che sale, è l'inizio della fine, è la rossa aurora della catastrofe, ecco che c'è in questo riso che vi fa ridere! Londra è una festa perpetua. E va bene. L'Inghilterra è da un capo all'altro un'acclamazione. Sì. Ma ascoltate: Tutto ciò che vedete sono io. Le vostre feste sono il mio riso. I vostri pubblici divertimenti sono il mio. I vostri matrimoni, sagre e incoronazioni sono il mio riso. Le vostre nascite principesche sono il mio riso. Il tuono che avete sopra la testa è il mio riso». [Victor Hugo, L'uomo che ride, prefazione di Jean Gaudon, traduzione di Donata Feroldi, con un saggio di Robert Louis Stevenson, Milano, Mondadori, 1999, pp. 630-42].




[1] Rimando alla scheda Treccani http://www.treccani.it/enciclopedia/victor-marie-hugo/ (ultimo accesso: 19/04/2014).
[2] Victor Hugo, Discours à l'Assemblée nationale (1848-1871), http://www.assemblee-nationale.fr/histoire/victor_hugo/discours.asp (ultimo accesso: 19/04/2014).

sabato 5 aprile 2014

Gocce di Sicilia

Andrea Camilleri, Gocce di Sicilia, Milano, Mondadori, 2009, 91 pp. (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 641), ISBN 978-88-04-59078-1.

Questo volume raccoglie alcuni scritti originali di Andrea Camilleri comparsi, tra il 1995 e il 2000, sull’Almanacco dell’Atlanta. Nello specifico si tratta di 7 racconti dalla grandissima forza espressiva, che hanno reso Camilleri uno degli scrittori più apprezzati nel panorama letterario italiano: Zù Cola, «pirsona pulita» [pp. 7-21], Chi è che trasì nello studio? [pp. 23-34], Piace il vino a San Calò [pp. 35-44], Il primo voto [pp. 45-59], Ipotesi sulla scomparsa di Antonio Patò [pp. 61-80], Il cappello e la coppola [pp. 81-84], Vicenda d’un lunario [pp. 85-92].  
Tra questi, particolarmente interessante risulta Chi è che trasì nello studio?, in cui Camilleri rievoca, in una Sicilia assolata di metà novecento, la figura di «uno zio magico, “u zz’Arfredu”» [p. 25], medico, come ci dice l’autore, e considerato da tutti quasi un santo. Oltre ad essere stimato santo, lo zio aveva anche la capacità di creare santi: per citarne alcuni, san Callìpedo, san Culario, ma soprattutto san Filàno. Il culto, rigorosamente vietato agli uomini, se non a zio Alfredo, che ne era il Gran Sacerdote, «veniva praticato da ragazze da marito che ancora non avevano lo zito, il fidanzato» [p. 26].
Questo «omone» [p. 25], come ce lo descrive Camilleri, era anche una persona dal gran cuore, tanto che, una volta, «fece costruire a sue spese una vera colonia dove, a sue spese, gli orfanelli potevano soggiornare per un mese» [pp. 28-29]. Nella sua casa della “marina”, assediata in estate da masnade di nipoti, c’era un luogo che attraeva particolarmente il giovane Camilleri: lo studio. Era uno «stanzone stracolmo fino al soffitto di libri e riviste» [p. 31], nel quale il bambino decise di entrare di nascosto, ma acquistando, da quel momento, la stima dello zio. Nei cinque anni successivi egli trascorse molte ore a leggere e rileggere celebri volumi di autori illustri, come «Conrad, Melville, Maupassant, Flaubert, Dumas, Verga, Capuana, Pirandello» [p. 32]. Toccante la conclusione del racconto, in cui lo zio morente assicura al ragazzino che, anche dopo la sua dipartita, avrebbe potuto continuare ad andare nello studio a leggere tutte le volte che avesse voluto.
Molto divertente, ma al tempo stesso pungente, il metaforico racconto Il cappello e la coppola, in cui si narra l’incontro tra un cappello (simbolo della classe dirigente) e una coppola (simbolo della criminalità organizzata).
Ipotesi sulla scomparsa di Antonio Patò è il racconto che, successivamente ampliato e completato con integrazioni ed aggiunte, diede luogo al fortunato romanzo La scomparsa di Patò (2000).
In ogni testo risplendono quell’abilità letteraria, quel linguaggio originale e caratteristico, contemporaneamente ricercato e popolaresco, che lo hanno reso uno degli autori siciliani più apprezzati di sempre.

Vincenzo Bagnera





domenica 5 gennaio 2014

Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo

Roberto Alajmo, Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo, Milano, Mondadori, 2004, 105 pp., ISBN 978-88-04-53481-8.

I palermitani sono conosciuti nel mondo per essere delle persone allegre, divertenti, spontanee, gradevoli, ospitali. Quando un turista percorre le vie del centro storico si rende subito conto di questa simpatia e disponibilità: egli è immerso in un mondo fantastico, dove colori, profumi, cultura e tradizione si mescolano fra loro, inebriando e rinfrancando la sua anima, tanto da farlo sentire a casa. Tra queste vie è sovente possibile incontrare personaggi “particolari” dal comportamento o dall’abbigliamento eccentrico, intenti a "imbandire" discussioni filosofiche con interlocutori inesistenti o concentrati a recitare poesie davanti ad una platea immaginaria: questi sono i cosiddetti “pazzi” (di quartiere), molte volte maltrattati e offesi dagli abitanti autoctoni, ma vera nota di colore in una società grigia, sempre più dominata dalla razionalità e dalla concretezza.
Roberto Alajmo in questo piccolo volume crea un vero e proprio repertorio di personalità “disturbate”, raccontandone in breve la singola storia che, in maniera diretta o indiretta, è venuto a conoscere. Il suo approccio non ha nulla di sarcastico o derisorio, ma la sua è una vera e propria indagine nel catalogo antropologico panormita. E quindi si leggeranno episodi a tratti divertenti con protagonisti più o meno noti ai palermitani: il signor Giordano, Paviglianiti, il signor Tirone, il conte Cappello, Muddichedda, e così via...
Caratteristica la struttura del testo, composto di brevi incisi (dalle 2 alle 30 righe), tutti con lo stesso incipit: “Uno era…”. Grazie a questa scelta il libro può essere letto non per forza seguendo un ordine prestabilito, ma spaziando liberamente dall’inizio alla fine.
Molte volte queste persone, come ho già detto, sono oggetto di scherno da parte di chi li conosce da molto tempo e li incontra giornalmente nel rione, forse per paura, per timore che la loro condizione di irrazionalità possa stravolgere o distruggere il castello di sabbia che ha loro imposto di costruirsi la società: «Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni» (dall'Enrico IV di Luigi Pirandello).


Vincenzo Bagnera



giovedì 5 settembre 2013

Ninna nanna



Chuck Palahniuk, Ninna nanna, Milano, Mondadori, 2011, 273 pp., ISBN 978-88-04-54997-0.

Chuck Palahniuk è uno degli autori più amati dai giovani, della mia generazione e non solo. Il motivo? Presto detto. La sua scrittura riesce ad affascinare e ammaliare, ma allo stesso tempo crea nel lettore una sorta di crisi interiore e di riflessione profonda sulla degenerazione della società contemporanea. Tutto ciò non seguendo lo stereotipo dell’artista presuntuoso e saccente, intellettualmente impegnato e gonfio di cultura accademica, ma come un uomo che sembra aver attinto a piene mani - per creare quelle immagini orride, atroci e irrealmente agghiaccianti - dalla vita vissuta.
Ninna nanna, pubblicato per la prima volta nel 2002 col titolo originale di Lullaby, è la storia di Carl Streator che di mestiere fa il giornalista. Lavora per una modesta testata e ha il compito di indagare e scrivere riguardo alle morti infantili. Durante queste indagini si rende conto che nelle culle dei neonati defunti c'è un libro, sempre lo stesso, aperto sempre alla stessa pagina. Qui è stampata una ninna nanna: nella maggior parte dei casi una ninna nanna è una canzone rilassante, che ha lo scopo di aiutare un bambino a dormire, ma nelle mani di Palahniuk si trasforma in un incantesimo mortale che può uccidere chiunque. A questo punto comincia il “viaggio” di Carl che decide di voler distruggere tutte le copie di questo testo: in questo percorso incontra una serie di eccentrici e psicologicamente tortuosi personaggi, tutti interessati al misterioso libro per diversi e svariati motivi, fino ad un imprevedibile e “fantastico” finale…
Quando si prende in mano un libro di Palahniuk si sa che si sta per immergersi di botto in un torrente di assurdità e orrore che ti fa ridere anche quando, leggendo, provi profondo disgusto. Sembrerebbe brutto dire che Ninna nanna sia scontato e “di maniera”, ma se hai letto qualcuno dei suoi libri, hai già una vaga idea di cosa ti aspetta.

Vincenzo Bagnera



mercoledì 5 giugno 2013

La scomparsa di Patò


Andrea Camilleri, La scomparsa di Patò, Milano, Mondadori, 2000, 253 pp., ISBN 978-88-04-48412-8.

21 marzo 1890, Venerdì santo.
A Vigata si sta svolgendo la sacra rappresentazione comunemente chiamata “ Mortorio”.
Vi partecipa , nel ruolo di Giuda, il ragioniere Antonio Patò, stimato direttore della locale “Banca di Trinacria”.
Finita la rappresentazione, di Patò si perdono le tracce.
Scomparso.
Si mette quindi  in moto un microcosmo deputato alla risoluzione del caso.
Si mettono in moto anche altre componenti: burocrazia, poteri politici, convenzioni sociali, desiderio di rispettabilità, ambiguità comunicative...
Non è altro che un’indagine, potremmo concludere; Camilleri ci ha abituati al metodo di lavoro di Montalbano.
Ma qui Camilleri si diverte sfacciatamente, mostrandoci per quali vie, spesso contorte, perverse e contrarie al  più elementare buonsenso, si può procedere.
Per carità, nessun giudizio ...
Alla verità, nonostante tutto, si arriva sempre. Prima o poi.
Ma la verità deve essere “politicamente corretta” e perciò  si procede a cambiare le carte in tavola.
Della scomparsa di Patò viene data la versione che tutti si aspettano: un malaugurato incidente, niente da ricondurre alla volontà dell’integerrimo funzionario, marito amorevole e padre responsabile di lasciarsi trascinare dal vortice della passione …
La particolarità del romanzo sta nel fatto che esso è stato costruito sulle “carte”. E sì, è tutta una raccolta ordinata e sapiente di documenti scambiati tra rappresentati delle istituzioni, personaggi autorevoli, professionisti (questore, carabinieri, prefetto, giornalisti, direttore di filiale, un primario, un sottosegretario di stato, un avvocato, un capo di gabinetto del ministro dell’interno, …).
Chi legge deve compiere diverse operazioni interessanti: cercare le connessioni tra i vari documenti, chiedersi il reale significato di alcuni messaggi più o meno ufficiali,scoprire che lo stesso concetto può essere espresso con vari registri..
Non è affatto una lettura banale.
Bisogna essere molto vigili.
Non lasciarsi mai prendere in giro.
E … soprattutto … stare al gioco!
E pensare che tutto nasce da un involontario suggerimento di Leonardo Sciascia, in A ciascuno il suo:

“Cinquant'anni prima, durante le recite del “Mortorio”, cioè la Passione di Cristo secondo il cavalier D'Orioles, Antonio Patò, che faceva Giuda, era scomparso, per come la parte voleva, nella botola che puntualmente, come già un centinaio di volte tra prove e rappresentazioni, si aprì: solo che (e questo non era nella parte) da quel momento nessuno ne aveva saputo più niente; e il fatto era rimasto in proverbio, a indicare misteriose scomparizioni di persone e di oggetti”.

Giusi Trupia


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Non ti muovere



Margaret Mazzantini, Non ti muovere, Milano, Mondadori, 2002, 295 pp., ISBN 978-88-04-48947-2.

Si può banalizzare la trama di qualsiasi romanzo. Seguendo questo principio, Non ti muovere è la storia di un tradimento … ma neanche per sogno.
Margaret Mazzantini ci racconta tre vite di donna guardate attraverso la vita di un uomo. Un uomo che finalmente, in un momento tragico della sua vita (il gravissimo incidente di cui è rimasta vittima la figlia), trova il coraggio di guardare spietatamente anche la sua.
C’è la relazione coniugale più o meno banale, semplice: appassionata in certi momenti, in via di esaurimento in altri. C’è il rapporto con la figlia, sempre tenero, anche se a volte un pò distante.
E c’è soprattutto il rapporto con Italia, la donna del caso, la prostituta, la negazione della sensualità, la reietta. Ed è proprio in questa strana relazione, all’inizio rabbiosa e brutale, poi sempre più umana ed accorata, che il protagonista della storia ritrova la sua umanità.
Attraverso un percorso molto tortuoso, egli si impegnerà faticosamente, dolorosamente e, a volte anche contro la sua volontà, prima a vedere e poi a rispettare l’umanità dell’altra.
In tutto ciò le altre due figure femminili (Elsa, la moglie ed Angela, la figlia) non restano sullo sfondo, non sono creature di contorno, vivono della loro vita e hanno la possibilità di imporsi con le loro risorse che nascono dalla personalità, dai sentimenti, dalle certezze acquisite.
Italia, invece, queste risorse non le ha: sa solo di essere un mucchietto d’ossa, un corpo consumato che tutti possono usare; è questa la sua certezza e in questa rimane, senza opporvisi, fino alla fine.
La fine, tragica, le riconsegnerà, anche se troppo tardi, tutta intera la sua dignità.
Ma il romanzo si impone anche per un’altra scelta dell’autrice, un particolare che può anche sfuggire: è scritto in prima persona, a parlare è il protagonista. Si tratta di un uomo. Margaret Mazzantini è una donna, ma lo dobbiamo ricordare ad ogni pagina, perché lo si dimentica facilmente.

Vincenzo Bagnera


http://alessandria.bookrepublic.it/api/books/9788852012211/cover

domenica 5 maggio 2013

C’era una volta un Vaticano. Perché la Chiesa sta perdendo peso in Occidente



Massimo Franco, C’era una volta un Vaticano. Perché la Chiesa sta perdendo peso in Occidente, Milano, Mondadori, 2010, pp. 178, ISBN 978-88-04-60469-3.

Un Vaticano in aperta crisi, un’istituzione secolare che perde consensi tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. È stato proprio Benedetto XVI, oggi Papa emerito – eventualità impensabile nel 2010, anno di pubblicazione di questo saggio – a parlare del tramonto di un Vaticano. L’analisi di Massimo Franco – inviato e notista politico del Corriere della Sera – si pone come obiettivo la comprensione delle cause di questo tramonto: dalla pedofilia alle guerre di potere tra cardinali; dal cambiamento della società postmoderna all’incapacità della Chiesa cattolica di dare risposte immediate alle angosce di questo turbinoso secolo.
Se apparentemente la crisi ha avuto inizio negli ultimi decenni del secolo scorso, in realtà – dallo studio condotto da Franco – emerge con chiarezza, come essa affondi le sue radici nel periodo in cui finisce la guerra fredda. A partire da quel momento il nemico della Chiesa cattolica cessa di essere il comunismo. La nuova sfida delle gerarchie vaticane si chiama, oggi, Europa postmoderna e risulta tanto più pericolosa perché – a differenza dei vecchi nemici – più che essere ostile alla Chiesa le è estranea (p. 4).
La Chiesa cattolica è in ritardo e non riesce a cogliere i segni dei tempi. Ne deriva, secondo l’autore, il tramonto della «Prima Repubblica vaticana». Questa definizione richiama, non a caso, la crisi politica italiana degli anni novanta del Novecento (p. 6) che, come vedremo, non è affatto disgiunta dal declino della Chiesa romana.
Nemmeno i due ultimi papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno potuto bloccare il processo di secolarizzazione e di indebolimento dell’autorità delle gerarchie cattoliche. Anzi, in molti casi, posizioni assolutamente inflessibili – la difesa del crocifisso contro il laicismo di parte dell’Europa, la contrarietà assoluta all’eutanasia e l’uso del preservativo in Africa – sono ormai considerate fortemente impopolari dagli stessi fedeli.
L’immagine odierna e per nulla positiva è, dappertutto, quella di una Chiesa che vieta e limita le libertà individuali, dice Franco. Ma in Italia, rispetto al resto del Vecchio continente e agli USA, la situazione si fa ancora più complessa perché – se è vero che la presenza del Vaticano resta abbastanza forte e radicata nella società e, secondo l’autore, è in grado ancora oggi di limitare tendenze separatiste difendendo, in qualche modo, l’unità del nostro Paese – è altrettanto vero che dopo la fine ingloriosa della Dc, la Chiesa non sempre è riuscita a trovare il modo di convivere col bipolarismo e con gli anni di governo Berlusconi, finendo per mostrarsi, in diverse occasioni, subalterna o collaterale a certi interessi.
Volendo cogliere il parallelismo tra la crisi della politica e quella della Chiesa cattolica – cui accennavamo poco prima - la vera domanda diventa però un’altra: è possibile che le «convulsioni di un Vaticano, rispecchino quelle di un Occidente?» (p. 8).
Per tramonto di un Vaticano si intende, infatti, non la fine del Vaticano – cosa di difficile attuazione – bensì la fine di un certo tipo di papato e di una certa forma di governo (p. 12).
Attribuire le responsabilità di questa implosione a papa Benedetto XVI è assolutamente impensabile, ma è certo, sostiene Franco, che dall’elezione di Ratzinger nel 2005, i problemi si sono accentuati: ci troviamo, infatti, dinanzi a una Chiesa debole e fragile all’interno che non riesce a parare i colpi che provengono dall’esterno.
Uno dei problemi più sentiti, sembra essere la terribile contraddizione tra l’istinto centralizzatore della Curia e il ruolo crescente delle singole conferenze episcopali nazionali. Abbiamo già avuto modo di discutere della società postfordista in altre recensioni – come quella di Marco Revelli del mese scorso –  e della crisi di un modello centralizzato non solo di produzione ma anche di struttura della società  e, in quella occasione, abbiamo sottolineato come, in un contesto così complesso, non solo i partiti politici ma anche strutture come la Chiesa – che di quel centralismo hanno fatto una sorta di imperativo strutturale – sono oggi in declino.
Ma non basta: pur essendo la Chiesa cattolica una realtà consolidata a livello mondiale ormai da secoli, sembrano proprio gli italiani ad essere il nodo cruciale del declino di un Vaticano. Basti pensare agli scontri tra la Segreteria di Stato di Tarcisio Bertone e la Cei di Angelo Bagnasco, oppure agli attacchi di Christoph Schönborn contro Angelo Sodano. Sembra cioè che «Roma e l’Italia siano le sedi di un potere cattolico emigrato ormai altrove» (p. 14). Dunque una realtà autoreferenziale e per nulla rappresentativa di un cattolicesimo che vede il suo futuro lontano dalle mura leonine.
Le periferie dell’Impero rivendicano oggi maggiore autonomia e guardano al centralismo romano ed europeo come un ricordo, come una memoria storica da rispettare ma nella convinzione che sia necessario voltare pagina.
L’autore insiste molto sulla fine della guerra fredda e sul declino dell’URSS comunista. Ci sarebbe un nesso, a suo avviso, tra la fine del comunismo e il tramonto di un Vaticano che – da sempre – ha rappresentato «la centrale morale dell’anticomunismo» (p. 18) che oggi non ha più ragion d’essere. Se muore il nemico storico e la Chiesa cattolica non è in grado di far fronte alle sfide della nuova identità globale, perché e come quel Vaticano può continuare a sopravvivere? In uno scenario tale è ovvio che tutte le storture – dalla pedofilia di alcuni preti, alle lotte intestine tra cardinali – finiscono per essere il sintomo di un male le cui radici vanno ricercate altrove.
Adesso che il comunismo non c’è più, dunque, il nemico della Chiesa diventa «la società liquida, postmoderna» (p.19). Nuovi nemici si sostituiscono ai vecchi e rendono più accentuato il declino della secolare istituzione. Come ha reagito Papa Ratzinger a questa crisi?
Dinanzi ad essa Benedetto XVI è apparso come «incarnazione e vittima» (p. 20), tanto più che le dimensioni di questo declino registrano numeri davvero preoccupanti: oggi i fedeli si sono ridotti notevolmente rispetto a trent’anni fa in molte parti del Vecchio Continente e le statistiche ci dicono che molti di questi allontanamenti si sono verificati alla morte di Wojtyla e dopo l’elezione di Ratzinger nel 2005.
Sul declino della Chiesa romana a livello continentale ha scritto diverse e accurate analisi Jean-Louis Schlegel, che ci spiega che le cause della fine di un modello non sono, ancora una volta, determinate dagli scandali bensì dalla perdita d’identità della Chiesa e dall’indebolirsi del suo messaggio e del suo linguaggio. È questa perdita d’identità che spinge i giovani francesi intervistati da Schlegel ad affermare che, quando si parla di fede, la prima immagine che viene loro in mente è l’islam che ancora riesce a fornire un forte riferimento identitario ai cittadini dei paesi in cui viene professato. Ciò non accade invece col cattolicesimo che pare più una tradizione, una questione legata al quotidiano ma che è ben lungi dal permeare la società in modo assoluto e coinvolgente come la religione di Maometto.
Malgrado i tentativi del restauratore Ratzinger di recuperare i fedeli alla tradizione cattolica, ci sono molti segnali che indicano il fallimento delle scelte del precedente Pontefice. Uno di questi è la festa pagana di Halloween – che, poco a poco, sta sostituendo le feste cattoliche e con esse i simboli della cristianità – contro la quale la conferenza episcopale spagnola e la diocesi di Parigi hanno espresso non solo un’assoluta condanna, ma hanno anche preso delle iniziative molto decise. «Hallowen è diventato l’emblema, quasi la metafora, di ciò che non funziona non soltanto nelle famiglie, ma nelle istituzioni europee[…]segnala l’involuzione culturale del Vecchio Continente» (p.33).
L’altra grande polemica – quella relativa alla rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche – acquista un rilievo profondo negli interrogativi della Chiesa: la paura che la caduta dei simboli provochi dei vuoti pericolosi o ancor peggio il nulla. E non solo: i paesi che si sono affiancati nella lotta del Vaticano per preservare la tradizione e opporsi alla rimozione del crocifisso, sono prevalentemente quelli dell’Europa centrorientale condizionati dalla religione ortodossa. Emerge dunque, in tutta la sua drammaticità, la divisione tra occidente e oriente europeo. Divisione che coinvolge la Chiesa cattolica e ne scuote le fondamenta dal profondo. I paesi ortodossi hanno come obiettivo primario la lotta contro il secolarismo che – sia secondo Ratzinger che secondo Puppinck, direttore della lobby cristiana European Centre for Law and Justice – «è diverso ma non meno pericoloso del marxismo» (p. 36).  In questo scenario risulta difficile credere che l’auspicio di papa Giovanni Paolo II – l’unità spirituale dell’Europa cristiana nelle sue due componenti quella della tradizione occidentale e quella invece della tradizione orientale – sia realmente attuabile. Per tale ragione la creazione di un dicastero vaticano per rievangelizzare l’Occidente – voluto da Benedetto XVI – non ha fatto che rafforzare ulteriormente la debolezza della Chiesa cattolica.
Ma i nemici della Chiesa oggi non sono soltanto gli integralisti islamici, ma anche l’integralismo laicista. Pensiamo, a tal proposito, all’elezione di Obama alla presidenza statunitense, fatto che ha cambiato profondamente i rapporti tra la Santa Sede e l’amministrazione degli USA. Il Vaticano ha mostrato nei confronti del primo Presidente afroamericano della storia, una certa diffidenza e non poche preoccupazioni, legate non solo alle posizioni di Obama su temi etici delicati come l’aborto, ma determinate anche dai non pochi dubbi sulla fede del Presidente USA, che da piccolo si è formato, come sappiamo, nelle scuole islamiche in Indonesia. La Segnatura apostolica ha più volte parlato di un Obama «cripto marxista» (p. 49); un laico indubbiamente che, nei peggiori incubi della gerarchie vaticane, aveva tutte le carte in regola per diventare uno «Zapatero globale» (p. 51). In realtà, secondo Franco, l’errore della Chiesa è stato quello di non aver capito che per i milioni di elettori di Obama i temi etici non erano più, o non erano soltanto, l’aborto o i matrimoni omosessuali, ma anche e soprattutto l’economia e la crisi globale. Inoltre alcuni provvedimenti di Obama – come ad esempio il Pregnant Women Support Act – hanno finito, in alcune fasi della presidenza democratica, per ammorbidire le opinioni della Chiesa nei confronti del presidente laico.
Ma a prescindere dalle loro contrapposizioni sui temi etici, quello che oggi appare abbastanza certo è che, alla fine del secondo millennio, due modelli globali, come gli USA e il Vaticano, stanno declinando. L’inizio della fine per il primo ha avuto origine con l’attentato alle Twin Towers e col fallimento della Leman Brothers; nel caso della Chiesa cattolica, invece, lo scandalo della pedofilia ha assestato il colpo di grazia. La verità è comunque che, in entrambi i casi, si tratta di una spia che è sintomo allarmante di una grave malattia, di cui la reale causa è la crisi più ampia e complessa dell’Occidente. Caduti i «centri di gravità del passato» (p. 74) il mondo occidentale si trova di fronte a un mutamento che risulta difficile da gestire. Così come gli USA «si sono illusi di esercitare un governo centralizzato del mondo […] allo stesso modo la Chiesa si illude di conservare il monopolio della religione e della moralità occidentale» (p. 75).
Sul problema della pedofilia – uno dei sintomi più gravi del declino della Chiesa cattolica – la domanda più angosciante che tormenta i fedeli è da quanto tempo il Vaticano fosse a conoscenza degli abusi e perché gli scandali siano venuti fuori troppo tardi. Anche la Chiesa, però, dinanzi a questo bubbone, non riesce a fare a meno di farsi qualche domanda: perché nessuno parla della pedofilia diffusa nelle chiese di altre religioni? E come mai la pedofilia all’interno delle famiglie non suscita uguale sdegno e altrettante pagine sui giornali? È come se qualcuno stesse tramando contro il Vaticano, pur ammettendo che gli orrori sono accaduti e che le vittime vanno aiutate e risarcite. Eppure questo arrocarsi sulle proprie posizioni e il conseguente silenzio omertoso  finiscono per complicare non poco il ruolo della Chiesa nello scandalo della pedofilia. Per le vittime i colpevoli non sono solamente quelli che si sono macchiati del delitto, ma anche, e forse soprattutto, coloro i quali li hanno coperti. Benedetto XVI lo ha compreso e per questo ha prodotto le modifiche alle norme de gravioribus delictis che hanno portato a una serie di clamorose dimissioni di vescovi. Eppure da questa vicenda, lo stesso Ratzinger è uscito molto fiaccato in quanto, in Germania, autorevoli voci si sono alzate a chiedere se, il Papa, ignorasse davvero gli scandali, cosa strana visto che ai tempi era vescovo di Monaco.
In alcuni casi – come ad esempio quello denunciato dal New York Times nel 2010 sulla condotta di padre Lawrence C. Murphay che abusò di oltre duecento bambini sordomuti di un istituto cattolico di Milwaukee – sia Benedetto XVI che Tarcisio Bertone vennero, addirittura, apertamente accusati di aver insabbiato il caso. L’opinione pubblica si divise in quell’occasione e alcuni autorevoli studiosi arrivarono perfino a ipotizzare un vero complotto ai danni della figura del Papa e del Vaticano, colpevoli di aver tenuto una posizione di assoluta contrarietà alla guerra in Iraq.
Ma a rendere la vicenda ancor più complessa è il fatto che ciò che per la Chiesa è un peccato e basta, per la legge è prima di tutto un reato e, quindi, a rigor di logica, i preti coinvolti negli abusi, sarebbero dovuti necessariamente essere sottoposti al giudizio della magistratura, laddove invece il diritto canonico non prevede «nessun divieto di informare le autorità civili né di denunciare: il comportamento era rimesso alla discrezionalità degli episcopati» (p. 111). Impossibile non andare con la memoria all’Interdetto di Paolo V nei confronti dello Stato veneto nel 1600, definito «nullo e di nessun valore»  da Paolo Sarpi.
Eppure, nonostante siano passati molti secoli da allora, la Chiesa stenta a fare i conti con le innumerevoli contraddizioni e complessità della società postmoderna determinate anche, come abbiamo avuto modo di vedere, dalla caduta del Muro di Berlino e dal tracollo della Dc di cui «è rimasta vittima». Questo perché, mutuando l’analisi da Beniamino Andreatta, il comunismo - seppur avversario sul piano ideologico e politico - «garantiva l’unità politica dei cattolici italiani e la sopravvivenza della Dc» (p. 118).
Nella seconda parte del libro Franco si lancia, quindi, in un’analisi lucida e al contempo obiettiva del senso di smarrimento che attanaglia la Chiesa dopo le inchieste che hanno falcidiato, all’inizio degli anni Novanta, un’intera classe politica di riferimento per l’elettorato cattolico;  spingendosi, successivamente, fino alla nascita della Seconda Repubblica, all’ascesa di Berlusconi e della Lega Nord e ai governi di centro-sinistra guidati da Prodi. Ed è proprio la posizione della Chiesa su Berlusconi – riletta alla luce degli ultimi eventi e dei fortissimi cambiamenti sociali e politici che si sono determinati dal momento della sua “discesa in campo” – ad acquistare un rilievo molto consistente: dall’iniziale diffidenza, all’auspicio della transitorietà del personaggio, fino alla rassegnazione e al tentativo non riuscito, prima di «convertirlo», e successivamente di usarlo. 
In questa lunga analisi la Chiesa cattolica non assume affatto il ruolo da protagonista della politica italiana che molti hanno voluto attribuirle, spingendosi perfino a vedere in certi comportamenti del Vaticano delle vere e proprie intromissioni. La Chiesa descritta da Franco sembra, invece, essere piuttosto solo una mera spettatrice dinanzi ai due principali partiti di quegli anni – Ulivo e Polo delle Libertà – che stavano lì a contendersi il «suo» elettorato (p. 124).
La subalternità del Vaticano ai partiti politici italiani è palese – aggiunge Franco - persino nei rapporti con la Lega Nord, dapprima osteggiata dagli uomini di Cristo, poi – quando un Bossi in auge agitava lo scettro della revisione del concordato del 1984 – sostenuta su alcuni temi, in una reciproca concessione di scelte che hanno anche messo in serio pericolo la laicità dello Stato. L’atteggiamento conservatore dei leghisti dinanzi a temi etici come l’eutanasia, l’aborto e la fecondazione assistita, non è altro che una contropartita che la Lega di Bossi ha offerto al Vaticano in cambio del riconoscimento ufficiale di un partito che, ai suoi esordi, venne considerato dai discepoli di Dio come nemico numero uno dei valori di fratellanza, solidarietà e rispetto, viste le ben note posizioni xenofobe e razziste del partito del Nord.
Dunque – in contrasto con le teorie di quanti vedono nella Chiesa cattolica l’asse portante delle scelte politiche del paese – Franco affferma invece che, in questi ultimi vent’anni, la Chiesa abbia perso incidenza «nella politica italiana» (p. 133).
Se a questa debolezza si aggiunge persino «l’anarchia di responsabilità e di ruoli» che il Vaticano ha mostrato di avere durante il papato di Benedetto XVI, i danni subiti dalla secolare istituzione diventano incalcolabili e di difficile soluzione. Il linguaggio della Chiesa cattolica è obsoleto – ce lo ricorda bene il teologo Paul Knitter in uno dei suoi saggi più lucidi e sconvolgenti sul significato del cristianesimo oggi, nel caos turbinoso delle guerre e della violenza, della fame e della sofferenza[1] – i fedeli non si riconoscono più in una simbologia vecchia e difficile da rispettare per i cittadini della società postmoderna.
Nemmeno è accettabile pensare di addossare tutta la responsabilità al Pontefice emerito Ratzinger, lasciato solo in troppe occasioni – come ad esempio quella, ormai divenuta famosa, dell’infelice citazione dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo che ha suscitato numerose rivolte nel mondo islamico o, ancora, la vicenda legata alla riammissione del lefebvriano Richard Williamson. Ed è quella stessa solitudine ad aver provocato, probabilmente, la sofferta quanto inaudita decisione delle dimissioni, avvenute lo scorso febbraio.
Dinanzi ad ogni evento tumultuoso per il Vaticano non c’è mai stato un coordinamento nella comunicazione, e il Papa si è visto più volte costretto a smentire apertamente i suoi portavoce. Nessun messaggio concordato e unico per gestire le situazioni di crisi, ma un branco di voci difformi che non hanno fatto altro che ledere la già precaria autorevolezza del capo della Chiesa.
L’immagine che emerge da questo saggio è quella di una Chiesa accerchiata non solo nel Vecchio Continente: si stima che – poiché gli europei hanno un tasso di natalità dell’1,38 per cento,  la metà rispetto a quello degli immigrati extracomunitari (p. 154) – entro il 2050 un Europeo su quattro sarà di religione islamica.
Per salvarsi, dunque, un Vaticano, quel Vaticano, ha bisogno di rifondarsi e anche – se necessario – di ridimensionarsi. Che sia il nuovo Papa Francesco latore di questo cambiamento è ancora presto per dirlo, eppure il suo Pontificato sembra nascere sotto buoni auspici. Non ci resta che aspettare.

                              
Alessandra Mangano 



[1] P. Knitter, Senza Buddha non potrei essere cristiano, introduzione di Luciano Mazzocchi, traduzione di Paolo Zanna, Roma, Fazi Editore, 2011, 320 pp., (Campo dei Fiori, 002), ISBN 978-88-6411-239-8.