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lunedì 5 ottobre 2015

Stessa misura, stesso peso, stesso nome

Antonino Giuffrida, Stessa misura, stesso peso, stesso nome. La Sicilia e il modello metrico decimale (secoli xvi-xix), Roma, Carocci, 2014, 172 pp. (Biblioteca di testi e studi, 941), ISBN 978-88-430-7381-8.

Non capita quasi mai di chiedersi nella vita di tutti i giorni da dove provengano o come siano nate le unità di misura, che noi utilizziamo quotidianamente in molte azioni comuni, senza nemmeno rendercene conto: fare la spesa («mi dia 3 etti di prosciutto»), comprare un abito di tagli 48, fare il pieno di benzina. Eppure il sistema metrico-decimale, che noi usiamo con la naturalezza di chi lo utilizza da sempre, non è stato sempre il sistema ponderale in uso in Europa e nel resto del mondo, sebbene esso sia in campo internazionale riconosciuto e adottato da quasi tutti i paesi con qualche eccezione (vedi per esempio il Regno Unito e gli Stati Uniti).
Prima dell'introduzione del sistema metrico-decimale, la quale fu favorita anche dalla sua scientificità (i progressi scientifici tra Seicento e Settecento sarebbero stati impensabili senza il sistema metrico-decimale), in Europa erano in uso sistemi ponderali "a misura d'uomo" (il piede, il palmo, il rotolo, la canna, ecc.), ma che di fatto erano sistemi di numeri complessi. Per spiegarci meglio: il palmo, unità di misura di lunghezza corrisponde a 12 oncie (sottomultiplo), mentre il miglio, multiplo del palmo, corrisponde a 5760 palmi, tralasciando però tutti gli altri multipli e sottomultipli.
I sistemi ponderali di antico regime sono particolarmente interessanti, perché possiedono una forte connotazione sociale e politica e sono misura dei rapporti «che intercorrono tra ceti e delle regole di funzionamento di un mercato». Per questo motivo le riforme di tali sistemi in età moderna indicano la «attivazione dei processi politico-istituzionali di transizione, che caratterizzano gli Stati di antico regime nella fase che porterà ai nuovi equilibri ottocenteschi» (p. 11).
In Stessa misura, stesso peso, stesso nome di Antonino Giuffrida, docente di storia moderna all'università di Palermo, oltre ad essere descritto il sistema ponderale siciliano di antico regime, si analizzano le vicende storico-istituzionali di due importanti riforme del sistema ponderale nel 1601 e nel 1809 avvenute nel regno di Sicilia, fino all'introduzione del sistema metrico-decimale con l'unità d'Italia.
La riforma del sistema ponderale siciliano che si realizza nel 1809, manifesta la volontà di fare ordine in un sistema caratterizzato da una pluralità di soggetti, che godono del favore della tradizione e del privilegio, e quindi di «imporre una sola misura in tutto il Regno», visto che ogni città vantava le sue varianti (ad esempio la "canna", unità di lunghezza se era palermitana equivaleva a m. 2,046142, se era di Messina era di m. 2,090274, mentre con la riforma del 1809 fu fissata a m. 2,06783), che è innanzitutto un tentativo di «consolidare la centralità dello Stato» (p. 12).
Il nuovo clima culturale e civile d'inizio Ottocento e i risultati della rivoluzione scientifica dei secoli precedenti rendono possibile una riforma del sistema ponderale siciliano. Il vero motore della riforma è l'astronomo Giuseppe Piazzi, che insieme ai professori Domenico Marabitti e Paolo Balsamo formano la Deputazione dei pesi e misure. È proprio il Piazzi, infatti, a escludere l'adozione del sistema metrico decimale, per elaborare una «razionalizzazione del sistema basato sui numeri complessi, e in particolare, sul 12, [...] eliminando tutte le varianti accumulatesi nel tempo» (p. 84). La riforma dell'astronomo Piazzi non è indolore e priva di conseguenze. A insorgere contro la riforma sono i Consigli civici e alcuni uffici, che si trovano privati d'un tratto da prerogative secolari. Critiche al nuovo sistema provengono anche dalla Giunta dei Presidenti e del Consultore. Tuttavia la riforma sopravvive, nonostante le difficoltà, sopravvenute dopo l'unione amministrativa del Regno di Sicilia e di Napoli, anche se tra le due parti del regno rimangono vigenti due sistemi differenti.
L'esperienza della Deputazione è importante per la storia siciliana, poiché segna la rottura con un sistema di misurazione inconciliabile la "grande trasformazione economica" che è in corso in Europa. Ciò è dimostrato anche dalla continuità non solo archivistica, ma anche amministrativa tra la Deputazione e la Giunta metri siciliana cui spetta il compito della conversione del sistema siciliano a quello metrico decimale esteso dal regno di Sardegna all'Italia unita.
Per i motivi sopra esposti il libro di Giuffrida è un utile e importante strumento per gli studiosi di storia siciliana e di metrologia.


Piero Canale



mercoledì 5 marzo 2014

L'invenzione della virilità

Sandro Bellassai, L'invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell'Italia contemporanea, Roma, Carocci Editore, 2011, 181 pp., ISBN 9788843061501.

Molto interessante questo libretto di 200 pagine che, in maniera snella e autorevole, documentata e rigorosa ma di facile lettura, ricostruisce più di un secolo di storia italiana dal punto di vista del maschio “moderno”. L'autore di questo libro, pubblicato nel 2011 da Carocci Editore, è Sandro Bellassai, che insegna storia sociale e culturale all'Università di Bologna. La storia è quella del “virilismo”, ovvero l'ideologia della mascolinità, un -ismo che come tutti gli -ismi è artificio, costruzione, forzatura. E che nasce dalla paura. Il virilismo è quell'impalcatura retorica che il maschio ha dovuto crearsi davanti all'avanzata della modernità – che sovvertiva e rivoluzionava tutto, compreso il rapporto tra i sessi – per restare aggrappato ai suoi privilegi.
Un esempio è quello della superiorità fisica del maschio, che con la rivoluzione industriale e la conseguente meccanizzazione del lavoro di fine Ottocento, cessò – lentamente ma inesorabilmente – di essere fonte di legittimazione del patriarcato e della superiorità maschile all'interno del sistema sociale. Lavorare con le mani, lavorare col corpo, diventò sempre più inutile (si potrebbe dire: “tanto ci sono le macchine che fanno tutto”) e il vero potere – insomma – prese strade diverse rispetto a quelle della forza fisica. Ecco così che quel che non ebbe più senso all’interno del mondo – ma che restò, come retaggio nostalgico, abitudine che è difficile dimenticare, rievocazione di tempi passati e distortamente gloriosi – diventò immediatamente posa, esibizione, ostentazione.
Questo è il virilismo, dunque. La cura del corpo fine a se stessa (le palestre e le associazioni di ginnastica nascono in Europa proprio a fine Ottocento) ma sopratutto l'esaltazione di tutte quelle caratteristiche intese come “specificatamente maschili”: aggressività, forza, violenza, prevaricazione, comando, gerarchia. Caratteristiche che, con l'avanzare della modernità meccanizzata, rischiavano di perdersi del tutto. Ma non è solo questo. In ballo c'era tutto un ordine sociale basato sul patriarcato, tutto il vecchio regime che sembrò sempre più superato, anacronistico. Non a caso le prime rivendicazioni “femministe” (come il movimento delle suffragette inglesi) nacquero proprio in questo periodo.
In questa cornice, Bellassai ci racconta dell'Italia, passando il rassegna le fasi di sviluppo – ascesa, trionfo e crollo – del virilismo nostrano.
C'è il colonialismo, innanzitutto, fin dai tempi di Giolitti, che rappresentò per i maschi italiani un'opportunità per mostrare il proprio “vigore” contro le razze inferiori (il razzismo, scrive Bellassai, è il rovescio della medaglia del maschilismo: è un diritto sopraffare la razza inferiore così come è un diritto sopraffare il sesso inferiore). Il colonialismo italiano, spesso raccontato in modo mellifluo e indulgente, fu invece qualcosa di decisamente crudele e violento e portò, tra l'altro, a una legislazione colonialista foriera del concetto giuridico di “razza” e di “gerarchia di razza”, seconda per crudeltà solo alle legislazioni nazista e sudafricana.
C'è il futurismo, che fece della virilità, della violenza, della sopraffazione, dell'orrore per la mollezza e l'effeminatezza, una mitologia simbolica e teorica.
E poi c'è il trionfo del virilismo in Italia, durante il ventennio fascista, con la sua esplosione retorica e scenografica della mascolinità, le sue parate, le sue dimostrazioni ginniche, le sue politiche per l'incremento della natalità (la donna come moglie e madre), il suo puntare ancora di più sul colonialismo, nel sogno grottesco e fuori-tempo-massimo di un “impero italiano”.
Il declino del virilismo, per l'autore, si registrò dalla fine del fascismo in poi, con l'Italia investita dal “nuovo mondo” simbolico e culturale del consumismo americano e il rilassamento dei costumi conseguente il boom economico degli anni '50. Il colpo di grazia fu nel '68 e negli anni '70. Il movimento giovanile di quel periodo fu il primo movimento collettivo in cui maschi e femmine – soprattutto nelle università – stavano fianco a fianco, in una parità fattuale. Infine l'exploit internazionale – a livello teorico e politico – del movimento femminista, mentre l'Italia entra definitivamente nella modernità tagliando il cordone ombelicale col Vaticano e portando la secolarizzazione della società al suo punto di non ritorno grazie ai referendum su divorzio e aborto.
Poi ci sono gli anni '80 e i decenni successivi, il riflusso nel privato, il crollo del muro di Berlino e delle entità collettive, la disillusione politica, il nuovo edonismo e la nuova etica individualistica e aziendalistica. Nacque il nuovo mito dell' “uomo di successo” che in qualche modo fornì nuovi elementi di legittimazione per l'identità maschile, altre cose a cui aggrapparsi (competizione, performance, aggressività, gerarchia).
Bellassai tratteggia a grandi linee – con una capacità di sintesi degna di nota – la trasformazione del dibattito pubblico in senso “pubblicitario” avvenuta in questa ultima fase storica. Non più ragionamenti, teorie, enfasi retorica, scenografia – come nel caso del fascismo – ma velocità comunicativa, frammenti di discorso, slogan, ironia. La tendenza generale del discorso pubblico – di qualunque tipo: sociale, politico, culturale – di trasformarsi in un flusso continuo di stereotipi e luoghi comuni da utilizzare con dinamiche che sono sempre più simili a quelle del marketing e della pubblicità.
In questo contesto, non ha più senso parlare di “virilismo”, perché non siamo più davanti ad un'ideologia, ma è innegabile che nelle rappresentazioni stereotipate delle pubblicità, dei film, delle serie tv e di tutta la “produzione culturale” si registrino rigurgiti di maschilismo, misoginia, omofobia che sono segno di un ambiente simbolico pieno di dinamiche contraddittorie, scontri, resistenze e slanci in una direzione o nell'altra.
In tutto questo, c'è l'identità maschile che è tutta da ridefinire, in piena crisi, però ormai libera dalla zavorra del virilismo. Nascono riviste come Men's Healt e c'è il boom di vendite per i prodotti di cosmetica maschile. Il maschio in crisi diventa settore di mercato. L'autore focalizza nei protagonisti del film Full Monty del 1997 – operai rimasti disoccupati che decidono di diventare spogliarellisti, da soggetto desiderante a oggetto del desiderio – la perfetta metafora dell'uomo di oggi. Il maschio nudo, spogliato di ogni legittimazione sociale e politica, con i propri ruoli tradizionali (padre, marito, lavoratore) perennemente messi in discussione, e la possibilità di esplorare nuove formule e nuovi assetti psichici e sociali.


Nino Fricano



Storie d'Europa

Marcello Verga, Storie d’Europa. Secoli XVIII-XXI, Roma, Carocci Editore, 2004, 222 pp. ISBN 88-430-2780-8.

È oggi in atto una discussione, ancora tutta aperta, sull’Europa. Alla vigilia delle elezioni del prossimo maggio, in cui si deciderà che impronta dare a questa variegata e complessa realtà, ci misuriamo con la percezione che dell’Europa hanno gli europei e coloro i quali invece non lo sono ancora ufficialmente e magari auspicano di entrarne a far parte. Le diverse spinte – in alcuni casi attrattive, in altri di vera e propria repulsione – sono lo specchio reale del ruolo che il Vecchio Continente riveste, oggi, nella quotidianità dei cittadini europei.
Non si può certo affermare che questa discussione sia un fatto nuovo e relazionato alle contingenze storiche, poiché sull’Europa gli studiosi si interrogano da secoli, cercando di rispondere a due domande fondamentali: Cos’è l’Europa? Come e perché scrivere la storia d’Europa?
Come ci dice nell’introduzione Marcello Verga – Professore ordinario di Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Firenze – questo volume non è soltanto un libro sulle storie d’Europa, scritte dalla metà del XVIII secolo a oggi, ma anche un tentativo di definizione dell’idea di Europa, in quanto essa è prima di tutto un’idea di civiltà [p. 9]. L’interesse dell’autore però non è rivolto alle possibili risposte, quanto piuttosto alla storia dei differenti significati che le domande e le risposte hanno avuto nei vari periodi che intercorrono dal XVIII al XXI secolo.
Uno dei primi temi su cui bisogna soffermarsi, quando si parla d’Europa, è quello relativo alle differenze nazionali, elemento molto importante già a partire dal XVIII secolo. Questa analisi reca in sé una duplice riflessione per certi versi opposta e complementare: l’Europa come insieme di nazioni che condivide una storia e una civiltà e l’Europa divisa in nazioni diverse tra loro dal punto di vista delle tradizioni, delle leggi e dei costumi. Tra Seicento e Settecento, infatti, si è diffusa l’idea di un’Europa frazionata su due assi: uno nord-sud e l’altro ovest-est. Entrambi questi assi sono la rappresentazione di un continente a due velocità. Nel primo caso siamo di fronte ad un’Europa mediterranea arretrata dal punto di vista economico, sociale e culturale a causa del «malgoverno spagnolo e della Chiesa della Controriforma» [p. 16] in opposizione a un’Europa settentrionale più avanzata e stabile; nel secondo caso invece abbiamo un’Europa occidentale, protagonista vera e assoluta della storia europea e della sua civiltà, in contrapposizione a un’Europa – quella orientale – quasi non europea, una sorta di «oriente europeo dell’Europa» [p. 17].
Dinanzi a tale scissione qual è la storia dell’Europa e quali le sue radici? A questa domanda provano a rispondere in tanti, a cominciare da Montesquieu e Voltaire: il primo inserendo il proprio ragionamento nel confronto continuo tra Vecchio Continente e Asia, dal quale, peraltro, trae le differenze tra dispotismo e governo moderato, tra schiavitù e libertà; il secondo partendo dall’idea di una grande repubblica composta da diversi stati, con diverse forme di governo, accomunati da una stessa religione, seppur divisa e «con gli stessi principi di diritto pubblico e di politica, ignoti nelle altre parti del mondo» [p. 19].
È per William Robertson, invece, che la storia d’Europa prende avvio dai barbari i quali occupano i luoghi che fino a quel momento sono appartenuti all’Impero romano d’Occidente. I barbari infatti introducono nuove forme politiche, sconosciute fino a quel momento: tra queste la più importante è proprio il sistema feudale caratteristico non solo di tutti i loro regimi, ma anche dell’Europa medievale e moderna. Le crociate, dal canto loro, offrono ai partecipanti la possibilità di conoscere nuove città, dando vita a importanti processi sociali e culturali oltre che economici.
Tanto Voltaire, quanto Robertson, Hume e Gibbon, sono concordi nel sostenere che le origini dell’Europa moderna non vadano ricercate nell’Impero romano ma nei popoli del Nord e nel risultato del loro incontro con il cristianesimo.
Tra Settecento e Ottocento cominciano poi a diffondersi i concetti di popolo, nazione e nazionalità che diventeranno presto patrimonio della cultura e della sensibilità politica europea. Contestualmente, nello stesso periodo, l’Europa e l’idea di una civiltà europea, sono temi che perdono la centralità avuta sino a quel momento.
Fu François Guizot a riprendere l’analisi del significato di una civiltà europea che, sebbene fosse indubbiamente reale nell’unità di certi caratteri, allo stesso tempo però presentava anche una certa varietà, con caratteristiche differenti da ricercare nelle storie dei diversi paesi europei. Egli, ad esempio, riconosceva alla Francia un ruolo centrale nella formazione della civiltà europea.
Cosa identificava però questa civiltà? Secondo Guizot civiltà e libertà sono valori prettamente europei e in essi dunque vanno riconosciute la storia e la civiltà d’Europa.
Dal mondo romano, innanzitutto, la civiltà europea moderna ha ereditato moltissimi elementi che la contraddistinguono: dalle città – che con le sue regole e abitudini, hanno sancito il principio di libertà – al potere imperiale, principio di ordine e servitù [p. 41]. Vi è poi la Chiesa cristiana e non – si badi bene – il cristianesimo: l’organizzazione e la capacità di affermazione della Chiesa riescono a rappresentare infatti «uno strumento di tenuta morale e di ordine sociale e politico nello sfascio dei poteri determinato dalla caduta dell’Impero d’Occidente» [p. 42].
Ai barbari – continua ancora Guizot – gli europei devono invece l’esercizio della libertà personale.
Il primo grande evento di questa Europa – i cui caratteri fondamentali sono proprio la Chiesa, le città, la monarchia – sono le crociate, senza le quali, afferma Guizot, non esiste l’Europa.
Quindi l’idea di Europa è strettamente legata all’esistenza di una molteplicità di culture – ellenistica, romana, celtica e germanica. Del resto «morte sicura è per l’Europa se tutto è ricondotto sempre e solo all’unità» diceva Burckhardt [p. 48].
È a Henri Pirenne che dobbiamo comunque una profonda riflessione sul senso di un’idea di Europa in quanto Europa delle nazioni e degli Stati e sull’importanza dei sentimenti di appartenenza nazionale nel delinearsi di una storia e di una civiltà europee. Lo storico belga fa partire questa riflessione dal primo conflitto mondiale. Dalla sua analisi emerge come la storia e la chimica siano state le due vere protagoniste della guerra: la prima per averle fornito esplosivi e gas, laddove la seconda, invece, aveva portato giustificazioni e scuse [p. 56]. Ovviamente la provocazione di Pirenne mira a una riflessione più approfondita sul ruolo che gli intellettuali e gli studiosi ebbero nel preparare il clima culturale che portò alla guerra. In particolare, gli storici tedeschi giustificano l’invasione del Belgio da parte del loro Stato.
Per Pirenne ci sono comunque dei punti cruciali nella storia Europea che vanno ben oltre il crollo dell’Impero romano d’occidente e l’avvento dei barbari. Innanzitutto c’è la rottura dell’unità del mondo mediterraneo e la separazione tra Occidente e Oriente, determinata dall’invasione musulmana del Mediterraneo e di alcune regioni europee; seguono poi la dissoluzione dell’Impero carolingio al quale è strettamente legata l’elaborazione della civiltà occidentale «destinata a diventare la civiltà del mondo intero» [p. 63], il feudalesimo, la lotta per le investiture e, infine, le crociate dalle quali viene fuori l’Europa dei commerci, dei mercanti e della borghesia.
In questo contesto si articola la riflessione sull’Europa e sulla Germania che Pirenne elabora durante gli anni di prigionia. È proprio a partire dalle posizioni degli storici tedeschi, volte nella maggior parte dei casi a giustificare l’invasione del Belgio da parte della loro nazione, che Pirenne si convince fermamente che la separazione tra potere e ceto intellettuale, tra governo e cultura che l’Europa aveva ereditato dalla Rivoluzione francese, fosse sconosciuta alla società tedesca. È forse questa la ragione per la quale lo storico belga decide di escludere gli storici tedeschi dai lavori del V Congresso internazionale di scienze storiche, svoltosi immediatamente dopo la fine del conflitto.
Nei fatti comunque, La Storia d’Europa che Pirenne scrive in carcere, rimane incompiuta. Secondo Verga le ragioni di questa interruzione sono da ricercare proprio nell’idea di un’Europa la cui identità è strettamente riconoscibile nell’affermarsi degli Stati nazionali. Lui stesso esalta e difende l’indipendenza del Belgio e smentisce categoricamente le pretese del pangermanesimo. Ecco dunque che – in relazione al dramma del suo tempo che lui stesso si ritrova a vivere pienamente da prigioniero – quella stessa idea di nazione e nazionalità che non esita ad esaltare nel caso del Belgio, finisce per trasformarsi in una vera e propria contraddizione, dinanzi allo specialismo della storiografia tedesca e alla diretta espressione di uno sciovinismo estremo che arriva ad ipotizzare perfino un’origine germanica della civiltà europea.
La diffusione di un interesse molto spiccato per le storie nazionali, specie a partire dall’Ottocento, non entra mai in contrasto con la storia d’Europa. Anzi, questa attitudine significa presto il riconoscimento di un'idea di Europa basata su un ‘sistema di Stati’ «destinati a lottare uno contro l’altro per l’affermazione dei loro interessi e delle loro ambizioni» [p. 49].
Nel primo dopoguerra si ridisegna l’immagine politica e culturale di un’Europa: accanto alla tradizionale Europa occidentale, cominciano a delinearsi la Russia della Rivoluzione d’ottobre da una parte ed un’Europa orientale contrapposta ad essa.
Dopo il primo conflitto mondiale, pertanto, l’idea di una storia della civiltà europea – con riferimento esplicito alla parte occidentale dell’Europa e agli Stati nazionali che si erano formati al suo interno – cessa di esistere. Si diffonde l’esigenza di una storia d’Europa coniugata al plurale rivendicata, peraltro, da molti storici tra i quali il rumeno Nicola Iorga che insiste, ad esempio, sull’importanza che Bisanzio ebbe sulla storia dell’Europa occidentale.
È negli anni Trenta del Novecento, invece, che il cosiddetto principio dell’equilibrio – diffusosi già a partire dal Rinascimento – si fa strada in molti storici, tra i quali Chabod. Ed è attraverso tale principio che è possibile regolare i rapporti tra i vari Stati nazionali «ben differenziati [e] ben consci della loro pienezza di sovranità» [p. 94]. Questo equilibrio aveva sempre garantito lo svolgimento della storia Europea nel corso dei secoli e, sempre secondo Chabod, a questo stesso equilibrio bisognava fare ricorso per far sì che tale svolgimento continuasse anche nel XX secolo, in un momento di grande crisi dell’Europa. Il Vecchio Continente, a cavallo tra i due conflitti mondiali, non ha più il primato nel controllo del mondo. Al suo posto nuove potenze, tra tutte gli Stati Uniti e alcune realtà asiatiche, esercitano adesso un ruolo importante.
Alle storie d’Europa come storie di equilibrio tra potenze e di rivalità tra le nazioni, Croce opporrà con la sua Storia d’Europa nel secolo XIX, uscita nel 1932, l’idea di un’Europa in cui prevale l’affermazione di un progetto di pace e cooperazione politica tra i vari Stati. Questa impostazione contribuisce al diffondersi di un concetto d’Europa legato ad una visione di speranza per il futuro: l’Europa diventa un rifugio contro nazionalismi e totalitarismi.
È ad Halecki infine che si deve la proclamazione della fine della storia Europea e dell’inizio della storia Atlantica, posizione questa che verrà condivisa da molti altri storici. Fino agli anni novanta del XX secolo e alla caduta del blocco sovietico, la riflessione sull’Europa ruota tutta attorno all’affermazione dei valori dell’Occidente (libertà, democrazia, capitalismo e libertà d’impresa) in contrapposizione all’esperienza dei regimi comunisti. Ma questo dibattito è tutto interno alla società occidentale e si priva dunque del punto di vista degli storici dei paesi dell’Europa centro-orientale.
In contrapposizione ai totalitarismi del Novecento (Nazismo e Comunismo sovietico) si comincia a fare strada l’idea di un’Europa dalle radici cristiane. La Chiesa diventa in quest’ottica il baluardo della società occidentale e dei suoi valori.
È ovvio che a questa visione si contrapporrà, successivamente, l’idea di un’Europa laica e tollerante, l’Europa dell’Umanesimo, della libertà e dell’Illuminismo.
Nelle conclusioni di questo lungo excursus, Verga ci tiene a sottolineare che il lavoro degli storici europei sulla storia d’Europa è fatto in gran parte da nativi dell’Europa occidentale. Dunque si tratta sempre di una visione parziale della realtà che già reca in sé un’idea univoca di Europa. Se a questo si aggiunge anche il fatto, tutt’altro che secondario, secondo cui l’Europa è stata prima di tutto «una realtà storicamente variabile nel tempo» [p. 147], allora è facile comprendere come mai appaia molto complesso scrivere una storia comune degli europei, malgrado innumerevoli siano stati negli ultimi anni i tentativi da parte di politici e studiosi.
 Se impossibile dunque appare il ricorso alla storia «per esaltare o rivendicare pretese “radici comuni” d’Europa» [p. 179], meglio sarebbe, secondo Verga, dedicarsi a un progetto di storia europea d’Europa come parte di una nuova storia universale.

Alessandra Mangano