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giovedì 5 febbraio 2015

Il Fondo Librario Moncada Dell’Università di Palermo. Progetto d’intervento ricognitivo e diagnostico sulle edizioni del XVI secolo della collezione

Il primo nucleo dell’Università palermitana, come afferma Orazio Cancila nella sua Storia dell’Università di Palermo,[1] risale alla Reale Accademia degli Studi, fondata nel 1779 nelle sale dell’ex Collegio Massimo dei Gesuiti, cui viene affidata anche la direzione e vigilanza sulla “libreria”, sul museo e sulla stamperia dei Gesuiti. Nel 1805, con il ritorno dei Gesuiti in Sicilia, il re decide di restituire alla Compagnia di Gesù i propri locali con all’interno sia la biblioteca che il museo e la Reale Accademia che, trasformata in Università degli Studi, si sposta presso i Padri Teatini, nello storico palazzo, oggi sede della Facoltà di Giurisprudenza; la biblioteca conserverà nella sede gesuitica anche i libri acquistati dall’Accademia nel corso degli anni. L’intero patrimonio librario, comprensivo dei libri della Reale Accademia degli Studi, verrà poi incamerato dallo Stato il 4 novembre del 1860 divenendo il nucleo principale della nascente Biblioteca Nazionale di Palermo, oggi Biblioteca centrale della Regione siciliana. 
Privata di parte dell’antico patrimonio, la Biblioteca Universitaria si costituisce ufficialmente nel 1929:[2] inizia così un periodo d’arricchimento per i fondi bibliografici universitari grazie a nuovi acquisti e a un riassetto che mira a evidenziare raccolte e opere di maggior pregio portandole a diretto contatto con gli studiosi. Vari fondi e donazioni accrescono il patrimonio della biblioteca, quali il Fondo Bonucci (Storia delle Religioni) e il Fondo Genuardi (Storia del Diritto Italiano). Un fiore all’occhiello per le collezioni universitarie è il Fondo Castagna: circa 3800 volumi antichi, tra cui 4 incunaboli e 265 cinquecentine, conservato presso la Biblioteca Centrale della Facoltà di Lettere.
Proprio questa sede è stata individuata per custodire l’ultimo acquisto di pregevole valore effettuato dall’Università: il Fondo librario Moncada. Questa raccolta può essere considerata un tassello di fondamentale importanza dell’enorme “mosaico bibliografico” che costituisce i fondi antichi dell’Università di Palermo, soprattutto per la rarità e la connotazione prettamente siciliana. L’acquisizione di questa collezione bibliografica, omogenea e di grande interesse culturale, rappresenta un’eccezionale occasione di unicità per l’Istituzione. Come vedremo, il fondo mostra un’integrità di volumi che non possiede nessun’altra biblioteca. Come già l’Archivio di Stato di Palermo, anche l’Ateneo palermitano può oggi vantare il possesso di una preziosa documentazione – in questo caso bibliografica – appartenuta a uno dei più importanti casati siciliani.
I Moncada arrivano in Sicilia dalla Spagna alla fine del xiii secolo. Costruiscono un enorme patrimonio territoriale, fatto di città e di feudi, dall’Etna al centro della Sicilia, dalle terre di Bivona a Palermo, fino all’acquisizione di possedimenti in Calabria. A Guglielmo Raimondo, generale di Pietro d’Aragona, va il merito della prima investitura ai Moncada del feudo di Caltanissetta e di Paternò, nel 1282.[3] Una famiglia, quella dei Moncada, che ha un’ascesa velocissima e che, anche attraverso una serie di alleanze matrimoniali, costruisce il prestigio politico e le fortune economiche del casato. In Sicilia gode della protezione della Chiesa tanto che alcuni eredi nascono proprio all’interno dell’arcivescovado di Monreale, negli anni dell’arcivescovo letterato Ludovico ii de Torres. Le loro terre siciliane sono coltivate a grano, ma prospera anche l’industria della seta. Di particolare rilievo le figure femminili, da Aloisia a Giovanna La Cerda, a Caterina Moncada Aytona.[4]
In età rinascimentale i Moncada acquistano il Castello medievale di Pietrarossa a Caltanissetta, strategica fortezza di cui oggi è possibile vedere soltanto i ruderi. A metà Cinquecento si apre il periodo più fiorente per la famiglia: vengono costruiti il convento dei Cappuccini e quello dei Gesuiti, entrambi voluti da Aloisia Moncada, moglie di Cesare, e negli anni si succedono importanti figure quali Francesco i, Cesare e Francesco ii che accolgono a corte letterati, musici e pittori. In ogni città dei Moncada si costituisce una corte, da Palermo a Valencia, da Paternò a Caltanissetta, città in cui innalzano un palazzo imponente nel centro dell’abitato con eleganti fregi barocchi. Le corti sono affollate da artisti e protagonisti della cultura del tempo: Nicolò Buttafuoco dipinge il retablo di San Diego d’Alcalà, canonizzato nel 1588, e le storie della sua vita su committenza di donna Aloisia. Nello stesso anno la famiglia acquista il palazzo Ajutamicristo a Palermo. Una figura di grande spessore è quella di Luigi Guglielmo[5] che, avvalendosi di Pietro Novelli, nel xvii secolo dà un nuovo impulso architettonico alla città di Palermo. A lui si deve la progettazione di Porta Montalto, antica via d’accesso alla città, fatta erigere nel 1637 e demolita alla fine dell’800, e della Fieravecchia, oggi Piazza Rivoluzione. Anche Luigi Guglielmo, come già i suoi predecessori, accoglie a corte poeti e musici.
I Moncada, avendo una ricchezza immensa, raggiungono i vertici del potere e, dopo duecento anni di permanenza in Sicilia, si spostano anche in Spagna dove, fedeli alla monarchia si alleano con le grandi famiglie spagnole; a Valencia, a metà del 1600, Luigi Guglielmo diventa viceré.
Il patrimonio lasciato da questa famiglia, nella seconda metà del Settecento disgregatasi in vari rami, conta oltre ai palazzi, molti beni mobili, come tele, statue di legno, reliquiari, documenti archivistici e notevoli raccolte bibliografiche, testimonianze tutte di una tradizione d’importantissimo rilievo culturale.
La famiglia si scompone in vari rami: troviamo infatti i Conti di Caltanissetta, i Conti di Agosta, i Conti di Adernò, i Principi di Monforte e i Principi di Paternò. Il più importante ramo siciliano dei Moncada vanta illustri esponenti come Francesco Moncada, Giovanni Luigi, Corrado e Ugo Moncada di Paternò: quest’ultimo è l’anello di congiunzione con un altro antico casato siciliano, poiché sposa nel 1920 la principessa Giovanna Lanza Branciforti.
Nel 1941 i Moncada di Paternò confermano, alla Soprintendenza del Regio Archivio di Palermo, di possedere un archivio di famiglia regolarmente ordinato e composto di documenti dei secoli xv-xix riguardanti l’amministrazione di feudi e beni in possesso della famiglia. L’archivio risulta integro anche dopo i danni prodotti dalla guerra. Questo fondo si trovava a Palazzo Butera insieme all’archivio dei Lanza di Trabia e Branciforti di Butera: quest’ultimo, conservato oggi all’Archivio di Stato di Palermo, tra registri, buste e pergamene costituisce il più corposo archivio privato gentilizio della Sicilia. Vent’anni fa, precisamente nel settembre del 1992, anche l’archivio privato gentilizio dei principi Moncada di Paternò viene acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dopo il parere positivo espresso da parte del Ministero dei Beni Culturali.
L’archivio Moncada di Paternò[6] è costituito da oltre 4000 documenti riguardanti l’amministrazione di feudi in Sicilia: lo stato e principato di Paternò, Adernò, Biancavilla, ma anche Caltabellotta, Caltanissetta, San Giovanni e Cammarata. La parte più cospicua dell’archivio è costituita da documenti di natura giudiziaria, possedimenti, passaggi di proprietà, e di natura contabile per l’amministrazione ordinaria e straordinaria dell’immenso patrimonio dei Moncada a partire dal secolo xv. Si rileva anche la presenza di tre buste contenenti 42 piante topografiche e vari disegni databili tra la fine del xviii e l’inizio del xix secolo che, trovandosi in pessimo stato di conservazione, sono state sottoposte a restauro conservativo presso il laboratorio dell’Archivio di Stato di Palermo. Si riporta di seguito un esempio di scheda elaborata al momento dell’acquisizione del fondo:
Cosimo Notar Pignato, architetto - Caltanissetta 15 luglio 1806.
Inchiostro e acquarello - cm 28 x 44
"Pianta geometrica di pian-terreno e di pian-nobile dello stato attuale delle pubbliche carceri aggregate alle fabbriche del palazzo dell’ecc.mo signor principe di Paternò che possiede in Caltanissetta".
Sul v.: "Pianta delle carceri di Caltanissetta n. 56".
"Scala di canne dieci siciliane".[7]
L’intera raccolta bibliografica era stata originariamente costituita dal Principe Lanza di Trabia e conservata a Palazzo Butera, a Palermo; successivamente da questa raccolta, inizialmente formata da circa 12.000 volumi, come si evince dall’inventario redatto dalla famiglia all’inizio del xx secolo in quattro volumi, è stato estratto il fondo siciliano offerto in vendita all’Università di Palermo nel 2008.
Dopo un’attenta lettura dell’inventario Moncada sono stati effettuati molteplici sopralluoghi per visionare i volumi, verificare l’importanza bibliografica della collezione, analizzarne la manifattura bibliologica e appurarne lo stato di conservazione.
La collezione è composta da:
n. 5 edizioni del xv secolo;
n. 37 edizioni del xvi secolo;
n. 147 edizioni del xvii secolo;
n. 361 edizioni del xviii secolo;
n. 909 edizioni del xix secolo;
n. 215 edizioni del xx secolo;
n. 85 edizioni senza data.
Totale: 1759 opere cui si aggiungono 30 periodici pubblicati tra xix e xx secolo.
Nel complesso lo stato di conservazione dei volumi risulta buono, in alcuni casi ottimo, mentre in altri discreto e in pochissimi casi pessimo. Non risultano in atto presenze di muffe mentre in pochi casi si rilevano tracce di vecchi attacchi entomatici e microrganismi vari.
Dalle ricerche effettuate nell’OPAC di SBN, in ISTC (Incunabula Short Title Catalogue) per gli incunaboli e in Edit 16 per le cinquecentine, è stato possibile rilevare le localizzazioni dei volumi all’interno delle biblioteche italiane, compresa la Biblioteca centrale della Regione siciliana e la Biblioteca Comunale di Palermo. Per alcune opere non presenti nei database italiani la ricerca è stata estesa ai cataloghi della British Library, Bibliothèque Nationale de France, Library of Congress di Washington, ecc.
La collezione Moncada raccoglie la migliore produzione editoriale sulla Sicilia tra il xvii e il xix secolo oggi disponibile. Risultano infatti presenti, tra i 1789 documenti di cui sopra, il seguente numero di edizioni siciliane:
n. 17 pubblicazioni del xvi secolo;
n. 144 pubblicazioni del xvii secolo;
n. 326 pubblicazioni del xviii secolo;
n. 802 pubblicazioni del xix secolo;
n. 197 pubblicazioni del xx secolo;
n. 30 periodici del xix e xx secolo.
La quasi totalità dei volumi risulta completa di tutte le pagine e tavole. Bisogna osservare come alcune opere quali il Voyage pittoresque ou Description des royames de Naples et Sicile di Jean-Claude Richard de Saint-Non, le Antichità siciliane spiegate colle notizie generali di questo Regno cui si comprende la storia particolare di quelle città di Giuseppe Maria Pancrazi, La reggia in trionfo per l’acclamazione, e la coronazione della sacra real maestà di Carlo Infante di Spagna, re di Sicilia… di Pietro La Placa – contenente la celebre tavola della cavalcata sul lungomare palermitano – risultino integre, contrariamente alle medesime copie possedute anche da altre biblioteche palermitane, mutile di diverse tavole.
Il fondo bibliografico abbraccia un arco temporale che va dal xv al xx secolo.
Edizioni del xv secolo
I 5 incunaboli, pubblicati tra il 1480 e il 1499, sono stati identificati utilizzando la base dati ISTC della British Library; si tratta di esemplari di pregevole fattura, che presentano, tuttavia, lacune di supporto e mancanza di carte o tavole. L’incunabolo più antico della raccolta è:
Phalaris, Epistolae [in italiano]. Trad. Bartolomeo Fonzio, [Francesco Bonaccorsi e Antonio di Francesco, Firenze, 17 maggio 1488].
Anche se in Sicilia non è censito nessun esemplare di quest’edizione di Francesco Bonaccorsi,[8] tipografo attivo a Firenze dal 1485, esso risulta posseduto da 12 biblioteche italiane.[9] Contiene una volgarizzazione delle Epistolae di Falaride. L’esemplare si presenta mutilo delle carte segnate a8 e f8, entrambe sostituite con carte manoscritte che integrano il testo mancante, e inoltre dell’ultimo fascicolo segnato [g]. La legatura originale in pergamena riporta autore e titolo manoscritti sul dorso del volume. Il corpo del testo conserva numerose note manoscritte e sottolineature del testo.
Edizioni del xvi secolo
Delle 37 edizioni del secolo xvi, che sono state oggetto di analisi bibliologica, 13 sono state pubblicate in Sicilia, in particolare 10 a Palermo, 2 a Messina e 1 a Catania e 7 sono di autori siciliani.
 Edizioni del secolo xvii
Questo nucleo è costituito da diverse edizioni dei più noti giuristi siciliani quali Ottavio Corsetto, Baldassarre Abruzzo, Antonio Virgilio, ecc. e da varie edizioni di Capitula, Constitutiones, Ordinationes del Regno di Sicilia. Numerose sono anche le opere di storia locale. Si segnala, per il particolare valore storico, l’opera:
Collurafi, Antonino. Le tumulazioni della plebe in Palermo, [Domenico D’Anselmo, Palermo 1651].
Erudito, storiografo ufficiale di Filippo iv, Antonino Collurafi (1585-1655),[10] membro dell’Accademia dei Riaccesi, trascorre la vita lontano dalla Sicilia dove torna in tarda età. Quest’opera, particolarmente rara, appena stampata fu proibita per decreto regio; gli esemplari esistenti mancano quasi tutti del frontespizio e del primo fascicolo.[11]
Edizioni del secolo xviii
È il nucleo di maggior pregio sia perché la tipografia nel ‘700 raggiunge, com’è noto, livelli qualitativi altissimi, sia perché le opere corredate da incisioni sono complete delle tavole, spesso assenti negli esemplari posseduti da altre biblioteche. Inoltre quasi tutti i volumi si presentano in ottime condizioni di conservazione. Tra le opere siciliane più significative e di maggior pregio si segnala:
Pancrazi, Giuseppe Maria. Antichità siciliane spiegate colle notizie generali di questo Regno cui si comprende la storia particolare di quelle città, nella Stamperia di Alessio Pellecchia, In Napoli 1751-1752, 2 vol., 44 c. di tavole incise.
I due volumi, con antiporte incise raffiguranti i ritratti di Carlo iii di Borbone e Maria Amalia, sono completi di tutte le incisioni. Coperta originale in pergamena. Macchie di foxing su alcune tavole.
Di eccezionale rilievo la presenza delle opere dell’abate maltese Giuseppe Vella (1749-1815), ideatore della famosa “arabica impostura”.[12] L’abate Vella, trasferitosi a Palermo nel 1780, “traduce” due codici in lingua araba alterandone il contenuto. Sostenuto dallo storiografo Giovanni Evangelista Di Blasi e da monsignor Alfonso Airoldi, appassionato di studi orientali, nel 1789 pubblica il Codice diplomatico di Sicilia, spacciandolo per una fedele traduzione dall’arabo. Acquisite fama e fortuna, nel 1793 pubblica il Consiglio d’Egitto. Scoperto l’inganno, l’anno seguente, viene arrestato e muore agli arresti domiciliari il 15 maggio 1815.
Vella, Giuseppe. Libro del consiglio di Egitto tradotto da Giuseppe Vella cappellano del sac. ordine Gerosolimitano, abate di S. Pancrazio professore di lingua araba nella Reale accademia di Palermo, e socio nazionale della Reale accademia delle scienze, belle lettere, ed arti di Napoli, nella Reale Stamperia, In Palermo 1793, 2 vol.
vol. 1: in folio, legatura in cartone. Ottima condizione delle carte.
Si tratta della falsa traduzione delle lettere di Roberto il Guiscardo, Ruggiero i e Ruggiero ii ai sultani d’Egitto.
vol. 2: in folio, coperta in mezza pergamena e carta marmorizzata. Frontespizio mancante. Ottime condizioni di conservazione.
Qui Vella inserisce le leggi di Ruggiero in 315 articoli interamente inventati.
Di questo secondo rarissimo volume si conosceva un unico esemplare conservato presso la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana. Ne dà notizia per la prima volta Antonino Pennino nel 1886[13] definendolo «eccessivamente raro anzi unico finora conosciuto». Infatti, scoperta la frode del Vella, la parte già stampata del secondo volume non fu diffusa. Antonino Pennino ipotizza che «qualche amatore di libri, avendo trovato la serie completa dei fogli impressi, siasi dato cura di farli legare in volume, il quale chiuso in private librerie, restò ignoto».
Vella, Giuseppe. Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli arabi pubblicato per opera e studio di Alfonso Airoldi, dalla Reale Stamperia, Palermo 1789-1792, 6 vol., ill.
Falsa traduzione dall’arabo di un codice manoscritto conservato presso il monastero di S. Martino delle Scale, contenente una vita di Maometto e spacciato dall’autore per il registro della cancelleria araba in Sicilia. Manca il v. 4.
Edizioni del xix secolo
Si rileva che 197 copie di questa raccolta sono state pubblicate anteriormente al 1831. Tra le opere di maggior pregio si segnala:
De Vivo, Tommaso. [Storia del Regno delle Due Sicilie inventata ed incisa da T. De Vivo], s.e., Roma 1833, tav.
Album in folio oblungo con legatura in piena pelle decorata con fregi impressi in oro sui piatti e sul dorso. All’interno 55 tavole incise numerate precedute da 24 tavole non numerate. Mancante di 1 tav. dopo il frontespizio.
Opera molto rara: riscontrato un altro esemplare nel catalogo on-line della British Library.[14]
Edizioni del xx secolo
Nel fondo sono comprese 215 opere edite nei primi decenni del xx secolo. Tra le monografie si trova una seconda edizione del 1935 della Storia dei musulmani di Sicilia di Michele Amari in 3 volumi, di cui il terzo in tre parti.
Opere dedicate al Grand Tour in Sicilia
La stagione del Grand Tour,[15] nella seconda metà del ‘700, arricchisce il racconto del viaggio di caratteri filosofici e spirituali mitizzando il territorio siciliano. Nell’800 la Sicilia viene descritta, secondo un’interpretazione romantica, in modo meno enfatico e più disincantato e in tempi più recenti la descrizione dei luoghi è accompagnata dal preciso intento di documentare non solo gli aspetti artistici, archeologici e naturalistici, ma anche le reali condizioni culturali, sociali ed economiche della Sicilia.
La raccolta libraria Moncada comprende 66 opere di viaggiatori edite tra la fine del xviii e i primi decenni del xx secolo, che costituiscono nel loro insieme un nucleo omogeneo e ampiamente rappresentativo del “viaggio in Sicilia”. Tutte le opere, con rare eccezioni, sono complete delle tavole e delle illustrazioni che spesso mancano, almeno in parte, negli esemplari posseduti da altre biblioteche. Molti volumi sono di grande pregio bibliografico corredati da splendide incisioni; alcuni hanno legature di valore e dedica autografa dell’autore. Sono inoltre interessanti le opere delle “viaggiatrici”, come By the waters of Sicily (Londra, 1901) dell’inglese Norma Lorimer o Impressions de la Sicile (Parigi, 1914) della principessa russa Marie Wolkonsky, che visitò la Sicilia nel 1913 e che nel suo giornale di viaggio, oltre a monumenti e paesaggi, descrive anche le abitudini locali. Questo nucleo è costituito da 37 opere di autori francesi, 14 inglesi, 6 tedeschi, 8 italiani, alle quali si aggiunge il resoconto del viaggio compiuto nel 1183 dal letterato arabo-andaluso Ibn Giubayr pubblicato in lingua francese a cura di Michele Amari nel 1846.
Della collezione Moncada fanno parte ben due esemplari dell’opera:
Orville, Jacques-Philippe de. Sicula quibus Siciliae veteris rudera, additis antiquitatum tabulis, illustrantur, apud Gerardum Tielenburg, Amstelaedami 1764, 2 vol.
Il primo esemplare è costituito da due volumi rilegati insieme con coperta originale in pergamena e impressioni in oro sui piatti e sul dorso. I due volumi del secondo esemplare sono rilegati con coperta in mezza pelle di marocchino rosso e piatti in cartone rivestiti di carta marmorizzata. Tutti i volumi sono completi delle tavole con incisioni all’acquatinta.
Opere di Araldica
Sono presenti 28 opere di araldica siciliana dei secoli xvii-xx: dal Teatro genologico delle famiglie nobili titolate feudatarie ed antiche nobili del fidelissimo Regno di Sicilia viuenti ed estinte di Filadelfo Mugnos (Palermo, 1647-1670) a La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia di Francesco San Martino De Spuches (Palermo, 1924-1940).
Periodici
Della raccolta fanno parte vari numeri di 30 periodici siciliani del xix e xx secolo. Tra questi si segnalano i 75 numeri del Giornale di scienze, lettere e arti per la Sicilia pubblicati tra il 1823 e il 1841.

Analisi ricognitiva e diagnostica delle edizioni del xvi secolo
Il progetto ha previsto l’analisi ricognitiva e diagnostica del nucleo delle edizioni del xvi sec. che, così come gli incunaboli, deve ancora essere sottoposto a catalogazione da parte della Sovrintendenza Bibliografica, che ne cura la tutela. Si tratta di 37 edizioni cartacee a stampa, di cui 20 siciliane, pubblicate in un arco di tempo che va dal 1527 al 1598. Le edizioni siciliane risultano possedute da almeno una biblioteca siciliana a eccezione dell’opera di Niccolò Tedeschi che sembra essere la cinquecentina di maggiore pregio e rarità della collezione Moncada.
Sono state dunque prodotte – seguendo l’ordine cronologico di pubblicazione degli esemplari – le schede dettagliate[16] dei singoli manufatti librari, corredate dal rilevamento dei dati bibliologici e dello stato conservativo, effettuato dopo un attento e rigoroso esame ottico. In chiave esemplificativa, si riporta una scheda:

Scheda N° 1
Istituto di appartenenza: UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO
N. inv.: 600-609
Provenienza: Collezione Moncada di Paternò
Autore: [Tedeschi, Niccolò]
Titolo: Commentariorum seu lectura.
i.: Prima pars.... in primum Decretalium librum. ...
ii.: Prima pars... in secundum Decretalium librum. ...
iii.: Secunda pars... in primum Decretalium librum. ...
iv.: Secunda pars... in secundum Decretalium librum. ...
v.: Tertia pars... in secundum Decretalium librum. ...
vi.: In tertium Decretalium librum. ...
vii.: In quartum et quintum Decretalium librum. ...
viii.: Consilia, Tractatus et Quaestiones. ...
ix.: Repertorium super lectu. Panor.  ...  
Tipografo: [in edibus Antonii du Ry, sumptibus honesti viri Jacobi Francisci Giuncta Florentini ac sociorum]
Luogo: Lugduni
Data/datazione: 1527
cc./pp.:
9 voll.:
i.: 276 c.
ii.: 343, [1] c.
iii.: 271, [i.e. 267, 1] c.
iv.: 259, [1] c.
v.: 211, [1] c.
vi.: 344 c.
vii.: 287, [1] c.
viii.: CCXL, [8] c
ix.: [214] c.
Dimensioni/Formato:
25,5 x 19 cm: 
i.: 4°
ii.: 4°
iii.: 4°
iv.: 4°
v.: 4° 
vi.: 4°
vii.: 4°
viii.: 4°
ix.: 4°
Formula collazionale:
i.: aa-zz8, AA-LL8 MM4
ii.: AAA8-ZZZ8, AAAA-VVVV8
iii.: AA-ZZ8, AAA-KKK8 LLL4
iv.: AA-ZZ8, AAA-III8 KKK4
v.: aaa-zzz8, AAA-CCC8 DDD4
vi.: a-z8, A-V8
vii.: aaaa-zzzz8, AAAA-NNNN8
viii.: a-z8, A-F8 G6 H10
ix.: A-Z8, AA-CC8 DD4, [asterisco]2
Impronta:
i.: exmo l.de u-a. &ici (3) 1527 (R)
ii.: ceta eni- 6.i- teor (3) 1527 (R)
iii.: o-ha duri alua rece (3) 1527 (R)
iv.: i-o- i-in tee- Alte (3) 1527 (R)
v.: o.ia dei: oeb* baco (3) 1527 (R)
vi.: vtEt olle e-ia dotu (3) 1527 (R)
vii.: dere aue- oni- ibHo (3) 1527 (R)
viii.: itu. esci iob* deri (3) 1527 (Q)
ix.: ri0. o-5. erpn Agsi (C) 1527 (A)
Decorazioni/illustrazioni: Frontespizi in rosso e nero, ornati con cornici xilografiche e con ritratti di noti canonisti. Marca tipografica sui singoli colophon: due leoni sorreggono uno stemma con le iniziali I.F.Z. appeso a un albero con giglio tra le fronde. Iniziali xilografiche fitomorfe.
Annotazioni manoscritte: Presenti ex libris.
Legatura: Tutti i volumi risultano mutili delle coperte, che dovevano essere relizzate in pelle marrone, come si evince da alcuni frammenti rimasti sui dorsi. Visibili 4 nervi doppi con anima in pelle allumata. Filo di cucitura in canapa.
Precedenti restauri: Assenti.
Note: Rarissima e completa edizione giuntina dell’opera di Niccolò Tedeschi, detto Abbas Panormitanus (1386-1445), canonista, arcivescovo di Palermo dal 1435.[17] Nel vol. 8 sono state asportate, per motivi di censura, le cc. 186-203, che contenevano il Tractatus de Concilio Basiliensi, assente in quasi tutti gli esemplari esistenti dell’opera. Tagli di testa, davanti e piede rifilati e goffrati.

STATO DI CONSERVAZIONE
Tutti i volumi si presentano nel loro complesso in precario stato di conservazione. Mutili delle coperte, hanno mantenuto la cucitura ben salda e in ottime condizioni. Si rilevano: capitelli rotti e staccati; ossidazione e imbrunimento delle carte; infiltrazioni di liquido; strappi e molteplici lacune dovute a massicci attacchi di lepismatidi, anobidi e roditori, soprattutto lungo i tagli dove il corpo delle carte, in alcuni casi, è letteralmente maciullato; presenza di camminamenti e uova di insetti. Il primo fascicolo del vol. 6 risulta totalmente staccato.
Interventi richiesti
Scucitura. Spolveratura e disinfestazione. Restauro delle carte, ove necessario, indispensabile per la fruizione. Nebulizzazione con soluzione idroalcolica e spianamento delle carte. Nuova legatura.
Il lavoro di ricognizione diagnostica sulle edizioni del xvi secolo, nella sua integralità, è frutto di un approfondito studio tecnico-scientifico e di un’oculata disamina storica dei singoli manufatti librari, supportata dalla ricerca bibliografica, dall’esame delle fonti archivistiche, e dall’analisi del loro stato di conservazione.
Nel complesso il fondo risulta omogeneo, di gran pregio, in grado di poter fornire preziose informazioni storiche, considerata la sua configurazione d’interesse prettamente siciliano. Per ciò che concerne l’aspetto conservativo, il nucleo analizzato restituisce informazioni complessivamente rassicuranti poiché si rileva un buono stato di conservazione; sono stati riscontrati i tipici segnali di un degrado che richiede interventi conservativi da effettuare, in alcuni casi, con tempestività soprattutto ove siano stati segnalati casi di infezione microbica o di sfaldamento del supporto cartaceo.
Lo studio effettuato sul Fondo Moncada può costituire dunque un primo strumento, sia pure non esaustivo, utile a studiosi o tecnici che lavoreranno sulla pregevole collezione libraria, un tassello che lo stesso personale della Sovrintendenza potrà immediatamente utilizzare per avere un riferimento analitico sullo stato di conservazione delle edizioni del xvi secolo.

Biagio Bertino



[1] Cfr. O. Cancila, Storia dell’Università di Palermo: dalle origini al 1860, Laterza, Roma 2006, pp. 49-64.
[2] Cfr. La biblioteca della Facoltà di Lettere, Università degli Studi di Palermo, Palermo 1972, p. 5.
[3] Cfr. V. Palizzolo Gravina, Il Blasone in Sicilia, Visconti & Huber, Palermo 1871-75, pp. 265-268.
[4] Cfr. S. Laudani, Lo stato del principe: i Moncada e i loro territori, Sciascia, Palermo 2008, p. 39.
[5] Cfr. R. Pilo, Luigi Guglielmo Moncada e il governo della Sicilia (1635-1639): gli esordi della carriera di un ministro della monarquía católica, Sciascia, Palermo 2008, p. 17.
[6] Archivio di Stato di Palermo, Archivio Moncada. Principi di Paternò.
[7] L. Salomone, Piante geometriche e topografiche nell’archivio Moncada di Paternò, in «Archivio storico messinese» 66 (1995), p. 11.
[8] http://www.treccani.it/enciclopedia/tag/francesco-bonaccorsi/ (ultimo accesso: 29 novembre 2013).
[9] http://istc.bl.uk/search/search.html?operation=record&rsid=1549425&q=34 (ultimo accesso: 29 novembre 2013).
[10] http://www.collorafi.com/it/famiglia/antonio_collurafi.htm (ultimo accesso: 27 giugno 2012).
[11] G. Mira, Bibliografia Siciliana ovvero Gran dizionario Bibliografico, Forni, Bologna 1996, vol. 1, p. 241.
[12] A. Baviera Albanese , L’arabica impostura, Sellerio, Palermo 1978, pp. 117-120.
[13] Sac. A. Pennino, Supplemento, in Catalogo ragionato dei libri di prima stampa e delle edizioni aldine e rare esistenti nella Biblioteca nazionale di Palermo, Biblioteca Nazionale Palermo, Palermo 1886, pp. 328-330.
[14]http://explore.bl.uk/primo_library/libweb/action/search.do?dscnt=0&vl%28174399379UI0%29=any&frbg=&scp.scps=scope%3A%28BLCONTENT%29&tab=local_tab&dstmp=1339437008439&srt=rank&ct=search&mode=Basic&dum=true&tb=t&indx=1&vl%28freeText0%29=de+vivo&vid=BLVU1&fn=search (ultimo accesso: 29 novembre 2013).
[15] Cf. C. De Seta, L’Italia del Grand Tour: da Montaigne a Goethe, Electa, Napoli 2001.
[16] Le schede, nella loro integralità, sono state consegnate alla Biblioteca Centrale della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo, sede di conservazione dei manufatti.

sabato 5 luglio 2014

A lezione di antirazzismo

Giusto Catania, A lezione di antirazzismo. Elogio della scuola indisciplinata interculturale e di frontiera, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2014, 151 pp. (Le opinioni, 13), ISBN 978-88-96251-43-0.

Molte volte un gesto accidentale o una parola pronunciata senza la giusta accortezza possono spalancare le porte di un sostrato culturale fortemente razzista. L’altro, il diverso è sempre stato oggetto di discriminazioni e di ingiustizie solo perché latore di tradizioni culturali ritenute “inferiori” dal popolo culturalmente egemone. Questo interessante volume di Giusto Catania, dirigente scolastico di un istituto comprensivo e dottore in Pedagogia e Didattica interculturale, vuole invece mettere in evidenza l’importanza del melting pot e del ruolo fondamentale che la scuola ricopre nella sua costituzione.
La trattazione prende le mosse dall’analisi del termine integrazione, con il quale si suole indicare il processo di cooptazione degli studenti “stranieri” all’interno della comunità locale. L’autore crede che questo concetto “rischia di essere dannoso poiché è – per sua natura – proteso ad avviare percorsi tendenti all’assimilazione, alla lenta e inesorabile eliminazione delle culture ospitate” [p. 10]. La scuola ha invece il compito di ridefinire il concetto di ospitalità: come, quando si invita qualcuno a casa propria a cena, si cerca di andare incontro ai gusti degli invitati, allo stesso modo si deve tenere conto delle esigenze di tutti, diversificando l’offerta formativa secondo le esigenze personali, garantendo a tutti la possibilità di partecipare a un percorso formativo in sinergia con tutti gli altri compagni di classe.
Il percorso continua con una disamina delle iniziative ministeriali in prospettiva interculturale che in questi vent’anni hanno visto la luce, ma che – purtroppo - non sono state condivise dal corpo dei docenti e dei dirigenti. Ci troviamo quindi tanti anni indietro rispetto ad altre regioni europee, che contano intere generazioni formate sui valori dell’antirazzismo e dell’intercultura.
Concetto di grande interesse del testo è la convinzione della necessità dell’immigrazione come fattore di crescita sociale ed economica, ma anche dal punto di vista culturale.
Un capitolo interessantissimo è quello intitolato Antologia di scrittori italiani, anzi italianissimi, in cui l’autore palesa la necessità, per una scuola che deve formare elementi di una società interculturale, di “adeguare gli strumenti agli obiettivi” [p. 123]: propone di abbandonare per un mese Dante o Manzoni, per concentrarci alla conoscenza di autori contemporanei stranieri, ma che hanno deciso di scrivere nella nostra lingua. Tra gli autori passati in rassegna troviamo Amara Lakhous, Igiaba Scego e Randa Ghazy.
Il testo si conclude con i Ringraziamenti [p. 147] e un utilissimo Indice dei nomi [p. 149].

Vincenzo Bagnera


Dono dell'editore

Antica cucina del Val di Noto

Claudia Giordano-Vincenzo Signorelli (a cura di), Antica cucina del Val di Noto, Palermo, Officina di Studi Medievali, 2013, 224 pp., (Libridine, 2), ISBN 978-88-6485-079-5

Se per cultura si intende ogni prodotto che nasce dalla mente e dalla mano dell’uomo, in questa definizione vi fa parte a pieno titolo anche la cultura gastronomica di una comunità. La trascrizione e pubblicazione di questo documento mette in evidenza la stretta continuità tra oralità e scrittura, strumento di trasmissione socio-culturale in cui la tradizione gastronomica si pone come veicolo della storia locale.
Nell’Ottocento già il filosofo tedesco Feuerbach asseriva: «Noi siamo ciò che mangiamo», e in questo volume che raccoglie un interessante ricettario del’900 è possibile delineare le tradizioni dei personaggi che hanno vissuto nella Val di Noto, le diverse mani che hanno redatto questo ricettario, che hanno preparato e degustato i piatti di un’antica tradizione, talvolta arricchendoli e facendoli entrare in comunicazione con le tipicità delle regioni del nord d’Italia, perché il cibo è essenzialmente comunione. Se gli ingredienti che occorrono per preparare una pietanza sono ben definiti, creando un equilibrio tra le parti, e solo l’estro del cuoco può creare strane e nuove unioni casuali, la storia che si pone alle origini di questa pubblicazione è meramente frutto del caso, quel caso che genera il giusto equilibrio culturale, che conduce a una ricerca puntuale, in cui ancora una volta competenze diverse si uniscono per creare un prodotto culturale e sociale che amalgama passato e futuro con il sale della conoscenza. Un ricettario che veicola saperi e sapori, le cui ricette sono testimonianza orale e scritta da gustare.
Aprono il volume la Presentazione di Corrado Bonfanti [pp. 1-2], la Prefazione di Maria Alecci [pp. 3-4], la nota sul Museo delle carte di Pietro Giannone [pp. 5-6], l‘Introduzione di Vincenzo Signorelli [pp. 7-8], Il ricettario. Analisi del manufatto di Caludia Giordano [pp. 9-14], Il ricettario. Appunti sull’intervento di restauro di Nicoletta Scariolo [pp. 15-18] e la nota storica Come si stava a tavola a Noto tra fine ‘800 e ‘900 di Alessandro Musco [pp. 19-24] cui segue la trascrizione del Ricettario del Val di Noto [pp. 25-199]. Chiudono il volume il Glossario [pp. 201-204] e le Immagini del ricettario [pp. 205-219].
Queste pagine che narrano le casualità di un Ricettario le ho lette guardando oltre, assaporando tra gli scritti la speranza che nasce dalla voglia di scoprire, di cercare tra le carte polverose (da alcuni) ritenute inutili, ma che sono piccolissime tessere del mosaico della storia, una storia che produce memoria e la trasforma in memoria viva.
Si consiglia la lettura di questo volume a tutti gli appassionati di “carte polverose”, perché esso, frutto di una sinergia, può dare speranza a chi ancora crede nell’importanza dei documenti, dei libri e dei luoghi di conservazione. Ovviamente lo si consiglia anche a tutti coloro che sono appassionati di gastronomia e di tradizioni locali. Buona lettura e buon appetito!

Marzia Sorrentino



Dono dell'editore

Geografie dell’anima

Davide Lacagnina, Geografie dell’anima. Natura e paesaggio attraverso le arti in Sicilia, Palermo, Edizioni di passaggio, 2006, 207 p., ISBN 88-901726-1-4.

Davide Lacagnina si è dottorato in Storia dell’Arte a Palermo, studiando fra Barcellona e Londra, e all’impegno di docente universitario affianca dal 2007 la direzione della collana Piccola Biblioteca d’Arte per l’editrice Kalòs. Fra i suoi interessi l’analisi della ricezione dell’antico nella pittura ottocentesca, il simbolismo nelle avanguardie e in genere la critica e storiografia del XX secolo; spesso ha poi affrontato l’analisi di natura e paesaggio nell’interpretazione e rappresentazione, e nella sua significazione nelle arti.
Lo scopo di questo saggio è dichiarato sin dall’inizio: «La storia dell’arte, ragionando sulle ‘geografie dell’anima, sulle forme cioè di scrittura creativa della terra, come espressione del rapporto dell’uomo con la natura, deve pur riportare i risultati di questa relazione alla necessità di un contesto – storico, sociale, economico, produttivo – cui l’opera dovrà essere riferita per recuperare il suo pieno e più ampio valore di documento culturale» [p. 11]. Le opere delle schede, come veri documenti, sono quindi raccolte per argomenti, a mostrare come la natura, nell’arte, possa essere artificio o stato d’animo, luogo d’insidie e peccato o epifania del sacro.
Il volume approfondisce dunque queste tematiche: dopo una Introduzione [pp. 7-26] che spiega l’intenzione e lo sviluppo del libro, l’analisi si articola nell’ottantina di schede illustrate della sezione Immagini [pp. 27-198]. Questa è la puntuale disamina di come in Sicilia le arti abbiano dialogato, nel tempo, con la natura. E si sottolinea «le arti», perché nelle schede si includono anche quelle opere che, una volta chiamate «arti minori», ora vengono più propriamente definite «arti applicate»: le tele di Lojacono e i cartoni di Guttuso si alternano alla coppa di conchiglia Nautilus, gli affreschi di Bergler e gli acquerelli di Piccolo si contrappassano al Cretto di Burri.
Il testo è piacevole e scorrevole, molto chiaro nella trattazione delle opere; si chiude con una sezione di Strumenti [pp. 199-207], che includono Bibliografia [pp. 199-200], Indice dei Musei e delle Istituzioni [pp. 201-204] e Indice dei nomi [pp. 205-207].
Unica pecca è la mancanza in calce di un breve dizionarietto mirato, che permetta di capire termini quali lambris ed estofados anche ai "non addetti ai lavori".


Eloisia Tiziana Sparacino


Dono dell'editore

Isola Nera. Galleria d’Arte Moderna di Palermo, 31 maggio 2014/ 1 settembre 2014

Fulvio Di Piazza, Isola Nera. Galleria d’Arte Moderna di Palermo, 31 maggio 2014/ 1 settembre 2014, Palermo, ArsMediterranea – Glifo Edizioni, 2014, [80] pp., ISBN 9788898741052.

Il catalogo è stato realizzato in occasione dell’esposizione dei dipinti di Fulvio Di Piazza, presso la Galleria d’Arte Moderna di Palermo.
Fulvio Di Piazza è un pittore siciliano, nato a Siracusa l’8 settembre 1969 e residente a Palermo, dove lavora; ha conseguito il diploma in pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Urbino nel 1993. Dopo una pausa di due anni, periodo che Fulvio Di Piazza ha dedicato interamente alla musica, è ritornato a dipingere. Ha esposto in numerose mostre, sia personali sia collettive, in Italia e all’Estero. Ultima è l’esposizione alla GAM - visitabile fino al 1° settembre 2014 -, che lo vede come unico protagonista.
Il primo particolare che colpisce il lettore è la realizzazione grafica del catalogo, stampato su carta lucida, molto spessa e di un rosso intenso, colore che tuttavia non ne interferisce la lettura del testo, grazie alla scelta di un carattere molto leggibile, redatto in nero.
È possibile dividere il volume in sei parti: la prima parte è occupata dalla Premessa realizzata a due mani dal Sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e dall’Assessore alla Cultura, Francesco Giambrone [pp. 6-7]. Già da queste righe si possono individuare le tematiche profonde, e non sempre facili da decifrare, che i lavori di Di Piazza vogliono esprimere e comunicare. L’intento è quello di riuscire a rappresentare un mondo surreale in maniera realistica, attraverso lo studio dei particolari, della luce, della prospettiva e della profondità; la seconda parte è un’Introduzione di Antonella Purpura, direttrice della GAM Palermo [pp. 8-9]. La direttrice in queste righe si rifà alle parole che Breton spende in merito ai procedimenti logici, per tentare di capire se i sensi possano essere l’unico strumento per la comprensione della complessità della natura e dell’uomo. La Purpura si sofferma, infine, alla realizzazione vera e propria della mostra, nata da una lunga elaborazione intellettuale dell’artista; segue, nella terza parte, una Presentazione (pp. [11-21]) delle opere e dell’artista da parte di Alberto Zanchetta, critico d’arte e curatore indipendente. Zanchetta è nato a Trento, si è laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Dal 2007 insegna Storia dell’Arte Contemporanea presso la LABA di Brescia.
Redatte in italiano e in inglese, queste sono pagine intense che ben colgono gli aspetti più reconditi della psiche del pittore, descrivendo in un excursus dettagliato e puntuale l’evoluzione ed il percorso di crescita e trasformazione che Di Piazza ha vissuto a partire dai suoi esordi.
Si evince chiaramente da queste pagine una lenta ed inesorabile decadenza, che si impone sulla Natura raffigurata nei dipinti dell’artista siciliano, decadenza espressa da creature surreali ed oniriche, ma causata soprattutto dal reale degrado che la affligge e la devasta. Cieli tersi si fondono con magma incandescente e fiumi trasparenti vengono contaminati da limacciosi fili erbosi.
La quarta parte è interamente occupata dalle illustrazioni dei dipinti, e segna uno stacco dalle precedenti sezioni, non solo dal punto di vista del contenuto, ma anche dal punto di vista cromatico e dell’impaginazione; il colore utilizzato per queste pagine è il grigio, che ben incornicia e fa da passepartout alle opere grafiche, risaltandole e consentendone una migliore visione.
A questa sezione è dedicata la maggior parte del catalogo, [pp. 23-47]. Sono opere realizzate nell’arco del biennio 2012-2014. Come si legge nella premessa «le opere di Di Piazza […] sembrano la materializzazione di incubi che affollano la mente, l’espressione artistica di visioni che raccontano una sofferenza intima e lancinante» [p. 6]. I colori sono densi ed i contrasti forti.
Ruolo fondamentale hanno la prospettiva ed il punto di fuga scelti, che rendono il quadro quasi tridimensionale ed in movimento, contrapponendo imponenti figure in primo piano che si stagliano sullo sfondo, a cieli profondi e lontani, in cui lo spettatore tende a perdersi, nella ricerca di sempre più distanti particolari raffigurati. Questo è il caso di “A” cross the universe (2013), prima opera presentata nel catalogo: si tratta di un olio su tela, che può essere apprezzato, solo se lo spettatore si pone di fronte ad esso e si accomoda per qualche istante così da cogliere ogni particolare celato tra fumi, nubi e polveri. Anche in Pacific (2014) emergono le tematiche finora descritte del degrado. Appare una Natura talmente contaminata da trovarsi in un punto di non ritorno. È possibile notare sott’acqua i segni della contaminazione, ma anche nel cielo, dove pianeti e costellazioni di metallo infuocato rovinano inesorabilmente verso i confini dell’orizzonte, che si perde in profondità. Dai quadri sembra provenire un meccanico rumore metallico che si perde in echi lontane.
Nella quinta parte, Blown away [pp. 48-66], anch’essa redatta in italiano ed in inglese, è presente un’intervista a Fulvio Di Piazza da parte dell’artista «autodidatta», Nicola Verlato. Un botta e risposta tra i due artisti, che ben esternano le inquietudini e le sofferenze della contemporaneità, che si riflettono nell’animo degli uomini. In una sua auto-analisi, Di Piazza definisce le sue opere e quelle di Verlato «destabilizzanti» [p. 52], poiché coinvolgono il cuore prima di coinvolgere il cervello.
Il catalogo si conclude con delle pagine dedicare ulteriormente alle opere dell’artista [pp. 68-75], seguite da un elenco delle Principali mostre personali [pp. 76-77] dal 1996 al 2013.
 Il volume è ben realizzato, con una sovraccoperta che raffigura l’opera “A” cross the universe, realizzata in modo tale da poter essere evulsa dal catalogo ed incorniciata.
Il nome del catalogo è tratto da una delle opere in esposizione, Isola Nera, una vera e propria installazione che occupa un’intera stanza, in cui un vorticoso intrico di balene, miste a fumo e magma, confluisce al centro di essa, in una raffigurazione onirica e angosciante della Sicilia. Un’ulteriore denuncia nei confronti di una terra in cui bellezza e contaminazione negativa coesistono come in un incubo grottesco.
Come il catalogo, così la mostra è ben organizzata, in un percorso che ha inizio con il primo quadro esposto, “A” cross the universe, e si conclude con Isola Nera. Un viaggio onirico attraverso la visione interiore di Fulvio Di Piazza.

Agostina Passantino


I tesori della Biblioteca centrale della Regione siciliana “Alberto Bombace”

Biblioteca Centrale della Regione siciliana, I tesori della Biblioteca centrale della Regione siciliana “Alberto Bombace”, Palermo, Regione siciliana, 2005, 100 p., ISBN 978-88-88-55934-6.

Questo catalogo è l’esempio eccellente della straordinaria ricchezza storica e culturale di cui gode la Sicilia. In particolare viene qui proposto il patrimonio bibliografico e documentario conservato nella storica sede del cinquecentesco Collegio Massimo dei Gesuiti di Palermo, oggi sede della Biblioteca Centrale della Regione siciliana.
Un patrimonio costituito all’origine dalla “libreria a uso domestico” dei Gesuiti, che nei secoli successivi si è via via accresciuto grazie a donazioni e acquisizioni. Una cospicua parte del patrimonio antico della Biblioteca si deve alle acquisizioni seguite alla soppressione dei vari Ordini religiosi. Di particolare rilievo i fondi provenienti dall’Abbazia di San Martino delle Scale e dal Monastero di Santa Maria Nuova di Monreale: del primo, la Biblioteca conserva circa 90 volumi manoscritti, tra i quali documenti della miniatura meridionale, napoletana e siciliana, oltre a un esiguo numero di codici di scuola franco-fiamminga; il secondo fondo annovera tra i suoi “titoli” il ricco Tabulario, dove ritroviamo 345 documenti redatti tra il 1115 e il 1170, di cui 33 manoscritti, 57 incunaboli e una cinquecentina stampata su pergamena (una rarità).
Nel complesso i manoscritti posseduti dalla Biblioteca centrale della Regione siciliana sono 2.300, di cui 148 codici latini, 38 codici greci e 38 codici orientali. Completano il patrimonio antico le belle ed eleganti edizioni a stampa: numerosi incunaboli, migliaia di volumi di cinquecentine e seicentine, raccolte settecentesche e una significativa collezione cartografica.
Un patrimonio ricchissimo, ottimamente “fotografato” da questa pubblicazione che ha l’obiettivo non solo di fare da guida alla sua scoperta ma anche di valorizzarlo e divulgarlo.
  
Biagio Bertino






I ragazzi della via Paal

Ferenc Molnár, I Ragazzi della Via Paal, Milano, Opportunity Book, 1995, 159 pp. (Classici Junior, 13), ISBN 88-8111-013-X.

Ho letto questa storia all'età di dieci anni. Era uno dei miei primi libri. Non riuscivo a capire in che periodo fosse ambientato il racconto e nemmeno quale fosse la città teatro della storia. Tuttavia ricordo perfettamente quei compagni di giuoco. Giovanni Boka era il leader che stimavo, l'amico che desideravo nella solitudine estiva di quegli anni in cui tutto era scoperta e voglia di conoscere. Forse in me c'era qualcosa del piccolo Ernesto Nemecsek, fragile e poco coraggioso. Non era necessario immaginare i luoghi di quelle appassionanti battaglie e di quelle pericolosissime missioni: quei posti li conoscevo bene, li vedevo, li frequentavo nei pomeriggi votati a qualche fantasioso passatempo con dei crudeli amici, che erano, sì cattivi e crudeli come la squadra delle famigerate Camicie Rosse, ma non così ingegnosi e geniali.
Ricordo perfettamente che la mia scuola elementare - un edificio degli anni trenta, tanto imponente quanto freddo - era identica a quella del racconto. Lo stucco delle finestre non l'ho mai masticato e non immagino nemmeno che sapore abbia, però posso dire di comprendere quanto fosse duro custodire un segreto e sopportare le ingiurie a costo di difenderlo. Qualche piccolo segreto era lo stucco che custodivamo in pochi nelle stradine sterrate.
Poi vi era il campo di battaglia. Io lo conoscevo a menadito. Certo, più che tirare le bombe di sabbia ai nemici, lo usavamo per i gavettoni o per giocare le interminabili partite di pallone.
Non avevo un laghetto, dove tirare i sassi. Avevamo però i limoni da mangiare o tirare.
Anch'io avevo paura dei fratelli Pásztor, figure inquietanti e inique, dotati di forza sovraumana.
Non ho mai sopportato i tipi come Desiderio Geréb, invidiosi e doppiogiochisti, sempre pronti ad annotare tutto nel libro nero e pianger ostentando un pentimento. Molnár forse era sincero quando scriveva del pentimento di Geréb, ma io rimango diffidente.
Non ricordo tutti quei mitici protagonisti del racconto, però quando l'ho letto - e lo rilessi più volte nel corso degli anni - essi mi tennero compagnia, sentendoli veramente amici quei ragazzi della via Paal insieme al loro papà Molnar.

Lorenzo Cusimano




L'eredità della Rivoluzione francese

L'eredità della Rivoluzione francese, a cura di François Furet, Roma-Bari, Laterza, 1989, 328 pp., (Stato e Società), ISBN 88-420-3339-1.

Il libro curato da François Furet raccoglie undici saggi scritti, in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese, da «specialisti di più nazioni [...] intorno a una questione comune, quella di capire perché i principi del 1789 continuano a modellare la civiltà politica comparsa allora e in cui ancora viviamo» [p. 21].
La prima parte dell'opera, dal titolo La Rivoluzione francese nel XIX secolo [pp. 23-196], analizza e cerca di comprendere i principi dell'Ottantanove alla luce del pensiero politico e filosofico dei contemporanei, delle critiche da questi furono mosse e del gran fermento speculativo che la Rivoluzione comportò già nel suo immediato prodursi.
La seconda parte, invece, intitolata L'eredità della Rivoluzione francese nel mondo contemporaneo [pp. 197-321], è dedicata allo «studio di esperienze storiche particolari» [p. 22], che con la Rivoluzione francese hanno un debito in alcun modo trascurabile.
L'opera si apre con un'Introduzione [pp. 3-22] di François Furet.
Nella prima parte il saggio di Philippe Raynaud, filosofo e politologo, America e Francia: due rivoluzioni a confronto [pp. 25-46], ripercorre le analogie e le differenze che i contemporanei della Rivoluzione colsero tra i due eventi della fine del Settecento. Per Burke, ad esempio, «la rivoluzione americana era figlia legittima della Rivoluzione Gloriosa inglese, in quanto difendeva, contro lo stesso Parlamento, i principi che avevano fatto la sua forza (no taxation without rapresentation)», diversamente dal carattere «'metafisico' della rivoluzione francese che, affermando la trascendenza dei 'diritti dell'uomo', metteva potenzialmente in pericolo l'ordine sociale europeo» [pp. 25-26]; mentre per Paine «era dell'America che i Francesi avevano imparato, grazie a La Fayette, ad amare la libertà» [p. 26].
Le citazioni riportate sono solo una parte delle testimonianze dei contemporanei che seguirono con interesse, e a volte preoccupazione, gli eventi di Francia. Infatti, più che delle analogie, molti di coloro che criticano la rivoluzione francese, si servirono dell'analisi delle esperienze differenti e delle logiche opposte che guidarono le vicende tra le due rive dell'Atlantico.
Nel saggio sono esaminati anche l'oggetto della Dichiarazione di Indipendenza del 1776 e della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789:

[...] l'oggetto delle due Dichiarazioni iniziali è differente (in un caso si tratta di legittimare l'indipendenza americana davanti all'opinione dell'umanità, e nell'altro di esporre sistematicamente i «diritti naturali, inalienabili e sacri dell'uomo»), ciononostante esse hanno le stesse pretese all'universalità; ciò che invece le distingue più in profondità è lo status conferito alla legge, a sua volta conseguenza di una divergenza di fondo sulle condizioni della libertà e sulla portata del diritto naturale.
La Dichiarazione di Indipendenza si basa sulla legge naturale istituita da Dio, che ha dotato gli uomini dei «diritti inalienabili» la cui protezione costituisce il fine dei governi - i quali quindi perdono la loro legittimità quando disconoscono tali fini ma sono, al contrario, presunti legittimi finché li rispettano. La Dichiarazione francese dal canto suo, parte dai «diritti naturali» degli individui, la cui difesa non dipende più da una semplice limitazione imposta dall'esterno allo Stato, quanto piuttosto dal concorso dei cittadini all'attività legislativa, che si situa dunque in realtà sul meccanismo pieno dei diritti individuali [...]; ciò, e il significato dell'idea di sovranità nazionale, rendono problematica la legittimità di tutti i governi stabiliti, esistenti solo per volontà della nazione. Quanto nella Dichiarazione americana resta quasi sempre implicito e subordinato alla legge naturale (il consenso dei governati, e il diritto popolare a modificare l'ordine politico) passa quindi nella Dichiarazione francese in primo piano, implicando l'universale esigenza di rigenerare l'ordine politico [p. 32].

Le due rivoluzioni sono entrambe delle rivoluzioni politiche, tuttavia la differente storia della Francia e delle Tredici Colonie fa sì che il significato delle rivoluzioni sul versante sociale sia diverso.
Le differenze tra la Rivoluzione francese e americana ricalcano quasi specularmente le differenze ricorrenti tra la società francese dell'Ancien Régime e la società inglese, alla quale la società americana è profondamente legata.
La fine del saggio è quasi interamente dedicato agli scritti di Tocqueville sulla Rivoluzione francese e sulla democrazia degli americani:

l'esperienza americana, nella misura in cui è stata per un certo verso rivoluzionaria, partecipa anch'essa di questa «epoca gloria e tormentata», ma avendo gli Americani avuto la fortuna di «nascere uguali», ciò - va ammesso - limita l'aspetto creativo della loro «rivoluzione»; d'altro canto, la continuità che lega l'Ancien Régime alla rivoluzione francese, e soprattutto l'aria di inesorabile necessità che quest'ultima ha sovente assunto, inducono anche a relativizzarne l'immagine di libera istituzione. Il confronto tra Francia e America non può quindi limitarsi alla polarità tra «spirito democratico» e «spirito rivoluzionario»: temibile prodotto dello «spirito rivoluzionario», la rivoluzione francese ha anche avuto una sua propria grandezza, scaturita paradossalmente dalla passata esperienza «aristocratica», che può aiutare lo spirito democratico a evitare di pensarsi come natura [p. 45].

Il saggio di Pierre Manent, studioso di storia della filosofia politica, dal titolo Il liberalismo francese e inglese [pp. 47-74], procede sull'esame delle differenze e delle analogie tra la tradizione liberale inglese e francese.
L'autore riprende il confronto tra Burke e Paine, entrambi liberali, sebbene il primo vada «quanto possibile lontano in senso conservatore, continuando ad essere un liberale, mentre l'altro va quanto possibile lontano in senso democratico o 'radicale', continuando però anch'egli ad essere liberale» [p. 57].
Alla reazione inglese alla rivoluzione francese, segue l'esame delle critiche scatenatesi nell'ambiente liberale francese, in particolare in Constant e Guizot. Per il primo, «il popolo in dettaglio era stato sacrificato al popolo in massa». [p. 70]
Agli occhi di Guizot, invece, la rivoluzione deve continuare e non esaurirsi.

La società post-rivoluzionaria appare tanto inquieta non perché sia destinata all'incertezza e all'anarchia di opinioni e aspirazioni, ma perché non si riconosce ancora nel suo governo, perché non lo riconosce ancora come suo. La distanza allargatasi durante la rivoluzione tra lo Stato e la società corrisponde proprio a quella assunta dalla società per meglio conoscere la società, più esattamente a quella assunta dalla società per meglio conoscersi attraverso il potere; questa distanza si è aperta solo per essere meglio e più compiutamente colmata [p. 70].

La fine del saggio è dedicata a Bentham e alla sua critica verso i «diritti dell'uomo», i quali sono ritenuti una dottrina «metafisica» basata su un «radicalismo filosofico» che non tiene conto della «nozione di utilità», come tipica della tradizione delle scuole politiche inglesi.
Il saggio di Massimo Boffa, studioso di storia e giornalista, s'intitola La rivoluzione e la controrivoluzione. Con «controrivoluzione» si intende il «movimento di resistenza e di reazione al processo rivoluzionario avviato in Francia nel 1789 e ai principi che ne stavano a fondamento, che fra alterne vicende farà sentire i suoi effetti lungo tutto il corso del secolo XIX» [p. 75]. Le definizioni e i concetti storici non sono mai immuni da significati ideologici e passionali, che i protagonisti e gli storici hanno loro attribuito.
L'analisi brillante di Boffa espone la paradossale sorte di chi vuole la restaurazione e la fine della «rivoluzione come parentesi nefasta, voragine improvvisamente aperta nella storia di Francia e del mondo» [p. 75], ma che sarà costretto a essere essi stessi definiti dei post-rivoluzionari. E ancora più contraddittoria è la necessità, forse inconscia, di doversi integrare, essi stessi, alla «sensibilità moderna, che è la sensibilità di un mondo non conciliato con i propri valori» [p. 77].
Nel saggio è ripresa l'analisi burkeiana, la quale è una delle basi su cui poggia il pensiero controrivoluzionario, diventando così «dottrina sistematica, che farà sentire la sua presenza lungo tutto il secolo successivo, le ragioni della propria ostilità al mondo moderno nato dalla rivoluzione» [p. 81].
Il saggio di Remo Bodei, docente di storia della filosofia, dal titolo Le dissonanze del mondo. Rivoluzione francese e filosofia tedesca tra Kant e Hegel, affronta invece la questione dell'accoglienza che i filosofi tedeschi del tempo ebbero per i fatti dell'89.
Il primo capitolo è riservato a Kant, il quale definisce la rivoluzione uno «spettacolo: tremendo, sanguinoso, eppure capace di attrarre gli animi con forza irresistibile e di elevarli al di sopra della mediocrità quotidiana» [p. 103]. La posizione di Kant risulta interessante in vista della sua adesione ai valori dell'Illuminismo, nonostante egli sia criticato di incoerenza, rifiutando in questo modo il «diritto di rivoluzione degli uomini». E tuttavia la soluzione è resa nello scritto La Pace perpetua.
Il secondo capitolo è dedicato a Fichte, il quale definisce la rivoluzione in termini di «progresso dello spirito umano» [p. 107] e di «corso della natura» [p. 107]:

Quando si impedisce il progresso dello spirito umano, solo questi due casi sono possibili: il primo, più inverosimile, che noi ce ne restiamo inerti dove eravamo, rinunciando a far valere qualsiasi pretesa di diminuire la nostra miseria e di aumentare la nostra felicità, e che ci lasciamo imporre i limiti oltre i quali noi non intendiamo spingerci; oppure il secondo, molto più verosimile, quando il corso della natura, che si vuol ritardare, irrompe violentemente e distrugge tutto ciò che trova sul suo cammino, e allora l'umanità si vendica dei suoi oppressori nel modo più spietato e le rivoluzioni divengono necessarie [p. 107].

Il saggio passa in rassegna anche Lessing e Hölderlin prima di giungere a Hegel.
La filosofia hegeliana è ritenuta dall'autore del saggio una teoria post-rivoluzionaria. A tal proposito, il processo dialettico determina che il Terrore sia una «delle tappe che costituiscono la coscienza e il mondo del presente, uno dei modi che ha un popolo per riprendersi i propri diritti e uno Stato per difendere la sua esistenza» [p. 121].
Il saggio è fornito di una buona appendice bibliografica, che non tutti i saggi riportano.
Tony Judt è l'autore del saggio La rivoluzione francese e l'idea socialista fino al 1848. Esso è molto interessante giacché cerca di ricostruire le influenze che i principi, gli uomini e gli avvenimenti del decennio che dal 1789 al 1799 ebbero sulla «struttura teorica del socialismo». L'autore mostra come i primi socialisti respingessero la valenza politica della rivoluzione francese. Egli dimostra quanto i primi socialisti fossero più vicini ai reazionari e ai liberali (paradossalmente) se si prende in considerazione la «critica dello status quo».
Nel saggio si ripercorre una storia del pensiero socialista in Francia, partendo da Fourier e Saint-Simon, fino alla vigilia dell'uscita del Manifesto del Partito comunista.
I socialisti della prima metà del secolo XIX sono interessati al sociale e alle ingiustizie più che alle rivendicazioni politiche. Il saggio ci dice, inoltre, le necessità dei socialisti di inserirsi all'interno delle strutture create dalla rivoluzione francese, a confrontarsi nelle attività parlamentari, a sopravvivere in un sistema parlamentare, grazie al sostegno del proletariato, dato non scontato o sconosciuto ai primi socialisti: «I socialisti francesi dovettero imparare a lavorare in un sistema parlamentare» [p. 157].
L'autore afferma, inoltre, che è proprio Marx a essere «[...] sensibile ai guadagni della rivoluzione francese considerandoli come un preludio necessario alla rivoluzione socialista e trattando, perciò, tutte le libertà acquisite come permanenti e proficue» [p. 156].

Il saggio di Alessandro Galante Garrone, docente di storia moderna, La rivoluzione e il Risorgimento italiano, cerca di fare luce sulla filiazione diretta tra i due fenomeni storici. La rivoluzione è un modello.

È interessante, invece, cogliere in che modo la rivoluzione francese abbia lasciato negli animi degli italiani «la consapevolezza di quel che fosse il bene della libertà, e il tormento di non possederla» [p. 173].
Non a caso il saggio rimanda all'esperienza della Carboneria prima e di Mazzini poi:

La rivoluzione francese è, ancora una volta, la promotrice di una nuova età, un modello esemplare. In questo momento Mazzini sembra accettare l'iniziativa rivoluzionaria della Francia, come l'evento più probabile: e caldeggia una nuova, grande rivoluzione, che ripercorra tutte le fasi di quella settecentesca, incluso il 10 agosto ma escluse le esasperazioni del Terrore. [...] Continuava ad ammirare la Francia grande e potente, e insieme temeva che, forte del suo prestigio, potesse ancora mettersi alla testa della rivoluzione europea. Ma soprattutto, egli pensa che il vero problema dell'Italia era quello del suo risorgere a nazione libera, indipendente, unita. Ogni altro problema, come quello di una radicale trasformazione della società, doveva cedergli il passo. La redenzione delle plebi sarebbe venuta dopo. Ogni generazione aveva un suo compito primario ed essenziale. La rivoluzione dell'Ottantanove doveva valere come una perenne lezione per tutte quelle a venire [pp. 185-187].

In questo saggio è presa in considerazione l'attenzione che il giovane Cavour presta alla rivoluzione francese:

Cavour non era, in quegli anni, pregiudizialmente ostile alla tradizione rivoluzionaria, e neppure indifferente. [...] Quel che riteneva con certezza, era che solo dalla Francia, chiunque ne fosse alla testa, sarebbe potuto venire un rivolgimento vittorioso nella nostra penisola. Su questo punto, i documenti parlano chiaro. Comunque andassero a finire le cose, dalla vittoria della rivoluzione in Francia sarebbe dovuta nascere anche «l'aurore du jour qui doit éclairer la régéneration italienne» [p. 189].

Chi invece è avverso alla rivoluzione è Cesare Balbo, rimasto fedele al concetto di libertà medievale, benignamente concessa dal monarca, perché «tutto il resto che era venuto dopo [la convocazione degli Stati Generali] non era che una aberrante, deplorevole deviazione» [p. 193].
La seconda parte del libro si apre con un saggio di Bronislaw Geremek, storico polacco, dal titolo Lo Stato-nazione nell'Europa del XX secolo. Questo scritto è forse quello che paga un prezzo maggiore rispetto ai 23 anni del libro. Tuttavia alcuni aspetti presi in considerazione dallo studioso sono ancora pertinenti per le sorti politiche dell'Unione Europea.
Il problema della cessione di sovranità degli stati appartenenti all'Unione per creare una confederazione di stati si scontra con il principio e l'idea di Stato-nazione che ha il suo genesi nella Rivoluzione francese. Partendo da un esame dei concetti di «nazione», «stato» e «popolo», l'autore cerca di dimostrare quanto il concetto di «stato-nazione» sia messo in discussione, non solo dagli eventi bellici del XX secolo, nonostante esso rappresenti uno delle premesse ideologiche, ma anche dal riassetto europeo dopo gli accordi di Yalta.
Il saggio si conclude con un monito, che invita il lettore e lo studioso a non sottovalutare i pericoli del nazionalismo e di quanto esso possa essere una «forza pericolosa e cieca» [p. 220]: secondo l'autore infatti, questi pericoli possono annidarsi proprio nel

deprezzamento dell'idea nazionale [...], [poiché] il nazionalismo si serve del principio nazionale in modo strumentale, e si concentra sullo sviluppo dello Stato. Invece, nel modello di Stato-nazione, divenuto patrimonio comune dell'Europa, lo Stato è limitato e temperato dalla «sovranità del popolo», e nel gioco fra le aspirazioni e le realizzazioni appaiono non soltanto conflitti di interessi, ma anche un sentimento di fratellanza e solidarietà, elementi dei rapporti fra gli uomini, che non stanno a loro agio nell'apparato concettuale dello storico o del sociologo, in quanto carichi di enfasi [p. 220].

Il saggio Francia e Russia: analogie rivoluzionarie di Vittorio Strada si pone l'obiettivo di ripercorrere ed esaminare la tradizione storiografica e ideologica che attuò l'operazione di accostamento tra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa.
Prima di addentrarsi nella questione l'autore distingue quattro tipi di analogia: retorica, pragmatica, euristica e teorica. L'analogia retorica si ha quando si fa un confronto tra eventi storici e quando uno di questi eventi viene considerato come carico di valore positivo o negativo. L'analogia pragmatica è un confronto a priori operato dagli attori stessi dell'evento e ne modellano il proprio comportamento, il cui paradigma si vuole imitare, variare o evitare. L'analogia euristica, frutto delle moderne scienze sociali, ha invece lo scopo di ricercare un modello da utilizzare per l'analisi, mettendo a confronto due eventi. L'analogia teorica è sì la sintesi delle precedenti, ma anche l'acquisizione di una prospettiva, «che permetta di vedere i fenomeni oggetto di confronto analogico per entro un sistema storico-universale» [p. 224].
Il saggio tuttavia prende in considerazione alcuni scritti che risultano emblematici per la questione. Il primo a essere citato è quello di Albert Mathiez, Le bolchévisme et le jacobinisme, Paris 1920.
Il secondo saggio a essere studiato è quello del primo marxista cinese Li Ta-Chao, Una visione comparativa della rivoluzione francese e russa, 1918.
L'altro scritto a essere sotto osservazione è il saggio di Trotskij, I nostri compiti politici, Ginevra 1904.
Non possono non essere prese in considerazione le opere di Lenin:

Le tesi di Lenin è che già nella rivoluzione francese il liberalismo non sia stato in grado, perché non ne era interessato, di condurre a compimento la rivoluzione democratico-borghese: «la borghesia liberale in Francia ha cominciato a dimostrare la sua ostilità alla democrazia coerente già nel movimento del 1789-1793. [...] La tesi paradossale di Lenin è che la rivoluzione borghese può vincere soltanto nonostante la borghesia e grazie al proletariato, il quale deve farsi l'egemone di una rivoluzione non 'sua', ma destinata a diventare sua, grazie a un ritardo storico che provoca una sorta di corto circuito tra due rivoluzioni, quella borghese e quella proletaria, in Occidente lontane nel tempo, ma in Russia contigue, se non sovrapposte almeno parzialmente» [pp. 234-235].

La tradizione di analogie e confronto tuttavia, è espressa negli scritti di Nikolaj Ustrjalov, Pod znakom revoljucii, Harbin 1927 e di Stalin, Sočinenija, Moskva 1949.
Vittorio Dan Segre è l'autore del saggio intitolato La Rivoluzione francese e il Sionismo. Il saggio affronta con originalità la questione della nascita del Sionismo. Secondo l'autore l'emancipazione degli ebrei in Francia, si svolse in due fasi: la prima fase riguarda il decreto del 22 gennaio 1790, che concedeva agli ebrei sefarditi i diritti di cittadinanza; la seconda fase con il decreto del 27 settembre 1791, che includeva anche gli ebrei aschenaziti.
Per il fondatore del Sionismo, Theodor Herzl, l'ondata antisemita dell'«affare Dreyfus» è la «prova del fallimento degli ideali della rivoluzione, quella rivoluzione in cui egli, come tanti altri ebrei assimilati, aveva ciecamente creduto [...]. La crisi provocata dall'antisemitismo era dunque doppia: crisi di sopravvivenza fisica per gli ebrei, crisi morale per la società civile europea» [p. 253].
Il Sionismo era quindi la «reazione degli ebrei 'orgogliosi' alla reazione degli antisemiti contro i valori proclamati dall'Illuminismo e dalla rivoluzione» [p. 257].
I diritti dell'uomo è il titolo del saggio di Luc Ferry. L'autore indica la Dichiarazione americana del 1776 e la Dichiarazione francese del 1789, quali basi teoriche della discussione contemporanea sui diritti dell'uomo. Le due dichiarazioni sono quindi «indissociabili dall'idea di rivoluzione» [p. 273]. Tuttavia le due dichiarazioni presentano uno «status filosofico diverso», perché «la nozione di rivoluzione con cui pretendono istituirsi i diritti dell'uomo è nei due casi concepita in modo del tutto differente» [p. 273].
La rivoluzione americana, secondo Ferry, «s'ispira [...] alle idee di Locke, mentre la fonte intellettuale della concezione rivoluzionaria francese è più facilmente rintracciabile nella combinazione tra le idee di Rousseau e quelle dei fisiocratici» [p. 273].  E stando alle parole di Habermas la «dichiarazione americana del 1776 si basa sull'idea profondamente liberale che la società, nel suo funzionamento naturale, realizza per così dire automaticamente i diritti dell'uomo, purché lo Stato accetti di limitare i propri interventi» [p. 273].

La rivoluzione americana, che del resto non deve rompere con un Ancien Régime ma solo raggiungere l'indipendenza, si fonda sull'idea di una società naturalmente buona, sull'interesse individuale rettamente inteso e su un common sense preesistente, e non su una virtuosa volontà generale cui spetterebbe migliorare la società in nome di un ideale morale. È invece questo secondo modello ad attivare la Dichiarazione francese anche quando, paradossalmente, è opera dei fisiocratici: paradossalmente perché sarebbe stato lecito attendersi che coloro i quali apparivano già sul piano economico come gli ardenti difensori del laissez faire, laissez passer, sostenessero piuttosto una rivoluzione americana. [p. 275].

Il saggio si addentra quindi su questioni squisitamente filosofiche, in particolar modo di quelle di filosofia del diritto. Esamina poi il rapporto fuorviante che deriva dall'associazione tra politica nell'antichità e politica nell'epoca moderna. Da questa analisi traspare una posizione che non è originale, sebbene valida e condivisibile, secondo la quale è impossibile tentare una crasi, anche solo approssimata tra la politica, le forme di governo e le basi teoriche degli antichi e dei moderni: «l'autorità politica legittima non imita un ordine naturale o divino, ma si basa sulla volontà individuale e quindi, per impiegare il termine filosofico adatto, alla soggettività» [p. 285].
Il saggio cerca inoltre di mettere alla luce le differenze tra la concezione liberale («diritti-libertà») e la concezione socialista («diritti-rivendicazione») dei diritti dell'uomo. A questa discussione si inserisce una sintesi del dibattito sulla critica neo-liberale ai diritti sociali che prende in considerazione problemi riguardanti lo stato liberale, lo stato assistenziale e lo stato totalitario. E lo stesso autore indica una stretta correlazione tra il liberismo e lo stato assistenziale più che tra lo stato assistenziale e quello totalitario.
L'ultimo saggio è di Pasquale Pasquino e s'intitola Il concetto di rappresentanza e i fondamenti del diritto pubblico della rivoluzione: E. J. Sieyès. Il contributo è dedicato alla disamina degli scritti di Sieyès in cui si affrontano i temi fondamentali della rivoluzione francese: «La Costituzione francese del 1791 consacra come fondamenti del diritto pubblico dell'Europa contemporanea, accanto alla separazione dei poteri (art. 16 della Déclaration des droits), la sovranità nazionale e il governo rappresentativo» [p. 297].
Il tema principale di questo saggio riguarda la «forma rappresentativa e la legittimazione popolare, attraverso le elezioni, dei poteri pubblici restano alla base degli ordinamenti costituzionali delle democrazie occidentali» [p. 298].
Il saggio affronta anche il concetto di «Nazione» nella storia, prendendo le mosse da uno studio di E. Fehrenbach. Nel 1789 il

termine/concetto 'nation'» assume nel vocabolario politico «tre diversi significati polemici:
1. Essa è una totalità omogenea ed autosufficiente - dal punto di vista politico ed economico - che si oppone alla società per ordini o ceti. [...] La parte, il terzo stato, si afferma come totalità, operando una rottura sul piano del diritto, la quale costituisce il limite più importante della teoria, per altri versi feconda, della continuità, esposta da Tocqueville ne L'Ancien Régime et la Révolution.
2. La nazione e la dottrina della sovranità nazionale si oppongono alla tradizione millenaria del potere monarchico. [...] Se il conflitto politico-sociale vede schierato il terzo stato contro l'aristocrazia, quello politico-costituzionale oppone la nazione alla monarchia. [...] La monarchia in Francia già nel 1789 è distrutta nelle sue fondamenta. Su questo punto la posizione teorica di Sieyès è più coerente di quella di Thouret o di Barnave.
3. L'idea di nazione costituisce, infine, un principio di esclusione nei confronti dell'aristocrazia e dei privilegi, definiti come ciò che si pone al di fuori del 'diritto comune'» [pp. 301-302].
Sieyès si chiede «chi è la nazione?»
A questa domanda l'autore risponde dicendo che «l'originalità del concetto di nazione proposto da Sieyès consiste nel fatto che essa è considerata sotto un duplice punto di vista: come corpo sociale, di cui bisognerà definire i caratteri, e come soggetto giuridico, di cui si dovranno specificare i poteri» [p. 307].
Secondo il punto di vista della nazione come corpo sociale, Sieyès mostra come «terzo stato [...] [sia] una nazione completa, una totalità autosufficiente e dunque autonoma. [...] La nazione è dunque il terzo stato, cioè l'insieme dei produttori di beni e valori, che comprendono i lavori privati e le funzioni pubbliche», identificando il terzo stato con la «classe universale [p. 308].

Prendendo in considerazione invece, il punto di vista della nazione come soggetto giuridico, la nazione viene a identificarsi con il «soggetto titolare del potere costituente» [p. 309].
Alla fine è presente una scheda informativa sugli autori dei saggi.
Consiglio questo libro a tutti quelli che intendono affrontare uno studio sulla rivoluzione francese, sebbene sia esso datato e scritto quando il mondo era diverso, poiché diviso ancora dall'ideologia e dall'appartenenza al blocco sovietico o occidentale.


Piero Canale