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sabato 5 gennaio 2013

“È l’Europa che ce lo chiede!” (Falso!)



Luciano Canfora, “È l’Europa che ce lo chiede!” (Falso!), Roma-Bari, Laterza, 2012, IX +78 pp., ISBN 978–88–420–9337-4.

Cosa rappresenta davvero l’Europa? Possiamo definirla una grande opportunità o piuttosto ammettere che si è trattato di una promessa mancata? Attraverso questo breve saggio, Luciano Canfora – docente di filologia classica all’Università di Bari – ci invita a riflettere attentamente sulle contraddizioni legate all’Europa, intesa – oggi più di ieri – come la nuova «ideologia» che ha scalzato quelle novecentesche messe ormai al bando.
La prima grande contraddizione dell’Europa è la mancanza di unità politica: dal 1957, anno della stipula dei Trattati di Roma, gli europei possiedono una moneta unica ma non uno Stato unitario. Lo storico non può omettere di sottolineare il passaggio epocale che stiamo attraversando e che ci mette di fronte al declino della sovranità affidata a parlamenti eletti a suffragio universale – inaugurata dalla Gloriosa Rivoluzione inglese del Seicento –  e all’avvento di una nuova forma di governo in cui il potere effettivo è esercitato non da rappresentanti eletti democraticamente dal popolo sovrano, ma da organismi finanziari potenti come la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. Quali conseguenze ha questo delicato passaggio di consegne – avvenuto peraltro a totale insaputa dei cittadini – sui singoli Stati? Devastanti, secondo l’analisi dell’autore: dal dimezzamento del valore reale dei salari, alla perdita di consenso verso le tradizionali classi sociali di riferimento (così si spiega il voto massiccio degli operai alla Lega Nord) il tutto condito da una legge elettorale, il maggioritario, che, permettendo di vincere anche se si sono perse le elezioni, dà vita a parlamenti svuotati delle loro funzioni e prerogative.
La legge elettorale italiana, d’altra parte, è perfettamente funzionale al disegno che ha portato alla degenerazione della dinamica parlamentare: fino a qualche tempo fa ogni azione politica era improntata alla logica del bipolarismo. Oggi al bipolarismo si è sostituita la “coesione”, ovvero il fare insieme le cose che contano, nell’interesse del Paese, mettendo da parte le ideologie. Quante volte abbiamo sentito dire: questo non è un discorso di destra o di sinistra, ma è un discorso di buon senso! Del resto l’ideologia ha assunto una connotazione negativa in un mondo in cui – dice Canfora – c’è un uso incolto di questa parola. Così, opporsi all’abrogazione dell’art.18 – come richiesto dalla BCE nell’agosto del 2011 – è ideologico; affermare che il cambio reale della valuta non era basato – come ci avevano fatto credere – sull’equivalenza 1 euro pari a 2000 lire, ma piuttosto 1 a 1000, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di dimezzamento dei salari, di contrazione del potere d’acquisto e della conseguente crisi del sistema produttivo, ti fa guadagnare l’appellativo di qualunquista, antieuropeista o, peggio, viste le ultime sortite del Cavaliere, berlusconiano. Eppure alle vecchie e tanto vituperate ideologie se n’è sostituita una nuova l’Europeicità, l’essere seguaci della quale è invece motivo di vanto e gloria.
A ben guardare, il principio della coesione – funzionale, come si diceva prima, al processo di disfacimento della rappresentanza parlamentare – è servito a eliminare dallo scenario politico le cosiddette “ali estreme” (destra e sinistra) e a concentrare tutto sulla rincorsa a quello che oggi viene chiamato “centro moderato”. L’indebolimento del dualismo destra/sinistra ha fatto sì che la finanza e il mercato si sostituissero alla politica. In Italia possiamo osservare l’esito più feroce di questo disegno se consideriamo che in nome della crisi e per il bene del Paese, siamo stati guidati per un anno da un governo tecnico che non è stato scelto dai cittadini, ma imposto dall’esterno come ineluttabile necessità. Ma, si chiede Canfora, destra e sinistra davvero non esistono più, o la loro scomparsa è invece da considerare «un fenomeno inerente alla società piuttosto che alla realtà?» (p. 12). Il comunismo storico è fallito, diceva Bobbio nel 1994, ma aggiungeva anche che il cammino verso l’eguaglianza è appena agli inizi. Eppure, se oggi ammettiamo, senza troppe difficoltà, che il comunismo è fallito, sembra invece impossibile scalfire l’idòlum dell’eternità del capitalismo, malgrado la crisi mondiale che imperversa da anni ormai dimostri tutto il contrario.  Ciò accade perché questa eternità, seppur fallace ed effimera, serve a rafforzare l’azione della Banca Centrale Europea che riveste il ruolo di attuale “forza direttrice a sé stante”, lo stesso ruolo che, ai tempi di Gramsci, era rappresentato da giornali del calibro del Corriere della Sera o del Times. L’esito primario dell’azione della BCE è quello di «abbattere governi, farne nascere di nuovi, ordinare la crescita di coalizioni e vietare referendum in paesi apparentemente sovrani» (p.25) come è evidente nel caso di Italia, Grecia e Spagna.
Come possiamo reagire dinanzi a uno scenario tale in cui assistiamo, inermi, alla delocalizzazione di quella forza direttrice a sé stante che oltrepassa i confini del singolo Stato nazionale per ancorarsi saldamente al potere bancario della cosidetta Troika? L’autore non ha dubbi e, citando Nouriel Roubini, l’economista che aveva previsto la crisi del 2007, afferma che non solo è possibile, ma è necessario addirittura svalutare l’euro, con buona pace degli interessi nordamericani e della Germania che ha nell’eurozona il suo mercato.
Insomma bisogna avere il coraggio di scegliere tra i diritti sanciti dalla Costituzione e il potere economico e finanziario, tra i diritti dei popoli e gli interessi del mercato. E, in questa scelta, si gioca – secondo Canfora – la vera sfida della sinistra e la chiave della sua sopravvivenza.

Alessandra Mangano

Il visconte di Bragelonne



Alexandre Dumas, Il visconte di Bragelonne, Roma, Newton Compton, 2006, XXV+1283 pp. (I Mammut, 16), ISBN 978-88-541-1402-9.

Dumas padre chiude con un monumentale volume la storia dei moschettieri.
La gloria di uomini valorosi come D'Artagnan, Athos, Porthos e Aramis non poteva che concludersi combattendo. Per più di duemila pagine (i tre romanzi insieme) i moschettieri hanno fatto vivere a generazioni di giovani avventure ed emozioni, che solo una penna ineguagliabile e feconda come quella di Dumas poteva rendere ficcanti.
Più che una recensione al Visconte, questa vuole essere una lode e una dichiarazione incondizionata di amore nei confronti del Ciclo dei moschettieri, del quale questo libro è soltanto l'atto conclusivo (lo precedono infatti I tre moschettieri e Vent'anni dopo).
L'autore riesce con maestria e impeccabile bravura a descrivere la Francia della seconda metà del Seicento e i suoi personaggi: la corte di Luigi XIV è una fotografia puntuale, precisa; gli angusti e atri ambienti della Bastiglia sono cupe pagine nell'animo di chi legge; le passioni e gli amori sono fiamme che presto avvampano nell'animo dei lettori trasportati; la morte degli eroi è un dolore: un abbandono tragico di uomini che guidandoci per mano per mille e più pagine, ci hanno portato con sé in galoppate mozzafiato, ci hanno fatto sognare le fronde verdi che ombrano e riparano dalla calura, la rugiada e i profumi del bosco che accompagnano le passeggiate, le strade polverose e perigliose, e le coste irte sul mare che nasconde insidie e soluzioni.
Il genio di Dumas riesce anche a far nascere la commedia del tapezziere Moliére, Il borghese gentiluomo, dall'incontro tra il commediografo e Porthos! La letteratura di Francia si riscrive e si realizza nelle pagine dei Moschettieri.
Porthos ci insegnò a vivere. Athos ci insegnò come crescere un figlio e a reagire con dignità al dolore che spegne l'uomo. Aramis ci insegnò a lottare per un'idea, per una causa. D'Artagnan ci insegnò a conoscere l'uomo ancor prima di usare la spada.
Chi ha letto la trilogia dei moschettieri questo lo sa bene, porta con sé il ricordo tenero dei quattro eroi e la venerazione per quei personaggi (o veri uomini?) che superano la storia e la narrazione, diventando mito generazionale.
Uno per tutti...

Piero Canale

Il racconto dell’isola sconosciuta



José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, a cura di Paolo Collo e Rita Desti, Torino, Einaudi, 2003, 29 pp., ISBN 978-88-06-16651-9

«L'isola sconosciuta è un luogo mobile che appare e scompare sulle carte della fantasia, ma sta ben saldo nel cuore di ognuno di noi». [quarta di copertina]
Cos’è l’isola sconosciuta? Una terra che non è mai stata toccata da nessuna imbarcazione o qualcosa di più grande e interiore?
In questo racconto Josè Saramago, premio nobel per la letteratura nel 1998, descrive un uomo che si presenta al cospetto del proprio re con la strana richiesta di una barca per cercare l’isola sconosciuta. Il re è sospettoso e dopo reciproche argomentazioni decide di concedere all’uomo ciò che chiede. Nel suo viaggio sarà aiutato da una donna...
La barca è il mezzo che permette all’uomo di scoprire realmente se stesso. Tra sogno e realtà l’autore narra sapientemente, con stile, una storia d’amore meravigliosa, che appare e svanisce dalle carte della fantasia, proprio come se fosse un’isola misteriosa.
All’interno 8 illustrazioni fuori testo tratte dall’Atlante di Battista Agnese (1553).

Biagio Bertino

Il messaggio segreto delle farfalle



Laila al-Uthman, Il messaggio segreto delle farfalle. Roma, Newton Compton Editori, 2012, 251 p., ISBN 978-88-541-4167-4.

«Ascolta da questo istante devi osservare il silenzio. I segreti del palazzo non possono trapelare all’esterno…per nessuna ragione» [p.13]. Da questa frase prende l’avvio la narrazione della vita di Nadia, nata in un Kuwait in cui le donne devono solo tacere e obbedire. Intellettualmente vivace e curiosa, a diciassette anni sogna di andare all’università, non immaginando di essere destinata in sposa ad un ricco despota molto più anziano, che la userà come un oggetto di piacere. Prigioniera in una gabbia d’oro, isolata da tutto e tutti, violata e percossa, vive con angoscia le visite del marito: «ero pronta ad essere umiliata, a sentirmi come se dei vermi mi strisciassero in gola e scarafaggi affamati mi percorressero le gambe e il ventre» [p. 38]. Alla morte del vecchio Nadia si crederà libera, ma si scoprirà sempre costretta dai vincoli delle convenienze sociali. Scritto fra il 2004 ed il 2005, il romanzo scorre, ma lo stile dalla pesante aggettivazione – quasi barocca – fa sentire l’origine mediorientale della scrittrice: eppure la scelta di una lingua letteraria non fa di questa una storia leggera. Laila al-Uthman è una sessantasettenne kuwaitiana che ha sempre scritto – e descritto – con coraggio, in saggi e storie dure, anche dolorose, dello scottante tabù della condizione della donna nel proprio Paese. L’autrice è una donna combattente, che ha affrontato il tribunale per oltraggio alla religione e che ha lottato come una suffragetta per il diritto di voto delle donne del suo Paese. In egual misura lotta Nadia per affermare il suo diritto di autodeterminazione; nel suo dialogo interiore lei si chiede: «Ma le farfalle erano state create senza voce? Ero forse destinata a sperimentare in questo palazzo il silenzio delle farfalle?» [p. 43]: la rabbia che sorge spontanea in risposta le darà la forza di sopravvivere.

Eloisia Tiziana Sparacino

Furor bibliographicus ovvero la bibliomania



Ugo Rozzo, Furor bibliographicus ovvero la bibliomania, a cura di Massimo Gatta, prefazione Alfredo Serrai, Macerata, Biblohaus, 2011, 217 pp., ISBN 9788895844183.

Al giorno d’oggi, a causa della prorompente ondata tecnologica, appare scontato imbattersi in collezionisti di cellulari, di orologi, di CD o di DVD, e sarebbe invece strano sentir dire che esista ancora gente che colleziona libri. In questo volume Ugo Rozzo – ex-docente di Storia del libro e della stampa presso l’Università di Udine – ce ne mostra un esempio: lo squilibrato del bibliomane, uomo mentalmente disturbato, geloso a tal punto dei suoi libri da appendere nella sua libreria l’iscrizione “Ite ad vendentes” (Andate da coloro che li vendono!), o addirittura da chiedere ad altri le opere che anche lui possiede, per paura di rovinare le proprie [p. 19].
Quest’excursus sulla bibliomania – incompleto, come tiene a precisare l’autore all’inizio dell’opera – prende le mosse da un componimento in sestine di Cesare Beccaria: Il bibliomane. Caratteristica principale di questo personaggio, messa abilmente in evidenza dall’illuminista, è quella di ignorare del tutto il contenuto dei volumi che colleziona, e di sfruttarli unicamente come ornamento. Si continua dunque esaminando la voce bibliomanie dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, in cui si deride l’incapacità del bibliomane di selezionare i volumi degni di nota da quelli inconsistenti e, di contro, si esalta la capacità di sintesi, tanto da elogiare un uomo – definito “uno dei più fini cervelli del secolo” – che, nel costituirsi una biblioteca ricca ma poco ingombrante, strappava le pagine a suo dire più interessanti da ogni testo.
Caratteristico risulta il percorso attraverso i dizionari e le enciclopedie italiane da cui vengono fuori una serie di distorsioni ulteriori, dalla stessa radice biblio-: avremo bibliofagia, bibliolatria, bibliomanzia, e così via… L’autore non manca di citare autori classici, sia greci che latini: citerà Seneca e il ritratto, nel De tranquillitate animae, dell’aristocratico che compra libri solo per abbellire la casa, o Luciano di Samosata, col suo Adversus indoctum et libros multos ementem, passando per Callimaco e concludendo col Trimalcione di Petronio e le sue “tre librerie, di cui una greca, l’altra latina”.
Il libro si legge scorrevolmente, tutto d’un fiato: quello che si scorge tra le righe è la passione che Rozzi prova per il libro e per tutto ciò che ruota attorno ad esso, nonché l’assoluta scientificità con cui si approccia alla ricerca.
Oltre che da un corposo apparato di note a piè di pagina (di notevole importanza per chi volesse approfondire lo studio dell’argomento), il testo è corredato da due appendici: una che contiene la stampa anastatica di Rari testi sulla bibliomania (pp. 85-193), esaminati dall’autore lungo la trattazione; un’altra in cui sono riportati frontespizi e coperte di testi afferenti al tema principale (pp. 196-205). La Nota del curatore (pp. 207-211) e l’Indice dei nomi (pp. 213-217) chiudono l’opera.

Vincenzo Bagnera

lunedì 24 dicembre 2012

Buone feste da LIBRidO!



Care socie e cari soci, care amiche e cari amici,
come molti di Voi sapranno l’associazione LIBRidO si è costituita il 27 luglio del 2012 e da quel momento lavora costantemente alla realizzazione di vari progetti legati al mondo delle biblioteche e degli archivi. Dopo una prima fase legata all’espletamento delle innumerevoli e spesso farraginose pratiche burocratiche, abbiamo finalmente la possibilità di dedicarci alla progettazione e all’attuazione di una serie di iniziative di rilevante interesse culturale.
Tra queste ci fa piacere condividere con voi quelle che, a nostro avviso, sono maggiormente meritevoli della vostra attenzione: l’istituzione di una biblioteca di quartiere, nell’ambito della campagna Dona un libro per liberare la cultura, e la creazione di uno spazio multimediale di condivisione per la valorizzazione del libro e la promozione della lettura.  
Il primo progetto nasce dalla consapevolezza che, oggi più che mai, una biblioteca di quartiere - intesa come spazio multiculturale e intergenerazionale - sia condizione imprescindibile per la crescita e la valorizzazione sociale e intellettuale, non solo del singolo cittadino, ma, più in generale della collettività. La condivisione di uno spazio comune - all’interno del quale sia possibile, non solo accostarsi allo studio, all’approfondimento e alla lettura, ma anche crescere gomito a gomito con persone altre - diventa percorso obbligato per il diffondersi di una vera cultura della legalità. Pertanto abbiamo attivato un’interlocuzione con il Comune di Palermo per l’assegnazione di uno spazio in cui far nascere questa realtà: abbiamo quindi deciso di lanciare il 30 ottobre u.s. la campagna Dona un libro per liberare la cultura, in modo da raccogliere il maggior numero possibile di donazioni (materiale audiovisivo, saggi, monografie, enciclopedie, riviste, etc.). Il nostro obiettivo è duplice: in primo luogo restituire vita a tanti libri, che altrimenti morirebbero in qualche scaffale polveroso, o, ancora peggio, in cantina in uno scatolone; quindi dare la possibilità a chi per varie ragioni non può avere accesso diretto alla fruizione di questo materiale, di poterlo consultare sia in loco, che comodamente a casa.
Il 5 dicembre u.s. è andato online Libido Legendi - uno spazio multimediale dedicato a tutti coloro che condividono con noi il piacere della lettura e l'amore per i libri - in cui ogni mese verranno pubblicate le dieci migliori recensioni pervenuteci. Con l'occasione ne approfittiamo per invitarvi a collaborare con la nostra iniziativa. Qualora vi faccia piacere potete visitare il nostro blog all'indirizzo http://libidolegendi-librido.blogspot.it/, dove potete consultare anche il regolamento per partecipare.
Partiranno dal 2013 due nuovi progetti: Salviamo l'odiato dizionario di latino! e Servizio di ricerca bibliografica online.
Il primo consiste in un servizio di recupero dei dizionari, che gli anni di liceo hanno consumato, e di realizzazione di piccoli interventi di legatoria e manutenzione per tutti quei libri che hanno subito danni meccanici (copertine divelte, dorsi e/o fascicoli staccati); esso è rivolto a tutti coloro che ne vorranno fare richiesta.
Il secondo progetto, invece, riguarda l'offerta di un servizio di ricerca bibliografica per tramite dei cataloghi online, rivolto agli studenti e a tutte le persone che hanno necessità di reperire informazioni catalografiche su uno o più testi.
Per l'anno prossimo ci auguriamo un 2013 pieno di attività e di iniziative che possano dare vigore al risveglio culturale della nostra regione e della nostra generazione. Saremmo lieti se la nostra sfida fosse incoraggiata e supportata da Voi, con la vostra collaborazione e amicizia. Saremo felici inoltre di rendervi partecipi di ogni nostra attività.
Cogliamo l'occasione per augurarvi buon Natale e felice anno nuovo, nella speranza che queste festività portino a tutti serenità, e che il 2013 si riveli migliore di questo che sta per concludersi. Vogliamo terminare questa nostra con una frase di Mallarmé, più che mai attuale:
«Il mondo è fatto per finire... in un bel libro».

Palermo, lì 24/12/2012

Il Presidente
Vincenzo Bagnera


sabato 1 dicembre 2012

Igiene dell'assassino



Amélie Nothomb, Igiene dell’assassino, Parma, Guanda Editore, 2012, 175 pp., ISBN 978-88-8246-366-3.

«Non senza legittimo orgoglio il signor Tach si seppe colpito dalla temibile sindrome di Elzenveiverplatz, chiamata più volgarmente ‘cancro delle cartilagini’, che lo studioso eponimo aveva scoperto nel XIX secolo alla Cayenna in una dozzina di ergastolani reclusi per violenza sessuale con annesso omicidio, e che da allora non si era più ripresentata».
Uscito nel 1992, è questo il primo romanzo della Nothomb; la sua fortuna ruota intorno alla grande – in tutti i sensi!- figura dello scrittore Prétextat Tach, premio Nobel, più che per la letteratura, per la misantropia e la misoginia. L’ottuagenario Maestro è un eremitico, presuntuoso, paralitico, vorace e calvo grumo di lardo, benedetto da una rarissima malattia che promette di coronare di morte gloriosa una lunga e lusinghiera carriera di autore. Stampato e distribuito per tutto il mondo, riverito e lodato da tutti gli intellettuali, Prétextat è letto da nessuno e, forte di questo vanto, decide di gratificarsi con un ultimo regalo. Come un grasso ragno, apre il suo appartamento a degli sprovveduti giornalisti, che si lanciano nella sua ragnatela, per finire fagocitati dal pantagruelico Ego dello scrittore. Qualsiasi approccio, qualsiasi tattica improvvisata o pianificata a tavolino dagli intervistatori è resa vana da Prétextat: con i suoi sofismi blandisce, adula, insulta, confonde, sfinisce e mette in fuga con ferocia anche i più brillanti fra i giornalisti, incapaci di sostenere il pressing dialettico del Maestro. L’ultimo intervistatore è però una donna, Nina, una «piccola rompiscatole insolente». Decisa a condurre il gioco, altera e inflessibile al contempo, Nina è Femmina e dunque, nella sottesa logica northombiana, letale. Si percepisce come il romanzo, perlopiù composto da dialoghi, nell’ultimo capitolo cambi ritmo, quando le discussioni surreali ed esasperate/esasperanti ammannite dallo scrittore vengono soppiantate da quelle rigorose dalla giornalista. Come in un giallo di Ellery Queen, alla fine della storia tutti gli ingarbugliati indizi sparsi per il romanzo vengono raccolti, e i fili dell’oscuro passato riannodati ad intrappolare il grasso ragno, vittima felice della propria ragnatela. Il romanzo è condotto con mano leggera, che permette di sorvolare su qualche sofisma di troppo; ma la Nothomb, penna e personaggio peculiare che si ama o si odia all’istante, merita letteralmente chapeau!

Eloisia Tiziana Sparacino

Racconti siciliani



Danilo Dolci, Racconti siciliani, Palermo, Sellerio editore, 2008, 417 pp., ISBN 88-389-2307-8.

Danilo Dolci scrive la Sicilia. Non nel senso che la interpreta restituendocene l’immagine attraverso il filtro dei suoi occhi o della sua interpretazione personale. No. È come se lui la facesse parlare senza intermediari, così, in forma diretta con tutte le sue disperazioni, con la povertà e la fame; con quelle strade «miserabili e putride» descritte da Carlo Levi ne Le parole sono pietre. La Sicilia che Dolci ci racconta non può essere abbellita, nemmeno dal punto di vista linguistico; le voci dei protagonisti vengono fedelmente registrate così come sono, senza intenti estetizzanti. L’esito non è scontato perché Dolci è siciliano solo d’adozione, è un settentrionale che per vivere e raccontare la Sicilia, si fa – come dice, in più occasioni, lo storico Francesco Renda – meridionale tra i meridionali, siciliano tra i siciliani. 
I suoi personaggi sono braccianti, casalinghe, falegnami, ma anche madri senza latte e bambini denutriti. Gente comune che vive di espedienti, che cerca nella terra una disperata sopravvivenza, quella terra che regala l’erba da mangiare a Vincenzo, quando manca il lavoro e non ci sono soldi per comprare altro. Questa Sicilia dei racconti di Dolci è un universo ricco di simboli: un mondo parallelo dove ogni spiegazione alle grandi domande della vita è mutuata dai campi. Le stelle sono come le vacche che «quando aggiorna si ritirano sempre» [p.23] e la luna è fatta di cielo e «il cielo di fumo che si fa in terra e è salito» [ibi]. Volendo farne un’analisi scientifica, il tema è quello annoso della contrapposizione tra la cultura prodotta dalle classi popolari e la cultura imposta alle classi popolari e della tradizionale questione: se e come sia possibile rintracciare una forma di circolazione tra i due livelli. Nel dibattito tra storici e antropologi, tutt’oggi attuale, si inserisce il dualismo tra oralità e scrittura che ci riporta inevitabilmente agli studi condotti da Mandrou e da Bolème, alla creatività popolare, ma anche a Rabelais, a Bacthin e al carnevale. In tal senso i protagonisti dei racconti siciliani di Dolci, richiamano inevitabilmente alla mente anche Menocchio: il mugnaio friulano descritto da Ginzbourg ne Il formaggio e i vermi per il quale il caos è identificabile con una massa simile al formaggio dentro cui nascono gli angeli e Dio - per volontà della Santissima Maestà - proprio come dal prodotto gastronomico nascono i vermi.
Il mondo parallelo cerca una definizione di sé alternativa, quando non addirittura in aperta contrapposizione, a quello ufficiale. È il caso di Vincenzo, condannato a 4 anni e 20 giorni di reclusione per aver rubato due mazzi d’erba. Perché la Sicilia degli anni ‘50 è quella della riforma agraria e dei decreti Gullo, del separatismo, dell’occupazione delle terre e degli omicidi dei sindacalisti più rappresentativi di quelle lotte contadine: Accursio Miraglia, Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale, solo per citarne alcuni. Eppure da questo mondo, pur condividendone le istanze e le rivendicazioni, Dolci si discosta, scegliendo una via diversa alla seppur necessaria rivoluzione: gli scioperi della fame (digiuni individuali o collettivi) come arma nonviolenta, perché – come il titolo di un’altra sua opera fondamentale – bisogna Fare presto (e bene) perché si muore; o, ancora, lo sciopero alla rovescia causa di carcerazione e processo, ma anche di sostegno e  solidarietà da parte di intellettuali del calibro di Erich Fromm, Betrand Russell e Jean-Paul Sartre. Avversato dalla Chiesa del Cardinale Ruffini, tacciato come eccentrico dalla sinistra tradizionale, la sua “eresia” diventa prassi sociale e il suo dare voce alla gente non prevede un ammaestramento, o peggio, un tentativo, seppur minimo di acculturazione, ma solo una profonda empatia che l’autore – sollecitato nella stesura di questa raccolta da Italo Calvino – mostra con il profondo legame che nella sua vita hanno il pensare e l’agire. Secondo Dolci, infatti, per conoscere i poveri e dar loro una voce bisogna vivere come loro. È in quest’ottica che l’autore ha scritto Racconti siciliani ed è in quest’ottica che il lettore deve accogliere il libro, documento preziosissimo di un passato più che mai attuale. In un’epoca complessa e turbinosa, in cui le politiche di austerity, mascherate da imprescindibile necessità, aumentano il divario tra ricchi e poveri, creando nuove sacche di marginalità e di stenti, una rilettura di Dolci appare imprescindibile per comprendere la simbologia del disagio, della ghettizzazione e della paura. 

Alessandra Mangano

Il libro dell'inquietudine



Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, Milano, Feltrinelli, 2000, 277 pp., ill. (Universale Economica Feltrinelli), ISBN 978-88-07-81626-0.

Il libro dell'inquietudine è il diario di Bernardo Soares, un contabile della Lisbona degli anni Trenta. L'autore del diario, che altro non è che un eteronimo di Fernando Pessoa, trascorre il suo tempo tra lo sterile lavoro, il sogno e la scrittura quasi maniacale delle pagine asfittiche, ostiche, soffocanti che compongono questo romanzo.
Bernardo Soares non è un sognatore, quale l'idea romantica potrebbe suggerire. Infatti, il sogno di cui parla il contabile è l'unica esperienza reale di vita che gli sia permessa. Per Soares la vita è una complessa, e a volte insensata, oscillazione tra l'inazione e la mancanza di consapevolezza. Solo il sogno dà la vera prova dell'esistenza: «omnia fui, nihil expedit».
Il diario si contorce, come viscere in preda a degli spasmi. Tra le pagine di pioggia e le pagine del caldo umido e asfissiante si insinuano profondamente le riflessioni sull'esistenza e sull'umanità, le massime sulla religione e sul secolo. Quella di Soares è una filosofia pratica, che si fa forte dell'esperienza non vissuta.
Soares (o Pessoa?) scioglie momento per momento la sua esistenza - il diario risale agli ultimi anni di vita dello scrittore - la analizza con lo stesso metodo con cui si osserva la vita intorno, alla quale sembrerebbe totale il disinteresse, ma che tuttavia l'autore descrive con incredibile partecipazione interiore: ogni cosa investe in pieno i sensi di Soares. Ogni suono ogni colore, ogni odore: «nulla è fuori di lui...», verrebbe da dire...
La costante di questo libro è la peregrinazione angosciosa, tra la meditazione, i sogni e il tedio.
Difficile è però ripercorrere le pagine di questo libro, cercando di seguire una sua logica interna. Non credo si possa fare una recensione, ovvero una descrizione puntuale di questo diario.
Le pagine sono libere e libera ne è l'accoglienza che ciascuno può farne nel proprio animo, nella propria testa. Questo libro ha troppe facce: l'autore ne ha disegnate troppe; il lettore troppe ne può scorgere, accogliere o decidere di ignorare.
E nello stesso tempo questo libro può essere una condanna o una salvezza.
Salvezza... per chi il pericolo lo ha già scampato. Questo libro è dunque un conforto, una speranza: «ho evitato di fare la sua fine, non vivo più come Soares, prima vivevo così». Il libro dell'inquietudine è allora il più grande invito alla vita, a lasciare Rua dos Douradores, ad affrontare con occhi diversi il mondo intorno.
Non basta il sogno: diventa necessario l'Amore. E in questo libro manca l'Amore. E allora per chi vive senza Amore, questo libro è un'atroce condanna. Bernardo Soares non sa cosa è l'Amore. É lontano dall'Amore. E chi vive senza Amore è condannato a essere Bernardo Soares, a vivere chiuso in un'umida e insalubre stanza, a dormire senza posa e senza ristoro in un letto sempre sfatto.
Il libro non dà soluzioni. Non mostra vie da seguire. Non scioglie le contraddizioni.
Al lettore la voglia, la forza di continuare la lettura.
Consigliarlo? Una responsabilità troppo grande.

Piero Canale

Stranalandia



Stefano Benni, Stranalandia, disegni di Pirro Cuniberti, Milano, Feltrinelli, 2009, 109 pp., ISBN 978-88-07-81079-4.

Esiste davvero, in mezzo all’Oceano Atlantico, l’isola di Stranalandia «dove tutto è così strano che più niente sembra strano»? (quarta di copertina). 
Questa diciannovesima edizione di una pubblicazione del 1984 di Stefano Benni, che potrebbe apparire un libro per soli bambini, risulta invece una gradevole lettura per tutte le età.
Stranalandia è un’isola; un’isola dove tutto appartiene a una fantasia operata con sapienza dalla natura, rappresentata da bizzarre creature zoologiche, botaniche, ecc. In quest’opera si ritrovano fantastiche descrizioni di animali quali la Bancaruga, il Cervo Pomellato o il Topo Cagone, tutti residenti in quest’isola misteriosa dove, agli inizi del ‘900 a causa di un naufragio, due professori-scienziati dell’università di Edimburgo riescono a sopravvivere per tre anni: durante tale periodo i due riescono a raccogliere una grande quantità di dati, disegni e osservazioni. Misteriosamente è stato rinvenuto il secondo volume del loro diario, originariamente composto da tre libri, dove si leggono narrazioni inverosimili: tutto ciò «è un’invenzione fantastica o la testimonianza reale del più incredibile prodigio naturale mai scoperto»? (quarta di copertina). Ai lettori la risposta.
Un tuffo in una natura fantastica dove alla fine di questo meraviglioso viaggio si avverte la voglia di ideare e creare un nuovo stravagante personaggio e collocarlo tra le spiagge e le foreste di Stranalandia.
Un libro divertente attraverso il quale Stefano Benni, con trovate assolutamente geniali, si conferma nuovamente autore creativo e di grande livello; presenti anche 6 tavole a colori e 64 disegni in bianco e nero di Pirro Cuniberti che rendono perfettamente le descrizioni degli animali. 

Biagio Bertino

Antropologia in sette parole chiave



Vincenzo Matera, Antropologia in sette parole chiave, Palermo, Sellerio, 2006, 177 pp., ISBN 88-389-2124-5.

Cos’è questa scienza misteriosa che da sempre ha portato l’uomo a studiare sè stesso sotto molteplici punti di vista? Quali sono i suoi punti cardine? Quali sono i principi che ne regolano il funzionamento?
L’autore, Vincenzo Matera, docente di Antropologia culturale nella Facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Milano-Bicocca, raccoglie in questo volume una serie di saggi che danno la sua particolare visione su questa scienza; ogni saggio fa capo ad un termine di assoluta importanza, una parola chiave, nella complessa ed eterogenea composizione della materia antropologica: sette parole, sette saggi. Anzi, sette più uno: “Antropologia”.
Incompletezza: dopo aver analizzato velocemente alcune delle specie umane (Australopitecus, Erectus, Sapiens) mette in luce che deve essere la prospettiva che adotterà per comprendere tutte le varie sfaccettature psicologiche sociali e antropologiche dell’essere umano, ossia quella che riconosce l’uomo “come un animale difettoso dal punto di vista strettamente biologico”, e proprio per questo, che tende a svincolarsi dalla propria dimensione organica.
Cultura: intesa come caratteristica quasi obbligatoria dell’essere umano, che, a differenza degli altri animali, non è geneticamente programmato dalla nascita alla sopravvivenza, ma anzi sente l’esigenza di una cultura come elemento indispensabile per la salvaguardia della propria specie.
Comunicazione: ossia la capacità dell’essere umano di mettere in circolo, di far divulgare nella società, di aprire al sociale quella cultura, rimedio alla sua incapacità, alla sua «difettosità originaria».
Identità: concetto ampio e articolato, su cui verte da anni gran parte del dibattito antropologico, che coincide con la cristallizzazione, ambigua e temporanea, di punti di riferimento, di stereotipi, per l’azione e per l’interazione, e che è strettamente correlato con la nozione di diversità.
Campo, Intenzionalità, Interazione: sono tre termini che afferiscono alla sfera della ricerca scientifica dell’antropologo, che impone una “particolare prospettiva conoscitiva”, e che porta a una serie di problematiche critiche, una fra tutte quella che Matera chiama il «più altro degli altri».
Il testo è corredato di un’ampia Bibliografia (pp.157-173) e di un Indice dei nomi (pp.175-177) utilissimo per chi volesse o dovesse approfondire la sua ricerca.

Vincenzo Bagnera