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sabato 5 luglio 2014

Isola Nera. Galleria d’Arte Moderna di Palermo, 31 maggio 2014/ 1 settembre 2014

Fulvio Di Piazza, Isola Nera. Galleria d’Arte Moderna di Palermo, 31 maggio 2014/ 1 settembre 2014, Palermo, ArsMediterranea – Glifo Edizioni, 2014, [80] pp., ISBN 9788898741052.

Il catalogo è stato realizzato in occasione dell’esposizione dei dipinti di Fulvio Di Piazza, presso la Galleria d’Arte Moderna di Palermo.
Fulvio Di Piazza è un pittore siciliano, nato a Siracusa l’8 settembre 1969 e residente a Palermo, dove lavora; ha conseguito il diploma in pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Urbino nel 1993. Dopo una pausa di due anni, periodo che Fulvio Di Piazza ha dedicato interamente alla musica, è ritornato a dipingere. Ha esposto in numerose mostre, sia personali sia collettive, in Italia e all’Estero. Ultima è l’esposizione alla GAM - visitabile fino al 1° settembre 2014 -, che lo vede come unico protagonista.
Il primo particolare che colpisce il lettore è la realizzazione grafica del catalogo, stampato su carta lucida, molto spessa e di un rosso intenso, colore che tuttavia non ne interferisce la lettura del testo, grazie alla scelta di un carattere molto leggibile, redatto in nero.
È possibile dividere il volume in sei parti: la prima parte è occupata dalla Premessa realizzata a due mani dal Sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e dall’Assessore alla Cultura, Francesco Giambrone [pp. 6-7]. Già da queste righe si possono individuare le tematiche profonde, e non sempre facili da decifrare, che i lavori di Di Piazza vogliono esprimere e comunicare. L’intento è quello di riuscire a rappresentare un mondo surreale in maniera realistica, attraverso lo studio dei particolari, della luce, della prospettiva e della profondità; la seconda parte è un’Introduzione di Antonella Purpura, direttrice della GAM Palermo [pp. 8-9]. La direttrice in queste righe si rifà alle parole che Breton spende in merito ai procedimenti logici, per tentare di capire se i sensi possano essere l’unico strumento per la comprensione della complessità della natura e dell’uomo. La Purpura si sofferma, infine, alla realizzazione vera e propria della mostra, nata da una lunga elaborazione intellettuale dell’artista; segue, nella terza parte, una Presentazione (pp. [11-21]) delle opere e dell’artista da parte di Alberto Zanchetta, critico d’arte e curatore indipendente. Zanchetta è nato a Trento, si è laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Dal 2007 insegna Storia dell’Arte Contemporanea presso la LABA di Brescia.
Redatte in italiano e in inglese, queste sono pagine intense che ben colgono gli aspetti più reconditi della psiche del pittore, descrivendo in un excursus dettagliato e puntuale l’evoluzione ed il percorso di crescita e trasformazione che Di Piazza ha vissuto a partire dai suoi esordi.
Si evince chiaramente da queste pagine una lenta ed inesorabile decadenza, che si impone sulla Natura raffigurata nei dipinti dell’artista siciliano, decadenza espressa da creature surreali ed oniriche, ma causata soprattutto dal reale degrado che la affligge e la devasta. Cieli tersi si fondono con magma incandescente e fiumi trasparenti vengono contaminati da limacciosi fili erbosi.
La quarta parte è interamente occupata dalle illustrazioni dei dipinti, e segna uno stacco dalle precedenti sezioni, non solo dal punto di vista del contenuto, ma anche dal punto di vista cromatico e dell’impaginazione; il colore utilizzato per queste pagine è il grigio, che ben incornicia e fa da passepartout alle opere grafiche, risaltandole e consentendone una migliore visione.
A questa sezione è dedicata la maggior parte del catalogo, [pp. 23-47]. Sono opere realizzate nell’arco del biennio 2012-2014. Come si legge nella premessa «le opere di Di Piazza […] sembrano la materializzazione di incubi che affollano la mente, l’espressione artistica di visioni che raccontano una sofferenza intima e lancinante» [p. 6]. I colori sono densi ed i contrasti forti.
Ruolo fondamentale hanno la prospettiva ed il punto di fuga scelti, che rendono il quadro quasi tridimensionale ed in movimento, contrapponendo imponenti figure in primo piano che si stagliano sullo sfondo, a cieli profondi e lontani, in cui lo spettatore tende a perdersi, nella ricerca di sempre più distanti particolari raffigurati. Questo è il caso di “A” cross the universe (2013), prima opera presentata nel catalogo: si tratta di un olio su tela, che può essere apprezzato, solo se lo spettatore si pone di fronte ad esso e si accomoda per qualche istante così da cogliere ogni particolare celato tra fumi, nubi e polveri. Anche in Pacific (2014) emergono le tematiche finora descritte del degrado. Appare una Natura talmente contaminata da trovarsi in un punto di non ritorno. È possibile notare sott’acqua i segni della contaminazione, ma anche nel cielo, dove pianeti e costellazioni di metallo infuocato rovinano inesorabilmente verso i confini dell’orizzonte, che si perde in profondità. Dai quadri sembra provenire un meccanico rumore metallico che si perde in echi lontane.
Nella quinta parte, Blown away [pp. 48-66], anch’essa redatta in italiano ed in inglese, è presente un’intervista a Fulvio Di Piazza da parte dell’artista «autodidatta», Nicola Verlato. Un botta e risposta tra i due artisti, che ben esternano le inquietudini e le sofferenze della contemporaneità, che si riflettono nell’animo degli uomini. In una sua auto-analisi, Di Piazza definisce le sue opere e quelle di Verlato «destabilizzanti» [p. 52], poiché coinvolgono il cuore prima di coinvolgere il cervello.
Il catalogo si conclude con delle pagine dedicare ulteriormente alle opere dell’artista [pp. 68-75], seguite da un elenco delle Principali mostre personali [pp. 76-77] dal 1996 al 2013.
 Il volume è ben realizzato, con una sovraccoperta che raffigura l’opera “A” cross the universe, realizzata in modo tale da poter essere evulsa dal catalogo ed incorniciata.
Il nome del catalogo è tratto da una delle opere in esposizione, Isola Nera, una vera e propria installazione che occupa un’intera stanza, in cui un vorticoso intrico di balene, miste a fumo e magma, confluisce al centro di essa, in una raffigurazione onirica e angosciante della Sicilia. Un’ulteriore denuncia nei confronti di una terra in cui bellezza e contaminazione negativa coesistono come in un incubo grottesco.
Come il catalogo, così la mostra è ben organizzata, in un percorso che ha inizio con il primo quadro esposto, “A” cross the universe, e si conclude con Isola Nera. Un viaggio onirico attraverso la visione interiore di Fulvio Di Piazza.

Agostina Passantino


I tesori della Biblioteca centrale della Regione siciliana “Alberto Bombace”

Biblioteca Centrale della Regione siciliana, I tesori della Biblioteca centrale della Regione siciliana “Alberto Bombace”, Palermo, Regione siciliana, 2005, 100 p., ISBN 978-88-88-55934-6.

Questo catalogo è l’esempio eccellente della straordinaria ricchezza storica e culturale di cui gode la Sicilia. In particolare viene qui proposto il patrimonio bibliografico e documentario conservato nella storica sede del cinquecentesco Collegio Massimo dei Gesuiti di Palermo, oggi sede della Biblioteca Centrale della Regione siciliana.
Un patrimonio costituito all’origine dalla “libreria a uso domestico” dei Gesuiti, che nei secoli successivi si è via via accresciuto grazie a donazioni e acquisizioni. Una cospicua parte del patrimonio antico della Biblioteca si deve alle acquisizioni seguite alla soppressione dei vari Ordini religiosi. Di particolare rilievo i fondi provenienti dall’Abbazia di San Martino delle Scale e dal Monastero di Santa Maria Nuova di Monreale: del primo, la Biblioteca conserva circa 90 volumi manoscritti, tra i quali documenti della miniatura meridionale, napoletana e siciliana, oltre a un esiguo numero di codici di scuola franco-fiamminga; il secondo fondo annovera tra i suoi “titoli” il ricco Tabulario, dove ritroviamo 345 documenti redatti tra il 1115 e il 1170, di cui 33 manoscritti, 57 incunaboli e una cinquecentina stampata su pergamena (una rarità).
Nel complesso i manoscritti posseduti dalla Biblioteca centrale della Regione siciliana sono 2.300, di cui 148 codici latini, 38 codici greci e 38 codici orientali. Completano il patrimonio antico le belle ed eleganti edizioni a stampa: numerosi incunaboli, migliaia di volumi di cinquecentine e seicentine, raccolte settecentesche e una significativa collezione cartografica.
Un patrimonio ricchissimo, ottimamente “fotografato” da questa pubblicazione che ha l’obiettivo non solo di fare da guida alla sua scoperta ma anche di valorizzarlo e divulgarlo.
  
Biagio Bertino






I ragazzi della via Paal

Ferenc Molnár, I Ragazzi della Via Paal, Milano, Opportunity Book, 1995, 159 pp. (Classici Junior, 13), ISBN 88-8111-013-X.

Ho letto questa storia all'età di dieci anni. Era uno dei miei primi libri. Non riuscivo a capire in che periodo fosse ambientato il racconto e nemmeno quale fosse la città teatro della storia. Tuttavia ricordo perfettamente quei compagni di giuoco. Giovanni Boka era il leader che stimavo, l'amico che desideravo nella solitudine estiva di quegli anni in cui tutto era scoperta e voglia di conoscere. Forse in me c'era qualcosa del piccolo Ernesto Nemecsek, fragile e poco coraggioso. Non era necessario immaginare i luoghi di quelle appassionanti battaglie e di quelle pericolosissime missioni: quei posti li conoscevo bene, li vedevo, li frequentavo nei pomeriggi votati a qualche fantasioso passatempo con dei crudeli amici, che erano, sì cattivi e crudeli come la squadra delle famigerate Camicie Rosse, ma non così ingegnosi e geniali.
Ricordo perfettamente che la mia scuola elementare - un edificio degli anni trenta, tanto imponente quanto freddo - era identica a quella del racconto. Lo stucco delle finestre non l'ho mai masticato e non immagino nemmeno che sapore abbia, però posso dire di comprendere quanto fosse duro custodire un segreto e sopportare le ingiurie a costo di difenderlo. Qualche piccolo segreto era lo stucco che custodivamo in pochi nelle stradine sterrate.
Poi vi era il campo di battaglia. Io lo conoscevo a menadito. Certo, più che tirare le bombe di sabbia ai nemici, lo usavamo per i gavettoni o per giocare le interminabili partite di pallone.
Non avevo un laghetto, dove tirare i sassi. Avevamo però i limoni da mangiare o tirare.
Anch'io avevo paura dei fratelli Pásztor, figure inquietanti e inique, dotati di forza sovraumana.
Non ho mai sopportato i tipi come Desiderio Geréb, invidiosi e doppiogiochisti, sempre pronti ad annotare tutto nel libro nero e pianger ostentando un pentimento. Molnár forse era sincero quando scriveva del pentimento di Geréb, ma io rimango diffidente.
Non ricordo tutti quei mitici protagonisti del racconto, però quando l'ho letto - e lo rilessi più volte nel corso degli anni - essi mi tennero compagnia, sentendoli veramente amici quei ragazzi della via Paal insieme al loro papà Molnar.

Lorenzo Cusimano




L'eredità della Rivoluzione francese

L'eredità della Rivoluzione francese, a cura di François Furet, Roma-Bari, Laterza, 1989, 328 pp., (Stato e Società), ISBN 88-420-3339-1.

Il libro curato da François Furet raccoglie undici saggi scritti, in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese, da «specialisti di più nazioni [...] intorno a una questione comune, quella di capire perché i principi del 1789 continuano a modellare la civiltà politica comparsa allora e in cui ancora viviamo» [p. 21].
La prima parte dell'opera, dal titolo La Rivoluzione francese nel XIX secolo [pp. 23-196], analizza e cerca di comprendere i principi dell'Ottantanove alla luce del pensiero politico e filosofico dei contemporanei, delle critiche da questi furono mosse e del gran fermento speculativo che la Rivoluzione comportò già nel suo immediato prodursi.
La seconda parte, invece, intitolata L'eredità della Rivoluzione francese nel mondo contemporaneo [pp. 197-321], è dedicata allo «studio di esperienze storiche particolari» [p. 22], che con la Rivoluzione francese hanno un debito in alcun modo trascurabile.
L'opera si apre con un'Introduzione [pp. 3-22] di François Furet.
Nella prima parte il saggio di Philippe Raynaud, filosofo e politologo, America e Francia: due rivoluzioni a confronto [pp. 25-46], ripercorre le analogie e le differenze che i contemporanei della Rivoluzione colsero tra i due eventi della fine del Settecento. Per Burke, ad esempio, «la rivoluzione americana era figlia legittima della Rivoluzione Gloriosa inglese, in quanto difendeva, contro lo stesso Parlamento, i principi che avevano fatto la sua forza (no taxation without rapresentation)», diversamente dal carattere «'metafisico' della rivoluzione francese che, affermando la trascendenza dei 'diritti dell'uomo', metteva potenzialmente in pericolo l'ordine sociale europeo» [pp. 25-26]; mentre per Paine «era dell'America che i Francesi avevano imparato, grazie a La Fayette, ad amare la libertà» [p. 26].
Le citazioni riportate sono solo una parte delle testimonianze dei contemporanei che seguirono con interesse, e a volte preoccupazione, gli eventi di Francia. Infatti, più che delle analogie, molti di coloro che criticano la rivoluzione francese, si servirono dell'analisi delle esperienze differenti e delle logiche opposte che guidarono le vicende tra le due rive dell'Atlantico.
Nel saggio sono esaminati anche l'oggetto della Dichiarazione di Indipendenza del 1776 e della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789:

[...] l'oggetto delle due Dichiarazioni iniziali è differente (in un caso si tratta di legittimare l'indipendenza americana davanti all'opinione dell'umanità, e nell'altro di esporre sistematicamente i «diritti naturali, inalienabili e sacri dell'uomo»), ciononostante esse hanno le stesse pretese all'universalità; ciò che invece le distingue più in profondità è lo status conferito alla legge, a sua volta conseguenza di una divergenza di fondo sulle condizioni della libertà e sulla portata del diritto naturale.
La Dichiarazione di Indipendenza si basa sulla legge naturale istituita da Dio, che ha dotato gli uomini dei «diritti inalienabili» la cui protezione costituisce il fine dei governi - i quali quindi perdono la loro legittimità quando disconoscono tali fini ma sono, al contrario, presunti legittimi finché li rispettano. La Dichiarazione francese dal canto suo, parte dai «diritti naturali» degli individui, la cui difesa non dipende più da una semplice limitazione imposta dall'esterno allo Stato, quanto piuttosto dal concorso dei cittadini all'attività legislativa, che si situa dunque in realtà sul meccanismo pieno dei diritti individuali [...]; ciò, e il significato dell'idea di sovranità nazionale, rendono problematica la legittimità di tutti i governi stabiliti, esistenti solo per volontà della nazione. Quanto nella Dichiarazione americana resta quasi sempre implicito e subordinato alla legge naturale (il consenso dei governati, e il diritto popolare a modificare l'ordine politico) passa quindi nella Dichiarazione francese in primo piano, implicando l'universale esigenza di rigenerare l'ordine politico [p. 32].

Le due rivoluzioni sono entrambe delle rivoluzioni politiche, tuttavia la differente storia della Francia e delle Tredici Colonie fa sì che il significato delle rivoluzioni sul versante sociale sia diverso.
Le differenze tra la Rivoluzione francese e americana ricalcano quasi specularmente le differenze ricorrenti tra la società francese dell'Ancien Régime e la società inglese, alla quale la società americana è profondamente legata.
La fine del saggio è quasi interamente dedicato agli scritti di Tocqueville sulla Rivoluzione francese e sulla democrazia degli americani:

l'esperienza americana, nella misura in cui è stata per un certo verso rivoluzionaria, partecipa anch'essa di questa «epoca gloria e tormentata», ma avendo gli Americani avuto la fortuna di «nascere uguali», ciò - va ammesso - limita l'aspetto creativo della loro «rivoluzione»; d'altro canto, la continuità che lega l'Ancien Régime alla rivoluzione francese, e soprattutto l'aria di inesorabile necessità che quest'ultima ha sovente assunto, inducono anche a relativizzarne l'immagine di libera istituzione. Il confronto tra Francia e America non può quindi limitarsi alla polarità tra «spirito democratico» e «spirito rivoluzionario»: temibile prodotto dello «spirito rivoluzionario», la rivoluzione francese ha anche avuto una sua propria grandezza, scaturita paradossalmente dalla passata esperienza «aristocratica», che può aiutare lo spirito democratico a evitare di pensarsi come natura [p. 45].

Il saggio di Pierre Manent, studioso di storia della filosofia politica, dal titolo Il liberalismo francese e inglese [pp. 47-74], procede sull'esame delle differenze e delle analogie tra la tradizione liberale inglese e francese.
L'autore riprende il confronto tra Burke e Paine, entrambi liberali, sebbene il primo vada «quanto possibile lontano in senso conservatore, continuando ad essere un liberale, mentre l'altro va quanto possibile lontano in senso democratico o 'radicale', continuando però anch'egli ad essere liberale» [p. 57].
Alla reazione inglese alla rivoluzione francese, segue l'esame delle critiche scatenatesi nell'ambiente liberale francese, in particolare in Constant e Guizot. Per il primo, «il popolo in dettaglio era stato sacrificato al popolo in massa». [p. 70]
Agli occhi di Guizot, invece, la rivoluzione deve continuare e non esaurirsi.

La società post-rivoluzionaria appare tanto inquieta non perché sia destinata all'incertezza e all'anarchia di opinioni e aspirazioni, ma perché non si riconosce ancora nel suo governo, perché non lo riconosce ancora come suo. La distanza allargatasi durante la rivoluzione tra lo Stato e la società corrisponde proprio a quella assunta dalla società per meglio conoscere la società, più esattamente a quella assunta dalla società per meglio conoscersi attraverso il potere; questa distanza si è aperta solo per essere meglio e più compiutamente colmata [p. 70].

La fine del saggio è dedicata a Bentham e alla sua critica verso i «diritti dell'uomo», i quali sono ritenuti una dottrina «metafisica» basata su un «radicalismo filosofico» che non tiene conto della «nozione di utilità», come tipica della tradizione delle scuole politiche inglesi.
Il saggio di Massimo Boffa, studioso di storia e giornalista, s'intitola La rivoluzione e la controrivoluzione. Con «controrivoluzione» si intende il «movimento di resistenza e di reazione al processo rivoluzionario avviato in Francia nel 1789 e ai principi che ne stavano a fondamento, che fra alterne vicende farà sentire i suoi effetti lungo tutto il corso del secolo XIX» [p. 75]. Le definizioni e i concetti storici non sono mai immuni da significati ideologici e passionali, che i protagonisti e gli storici hanno loro attribuito.
L'analisi brillante di Boffa espone la paradossale sorte di chi vuole la restaurazione e la fine della «rivoluzione come parentesi nefasta, voragine improvvisamente aperta nella storia di Francia e del mondo» [p. 75], ma che sarà costretto a essere essi stessi definiti dei post-rivoluzionari. E ancora più contraddittoria è la necessità, forse inconscia, di doversi integrare, essi stessi, alla «sensibilità moderna, che è la sensibilità di un mondo non conciliato con i propri valori» [p. 77].
Nel saggio è ripresa l'analisi burkeiana, la quale è una delle basi su cui poggia il pensiero controrivoluzionario, diventando così «dottrina sistematica, che farà sentire la sua presenza lungo tutto il secolo successivo, le ragioni della propria ostilità al mondo moderno nato dalla rivoluzione» [p. 81].
Il saggio di Remo Bodei, docente di storia della filosofia, dal titolo Le dissonanze del mondo. Rivoluzione francese e filosofia tedesca tra Kant e Hegel, affronta invece la questione dell'accoglienza che i filosofi tedeschi del tempo ebbero per i fatti dell'89.
Il primo capitolo è riservato a Kant, il quale definisce la rivoluzione uno «spettacolo: tremendo, sanguinoso, eppure capace di attrarre gli animi con forza irresistibile e di elevarli al di sopra della mediocrità quotidiana» [p. 103]. La posizione di Kant risulta interessante in vista della sua adesione ai valori dell'Illuminismo, nonostante egli sia criticato di incoerenza, rifiutando in questo modo il «diritto di rivoluzione degli uomini». E tuttavia la soluzione è resa nello scritto La Pace perpetua.
Il secondo capitolo è dedicato a Fichte, il quale definisce la rivoluzione in termini di «progresso dello spirito umano» [p. 107] e di «corso della natura» [p. 107]:

Quando si impedisce il progresso dello spirito umano, solo questi due casi sono possibili: il primo, più inverosimile, che noi ce ne restiamo inerti dove eravamo, rinunciando a far valere qualsiasi pretesa di diminuire la nostra miseria e di aumentare la nostra felicità, e che ci lasciamo imporre i limiti oltre i quali noi non intendiamo spingerci; oppure il secondo, molto più verosimile, quando il corso della natura, che si vuol ritardare, irrompe violentemente e distrugge tutto ciò che trova sul suo cammino, e allora l'umanità si vendica dei suoi oppressori nel modo più spietato e le rivoluzioni divengono necessarie [p. 107].

Il saggio passa in rassegna anche Lessing e Hölderlin prima di giungere a Hegel.
La filosofia hegeliana è ritenuta dall'autore del saggio una teoria post-rivoluzionaria. A tal proposito, il processo dialettico determina che il Terrore sia una «delle tappe che costituiscono la coscienza e il mondo del presente, uno dei modi che ha un popolo per riprendersi i propri diritti e uno Stato per difendere la sua esistenza» [p. 121].
Il saggio è fornito di una buona appendice bibliografica, che non tutti i saggi riportano.
Tony Judt è l'autore del saggio La rivoluzione francese e l'idea socialista fino al 1848. Esso è molto interessante giacché cerca di ricostruire le influenze che i principi, gli uomini e gli avvenimenti del decennio che dal 1789 al 1799 ebbero sulla «struttura teorica del socialismo». L'autore mostra come i primi socialisti respingessero la valenza politica della rivoluzione francese. Egli dimostra quanto i primi socialisti fossero più vicini ai reazionari e ai liberali (paradossalmente) se si prende in considerazione la «critica dello status quo».
Nel saggio si ripercorre una storia del pensiero socialista in Francia, partendo da Fourier e Saint-Simon, fino alla vigilia dell'uscita del Manifesto del Partito comunista.
I socialisti della prima metà del secolo XIX sono interessati al sociale e alle ingiustizie più che alle rivendicazioni politiche. Il saggio ci dice, inoltre, le necessità dei socialisti di inserirsi all'interno delle strutture create dalla rivoluzione francese, a confrontarsi nelle attività parlamentari, a sopravvivere in un sistema parlamentare, grazie al sostegno del proletariato, dato non scontato o sconosciuto ai primi socialisti: «I socialisti francesi dovettero imparare a lavorare in un sistema parlamentare» [p. 157].
L'autore afferma, inoltre, che è proprio Marx a essere «[...] sensibile ai guadagni della rivoluzione francese considerandoli come un preludio necessario alla rivoluzione socialista e trattando, perciò, tutte le libertà acquisite come permanenti e proficue» [p. 156].

Il saggio di Alessandro Galante Garrone, docente di storia moderna, La rivoluzione e il Risorgimento italiano, cerca di fare luce sulla filiazione diretta tra i due fenomeni storici. La rivoluzione è un modello.

È interessante, invece, cogliere in che modo la rivoluzione francese abbia lasciato negli animi degli italiani «la consapevolezza di quel che fosse il bene della libertà, e il tormento di non possederla» [p. 173].
Non a caso il saggio rimanda all'esperienza della Carboneria prima e di Mazzini poi:

La rivoluzione francese è, ancora una volta, la promotrice di una nuova età, un modello esemplare. In questo momento Mazzini sembra accettare l'iniziativa rivoluzionaria della Francia, come l'evento più probabile: e caldeggia una nuova, grande rivoluzione, che ripercorra tutte le fasi di quella settecentesca, incluso il 10 agosto ma escluse le esasperazioni del Terrore. [...] Continuava ad ammirare la Francia grande e potente, e insieme temeva che, forte del suo prestigio, potesse ancora mettersi alla testa della rivoluzione europea. Ma soprattutto, egli pensa che il vero problema dell'Italia era quello del suo risorgere a nazione libera, indipendente, unita. Ogni altro problema, come quello di una radicale trasformazione della società, doveva cedergli il passo. La redenzione delle plebi sarebbe venuta dopo. Ogni generazione aveva un suo compito primario ed essenziale. La rivoluzione dell'Ottantanove doveva valere come una perenne lezione per tutte quelle a venire [pp. 185-187].

In questo saggio è presa in considerazione l'attenzione che il giovane Cavour presta alla rivoluzione francese:

Cavour non era, in quegli anni, pregiudizialmente ostile alla tradizione rivoluzionaria, e neppure indifferente. [...] Quel che riteneva con certezza, era che solo dalla Francia, chiunque ne fosse alla testa, sarebbe potuto venire un rivolgimento vittorioso nella nostra penisola. Su questo punto, i documenti parlano chiaro. Comunque andassero a finire le cose, dalla vittoria della rivoluzione in Francia sarebbe dovuta nascere anche «l'aurore du jour qui doit éclairer la régéneration italienne» [p. 189].

Chi invece è avverso alla rivoluzione è Cesare Balbo, rimasto fedele al concetto di libertà medievale, benignamente concessa dal monarca, perché «tutto il resto che era venuto dopo [la convocazione degli Stati Generali] non era che una aberrante, deplorevole deviazione» [p. 193].
La seconda parte del libro si apre con un saggio di Bronislaw Geremek, storico polacco, dal titolo Lo Stato-nazione nell'Europa del XX secolo. Questo scritto è forse quello che paga un prezzo maggiore rispetto ai 23 anni del libro. Tuttavia alcuni aspetti presi in considerazione dallo studioso sono ancora pertinenti per le sorti politiche dell'Unione Europea.
Il problema della cessione di sovranità degli stati appartenenti all'Unione per creare una confederazione di stati si scontra con il principio e l'idea di Stato-nazione che ha il suo genesi nella Rivoluzione francese. Partendo da un esame dei concetti di «nazione», «stato» e «popolo», l'autore cerca di dimostrare quanto il concetto di «stato-nazione» sia messo in discussione, non solo dagli eventi bellici del XX secolo, nonostante esso rappresenti uno delle premesse ideologiche, ma anche dal riassetto europeo dopo gli accordi di Yalta.
Il saggio si conclude con un monito, che invita il lettore e lo studioso a non sottovalutare i pericoli del nazionalismo e di quanto esso possa essere una «forza pericolosa e cieca» [p. 220]: secondo l'autore infatti, questi pericoli possono annidarsi proprio nel

deprezzamento dell'idea nazionale [...], [poiché] il nazionalismo si serve del principio nazionale in modo strumentale, e si concentra sullo sviluppo dello Stato. Invece, nel modello di Stato-nazione, divenuto patrimonio comune dell'Europa, lo Stato è limitato e temperato dalla «sovranità del popolo», e nel gioco fra le aspirazioni e le realizzazioni appaiono non soltanto conflitti di interessi, ma anche un sentimento di fratellanza e solidarietà, elementi dei rapporti fra gli uomini, che non stanno a loro agio nell'apparato concettuale dello storico o del sociologo, in quanto carichi di enfasi [p. 220].

Il saggio Francia e Russia: analogie rivoluzionarie di Vittorio Strada si pone l'obiettivo di ripercorrere ed esaminare la tradizione storiografica e ideologica che attuò l'operazione di accostamento tra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa.
Prima di addentrarsi nella questione l'autore distingue quattro tipi di analogia: retorica, pragmatica, euristica e teorica. L'analogia retorica si ha quando si fa un confronto tra eventi storici e quando uno di questi eventi viene considerato come carico di valore positivo o negativo. L'analogia pragmatica è un confronto a priori operato dagli attori stessi dell'evento e ne modellano il proprio comportamento, il cui paradigma si vuole imitare, variare o evitare. L'analogia euristica, frutto delle moderne scienze sociali, ha invece lo scopo di ricercare un modello da utilizzare per l'analisi, mettendo a confronto due eventi. L'analogia teorica è sì la sintesi delle precedenti, ma anche l'acquisizione di una prospettiva, «che permetta di vedere i fenomeni oggetto di confronto analogico per entro un sistema storico-universale» [p. 224].
Il saggio tuttavia prende in considerazione alcuni scritti che risultano emblematici per la questione. Il primo a essere citato è quello di Albert Mathiez, Le bolchévisme et le jacobinisme, Paris 1920.
Il secondo saggio a essere studiato è quello del primo marxista cinese Li Ta-Chao, Una visione comparativa della rivoluzione francese e russa, 1918.
L'altro scritto a essere sotto osservazione è il saggio di Trotskij, I nostri compiti politici, Ginevra 1904.
Non possono non essere prese in considerazione le opere di Lenin:

Le tesi di Lenin è che già nella rivoluzione francese il liberalismo non sia stato in grado, perché non ne era interessato, di condurre a compimento la rivoluzione democratico-borghese: «la borghesia liberale in Francia ha cominciato a dimostrare la sua ostilità alla democrazia coerente già nel movimento del 1789-1793. [...] La tesi paradossale di Lenin è che la rivoluzione borghese può vincere soltanto nonostante la borghesia e grazie al proletariato, il quale deve farsi l'egemone di una rivoluzione non 'sua', ma destinata a diventare sua, grazie a un ritardo storico che provoca una sorta di corto circuito tra due rivoluzioni, quella borghese e quella proletaria, in Occidente lontane nel tempo, ma in Russia contigue, se non sovrapposte almeno parzialmente» [pp. 234-235].

La tradizione di analogie e confronto tuttavia, è espressa negli scritti di Nikolaj Ustrjalov, Pod znakom revoljucii, Harbin 1927 e di Stalin, Sočinenija, Moskva 1949.
Vittorio Dan Segre è l'autore del saggio intitolato La Rivoluzione francese e il Sionismo. Il saggio affronta con originalità la questione della nascita del Sionismo. Secondo l'autore l'emancipazione degli ebrei in Francia, si svolse in due fasi: la prima fase riguarda il decreto del 22 gennaio 1790, che concedeva agli ebrei sefarditi i diritti di cittadinanza; la seconda fase con il decreto del 27 settembre 1791, che includeva anche gli ebrei aschenaziti.
Per il fondatore del Sionismo, Theodor Herzl, l'ondata antisemita dell'«affare Dreyfus» è la «prova del fallimento degli ideali della rivoluzione, quella rivoluzione in cui egli, come tanti altri ebrei assimilati, aveva ciecamente creduto [...]. La crisi provocata dall'antisemitismo era dunque doppia: crisi di sopravvivenza fisica per gli ebrei, crisi morale per la società civile europea» [p. 253].
Il Sionismo era quindi la «reazione degli ebrei 'orgogliosi' alla reazione degli antisemiti contro i valori proclamati dall'Illuminismo e dalla rivoluzione» [p. 257].
I diritti dell'uomo è il titolo del saggio di Luc Ferry. L'autore indica la Dichiarazione americana del 1776 e la Dichiarazione francese del 1789, quali basi teoriche della discussione contemporanea sui diritti dell'uomo. Le due dichiarazioni sono quindi «indissociabili dall'idea di rivoluzione» [p. 273]. Tuttavia le due dichiarazioni presentano uno «status filosofico diverso», perché «la nozione di rivoluzione con cui pretendono istituirsi i diritti dell'uomo è nei due casi concepita in modo del tutto differente» [p. 273].
La rivoluzione americana, secondo Ferry, «s'ispira [...] alle idee di Locke, mentre la fonte intellettuale della concezione rivoluzionaria francese è più facilmente rintracciabile nella combinazione tra le idee di Rousseau e quelle dei fisiocratici» [p. 273].  E stando alle parole di Habermas la «dichiarazione americana del 1776 si basa sull'idea profondamente liberale che la società, nel suo funzionamento naturale, realizza per così dire automaticamente i diritti dell'uomo, purché lo Stato accetti di limitare i propri interventi» [p. 273].

La rivoluzione americana, che del resto non deve rompere con un Ancien Régime ma solo raggiungere l'indipendenza, si fonda sull'idea di una società naturalmente buona, sull'interesse individuale rettamente inteso e su un common sense preesistente, e non su una virtuosa volontà generale cui spetterebbe migliorare la società in nome di un ideale morale. È invece questo secondo modello ad attivare la Dichiarazione francese anche quando, paradossalmente, è opera dei fisiocratici: paradossalmente perché sarebbe stato lecito attendersi che coloro i quali apparivano già sul piano economico come gli ardenti difensori del laissez faire, laissez passer, sostenessero piuttosto una rivoluzione americana. [p. 275].

Il saggio si addentra quindi su questioni squisitamente filosofiche, in particolar modo di quelle di filosofia del diritto. Esamina poi il rapporto fuorviante che deriva dall'associazione tra politica nell'antichità e politica nell'epoca moderna. Da questa analisi traspare una posizione che non è originale, sebbene valida e condivisibile, secondo la quale è impossibile tentare una crasi, anche solo approssimata tra la politica, le forme di governo e le basi teoriche degli antichi e dei moderni: «l'autorità politica legittima non imita un ordine naturale o divino, ma si basa sulla volontà individuale e quindi, per impiegare il termine filosofico adatto, alla soggettività» [p. 285].
Il saggio cerca inoltre di mettere alla luce le differenze tra la concezione liberale («diritti-libertà») e la concezione socialista («diritti-rivendicazione») dei diritti dell'uomo. A questa discussione si inserisce una sintesi del dibattito sulla critica neo-liberale ai diritti sociali che prende in considerazione problemi riguardanti lo stato liberale, lo stato assistenziale e lo stato totalitario. E lo stesso autore indica una stretta correlazione tra il liberismo e lo stato assistenziale più che tra lo stato assistenziale e quello totalitario.
L'ultimo saggio è di Pasquale Pasquino e s'intitola Il concetto di rappresentanza e i fondamenti del diritto pubblico della rivoluzione: E. J. Sieyès. Il contributo è dedicato alla disamina degli scritti di Sieyès in cui si affrontano i temi fondamentali della rivoluzione francese: «La Costituzione francese del 1791 consacra come fondamenti del diritto pubblico dell'Europa contemporanea, accanto alla separazione dei poteri (art. 16 della Déclaration des droits), la sovranità nazionale e il governo rappresentativo» [p. 297].
Il tema principale di questo saggio riguarda la «forma rappresentativa e la legittimazione popolare, attraverso le elezioni, dei poteri pubblici restano alla base degli ordinamenti costituzionali delle democrazie occidentali» [p. 298].
Il saggio affronta anche il concetto di «Nazione» nella storia, prendendo le mosse da uno studio di E. Fehrenbach. Nel 1789 il

termine/concetto 'nation'» assume nel vocabolario politico «tre diversi significati polemici:
1. Essa è una totalità omogenea ed autosufficiente - dal punto di vista politico ed economico - che si oppone alla società per ordini o ceti. [...] La parte, il terzo stato, si afferma come totalità, operando una rottura sul piano del diritto, la quale costituisce il limite più importante della teoria, per altri versi feconda, della continuità, esposta da Tocqueville ne L'Ancien Régime et la Révolution.
2. La nazione e la dottrina della sovranità nazionale si oppongono alla tradizione millenaria del potere monarchico. [...] Se il conflitto politico-sociale vede schierato il terzo stato contro l'aristocrazia, quello politico-costituzionale oppone la nazione alla monarchia. [...] La monarchia in Francia già nel 1789 è distrutta nelle sue fondamenta. Su questo punto la posizione teorica di Sieyès è più coerente di quella di Thouret o di Barnave.
3. L'idea di nazione costituisce, infine, un principio di esclusione nei confronti dell'aristocrazia e dei privilegi, definiti come ciò che si pone al di fuori del 'diritto comune'» [pp. 301-302].
Sieyès si chiede «chi è la nazione?»
A questa domanda l'autore risponde dicendo che «l'originalità del concetto di nazione proposto da Sieyès consiste nel fatto che essa è considerata sotto un duplice punto di vista: come corpo sociale, di cui bisognerà definire i caratteri, e come soggetto giuridico, di cui si dovranno specificare i poteri» [p. 307].
Secondo il punto di vista della nazione come corpo sociale, Sieyès mostra come «terzo stato [...] [sia] una nazione completa, una totalità autosufficiente e dunque autonoma. [...] La nazione è dunque il terzo stato, cioè l'insieme dei produttori di beni e valori, che comprendono i lavori privati e le funzioni pubbliche», identificando il terzo stato con la «classe universale [p. 308].

Prendendo in considerazione invece, il punto di vista della nazione come soggetto giuridico, la nazione viene a identificarsi con il «soggetto titolare del potere costituente» [p. 309].
Alla fine è presente una scheda informativa sugli autori dei saggi.
Consiglio questo libro a tutti quelli che intendono affrontare uno studio sulla rivoluzione francese, sebbene sia esso datato e scritto quando il mondo era diverso, poiché diviso ancora dall'ideologia e dall'appartenenza al blocco sovietico o occidentale.


Piero Canale



giovedì 5 giugno 2014

Basilico Palermo andata e ritorno

Elisa Fulco, Basilico Palermo andata e ritorno. Gabriele Basilico in conversazione con Ferdinando Scianna, Palermo, Edizioni di Passaggio, 2007, 159 pp., ISBN 978-88-901726-2-5.

Il libro è il racconto visuale della Palermo degli anni ’90 attraverso l’obiettivo di Gabriele Basilico, riproposizione delle 37 foto che erano state esposte al Loggiato San Bartolomeo per la mostra Palermo Città (18 maggio-18 giugno 1998). Le foto, in rigoroso bianco e nero, mostrano alveari-dormitorio (non monumenti!), trafficato tessuto urbano, squarci postbellici nelle murature del centro storico, invasivi cartelloni pubblicitari, lisci intonaci con graffiti politicizzati, e così via.
A queste immagini ne sono state aggiunte altre a colori, che non avevano trovato posto in mostra: il porto della Cala, il cielo serotino, i banchetti degli ambulanti. L’umanità è quasi assente – e comunque sempre di contorno –, sostituita dalle macchine in sosta, vere protagoniste che popolano vicoli e slarghi. È qui, nel dettaglio degli intonaci scrostati e nelle connessure delle basole della pavimentazione stradale, che più si coglie la formazione di Basilico, architetto fotografo.
Le pagine di tutto il libro sono binate, alternando immagini a pagina intera con i brani di una conversazione fra Gabriele Basilico e Ferdinando Scianna, altro fotografo grande narratore della palermitanità della gente di Palermo. «Perché Scianna? Per quella particolare qualità di ‘distanza’ che si stabilisce tra i due e che pure sembra farli incontrare da qualche parte: due fotografi che portano avanti delle ricerche del tutto antitetiche, l’una centrata sui luoghi e l’altra sul vissuto e gli abitanti dei luoghi […]. L’uno noto per un linguaggio visivo classico e sobrio, l’altro noto per la carnalità dell’approccio alle cose» [p. 9]. E questa dicotomica contrapposizione si coglie proprio in una domanda diretta di Scianna al collega sull’assenza della presenza umana. La risposta è chiara: «Per me il vuoto non è lo spazio dove manca qualcosa o qualcuno, è uno spazio costruito che, a causa dell’assenza degli uomini, diviene protagonista di se stesso» [p. 36]. Dunque spazio vuoto, silenzioso, non monumentale, mai giudicato né criticato, in una fotografia descrittiva, anzi ‘documentaria’; la committenza di queste foto (Elisa Fulco, Joselita Ciaravino, Massimo Cucchiara) sentiva la necessità di «un’immagine di rottura, di un’esperienza che aiutasse a restituire la realtà in maniera diversa, senza sguardi compiaciuti sul passato storico della città. Un’esperienza che mostrasse infine il volto della città nuova facendo a pezzi l’iconografia consueta di Palermo: i vicoli, i mercati, il fascino del degrado» [p. 121].
In conclusione: non è un libro da sfogliare distrattamente, perché non ha allietanti immagini da cartolina e il testo è sì una dissertazione breve, ma pesante da leggere per i ‘non addetti ai lavori’. Bisogna ponderare le immagini e calarsi nel silenzio, pronti alla sensazione di estraniamento di un genere di fotografia ‘altra’, per non dare un frettoloso giudizio di ordinarietà o, peggio, squallore.

Eloisia Tiziana Sparacino


Dono dell'editore



Muscodol

Alessandro Musco, Muscodol, Palermo, Novantacento edizioni, 2014, 95 pp. (I libri di S), ISBN 978-88-96499-46-7.

Senza doverci spostare troppo indietro nel tempo, se questa raccolta fosse stata pubblicata tre mesi fa, durante la sua lettura avrei di certo inviato un messaggio al professore Musco con scritto: - Prof., sto leggendo la raccolta Muscodol e mi sto divertendo un sacco! - ; e lui sicuramente mi avrebbe risposto con un: - Agostella! - è così che mi chiamava, con il soprannome che devo a lui, per altro - Ammuccamu! – tipico suo intercalare, per esprimere un compiacimento lieto e da condividere.
Questa più che una recensione canonica, vuole essere un pretesto per scrivere un ricordo di una persona che tanto ho ammirato, un buon amico, nonché un esempio di rigore e precisione sul lavoro.
Il volume Muscodol, pubblicato in questi giorni dal gruppo editoriale Novantacento ed allegato alla rivista «S», è la raccolta degli articoli scritti da Alessandro Musco, nello spazio dedicato alla sua rubrica all’interno del medesimo periodico e su LiveSicilia.it, rubrica che curava da poco meno di due anni e bruscamente interrotta nel marzo scorso, a causa della sua improvvisa scomparsa.
Gli articoli rivelano uno spaccato realistico e crudo di quella sicilianità, che tanto amava, nella consapevolezza delle innumerevoli falle che perdono acqua da ogni settore: politica, lavoro, occupazione, forma mentis.
Alessandro Musco scrive con un gusto che definirei “auto-ironico”, da siciliano «radicato ed incarcato» [p. 83], come si definiva lui stesso e come si definisce all’interno di uno degli articoli contenuti nella raccolta.
Accostandosi al testo, il lettore non può che sorridere di un riso amaro e malinconico sulle disgrazie più profonde della Regione Siciliana, unica regione con «l’aggettivo che fa la differenza» [p. 15], come viene spiegato in uno dei contributi.
Un’ironia sferzante e pungente, che cede il passo a sottili e celate parole ed intendimenti non detti, e nonostante ciò evidenti alle menti più lucide ed attente. Un flusso di scrittura rapido, dai voli pindarici e dalle argute associazioni mentali.
Musco era ciò che scriveva: schietto, diretto, mai offensivo, ma allusivo, e per questo in grado di colpire e far ugualmente sentire offeso chi si trovava ad essere dalla parte del torto; per ritrovare i medesimi giri retorici e le uguali abili doti nell’arte della parola occorre risalire fino ai retori dell’antichità classica, protagonisti indiscussi della sua formazione personale, dei suoi studi e dei suoi interessi, che manteneva vivi ed in continuo aggiornamento, non smettendo mai di apprendere, pur essendo ormai un affermato docente di Storia della filosofia medievale presso l’Università degli Studi di Palermo. Fino alla fine è stato anche Presidente e anima dell’Officina di Studi Medievali.
Spesso, quando noi giovani collaboratori andavamo via dall’Officina a tarda sera, lo trovavamo concentrato ed estraniato a scrivere al suo pc, forse il suo prossimo articolo da pubblicare proprio su «S»; notandoci sulla soglia della porta della sua stanza, interrompeva la scrittura e ci salutava con il suo solito ampio sorriso, che partiva dagli occhi e si espandeva fino a noi, mischiando qualche parola in siciliano, idioma a lui caro e ricorrente anche negli articoli di questa raccolta.
Questo volume sarebbe stato per lui un gradito omaggio, ancor più per la premessa in esso contenuta, redatta dal figlio Alberto, il quale riporta la personale visione del padre, scevra da stereotipi o da etichette accademiche, e semplicemente descritto come figura paterna.
È un volume che consiglio a tutti di leggere: a chi non conosceva Musco per provare ad immaginare la straordinaria personalità di quest’uomo; ai siciliani per riuscire a leggere con leggerezza e piacere alcuni aspetti rognosi della Sicilia; ai non siciliani per capire che si può – e si deve –  sorridere di ciò che, in realtà, ci penalizza e ci paralizza; e soprattutto lo consiglio a chi, come me, ha conosciuto Alessandro Musco, per tentare di rivivere, per un’ultima volta ancora, il particolare ed unico sapore che avevano le chiacchierate assieme a lui.
Il professore poteva permettersi di criticare la Sicilia ed i siciliani, perché sentiva viscerale e predominante la sua appartenenza a questa terra Sicula, ed è questo l’aspetto che predomina all’interno di ogni articolo della raccolta.
Pagine intense e fitte di cronaca e di politica, attualissime e ben comunicate al lettore.
Solo una volta il tono si sposta verso la formulazione di un desiderio personale, all’interno dell’articolo dedicato idealmente alla Befana, in vista della conclusione dell’anno. Musco dichiara il desiderio di non volere ricevere per tutto il nuovo anno «sorprese di nessun tipo, misura o dimensione e neppure novità impreviste» (p. 83) per sé e per la sua Sicilia; mentre, invece, quasi facendosi beffa di questa piccola richiesta, il nuovo anno ha portato l’imprevisto più inatteso e più definitivo che si potesse aspettare: il nuovo anno ha portato via con sé il professore Musco.
Eppure credo che, se anche avesse saputo ciò che lo attendeva dopo appena due mesi di questo 2014, avrebbe scritto esattamente le stesse parole, così da farle citare o riportare postume da qualcuno, in suo ricordo, come in un malinconico ed ironico scherzo teatrale, quasi da finale di romanzo. Una teatralità senza maschera.
Professore, posso solo aggiungere che, purtroppo, la sua richiesta personale non è stata rispettata, però le assicuro che il resto del desiderio, quello riguardante la Sicula terra, procede alla grande! Infatti non è ancora cambiato nulla, le buche stradali sono ancora lì e della fila alle poste non possiamo che lamentarcene.
Confesso, infine, che mi mancherà domani non potere commentare assieme al Prof. questa simpatica raccolta, magari davanti a un bello caffettino, come eravamo soliti fare.

Agostina Passantino





La biblioteca dei "libri liberati" intitolata a Sandra Novelli (a cura di Eloisia Tiziana Sparacino)

«I libri hanno un'anima e possono aiutarci a liberare la cultura. Allora perché tenerli chiusi nelle nostre cantine quando possono diventare compagni di strada di tante persone che non possono permettersi di comprarli?»
Con queste parole si apriva, nell'autunno del 2012, la campagna Dona un libro per liberare la cultura, promossa dall'associazione Librido - Laboratorio di Studi e Servizi Culturali. L'obiettivo era quello di creare una biblioteca di quartiere, grazie alle donazioni di cittadini, editori, istituzioni e biblioteche.
Perché creare una biblioteca? Le ragioni sono tante: da quelle personali dei singoli soci di Librido, a quelle personali dei donatori dei libri "liberati", a quelle fortemente culturali e sociali, che spingono dei laureati e degli esperti in materie biblioteconomiche a mettere gratuitamente a disposizione le loro competenze a favore della città. Tuttavia preme di più sottolineare l'importanza di una biblioteca nei quartieri periferici delle grandi città, come Palermo.
La biblioteca è un «facilitatore della conversazione»[1] e poiché la conoscenza si crea tramite la conversazione, ogni biblioteca è coinvolta nei processi di diffusione e di trasferimento di conoscenza. É chiaro che da questo punto di vista la biblioteca smette di essere un deposito di conoscenza e diventa un soggetto di disseminazione della conoscenza stessa.
La biblioteca di quartiere vuole essere un punto di riferimento, quale luogo di incontro, rinascita, riscatto sociale, educazione, formazione, confronto. Per questo motivo il motto di una biblioteca di quartiere può racchiudersi in quattro brevi parole: «di tutto per tutti». Ogni genere di conoscenza e di informazione deve pertanto essere fornita a tutti senza distinzione di età, razza, sesso, religione, nazionalità, lingua o condizione sociale. I servizi che una biblioteca intende offrire al quartiere e ai cittadini devono necessariamente essere alla portata di tutti, anche (e soprattutto) a chi non frequenta la biblioteca, in modo da contribuire smantellare un sistema di pensiero che tende alla ghettizzazione e alla marginalizzazione sociali, che sempre più è cifra del mondo post-moderno.
L'idea di biblioteca di quartiere è quindi quella di uno spazio condiviso, persino nell’uso dei cataloghi e nell’interazione sul web (come avremo modo di spiegare più avanti), che ha il compito di dare voce alla cultura locale e quella straniera (con riferimento agli immigrati); di documentare la cultura contemporanea; di alfabetizzare fornendo risposte di prima informazione su qualunque area tematica e di formare supportando i percorsi formativi di autoapprendimento.
La biblioteca deve garantire il pluralismo della società contemporanea ed essere in grado non solo di insegnare ma di dimostrare in modo pratico che la diversità è una ricchezza culturale e che non solo vanno abbattute le barriere economiche, ma anche e soprattutto le barriere ideologiche e culturali tra i cittadini e le informazioni. 
La biblioteca di quartiere ha come principale target i giovani e i bambini. Spiegare e far conoscere alle nuove generazioni cosa è una biblioteca e in che modo servirsene. Far conoscere le collezioni e i vantaggi, le possibilità di conoscenza, divertimento e accrescimento date gratuitamente (prestito di libri, dvd, cdrom, fumetti, navigazione su internet). E soprattutto far sentire e dimostrare che la biblioteca è un luogo d’incontro e confronto attivo, dov’è possibile passare del tempo in un ambiente accogliente, piacevole e sicuro.
La biblioteca di quartiere non vuole essere qualcosa di straordinario: mira semplicemente ad essere libera, imparziale, universale, intergenerazionale, inclusiva, gratuita, finanziata, sociale, amichevole, centrata sull’utente, locale, interculturale e multilingue, multimediale, contemporanea, reticolare…in una parola? Vuole essere pubblica e svolgere la propria attività all'interno del quartiere nel pieno rispetto di quanto sancito dall'articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Dopo un anno e mezzo la campagna Dona un libro per liberare la cultura ha dato il suo frutto più sperato. Giorno 22 maggio 2014 è stata inaugurata la biblioteca nell'Istituto Comprensivo Crispi-Cocchiara-V.Veneto di via Barisano da Trani (PA): il Consiglio d'Istituto, con a capo il dirigente dott. Giusto Catania, ha voluto credere nel progetto dell'Associazione Librido, offrendo i locali e le strutture. La biblioteca, oltre ad essere rivolta agli studenti dell'istituto, sarà anche accessibile ai cittadini del quartiere, garantendo l'apertura pomeridiana. Il progetto prevede inoltre la catalogazione del patrimonio librario su SBN, polo nel quale sono presenti ancora pochissime biblioteche scolastiche.
Saggi, romanzi, libri di testo, fiabe, enciclopedie, racconti, vocabolari, testi universitari, atlanti e monografie "liberati" si sono affiancati al fondo bibliotecario scolastico preesistente, pronti per essere ordinati, collocati, catalogati in rete e resi fruibili a tutti.
Nella cerimonia di inaugurazione il dirigente dott. Catania, ha scoperto una targa che intitola la biblioteca a Sandra Novelli, docente dell'Istituto da poco scomparsa.
Oggi, fra applausi e lacrime, è nata una biblioteca. E come scriveva Marguerite Yourcenar: «Fondare biblioteche è un po' come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l'inverno dello spirito».


In principio era il caos...
Con impegno...
Con tanto impegno...
Gli scaffali si riempiono dei libri "liberati"
Cerimonia commemorativa di Sandra Novelli
Il dirigente scolastico Giusto Catania e il marito di Sandra Novelli scoprono la targa
Biblioteca "Sandra Novelli"



[1] R. David Lankes, Joanne Silverstein, Scott Nicholson, Information Institute of Syracuse, Syracuse University’s School of Information Studies.