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lunedì 5 agosto 2013

LIBIDO LEGENDI diventa rivista!


Il blog LIBIDO LEGENDI diventa rivista!
Librido - Laboratorio di Studi e Servizi Culturali ha deciso di raccogliere tutte le recensioni pubblicate sul blog da dicembre 2012 a giugno 2013 nella prima uscita della rivista LIBIDO LEGENDI.
La rivista è scaricabile gratuitamente dal link sotto riportato. È possibile richiederne una copia cartacea e rilegata scrivendo a recensionilibrido@gmail.com e donando liberamente una piccola offerta.
Con l'occasione vogliamo augurare a tutti i nostri lettori una serena e rilassante estate!
Buona lettura!



venerdì 5 luglio 2013

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana



Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Milano, Garzanti, 2000, 340 pp., ISBN 88-11-66642-2.

Nella primavera del 1927 a Roma, in una palazzina di via Merulana, conosciuta come "il palazzo degli ori" perché abitato da benestanti, sullo stesso piano e a distanza di pochi giorni, sono commessi due delitti: la rapina in casa della Contessa Menegazzi e l’assassinio della giovane signora Liliana Balducci. Le indagini sono affidate al dott. Ciccio Ingravallo, funzionario molisano. Le ricerche tendono a collegare l'omicidio con la rapina, anche perché dall'appartamento dei Balducci sono spariti gioielli e denari. Ingravallo decide il fermo di un cugino di Liliana, Giuliano Valdarena, che però ha un alibi di ferro. Le indagini sul furto in casa Menegazzi si allargano al mondo del sottoproletariato dell'estrema periferia romana. A Marino s'indaga su una tintoria, appartenente a Zamira Pacori, luogo d'incontro di giovani prostitute, tra cui una ex cameriera dei Balducci. In una casa della campagna romana si ritrovano i gioielli rubati.
Ingravallo ipotizza una rosa di possibili colpevoli e arresta per la rapina Menegazzi un giovane, che però non è colpevole dell’omicidio Balducci. Alla fine delle sue ricerche, il commissario individua come possibile colpevole Tina, una delle tante ragazze di cui ambiguamente la Balducci si circondava, sospinta forse da un desiderio di maternità sempre deluso. Tina, messa alle strette dall'interrogatorio di Ingravallo, si grida innocente e il delitto si configura sempre più come un inestricabile pasticciaccio al quale il romanzo non dà nessuna soluzione.
Come si evince dalla narrazione della trama, il responsabile dell’indagine è il commissario Ingravallo. E’ un uomo che spesso s'induce a riflessioni filosofiche, chiarendo la sua particolare filosofia di vita.
«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico "le causali, la causale" gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia».
L’indagine che si va dipanando sembra allontanarsi dal suo centro d’interesse, rapina e omicidio, e comincia, a poco a poco, a spostarsi sulle esistenze dei personaggi che cominciano a vivere di vita propria e a comunicare il flusso vitale che li anima. Non solo.
Spesso appare chiara anche l’esigenza dolorosa del commissario non tanto di individuare il movente e l’autore di un delitto, ma di capire il senso dell’esistenza umana che si svolge in un groviglio, appunto, di contraddizioni. Chi legge si ritrova perciò a pensare che il “pasticciaccio” non sia solo quello di via Merulana, ma piuttosto quello che angoscia le nostra esistenza.
In questo desiderio di capire un po’ di più, penetrando a fondo nel senso delle cose, si inserisce la scelta del linguaggio: anche dal punto di vista linguistico c’è il desiderio di “entrare” nelle cose, nelle persone, nei luoghi, di animarle di energia nuova e di creare nuove relazioni vitali.
A questo punto le scelte sintattiche e lessicali si impongono sulla narrazione degli eventi e dilatano la storia in descrizioni, di caratteri, di paesaggi, in approfondimenti psicologici e sociali senza pari. Oltre ai tre dialetti usati frequentemente - romano, molisano, napoletano - sono utilizzati, con divertimento facilmente intuibile, numerosi neologismi o accostamenti innovativi.
In un contesto sociale chiaramente delineato, dal ceto medio-alto delle vittime al degrado sociale e morale della ”corte dei miracoli” della periferia romana, si inserisce un piano di narrazione che si distacca sia da quello della banale comunicazione quotidiana, sia da quello letterario tradizionale.
Viene fuori così una mescolanza, un “pasticciaccio” di luoghi, persone, fatti, caratteri, vocaboli, sintassi, colori, paesaggi, ceti… Ed è un “pasticciaccio” intricato, difficile da districare… insomma “brutto”.
 
Vincenzo Bagnera



Il Terrore ricordato



Sergio Luzzatto, Il Terrore ricordato. Memoria e tradizione dell'esperienza rivoluzionaria, Torino, Einaudi, 2000, 216 pp., ill. (Biblioteca Einaudi, 89), ISBN 8806153862.

Sergio Luzzatto studia in questo libro le memorie dei deputati della Convenzione Nazionale sopravvissuti al 1816.
La Rivoluzione francese è gravida di segni, memorie e ricordi. Tanti gruppi di individui risultano «entro l'orizzonte memoriale della Rivoluzione francese» [p. 8], eppure la vicenda dei Convenzionali in esilio e del loro "rituale mnemonico" appare particolarmente significativa per comprendere al meglio l'eredità e il peso che, la Rivoluzione francese e le scelte di coloro che ne furono gli attori, ebbero nell'immaginario dei contemporanei e della generazione successiva.
Emblematica è la storia della Convenzione, in carica dal 20 settembre 1792 al 26 ottobre 1795, la quale si attribuisce il compito di stabilire una nuova Costituzione dopo la deposizione del Monarca. Sulla Convenzione pesa però ancor di più l'accusa di regicidio. E, sebbene la condanna a morte di Luigi XVI fosse un'accusa infamante e su cui la restaurazione borbonica basò la sua loi d'amnistie, a dipingere i Convenzionali «quali esseri meschini, abietti, crudeli: ladri di polli, violentatori di donne, macellai di avversari politici» [p. 9] fu l'accusa di aver scatenato il Terrore e appoggiato il "delirio" di Robespierre.
I Convenzionali in esilio, guardati a vista dalle autorità, fanno i conti con il passato nella loro vecchiaia, con il Novantatré che li accomuna.
Il libro non è una raccolta di memorie. È più un viaggio, un tentativo di comprendere a pieno le esperienze di uomini temprati dagli eventi storici, il loro pensiero politico e il giudizio sulla Rivoluzione di chi è sopravvissuto e di chi le ha dedicato la propria vita.
Baudot, Bailleul, Grégoire, Maignet e Thibaudeau sono soltanto alcuni dei Convenzionali con cui Luzzatto cerca di ricostruire i giorni dell'esilio e con essi quelli della Rivoluzione.
Il libro affronta il tema del "Terrore ricordato" dal punto di vista dei temi ricorrenti nelle Memorie compilate dai Convenzionali stessi o in quello che si conserva ancora di loro.
Nel capitolo L'antichità non tornerà [pp. 29-55] sono frequenti i riferimenti all'epoca classica, alla democrazia e alla libertà degli antichi nelle visioni del passato dei "terroristi": più volte i Convenzionali richiamano gli "eroi" della Roma repubblicana, Cincinnato, Bruto, Silla; più volte sono citati Plutarco e le sue opere, affinché le memorie rivoluzionarie trovino giustificazione.
Non è soltanto lo sguardo all'antichità a smuovere il ricordo, ma anche la passione politica, il sogno, le intenzioni della Rivoluzione. A questo tema è dedicato il capitolo Le speranze dei moderni [pp. 57-65]. Nelle parole dei Convenzionali è ancora fermo il proposito della giustezza delle decisioni dell'assemblea: è ancora vivo il credo nella Grande Nazione, nelle leggi; si critica la Restaurazione e si chiede la grazia per ritornare in Patria.
Nelle memorie dei padri incorre la sorte dei figli, destinati a veder cancellato il proprio nome perché figli di "regicidi" o a dover convivere con la diffidenza e il sospetto di chi conosce la storia dei loro padri. A questo tema è dedicato il capitolo Essere figlio di convenzionale [pp. 137-169].
Il capitolo Ricordi onorati, ricordi inventati [pp. 171-201] è dedicato invece alla fortuna che il mercato delle memorie dei rivoluzionari, e dei convenzionali in particolare gode negli anni della Restaurazione.
Il capitolo Il giorno dei ricordi e dell'oblio è, a mio avviso, il più importante, poiché in esso Luzzatto cerca di dare una prospettiva, che non sia una semplificazione sintetica delle esperienze di uomini in esilio, ma che recuperi «la dimensione verticale dei destini individuali, ritrovando gli ambiti più personali in cui la memoria dei convenzionali si attiva e i risultati più originali cui essa perviene» [p. 85].  È in queste pagine che il valore della memoria assume il suo significato più profondo per i protagonisti del '93. La memoria serve a «ribadire»: di fronte a un deludente presente, il recupero di un passato entusiasmante fa sì «che certi Uomini senza Nome [riconoscano] un'estrema ragione di vita» [p. 88]. E la memoria del passato serve anche a capire la Rivoluzione, i suoi vizi, i suoi errori e le tante virtù: l'eterna contrapposizione tra l'Ottantanove e il Novantatré. Ma il ricordare è anche catarsi, ricordare per dimenticare e dimenticare per ricordare; contraddizione in termini che, tuttavia, mette in luce la complessa questione della memoria dolorosa, della gratitudine mancata, della sconfitta, del fallimento e dell'esilio. I convenzionali, pur nel silenzio, ripercorrono il Terrore: ogni giorno della loro vita fecero i conti con le conseguenze delle loro azioni. La Francia del 1816 è una Francia cambiata, e nello stesso tempo non è quella per cui avevano lottato: questo fu il dramma dei convenzionali.
Il libro riporta anche delle tavole illustrate con alcuni dei più celebri dipinti di David, tra i quali spicca il ritratto di Sieyès, dallo «sguardo disperato, o soltanto severo?» [p. 115].

Piero Canale


Amiche mie, donne bellissime



Gemma Mannino Contin, Amiche mie, donne bellissime. Storie e leggende siciliane, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo, 2010, 154 pp., ISBN 978-8896251-12-6.

Storie di donne ma non solo. C’è tanta bella Sicilia tra le pagine di questo libro: le radici arabe, i colori del mare, i profumi della terra. E c’è la politica: gli anni della devastazione ambientale, delle prime speculazioni edilizie e dei quartieri popolari abbandonati all’incuria, privi di reti fognarie e di acqua. Una cornice refrattaria al cambiamento e alla cultura la Sicilia di trent’anni fa, dove le mamme dovevano bloccare le strade in segno di protesta per poter lavare i loro bambini e le case, a causa della mancanza dell’acqua, ma anche il luogo della rinascita grazie agli sforzi di chi su questa terra ha voluto scommettere, anche a costo di perdere tutto, anche a costo di smentire qualsiasi buona previsione: da Maria Bellisario, a Elvira Sellerio, a Concetta e Lucia Mezzasalma, solo per fare alcuni nomi delle protagoniste di questo libro. E c’è un sottile filo conduttore che tiene insieme quelle storie di miseria e ribellione e di impegno sociale, culturale e politico: sono le donne siciliane di nascita o di adozione che hanno speso tutta la loro esistenza a sferzare le immagini stereotipate di una Sicilia ostile e inadatta allo sviluppo. Sono loro che hanno dimostrato concretamente che l’unica via possibile al cambiamento è «lo sforzo di grattar via, [sporcandosi], lo spesso strato di polvere e di indifferenza che ricopre e immobilizza» questa meravigliosa isola.
Sono le donne che negli anni ’50 hanno lottato per «liberarsi dalla schiavitù, [per] avere la libertà di coltivare la terra, di fare il pane. E di non dire al mafioso del paese e, a nessun altro mai più: baciamo le mani» [p. 56]. Donne cariche di figli e di lutti che l’8 marzo del 1970 si riuniscono per la prima volta a piazza Matrice, davanti alla Chiesa Madre, costrette a lottare, ogni giorno, per conquistare la propria autodeterminazione, contro i soprusi di maschi attorvati – spesso anche compagni – riottosi, in molti casi, a voler riconoscere loro rispetto e parità. Sembra di vederle quelle donne, nella splendida descrizione che Gemma Contin fa di quella prima manifestazione: il giallo delle mimose, il rosso delle bandiere, il nero dei vestiti listati a lutto.
Da quella manifestazione sono passati 40 anni di lotte e di conquiste: dalla campagna elettorale porta a porta – come si faceva allora, quando si passava più tempo tra la gente di strada e meno dentro le stanze di partito – ai comizi, alle manifestazioni. E viene quasi un moto irrefrenabile di nostalgia mista a rabbia quando Gemma ci ricorda gli scontri dell’8 luglio 1960 a Palermo e il movimento dei ragazzi dalle magliette a righe, le «riunioni interminabili» del Partito comunista. Rabbia e nostalgia per una realtà oggi troppo lontana e forse perduta per sempre, in cui valori, ideali e senso di appartenenza permeavano la vita di quei giovani che, totalmente assorbiti dalle letture e dalle discussioni politiche, volevano cambiare il mondo. Il Sessantotto, l’Autunno Caldo, il femminismo, l’impegno sociale e culturale e poi ancora la guerra in Vietnam, il movimento pacifista ma anche i morti di Avola e la lotta alla mafia. Il libro di Gemma ci racconta il dolce e l’amaro di un partito – il PCI – cui va riconosciuto il merito di aver conseguito straordinari risultati su temi importanti come i diritti dei lavoratori, la giustizia sociale, la lotta contro la criminalità mafiosa, ma in cui per troppo tempo, è stato vietato dissentire: la querelle del Manifesto, l’invasione di Budapest, la primavera di Praga. Tutte cose contro cui i giovani comunisti, quei giovani comunisti – di cui anche Gemma Contin faceva parte – si sono battuti aspramente fino a quando la svolta di Berlinguer del 1981 ha finito per dar loro ragione.
Pagine di storia: storia d’Italia e di Sicilia che si intersecano inevitabilmente con storie di vita. Perché questo significava fare politica a quei tempi: rinunciare a un concerto il cui biglietto era stato acquistato molto tempo prima, per partecipare alla riunione convocata in via Caltanissetta, dove si trovava la sede del Partito Comunista di Palermo, per discutere la questione del Manifesto e far valere le proprie ragioni di dissenso con la linea ufficiale dettata da Roma, anche a costo di «maledire Occhetto e tutti i suoi antenati» [p. 113] per aver convocato l’assemblea alle nove di una fredda domenica di novembre.
Gemma Contin ci regala col suo libro un pezzo di storia raccontato in modo diretto e fresco, con uno stile scorrevole, accattivante ed emotivamente coinvolgente. Chi, come me, ha vissuto anni di militanza politica ed è cresciuto in famiglie che hanno dedicato la vita a quei valori e a quella storia, troverà tra queste pagine una commovente traccia del proprio passato e della propria identità; per quanti invece si fossero accostati da poco a quella storia, questo libro costituisce un prezioso strumento di conoscenza, il segno e la memoria di un passato che ha permeato, nel bene e nel male, la vita di questo paese negli ultimi 60 anni.

Alessandra Mangano



Le fiabe di Agnese



Serena Poulton, Le fiabe di Agnese, Palermo, Mercurio, 2011, 109 pp., ISBN 978-88-902693-8-7.

Agnese è una bambina che vive armoniosamente nella capitale siciliana, circondata dalle due culture dei genitori: il padre di Oxford e la madre di Palermo. Cresciuta perfettamente bilingue, a lei la madre dedicava racconti della buonanotte in inglese, che col tempo si sono moltiplicati, poi trasformandosi in questo libro.
L'opera è costruita con molta intelligenza, perché maschera nel gioco l'intento didattico, con una leggerezza che pervade tutto il libro: sono storie per certi versi all'antica, pervase di poesia, in cui sono protagonisti il Sole, le Stelle, il Vento, le Nuvole e le altre forze naturali, sempre benigne e rassicuranti.
La scrittrice, giovandosi delle sue esperienze di insegnamento dell'inglese ai bambini e della collaborazione del marito Malcom, ha dunque raccolto queste favole strutturandole in un percorso didattico per piccoli da 6 a 10 anni; sono fruibili a più livelli: il bambino, che ha già letto il testo italiano, è agevolato nella comprensione del testo inglese semplificato, e può dunque voler affrontare la traduzione integrale.
Intento dichiarato della Poulton è di rendere familiare al bambino la lingua commerciale per eccellenza, sin dalla fase preadolescenziale, partendo da concetti semplici ed oggetti a lui familiari.
Lo spirito ottimistico delle storie si riverbera nelle interpunzioni dalle illustrazioni di gusto naif di Sergio e Teresa Lupo, allegre e colorate, che si alternano a giochi, cruciverba, quiz ed esercizi di lingua.
Dopo l'Indice [p. 5] e l'Introduzione [pp. 7-9], le fiabe si succedono prima in italiano [pp. 11-49], poi in inglese in versione semplificata [pp. 42-91], quindi in traduzione integrale [pp. 93-99]. Non manca un piccolo Glossario illustrato [pp. 100-104] e le Soluzioni degli esercizi [pp. 105-108]. 

Eloisia Tiziana Sparacino




Il ritorno del principe



Saverio Lodato e Roberto Scarpinato, Il ritorno del principe, Milano, Chiarelettere, 2008, 347 pp., ISBN 978-88-6190-056-1.

Il ritorno del principe è l'analisi politica, sociale e storica della criminalità al potere, ovvero del potere criminale in Italia. In che modo il Principe mantiene il suo potere: con l'assenza di meritocrazia, con le nomine dal vertice (vedi legge elettorale), oscurando l'informazione su indagini e processi che vedono come imputati i colletti bianchi. Non dobbiamo preoccuparci, quindi, solo di Riina e Provenzano: ma del potere criminale che si serve di loro.
In che modo il Principe amministra il potere? Secondo i consigli del Machiavelli: “il fine giustifica i mezzi”. E quali sono i mezzi con cui raggiungere questo fine? Essenzialmente – secondo l'analisi del Procuratore Antimafia Roberto Scarpinato – la corruzione, la mafia e il terrorismo stragista. I soldi per comprare consenso, avversari e potere. La mafia per  il controllo del territorio, ma anche per corrompere e monitorare la società. Lo stragismo come estremo rimedio, per creare confusione, paura, tensione.
È mai possibile che Totò Riina e Bernardo Provenzano abbiano potuto vivere tranquillamente la loro latitanza quarantennale, riuscendo a sfuggire all’arresto così a lungo? È ipotizzabile che Cosa Nostra conoscesse esattamente  gli spostamenti del giudice Falcone, tanto da approntare, con settimane di anticipo, l’attentato dinamitardo di Capaci?
Il giudice Scarpinato (già a fianco di Falcone e Borsellino prima e Caselli dopo) e il giornalista Saverio Lodato hanno voluto allargare il discorso sulla mafia e inserirla in una cornice prettamente storico-culturale. Si può parlare, in Italia, di una storia criminale della classe dirigente? Gli autori fanno riferimento ad una vocazione perpetua alla violenza da parte delle classi dirigenti italiane, che utilizzano perfino l’omicidio e la violenza fisica, come strumenti concorrenziali in un mercato dove il fine da raggiungere è l’assunzione di posizioni monopolistiche.
In molte occasioni le classi dirigenti e la loro rappresentanza politica (sia a destra che a sinistra) hanno mostrato di preferire la lotta alla magistratura piuttosto che quella contro la criminalità organizzata.  Giustizia e iter processuali sono stati oggetto di numerosi rimaneggiamenti e proposte di riforma, spesso discutibili; in nome di un apparente garantismo si nascondono, piuttosto, veri e propri tentativi di regalare per legge l’impunità  ai colpevoli.
In Italia, in altri termini, la violenza della classe dirigente e la copertura prestata dalla rappresentanza politica alla criminalità, risalirebbero alle teorie di Machiavelli e al franco elogio che l’intellettuale fece di assassini come Cesare Borgia. Nei testi dello storico è possibile cogliere una peculiarità socio-culturale propria degli italiani e un modello di comportamento che dimostra, secondo Scarpinato, «la normalità della pratica dell’omicidio e dell’astuzia sleale nella lotta politica, in dispregio di ogni regola e criterio di lealtà, anche nello scontro militare» [p. 86].

 Biagio Bertino



mercoledì 5 giugno 2013

Indignatevi!



Stéphane Hessel, Indignatevi!, Torino, Add Editore, 2011, pp. 61, ISBN 978-8896873-25-0.

Gli eredi del Consiglio Nazionale della Resistenza [organismo nato durante la seconda guerra mondiale con l’obiettivo preciso di stilare un programma di governo in previsione della liberazione della Francia dal nazismo ndr] non avrebbero avallato le attuali politiche xenofobe e razziste nei confronti dei sans-papiers, le espulsioni, gli attacchi allo Stato sociale. Ne è certo Stéphane Hessel che, tramite questo breve libretto, ha voluto affidare alle generazioni del XXI secolo,  le sue più importanti riflessioni sull’attualità e sul mondo contemporaneo. Riflessioni che oggi, a pochi mesi dalla sua scomparsa, risultano un prezioso testamento spirituale.
Quando i nostri politici ci dicono che non ci sono abbastanza risorse per le politiche sociali volte a tutelare i cittadini più deboli, mentono – dice Hessel – perché dalla Liberazione ad oggi «la produzione di ricchezza è considerevolmente aumentata» (p. 9). Piuttosto è la società del «sempre di più» (p. 13), della privatizzazione, della produttività e del consumo ad ogni costo a ledere i diritti umani nel nome di una competitività ogni giorno più spietata e disumana.
Manca ai giovani del nuovo millennio, l’indignazione che ha contraddistinto tutte le azioni più importanti dei giovani della generazione di Hessel. Questa assenza di rabbia e la rassegnazione che ne consegue, sono due facce della stessa medaglia: l’immobilismo, l’incapacità di incidere nei processi e di determinare il cambiamento, perché «quando qualcosa ci indigna […] allora diventiamo militanti, forti e impegnati» (p. 10). L’autore accenna al suo percorso di vita, alle letture che l’hanno formato – il pensiero libertario di Sartre, le opere di Hegel e Benjamin – regalandoci delle sintesi preziose e molto incisive del pensiero dei filosofi più importanti che ha avuto modo di studiare e approfondire nell’arco della sua lunga vita.
Oggi come ieri, la capacità di indignarsi produce quell’impegno indispensabile a combattere alcuni dei mali peggiori del mondo postmoderno: il divario sempre più forte tra ricchi e poveri e l’emancipazione dai totalitarismi. Lo sapeva bene Hessel che – tra l’altro – aveva contribuito, insieme con Eleanor Roosevelt, John Peters Humphrey e Charles Malik, alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 a Parigi: i diritti universali devono essere rispettati dagli Stati membri dell’ONU e nessuno può rifugiarsi dietro l’alibi della piena sovranità per eludere i principi fondamentali del rispetto dell’individuo.
Ispirandosi al contenuto di quella Dichiarazione, Hessel non può che condannare la politica israeliana nei confronti dei palestinesi. Tacciato di antisemitismo dal «Bureau National de Vigilance Contre l’Antisémitisme» – accusa che Hessel ha peraltro sempre respinto fermamente ricordando le sue origini ebraiche per parte di padre – ha conosciuto di persona i campi profughi dei palestinesi cacciati dalle loro terre, ma anche Gaza che ha definito fermamente «una prigione a cielo aperto» (p. 21). Pur non giustificando Hamas, Hessel ci invita ad una riflessione più complessa sulla violenza che, spesso, non è altro che l’esito di situazioni disumane, impossibili da tollerare. Il terrorismo diventa dunque una forma di «esasperazione» che annulla ogni speranza. Non si tratta di perdonare i terroristi ma di comprenderli. Perfino Sartre – pur avendo in tante occasioni riflettuto su come l’unico modo per porre fine alla violenza fosse il ricorso alla violenza stessa – alla fine della propria vita arriverà «a interrogarsi sul senso del terrorismo e a dubitare della sua ragion d’essere» (p. 25). La speranza deve necessariamente ritornare ad essere la vera protagonista del cambiamento e la non-violenza la migliore strada percorribile sia da parte degli oppressi che da parte degli oppressori. Per intraprendere questo cammino verso un futuro migliore è necessario il rispetto assoluto dei diritti umani la cui violazione deve suscitare sdegno e reazione nelle nuove generazioni.
Indignatevi! È diventato così il manifesto di un’epoca buia, un invito ad alzarsi, combattere e denunciare ogni qualvolta ci si trova dinanzi a un’ingiustizia. Tradotto in 30 lingue e venduto in 4,5 milioni di copie quest’opera ha ispirato il movimento degli Indignados d’Europa e America.
Il testo contiene anche – per scelta dell’editore – due appendici molto importanti: l’Appello dei Resistenti alle giovani generazioni dell’8 marzo 2004 (pp. 43-47) di cui Hessel è uno dei firmatari e La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (pp. 48-61).

Alessandra Mangano


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La scomparsa di Patò


Andrea Camilleri, La scomparsa di Patò, Milano, Mondadori, 2000, 253 pp., ISBN 978-88-04-48412-8.

21 marzo 1890, Venerdì santo.
A Vigata si sta svolgendo la sacra rappresentazione comunemente chiamata “ Mortorio”.
Vi partecipa , nel ruolo di Giuda, il ragioniere Antonio Patò, stimato direttore della locale “Banca di Trinacria”.
Finita la rappresentazione, di Patò si perdono le tracce.
Scomparso.
Si mette quindi  in moto un microcosmo deputato alla risoluzione del caso.
Si mettono in moto anche altre componenti: burocrazia, poteri politici, convenzioni sociali, desiderio di rispettabilità, ambiguità comunicative...
Non è altro che un’indagine, potremmo concludere; Camilleri ci ha abituati al metodo di lavoro di Montalbano.
Ma qui Camilleri si diverte sfacciatamente, mostrandoci per quali vie, spesso contorte, perverse e contrarie al  più elementare buonsenso, si può procedere.
Per carità, nessun giudizio ...
Alla verità, nonostante tutto, si arriva sempre. Prima o poi.
Ma la verità deve essere “politicamente corretta” e perciò  si procede a cambiare le carte in tavola.
Della scomparsa di Patò viene data la versione che tutti si aspettano: un malaugurato incidente, niente da ricondurre alla volontà dell’integerrimo funzionario, marito amorevole e padre responsabile di lasciarsi trascinare dal vortice della passione …
La particolarità del romanzo sta nel fatto che esso è stato costruito sulle “carte”. E sì, è tutta una raccolta ordinata e sapiente di documenti scambiati tra rappresentati delle istituzioni, personaggi autorevoli, professionisti (questore, carabinieri, prefetto, giornalisti, direttore di filiale, un primario, un sottosegretario di stato, un avvocato, un capo di gabinetto del ministro dell’interno, …).
Chi legge deve compiere diverse operazioni interessanti: cercare le connessioni tra i vari documenti, chiedersi il reale significato di alcuni messaggi più o meno ufficiali,scoprire che lo stesso concetto può essere espresso con vari registri..
Non è affatto una lettura banale.
Bisogna essere molto vigili.
Non lasciarsi mai prendere in giro.
E … soprattutto … stare al gioco!
E pensare che tutto nasce da un involontario suggerimento di Leonardo Sciascia, in A ciascuno il suo:

“Cinquant'anni prima, durante le recite del “Mortorio”, cioè la Passione di Cristo secondo il cavalier D'Orioles, Antonio Patò, che faceva Giuda, era scomparso, per come la parte voleva, nella botola che puntualmente, come già un centinaio di volte tra prove e rappresentazioni, si aprì: solo che (e questo non era nella parte) da quel momento nessuno ne aveva saputo più niente; e il fatto era rimasto in proverbio, a indicare misteriose scomparizioni di persone e di oggetti”.

Giusi Trupia


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L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello



Oliver Sacks, L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Milano, Adelphi, 2001, 318 pp., (Gli Adelphi, 190), ISBN 9788845916250.

La mente è un universo. Il dolore è un universo. Attraverso la mente e il suo dolore è possibile scoprire l'anima imperscrutabile e la sua molteplicità. L'uomo non è solo memoria, sinapsi e processi neuronali. C'è dell'altro.
Non sono un medico e poco conosco della mente e dei suoi arcani meccanismi, quindi mi ritengo il meno adatto a esprimere un parere su questo libro.
Oliver Sacks è un medico, un neurologo credo, che annota le sue esperienze e le sue riflessioni generate dal contatto con i pazienti. Non si tratta di un romanzo, bensì di un diario vero e proprio, che racconta fatti realmente accaduti. Conosco tuttavia niente dell'autore-medico, ma quello che le pagine di questo libro narrano è l'umanità, la pazienza e l'amore verso i pazienti. Spesso abbiamo un'idea infida dei medici. Forse conoscere un medico come Oliver Sacks, ci aiuterebbe a cambiare idea.
Non voglio (o meglio non posso) addentrarmi sulle anamnesi e sui pareri medici, ma voglio di certo tenera a mente le anime dei pazienti del dottor Sacks.
In queste pagine nessun malato è lasciato solo o abbandonato o deriso. Ognuno è accettato con la dignità di essere umano che tutti meritano, pur rispettando la natura e le peculiarità di ciascun protagonista.
Ogni episodio narrato è una scomposizione e rappresenta, a mio avviso, un aspetto fondamentale di qualsiasi persona. Tutto ci riguarda, tutto ci forma.
Qualcuno un tempo mi disse che l'anima è come un albergo fatto di stanze vuote. Bisogna riempirle di ospiti, affinché l'incuria e la vacanza non rovinino per sempre la struttura. Le stanze di quest'albergo sono rivolte ai personaggi che incontriamo nella lettura. Essi, nei momenti di sconforto, saranno i nostri migliori e autentici amici e consolatori e consiglieri. Credo che alcune di queste stanze spettino di diritto ai pazienti del dottor Sacks, ai "Gemelli", a Josè, a Martin, a Rebecca, a Ray, al dottor P., a Jimmie, a Natasha K., a Bhagawhandi e agli altri. Uomini e donne dall'anima profonda, capaci di insegnare a vivere nonostante la loro esistenza sia difficile e la loro forza vitale sia per certi versi inspiegabile.

Piero Canale


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Non ti muovere



Margaret Mazzantini, Non ti muovere, Milano, Mondadori, 2002, 295 pp., ISBN 978-88-04-48947-2.

Si può banalizzare la trama di qualsiasi romanzo. Seguendo questo principio, Non ti muovere è la storia di un tradimento … ma neanche per sogno.
Margaret Mazzantini ci racconta tre vite di donna guardate attraverso la vita di un uomo. Un uomo che finalmente, in un momento tragico della sua vita (il gravissimo incidente di cui è rimasta vittima la figlia), trova il coraggio di guardare spietatamente anche la sua.
C’è la relazione coniugale più o meno banale, semplice: appassionata in certi momenti, in via di esaurimento in altri. C’è il rapporto con la figlia, sempre tenero, anche se a volte un pò distante.
E c’è soprattutto il rapporto con Italia, la donna del caso, la prostituta, la negazione della sensualità, la reietta. Ed è proprio in questa strana relazione, all’inizio rabbiosa e brutale, poi sempre più umana ed accorata, che il protagonista della storia ritrova la sua umanità.
Attraverso un percorso molto tortuoso, egli si impegnerà faticosamente, dolorosamente e, a volte anche contro la sua volontà, prima a vedere e poi a rispettare l’umanità dell’altra.
In tutto ciò le altre due figure femminili (Elsa, la moglie ed Angela, la figlia) non restano sullo sfondo, non sono creature di contorno, vivono della loro vita e hanno la possibilità di imporsi con le loro risorse che nascono dalla personalità, dai sentimenti, dalle certezze acquisite.
Italia, invece, queste risorse non le ha: sa solo di essere un mucchietto d’ossa, un corpo consumato che tutti possono usare; è questa la sua certezza e in questa rimane, senza opporvisi, fino alla fine.
La fine, tragica, le riconsegnerà, anche se troppo tardi, tutta intera la sua dignità.
Ma il romanzo si impone anche per un’altra scelta dell’autrice, un particolare che può anche sfuggire: è scritto in prima persona, a parlare è il protagonista. Si tratta di un uomo. Margaret Mazzantini è una donna, ma lo dobbiamo ricordare ad ogni pagina, perché lo si dimentica facilmente.

Vincenzo Bagnera


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Fortuna, il buco delle vite



Jolanda Buccella, Fortuna, il buco delle vite, Maserà di Padova, Ciesse, 2012, pp. 592, ISBN libro 978 88 6660 0442.

Quando ho ricevuto in regalo il romanzo di Jolanda Buccella, sono rimasta un tantino turbata: 592 pagine scritte da un esordiente mi sono sembrate davvero tante. Ho iniziato ad osservarlo con una certa freddezza, non mi piaceva nemmeno il titolo, non capivo il nesso con l’immagine di copertina raffigurante una bellissima donna immersa in una natura lussureggiante . Poi, invece, l’ho aperto, ho cominciato a leggerlo e non sono più riuscita a fermarmi.
La protagonista di questo romanzo - che impareremo anche a conoscere col soprannome di Piccoletta la barbona e quello di Fortuna - è J.. Tre nomi per tre vite totalmente diverse l’una dall’altra. Iniziamo a leggere di lei quando è ancora una simpatica ragazzina con i capelli rossi e gli occhi verde smeraldo, affetta da una grave malformazione alla colonna vertebrale: la spina bifida – quel buco della vita - che influenzerà in modo negativo il legame fondamentale tra la bambina e sua madre Anita, splendida ex ballerina costretta ad abbandonare il sogno di danzare nei migliori teatri del mondo per accudire la figlia. Un rapporto difficile, costellato dal visibile astio della madre per la carriera irrimediabilmente compromessa e dalla sofferenza della piccola J. sommersa dai sensi di colpa. Dolore smorzato parzialmente dall’amore di nonna Umberta Prima Rizzutelli, una donna un po’ eccentrica ma dal cuore d’oro che riesce a carpire tutte le migliori qualità della nipotina.
Dopo un’adolescenza dilaniata da gravi disturbi alimentari, sorti in seguito alla morte di Umberta, J. trova il coraggio di reagire: fugge dalla casa natìa e si rifugia a Roma nella speranza di poter dare un taglio netto al passato. Nella capitale troverà, però, una nuova e amara dose di sofferenza. Sola e senza soldi si ritrova a vagare per le strade di una città fredda e ostile. Così J. – spogliatasi della vita precedente e divenuta Piccoletta la barbona - vivrà più di dieci anni, quasi senza accorgersene, lottando spietatamente per la sopravvivenza. È quasi allo stremo delle forze quando finalmente arriva la svolta: l’incontro improvviso e inaspettato con Nadir, affascinante medico ruandese che, giorno dopo giorno, riuscirà a restituirle un posto dignitoso nella società e a darle l’opportunità di conoscere il significato più autentico della parola amore.
Una donna, tre vite vissute con dolore, passione, angoscia e speranza che si svolgono in un crocevia di luoghi: dall’Italia del piccolo paesino in provincia Salerno e della splendida capitale al Ruanda dilaniato dal terribile genocidio dei tutsi, avvenuto nell’aprile del 1994.
      Tre vite profondamente diverse l’una dall’altra che, come un complicato puzzle, si ricompongono davanti agli occhi della donna - ormai condannata a morte in un’anonima prigione ruandese - intenta ad afferrare i fantasmi del passato. Tra lutti devastanti, abbandoni insopportabili e amori negati che l’hanno trascinata nella disperazione più profonda, insegnandole comunque a rialzarsi ogni volta con maggiore determinazione, questo romanzo - per certi versi crudo, spietato, avvincente e capace di lasciare con il fiato sospeso - regala al lettore una sfumatura di emozioni forti e inaspettate fino all’ultima pagina.
La giovane autrice è riuscita nel difficile tentativo di scrivere una storia lunga ma mai ripetitiva, toccando temi di forte impatto sociale come la disabilità e i disturbi alimentari senza per questo correre il rischio di risultare retorica.
La sua scrittura, semplice ma efficace, riesce a coinvolgere il lettore e a farlo immedesimare  nelle storie dei personaggi raccontati sempre in modo geniale e con dovizia di particolari.

Marta Lodetti


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Buenos Aires 22



Benedetta Tomasello, Buenos Aires 22. Poesia di un amore sincero, Roma, Edizioni Libreria Croce, 2012, pp. 88, (Ozio sapiente), ISBN 978-88-6402-167-6.

Non conosco personalmente Benedetta Tomasello e non conosco la sua storia. Buenos Aires 22. Poesia di un amore sincero è carico di indizi, di cifre nascoste di una vita, di una famiglia, di una casa. Averlo letto, mi fa pensare che ci sia più che uno spaccato timido e mal celato della vita dell'autrice, in questo racconto così appassionato e carico di sentimenti e di storie di famiglia. Un senso di famiglia, che in molti ricorre, l'insieme delle sciagure e dei sentimenti e dell'unione forte dei legami di sangue. Il pane condiviso, le mani strette, la violenza delle parole.
Non è tuttavia un libro duro, o che si abbandona alla sterile elegia di un tempo passato: Buenos Aires 22 è anche una poesia d'amore, è soprattutto un componimento d'amore. Un amore grande, che va oltre l'unione di due persone. È la lirica che accompagna e contraddistingue la vita e la sorte di molti siciliani, costretti all'emigrazione, a cercare un lavoro, a contrastare la lontananza di un amore e la nostalgia dei familiari. Mi vengono in mente le foto e gli altarini degli emigranti italiani all'estero. La vita vera e sofferta è presente nelle pagine di questo volumetto. E forse ancora in questo tra mattoni e un pub e un ricordo di un asilo o dell'arena, scaturisce il sentimento profondo che ha portato Benedetta Tomasello a porgere la mano a una stella - forse quella buona stella del papà - che brillerà «eternamente anche se in cieli diversi».

Piero Canale


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