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venerdì 21 febbraio 2014

Incontro con l'autore presenta la guida di Pico di Trapani Viaggio in Sicilia i luoghi del turismo responsabile

La Biblioteca Francescana di Palermo
in collaborazione con l'Associazione LIBRidO
per il ciclo Incontro con l'autore presenta
la guida di Pico di Trapani
 Viaggio in Sicilia
i luoghi del turismo responsabile

con Addiopizzo

Venerdì 21 febbraio 2014, ore 16,30

Intervengono:

Francesca Vannini Parenti
co-fondatrice di Addiopizzo Travel

Fabio Conticello

titolare dell'Antica Focacceria San Francesco




mercoledì 5 febbraio 2014

Dov’è il Sole di notte?

Roberto Casati, Dov’è il Sole di notte? Lezioni atipiche di Astronomia, Azzate (Varese), Raffaello Cortina Editore, 2013, 186 pp. (Scienza e Idee, 239), ISBN 978-88-6030-616-6.

Cambiare punto di vista.
Dopo aver assunto tale metodo di approccio, tutt’altro che semplice da raggiungere, possiamo intraprendere la lettura di questo volume.
Questo libro non vuole e non pretende di essere un manuale di astronomia, e si accosta in maniera semplice e lineare alla conoscenza dell’Universo e dei fenomeni che lo governano.
Spesso le cose possono apparire molto più complesse ed estranee di quanto in realtà non lo siano e Roberto Casati, con il suo approccio da astrofilo e conoscitore della materia astronomica, ben ci mostra la logica e il meccanismo o, se vogliamo, il trucco per capire meglio il perché di alcuni fenomeni astronomici, a prima vista troppo complicati.
Il trucco è proprio cambiare il punto di vista.
Da semplice osservatore, occorre spostare il proprio punto di vista non solo al di fuori della Terra, ma bisogna anche, e soprattutto, prendere il posto del fenomeno che stiamo tentando di spiegare.
Fatto ciò è bene porsi le domande giuste cui dare una risposta logica.
Prendiamo dunque di volta in volta il posto ora di un potenziale abitante della Luna, se è la Terra che dobbiamo esaminare, ora di un abitante di uno dei due Poli, se dobbiamo capire il perché delle differenti durate del giorno e della notte, o il susseguirsi delle stagioni; fatto ciò ci si pone dei quesiti, che prevedano anche dei ragionamenti per assurdo, in modo tale che la risposta venga da sé per esclusione e per associazione. Così faremo nostra per sempre la spiegazione del fenomeno e saremo in grado di spiegare a nostra volta, non solo quanto stiamo prendendo in considerazione, ma anche gli altri fenomeni analoghi, partendo dal medesimo meccanismo.
Con uno stile linguistico chiaro e lineare, Roberto Casati, filosofo italiano e direttore di ricerca al CNRS dell’Institut Nicod, Ecole Normale Supérieure di Parigi, ha realizzato un meraviglioso saggio di divulgazione sull’approccio all’astronomia, che ben vedrei come libro di testo da adottare a scuola, perché è in quegli anni che si formano il ragionamento logico, il metodo di apprendimento e la logica per la connessione dei fenomeni.
Un ottimo volume che ho molto apprezzato, che mi ha fatto pensare in grande e assumere differenti punti di vista, stupendomi ogni volta della reale utilità e semplicità di questo indispensabile passaggio, già dal primo capitolo e per tutti i successivi 14.
Non bisogna tralasciare l’Appendice, La Maga dei Pianeti usa Stellarium [pp. 161-178], in cui l’autore ci mostra un utile applicativo per PC, Stellarium, che riproduce i moti dei Pianeti, la volta celeste, e dà la possibilità di osservare diversi fenomeni astronomici, grazie alla creazione di percorsi personalizzati.
Vanno letti anche i Ringraziamenti [pp. 179-181], poiché è giusto e corretto dare valore e rilievo a chiunque abbia contribuito, con ruoli e peso differenti, alla realizzazione di questo libro, iniziato – per stare alle parole dell’autore – come lavoro «per mantener fede a un piccolo impegno preso in una conversazione» [p. 180]; piccolo impegno che si è realizzato in questo prezioso saggio, inserito nella collana diretta da Giulio Giorello, Scienza e Idee, di cui occupa il numero 239, edito dalla Raffaello Cortina Editore, che ha curato la consueta e ottima veste grafica, nonché l’accurata impaginazione.
Un testo che non può mancare nelle biblioteche di filosofi, astrofili, astronomi o, semplicemente, di curiosi.

Agostina Passantino



Miele di mare

Emanuele Lanzetta, Miele di mare. Romance di una compagna e di un viaggio, Palermo, Editrice Officina Trinacria, 2013, 79 pp., ISBN 978-88-96490-59-4.

Raccontare un amore, raccontare un viaggio: questo è compito della Poesia.
Amore e viaggio hanno sfumature e mille significati. I più veri e i più normali nello stesso tempo. Ci si affida ai versi per narrare e salvare l'anima, dopo che essa si è persa in un amore e in un viaggio, e stenta a trovare la via del ritorno.
Miele di mare è un tentativo per l'anima, un espediente per cacciare la morte, sebbene sia la morte il rischio della poesia, come estremo e sublime sacrificio per il suo poeta: «Siate pronti a dimenticare / queste parole / fuori dai solchi / siate pronti a dimenticare / spesso / vi lascio un ricordo per ciò che a voi / importa / mi riprendo un silenzio / che addolcisca la voce rugginosa / stavolta e ancora» [p. 68].
In morte di Madonna Laura verrebbe da dire, se non fosse già un ardire l'aver dedicato questi versi alla «Laura», donna che muta e che è forse più poesia che donna. Una poesia gracile e ricamata nelle trame di un sogno: «Colgo un fiore / solo per immaginarlo / tra i tuoi capelli» [p. 64].
Lanzetta poeta canta versi di sole e di inverno. Versi che vogliono emanare calore, ma appaiono circuiti dalla timidezza, viziati dal dolore che l'indifferenza ultraterrena di una donna causa, o semplicemente dalla natura riservata del cor gentile, tanto da raccomandare «con inconsapevole pudore» chi verrà a chiedere dell'amore. Sono poesie di schiuma e di salsedine che residue rimangono sulla pelle e sulla battigia, insieme agli ossi di seppia che si sfarinano di fronte all'impotenza di una vita che non è né maligna né benevola, ma solo vita.
Sono mille i modi per leggere questi versi e lo stesso poeta consiglia di alcune l'ascolto sotto le note del De André poeta e cantore. Eppure non ci sarebbe bisogno di suoni, poiché la poesia di Lanzetta è già musica che ritma il cuore.


Lorenzo Cusimano


Dono dell'editore

Ravensbrück

Germaine Tillion, Ravensbrück, Prefazione di Tzvetan Todorov, Roma, Fazi Editore, 2012, 364 pp., (Campo dei Fiori, 009), ISBN 9788864112558.

Germaine Tillion fu prigioniera politica nel campo di concentramento di Ravensbrück. Arrestata nell’agosto del 1942 – in seguito alla denuncia di un prete cattolico – per aver organizzato una rete di resistenza in Francia, resterà in carcere fino al 1943, quando verrà tradotta nel campo di concentramento a nord di Berlino.
È qui che inizia la straordinaria attività di documentazione e di registrazione dati. Tillion, appassionata etnologa, riesce a vivere l’esperienza drammatica della deportazione in modo duplice: come vittima, prima di tutto, ma anche come studiosa appassionata, sempre alla ricerca della verità. È probabile, come dice spesso lei stessa, che sia sopravvissuta, all’orribile esperienza della deportazione, grazie al caso e alla rabbia. È certo, invece, che si sia salvata grazie alla determinazione della studiosa che ha il compito di testimoniare la realtà, anche quando questa si rivela scomoda e dura da accettare.
Nasce così Ravensbrück, un libro che descrive minuziosamente la vita nel campo di concentramento: le torture psicologiche e fisiche, le privazioni, le brutalità degli esperimenti del dottor Gebhardt; ma anche le miserie umane degli aguzzini, le loro deformazioni, le innumerevoli contraddizioni delle loro vite: gente normale, gente comune – dentisti, medici, ex tipografi, infermiere, ex impiegati –  nessun precedente penale, nessuna infanzia traumatica. Colpisce, nella descrizione minuziosa del personale fatta da Tillion nel secondo capitolo [pp. 59-98],  scoprire come in molti casi – uno fra tutti quello di Rudolf Höss, comandante di Auschwitz – si tratta di gente cattolica credente e praticante, scrupolosa, seria e che ha educato i figli secondo i ‘buoni principi’.
Dunque «i mostri sono uomini» [p.88] e pertanto nessun popolo può dirsi a riparo da un disastro morale di tale portata. Forse è proprio questo il nodo centrale attorno al quale si svolge la testimonianza di Tillion: la certezza che nessuno può sentirsi immune da tali atrocità. In effetti la storia non smentisce la studiosa. I campi di concentramento, la tortura, le violenze e la brutalità non si esauriscono con l’olocausto, ma continuano a macchiare la storia dell’umanità, anche successivamente, in tempi più recenti. Passeranno solo una trentina d’anni, infatti, prima che altre Auschwitz, sconvolgano Cile e Argentina, durante gli anni della dittatura militare. Alla base delle violenze emerge, come sempre in questi casi, un vero e proprio delirio semantico: ‘materialisti, atei, nemici dei valori occidentali e cristiani’, in nome del quale è possibile giustificare l’orrore.
Se ai tempi di Filippo II la limpieza de la sangre comporta la brutale caccia ai conversos e ai moriscos, in nome della stessa visione allucinata della società si compie lo sterminio degli ebrei, dei disabili, degli zingari e degli omosessuali. 
Quasi sempre, però, il sonno della ragione viene fuori dall’esitazione del potere civile, dall’incapacità dei governi di dare risposte alla disperazione dei cittadini. Ed ecco lì l’uomo forte, pronto a trionfare grazie alla solerzia nello scovare il capro espiatorio, la causa su cui riversare tutti i mali del proprio Paese.
Verrebbe proprio da dire che è l’uomo il peggiore nemico dell’uomo. Non è un caso che questa frase venga ripetuta, più volte, dal Dio mendicante interpretato da Alessio Boni, nello spettacolo di Valerio Binasco – in scena proprio in questi giorni nei più importanti teatri italiani – che ci racconta l’incontro tra Freud (bellissima e intensa interpretazione di Alessandro Haber) e Dio ai tempi dell’occupazione nazista.
Nessuno, dunque, può salvare l’uomo da se stesso, nemmeno Dio, al quale non è concesso interferire col libero arbitrio. C’è chi però, con la propria testimonianza, può aiutare a non dimenticare l’orrore, nella speranza che la disperazione e la brutalità, l’odio e la tortura, il sangue e la morte, possano continuare ad indignare, allora come oggi e dappertutto. Perché non accada mai più.
Il testo è corredato da un utilissimo apparato di Note [pp. 343-357] e da una Bibliografia [pp. 359-364].

Alessandra Mangano



La cucina di Bahia

Jorge Amado e Paloma Jorge Amado, La cucina di Bahia, ovvero Il libro di cucina di Pedro Archanjo e Le merende di dona Flor, Torino, Einaudi, 2004, 257 pp., ISBN 88-06-17195-X.

Perché un libro di ricette firmato da Amado padre e figlia? Chiunque abbia mai letto una delle storie del padre potrà rispondere che, in effetti, era inevitabile. La cucina di Bahia non è solo passione dichiarata dell’autore, ma vera protagonista – al pari di coronel, mulatte e jagunços – delle pagine dei romanzi. La sua è la cucina tradizionale di una terra meticcia, che mescola sapori africani, lusitani, italiani e indigeni con molta disinvoltura, giungendo alla creazione originaria di alcune ricette. Le sue parole si assaporano sulla lingua, solleticano il naso, eccitano l’appetito del lettore, che sente sfrigolare la padella di Gabriella e sobbollire la pentola di dona Flor. Proprio per Dona Flor e i suoi due mariti, ad esempio, Jorge Amado ha voluto premettere ad ogni capitolo la ricetta dettagliata della pietanza  che sarebbe stata cucinata in quelle pagine: con dovizia di dettagli, s’impara a grattugiare i gamberi secchi, a spremere la polpa di cocco per trarne più latte e a scegliere le banane per il dolce delle puttane.
La figlia Paloma, nel 1987, ha voluto iniziare a raccogliere tutte le ricette delle pietanze descritte o mangiate nelle opere del padre, dando una suddivisione sommaria alla gran mole del materiale raccolto. Nelle sue intenzioni questo volume di cene e merende sarebbe stato il primo di una trilogia, con le altre uscite dedicate ai pasti del candomblé e alla frutta, ma per ora resta questo il solo testo edito. All’inizio di tutte le ricette Paloma specifica in quali romanzi sono state citate ed è inserito uno stralcio del testo originale, creando uno zibaldone che richiama alla memoria sapori e momenti particolari.
C’è da dire che, a chi ha amato i libri del padre, la scrittura della figlia sembra scipita, ma bisogna ricordare che queste sono solo ricette. Allora si può consigliare il libro? Sì, perché queste pagine sono comunque piene dei raggi del sole di Bahia, e fanno parte di quello che verrebbe con termine scientifico chiamato ‘patrimonio immateriale’.

Eloisia Tiziana Sparacino



Il sogno dopo

Roberto Baggio, Il sogno dopo, interviste a cura di Enrico Mattesini, Arezzo, Limina, 2002, 152 pp., ISBN 88-88551-02-6.

Il sogno dopo è la naturale continuazione di Una porta nel cielo. In questa seconda autobiografia, il campione ci racconta la sua maturità calcistica e umana, vissuta in provincia con la maglia del Brescia. Il sogno di cui parla Baggio è quello del mondiale del 2002, in Giappone e Corea, che insegue con tutte le sue forze, combattendo contro la sfortuna: gli infortuni che si abbattono di continuo sulle sue ginocchia martoriate e i soliti detrattori che lo considerano finito.
La delusione dovuta alla mancata convocazione è fortissima. Sarebbe stato il quarto mondiale per Baggio, con una partecipazione meritatissima dimostrata sul campo, ma questa possibilità gli è stata negata. Nelle pagine che si susseguono, molto piacevoli da leggere, ritroviamo anche pezzi scritti di proprio pugno dal calciatore, dove viene fuori tutta la sua personalità di grande spessore e la spiritualità che deriva dall’adesione alla religione buddista. La preghiera e la famiglia sono considerate da Baggio le esperienze fondamentali che gli hanno consentito di affrontare, con successo, i due gravi infortuni alle ginocchia capitati nella stagione 2001/02. Infortuni che, nonostante vengano superati al 100% – giocando per di più una delle stagioni più belle della sua carriera – saranno poi “utilizzati” come giustificazione alla sua mancata convocazione in nazionale. Si sofferma poi a parlare della terra argentina, tanto amata per la caccia, pratica che coltiva come forma di ricarica psico-fisica, utile ad affrontare la stagione 2002/03 con il Brescia, al fianco del suo vecchio e saggio allenatore Mazzone.


Biagio Bertino