Jorge Amado e Paloma Jorge Amado, La cucina di Bahia, ovvero Il libro di cucina di Pedro Archanjo e Le
merende di dona Flor, Torino, Einaudi, 2004, 257 pp., ISBN
88-06-17195-X.
Perché un libro di ricette firmato da Amado padre e figlia? Chiunque
abbia mai letto una delle storie del padre potrà rispondere che, in effetti,
era inevitabile. La cucina di Bahia non è solo passione dichiarata dell’autore,
ma vera protagonista – al pari di coronel,
mulatte e jagunços – delle pagine dei
romanzi. La sua è la cucina tradizionale di una terra meticcia, che mescola
sapori africani, lusitani, italiani e indigeni con molta disinvoltura,
giungendo alla creazione originaria di alcune ricette. Le sue parole si
assaporano sulla lingua, solleticano il naso, eccitano l’appetito del lettore,
che sente sfrigolare la padella di Gabriella e sobbollire la pentola di dona
Flor. Proprio per Dona Flor e i suoi due
mariti, ad esempio, Jorge Amado ha voluto premettere ad ogni capitolo la
ricetta dettagliata della pietanza che sarebbe
stata cucinata in quelle pagine: con dovizia di dettagli, s’impara a
grattugiare i gamberi secchi, a spremere la polpa di cocco per trarne più latte
e a scegliere le banane per il dolce
delle puttane.
La figlia Paloma, nel 1987, ha voluto iniziare a raccogliere tutte le
ricette delle pietanze descritte o mangiate nelle opere del padre, dando una
suddivisione sommaria alla gran mole del materiale raccolto. Nelle sue
intenzioni questo volume di cene e merende sarebbe stato il primo di una
trilogia, con le altre uscite dedicate ai pasti del candomblé e alla frutta, ma per ora resta questo il solo testo
edito. All’inizio di tutte le ricette Paloma specifica in quali romanzi sono
state citate ed è inserito uno stralcio del testo originale, creando uno zibaldone
che richiama alla memoria sapori e momenti particolari.
C’è da dire che, a chi ha amato i libri del padre, la scrittura della
figlia sembra scipita, ma bisogna ricordare che queste sono solo ricette.
Allora si può consigliare il libro? Sì, perché queste pagine sono comunque
piene dei raggi del sole di Bahia, e fanno parte di quello che verrebbe con
termine scientifico chiamato ‘patrimonio immateriale’.
Eloisia Tiziana Sparacino
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