Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta 1984. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1984. Mostra tutti i post

martedì 5 novembre 2013

Cronaca dei tre giorni

La memoria. Il 14 novembre del 1973, all’epoca della dittatura dei colonnelli, un gruppo di giovani studenti occupa il Politecnico di Atene in segno di protesta contro la Giunta militare. La rivolta viene soppressa dall’esercito su ordine di Papadopoulos. Moltissimi i feriti, alcuni di essi rimarranno invalidi a vita. Quei giovani lottavano contro la dittatura, per la libertà e la democrazia. Il 14 novembre 2013 ricorre il quarantesimo anniversario di quella rivolta. Noi vogliamo ricordarlo così. Ringraziamo Lorenzo Cusimano per la sua recensione.


Kostula Mitropulu, Cronaca dei tre giorni, Palermo, Sellerio, 1976, 48 pp.

I Greci sono da sempre un popolo che ama la libertà. L'esempio più significativo è forse la resistenza contro i Persiani. Il sacrificio dei trecento alle Termopili o la vittoria degli Ateniesi nella piana di Maratona. Tuttavia la storia greca è costellata di atti di resistenza e di estremo coraggio. Estrema punta dei Balcani, la Grecia è stata da sempre baluardo della libertà. Democrazia e libertà sono concetti nati e avviluppati all'essenza greca.
I recenti fatti – legati alla grave crisi economica – hanno sicuramente gettato ulteriormente un'ombra sul popolo greco e sulla civiltà che ha dato i natali all'idea di Europa. Nel Novecento e all'inizio del terzo millennio, il popolo greco, i giovani di Atene, sono stati almeno tre volte protagonisti di una strenua e fiera resistenza alla barbarie, alla tirannide, alla speculazione e al capitalismo sfrenato. Non è un caso che questa strenua e fiera resistenza sia stata mossa in difesa della democrazia e della libertà.
Nel 1943 il popolo greco resistette all'occupazione nazi-fascista.
Nel 1973 i giovani studenti ateniesi resistettero alla dittatura e alla vigliacca azione dell'esercito. Nel novembre del 1973 fu occupato il Politecnico di Atene.
Dal 2010 i greci lottano contro la crisi finanziaria, contro l'Europa della povertà, contro le banche che vogliono tutto, che vogliono la fame di un popolo.

«Nella Cronaca dei tre giorni si sottolinea enfaticamente più volte il fatto che i giovani siano inermi. Eppure, in un mondo in cui i biechi oppressori sembrano dominare incontrastati, sono essi i più forti. Sono, anzi, i soli ad essere armati, come sono i soli ad essere al posto giusto. La loro condizione di reclusi all'interno della «loro» Scuola non scaturisce da una forzata prigionia, ma è frutto di libera scelta. In effetti sono loro i veri uomini liberi in mezzo a tanti schiavi, più o meno mascherati. Sono anch'essi «liberi assediati», come i loro avi di Missolungi che avevano ispirato l'omonimo poema al poeta nazionale della Grecia moderna Dionisio Solomòs. E come i liberi assediati di Missolungi, anch'essi credono in un mondo di giustizia e di libertà, dove non può esserci spazio per tiranni e militari golpisti. Sono essi i liberi assediati di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sempre pronti al supremo sacrificio contro il nemico di sempre, contro il fascismo di ieri e di oggi». [Vincenzo Rotolo, Introduzione, in Kostula Mitropulu, Cronaca dei tre giorni, Palermo, Sellerio, 1976, pp. 10-11]

La Cronaca dei tre giorni è la narrazione «libera» di Kostula Mitropulu. Libera perché in quei giorni di novembre il Politecnico di Atene si trasformò in una sola grande voce che reclamava libertà. Voce che chiama nella notte: «Libertà!». Una radio, una musica, un canto, una voce. «Non è qualcuno dei ragazzi; non è qualcuno che soffre; non è paura o dolore o freddo. È semplicemente una voce nella notte. Una voce che piange. Notte e pianto» [p. 20].
La Cronaca dei tre giorni è un canto e i suoi versi risuonano nella notte, nelle porte e nei ricordi:
«Gas lacrimogeni piangono come
possono al fine che sopraggiunge.
I ragazzi cantano.
Alcune ombre si sono dissolte
nella notte. Altre sono entrate.
Al buio si sono unite con le voci
dei ragazzi. Sono diventate subito un canto.
Un canto ben definito.
I 1.050 chilocicli hanno perduto
la parola. La voce esce da un altro punto.
Un punto nella notte. Un punto
nel tempo. Questa voce dice con fermezza:
"Ragazzi, non lanciate nulla contro di loro.
Accoglieteli con la frase - Soldati fratelli nostri".
La notte è piena di questo voto.
La notte è un voto. La notte è la voce
del ragazzo che parla sui 1.050. chilocicli.
La notte è la frase ripetuta dall'emittente.
La notte è una tacita alleanza con i cannoni
immobili e con i volti chiusi. La notte è una
e una sola. Non ci sarà una seconda notte
o un'altra ancora o comunque una qualsivoglia
notte, per correggere tutto ciò che di errato
o di inopportuno è avvenuto stasera.
La notte è l'unico testimone che possa
essere considerato degno di fede» [pp. 21-22, 24, 25]

Sembrano versi quelli scritti prima e invece sono le parole cariche di Kostula Mitropulu, l'autrice dell'opera. L'intento non è di dare un racconto dettagliato di quello che furono quei giorni di novembre del 1973. Mancano i nomi, mancano le cifre, i luoghi precisi. In quest'opera, che in quei mesi del 1973 e del 1974 circolò anonima in tutta Europa, è narrato il gesto dei giovani Ateniesi e l'emozione che guidò la mano e che temprò la voce, il coro, il canto.
La maledizione delle pagine di Kostula Mitropulu è di non essere, purtroppo, il racconto, il mito, la tragedia di una generazione di giovani nati e cresciuti sotto la dittatura dei Colonnelli. Il canto di libertà e il racconto dell'oppressione è identico ovunque, non ha lingua e nazionalità. Il 1973 è anche l'anno di Santiago: l'11 settembre 1973 veniva abbattuta la democrazia in Cile e nell'ottobre di quello stesso anno moriva la libertà. La libertà era portata via dalla carovana della morte. Scomparirono migliaia e migliaia di uomini, che avevano perduto la libertà e volevano semplicemente riconquistarla. Sempre allora, qualche anno dopo, nel 1976, nella notte delle matite spezzate scomparivano migliaia di studenti argentini. Studenti argentini, cileni, cinesi, ungheresi o greci? Studenti. Studenti che cantavano di libertà, che volevano la libertà.
Il canto di libertà non ha barriere nazionali per questo esso è voce di tutte quelle piazze: Tien an Men, Fontana, Tahrir, Taksim, Plaza de Mayo. E il Politecnico di Atene è la scuola Diaz di Genova o la caserma di Bolzaneto.
E dov'è la Siria? Dove sono i morti di Damasco? Cantano, insieme agli studenti greci, la libertà. Sempre.


Lorenzo Cusimano



venerdì 5 aprile 2013

Finale di Partito



 Marco Revelli, Finale di Partito, Torino, Einaudi, 2013, 137 pp., ISBN 978-88-06-21554-5.

I partiti politici, così come li abbiamo conosciuti nel Novecento, non esistono più, «sono divenuti  d’un colpo elastici e permeabili» (p. IX). Questo, in breve, il punto attorno al quale Marco Revelli – docente di Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale – costruisce un’analisi lucida e al contempo sconvolgente del nostro attuale panorama politico e istituzionale.
Un presente difficile da interpretare se pensiamo, ad esempio, alle amministrative del 2012 quando nel «Mugello del centrodestra» (la Brianza), il PDL è sceso dal 30-38% al 7-15%, mentre la Lega è passata dal 25-35% all’11-20%. Analoghi dati si sono verificati poi, anche in altre zone del Nord Italia (Cesano Maderno, Cassano Magnago paese di Bossi, Tradate, Besozzo etc.). Un’emorragia di voti senza precedenti: tutto il Nord profondo targato Lega e PDL abbandona i tradizionali partiti non soltanto perché gli scandali che hanno travolto i due leader (Bossi e Berlusconi) fanno a pugni con gli innumerevoli suicidi di piccoli imprenditori che, strozzati dalla crisi e dalle tasse, non riescono più ad andare avanti. Queste sono infatti quelle che Revelli chiama «spiegazioni ordinarie» (p. 6) e non bastano affatto a chiarire cosa sta davvero accadendo.
In primo luogo va detto che alla perdita di voti del centrodestra non ha corrisposto affatto – come accade solitamente nella logica democratica dell’alternanza – il recupero di altrettanti voti da parte del centrosinistra. Anzi, anche in quest’ultimo caso c’è stata un’emorragia di voti consistente. A vincere in queste aree è invece il Movimento 5 Stelle. Tertium datur verrebbe da dire, capovolgendo la celebre locuzione latina.
Vero protagonista delle amministrative del 2012 sembra però – accanto al M5S – l’astensionismo di cui è cambiata, invertendosi, persino la geografia: in questa occasione la diserzione alle urne è stata più forte nelle zone del Nord Italia che, fino a qualche anno fa, risultavano essere le più virtuose. Mentre il Sud, in primis la Calabria, ha dimostrato un maggiore «senso civico».
Se a rinunciare al diritto al voto sono le tradizionali regioni rosse e quelle del profondo Nord, è abbastanza chiaro, dice Revelli, che la disaffezione nei confronti della politica ha toccato maggiormente le parti più politicizzate del paese.
Ma da dove prende i voti il Movimento 5 Stelle? Da Lega, Idv e dall’area della sinistra. I voti del Pdl si perdono invece nell’astensionismo. Fin qui l’analisi lucida dei fatti.
Ma cos’è successo davvero alle tradizionali forme di rappresentanza Novecentesca?  L’autore decide di concentrarsi sull’analisi di quest’ultimo anno: da una parte il governo Berlusconi che viene messo ko dallo spread e, dall’altra, la nascita di un Governo dei tecnici, il cui Presidente appare come un deus ex machina calato dall’alto dal Capo di Stato Giorgio Napolitano, per scongiurare le urne in un momento difficile a causa dei mercati in fibrillazione. Come leggere questi due importantissimi avvenimenti? L’Italia che è una delle più importanti Repubbliche parlamentari, ha assistito ad un processo in cui il Parlamento, esautorato dalle sue funzioni, è rimasto fuori dalla crisi che è stata invece gestita dall’alto e non perché – aggiunge Revelli – qualcuno ha impedito ai partiti di agire, ma «per incapacità manifesta» (p. 17) di fare politica da parte del Parlamento stesso. Abbiamo cioè assistito a un «trasferimento assiale di sovranità» (p. 18) in cui l’uomo del Quirinale prevale su Parlamento e Governo. Sta accadendo nuovamente, in queste ore convulse dopo le consultazioni, in seguito alle quali ancora una volta è Giorgio Napolitano a gestire l’impasse con l’istituzione delle due commissioni di saggi.
Come reagiscono gli elettori dinanzi a tale scenario? Nel primo caso si sono comportati conseguentemente all’atteggiamento tenuto dalle forze politiche e questo spiegherebbe i risultati delle scorse amministrative.
      Ma la crisi di rappresentatività non è un fatto ascrivibile al 2012, era già partita un anno prima quando, in due città chiave come Napoli e Milano, a vincere le amministrative sono stati due uomini nuovi, fuori dalle logiche di partito e di schieramento: De Magistris e Pisapia.
E, se proprio si vuole essere precisi, bisogna andare ancora a ritroso nel tempo, ai referendum abrogativi del giugno 2011 il cui significato è importantissimo perché i temi sul tavolo non erano affatto rispondenti a logiche di partito; lo dimostra il fatto che filonuclearisti e politici scettici sulla “nazionalizzazione” dell’acqua c’erano anche nel centrosinistra. Secondo Revelli quel voto referendario mostra fortemente «una rivendicazione e una ri-appropriazione di ciò che è comune da parte della comunità: dei cittadini che ne rivendicano l’inalienabilità, al di là di ciò che possono decidere i loro rappresentanti politici» (p. 21).
Ci siamo trasformati dunque in una «democrazia senza popolo» e potremmo trovarci presto dinanzi a un «popolo senza democrazia» (p. 26). Se pensiamo infatti agli innumerevoli scandali bipartisan: dal sistema Penati allo scandalo Ruby; agli indagati; alle immunità per reati di mafia (Cosentino, Romano…); agli sprechi dei rimborsi elettorali, è facile intuire le profonde ragioni del rancore che muove i cittadini contro le istituzioni che dovrebbero rappresentarli.
La sfiducia nei partiti non è poi un fenomeno solo italiano ma coinvolge l’intero Occidente industrializzato ed è oggetto di numerosi studi. Ricerche non tanto recenti fanno riferimento a un discorso tenuto da Jimmy Carter, ex presidente degli USA nel 1979, in cui egli accenna già alla crisi di fiducia che i cittadini americani mostrano nei confronti delle istituzioni di governo.
Da queste ricerche emerge che il sentimento che accomuna gli elettori di tutto l’occidente è l’insofferenza nei confronti della «connotazione oligarchica dei propri sistemi consolidati di rappresentanza» (p. 33), cosa di cui, peraltro, aveva  già parlato, un secolo fa, Roberto Michels nella sua «teoria elitista» della politica (p. 38): ogni processo democratico è destinato, per forza di cose, a sfociare nell’oligarchia.
Non è dunque possibile ampliare la partecipazione democratica. Agli inizi magari gli obiettivi cui tendono sia il Partito che lo Stato sono nobili, ma quando la democrazia comincia a crescere e dunque ad ampliarsi, parallelamente cresce anche il bisogno di affidarne la direzione a un gruppo di cosiddetti capi. Michels paragona questo processo a un morbo autoimmune nutrito dalle masse  che mostrano di avere una naturale tendenza a sottomettersi a un padrone e a delegare tutto. 
Preferibile dunque per Michels –  che non per nulla aderì al fascismo – il rapporto diretto tra il Capo e la Massa senza «la mediazione non solo ingombrante ma deviante – parassitaria e generatrice di privilegi – della burocrazia di partito e di apparato» (p. 47).
Dopo il secondo conflitto mondiale però, si ritorna con convinzione alla democrazia rappresentativa e questo ritorno dura – in modo meno convinto forse, ma pur sempre forte – fino agli anni settanta e ottanta. Perché oggi la fiducia nella democrazia è venuta meno in modo così forte? Secondo Revelli i vecchi leader erano amati dalla massa sia per i sacrifici cui hanno dimostrato di saper far fronte, che per le rinunce, il senso dello Stato. Oggi invece i capi partito sono avvertiti sempre più come “casta” piena di privilegi e vizi, i leader sono peggiorati, sono mediocri, non conoscono i problemi della gente, sono inefficienti: di Peggiocrazia parla a tal proposito l’economista Luigi Zingales, ovvero di una zona grigia in cui si è definitivamente rovesciato il tradizionale rapporto che legava masse ed èlite istituzionali nel Novecento, quando le prime erano mobili mentre le seconde rappresentavano il punto fermo.
Ma non sono solo i leader politici ad essere cambiati. Protagonisti del mutamento sono anche gli elettori oggetto della rappresentanza: da braccianti e operai del Novecento siamo passati agli studenti, ai tecnici, agli intellettuali e ai professionisti. Questi nuovi elettori tendono ad autorganizzarsi, in una logica di subpolitcs o di politica della seconda modernità (si vedano a tal proposito le teorie di Ulrick Beck) una politica dal basso che «tende a mobilitare [orizzontalmente] tutti i settori della società» (p. 60).
Infine, la crisi della tradizionale organizzazione politica – il partito – è ascrivibile anche all’avvento del post-fordismo e ad un terzo mutamento, quello del modello organizzativo, che si concretizza nel passaggio dal «paradigma socio-produttivo» (p. 65) fordista-weberiano ad un altro diverso e contrapposto che non è più basato sulla centralizzazione, ma sul decentramento e la delocalizzazione: una sorta di vero e proprio post- fordismo politico.
Lo stesso Weber aveva profetizzato, già nel 1918, il passaggio dalla democrazia statale alla democrazia burocratizzata.
Le macchine organizzative novecentesche hanno tutte le stesse caratteristiche: dalla fabbrica, all’esercito, ai partiti, alle Chiese… queste macchine hanno funzionato bene fino a qualche tempo fa, poi all’improvviso – impossibile dire con precisione quando – hanno smesso di funzionare. Non è stato soltanto il funzionamento dei partiti a incepparsi, ma tutto il sistema: dai mercati che «si fecero a un tratto saturi, a crescita lenta, o vicina allo zero» (p. 76) alle amministrazioni pubbliche con i bilanci in rosso e un altissimo tasso di inefficienza. E se muta l’economia col passaggio da un tipo di organizzazione burocratica a uno di tipo catalitico (p. 78),  allora è inevitabile che anche i partiti di massa siano destinati a cambiare, specialmente quelli di tradizione socialista e comunista. Proprio i partiti comunisti sono quelli che meno di tutti sono riusciti a reggere al mutamento e, di conseguenza, sono scomparsi. Proprio loro che avevano basato tutto sulla logica della centralizzazione non hanno retto, un po’, dice Revelli, «come accadde ai sovrani d’Ancien régime quando venne meno l’antico principio dinastico» (p.83).
Il sistema fordista implode per diverse ragioni: la prima in assoluto è quella relativa ai costi organizzativi utilizzati per far funzionare i «giganteschi apparati» (p.84), troppo alti in un’epoca in cui la domanda era stagnante e la produzione si articolava ormai in piccoli lotti. Meglio pagare solo quando si acquista ed eliminare i costi fissi. Anche i partiti dovettero fare i conti con i costi di gestione. E proprio su questo tema, ovvero quello dei costi, si gioca oggi la crisi attuale della politica e aggiungerei anche del sindacato, almeno nella sua forma confederale. La politica post-fordista costa di più perché «deve comprarsi quanto non sa più (e non può più) produrre da sé, a cominciare dalla fiducia degli elettori» (p. 85).
Quindici anni fa Bernard Manin aveva illustrato il passaggio dalla «democrazia dei partiti» alla «democrazia del pubblico» (p. 105); ancor prima la democrazia dei partiti aveva sostituito il parlamentarismo delle origini. Secondo Manin queste trasformazioni sono strettamente connesse alle trasformazioni sociali, il fatto che oggi i partiti sono in declino è dovuto, a suo dire, alla liquefazione della società di classe novecentesca. Nella democrazia del pubblico non si vota più per il partito bensì per la persona, esattamente come nel parlamentarismo delle origini. La differenza sta nel fatto che mentre nel parlamentarismo elettore ed eletto spesso si conoscevano, nel caso della democrazia del pubblico gli elettori sono messi in contatto con gli eletti dai media.
Partendo dalle considerazioni di Manin possiamo definire quella dei grillini “democrazia di pubblico?”  La posizione del Movimento è perfettamente espressa dai due deputati del M5S al termine delle consultazioni con il capo dello Stato: «non abbiamo il nome del nostro candidato premier – dice il cittadino Crimi alla stampa incredula – ma non importa, lo troveremo due minuti dopo aver ricevuto l’incarico di formare un governo»; «ciò che conta – gli fa eco la Lombardi – non è la persona ma il programma del movimento». Bastano queste dichiarazioni a rendere il M5S una democrazia di pubblico?
Beppe Grillo non vede nella crisi dei partiti cause sociali e culturali. Pensa invece che la causa sia piuttosto tecnologica: la rete ha lo stesso ruolo che l’automobile e la produzione di massa standardizzata ebbero nel sancire la fine del «partito dei notabili» e della «democrazia parlamentare». La fine della politica così come l’abbiamo conosciuta dal Novecento a oggi, è un bene secondo Grillo, perché permette lo sviluppo di una democrazia diretta. La rete sostituirà tutto: giornali, tv, libri. I partiti spariranno e lasceranno il posto ai movimenti;  la rete, quindi, avrà lo stesso ruolo che, ai tempi della Riforma protestante, ebbe l’invenzione di Gutenberg. Alla stregua dell’invenzione della stampa – che nel 1500 favorì il diffondersi delle idee protestanti, contribuendo ad eliminare il divario tra i fedeli e le Sacre Scritture – la rete permetterà  ai cittadini di partecipare attivamente al processo decisionale e legislativo. La rete inoltre permette già «di emendare la politica dal vero male del secolo: la sua connessione con il denaro» (p. 117). Ancora una volta torna in mente l’accostamento a Lutero e alla sua battaglia contro il mercato delle indulgenze e la corruzione di Roma. Eppure la legge di Michels è sempre lì e prima o poi anche il Movimento 5 Stelle sarà inevitabilmente soggetto alla sottomissione a un processo di oligarchizzazione. Anzi, ne è già vittima, in quanto gli stessi membri delle commissioni nominate da Napolitano sono vere e proprie oligarchie (come ricordava qualche giorno fa Barbara Spinelli in un suo interessante editoriale) e tale risultato è frutto anche dell’indisponibilità del M5S a trattare con Bersani per rendere possibile la formazione di un governo.
Dunque più che di democrazia di pubblico dovremmo forse parlare di “democrazia immediata elettronica” che, se può anche andar bene quando c’è da scegliere tra due opzioni (ad esempio se sia meglio bombardare la Libia oppure costruire ospedali) potrebbe invece rivelarsi un boomerang, se si dovesse chiedere al web, sull’onda emotiva di un delitto, se si è favorevoli o contrari alla pena di morte, o se si approva o meno il ricorso alla guerra dopo un eclatante attentato. Questo tipo di democrazia potrebbe dunque rivelarsi un disastro.
Ma come siamo arrivati a questo punto? Si può davvero pensare di risolvere tutto addossando la colpa a quella che alcuni, forse in maniera semplicistica, hanno definito antipolitica, ma che – avvisa Revelli – andrebbe più opportunamente definita come contro-democrazia, che non è affatto la negazione della democrazia? Il popolo sente il bisogno di controllare gli eletti per evitare abusi di potere e corruzione. Una vera «democrazia della sorveglianza» (p. 123) in cui «il controllo monopolistico dello spazio pubblico da parte del partito novecentesco è finito» (p. 135) e lo dimostrano non solo Grillo, ma anche figure ambivalenti come quella di Renzi, che piace a sinistra e non dispiace a destra e che parla più o meno un linguaggio analogo, per certi versi, a quello grillino; e le primarie che – da che mondo è mondo – si celebrano sempre in concomitanza di una crisi di consenso: è accaduto nel 1995 in Francia; in Spagna all’epoca di Felipe Gonzàlez; negli anni ‘90 in Inghilterra.
Quali sono le responsabilità della politica? Perché – ci si chiede – bisognava aspettare Grillo per iniziare una seria e attenta rivalutazione degli sprechi della politica, oppure per comprendere la profonda necessità di dare al Paese una legge anticorruzione; o ancora accordare il rispetto dovuto alla volontà popolare su temi importanti quali l’ambiente, le energie alternative, i beni comuni?  
Un libro dal finale aperto: una domanda bruciante – è possibile una politica oltre i partiti? – che resta drammaticamente senza risposta e che oggi è ancora più attuale e incalzante, in questa crisi istituzionale senza precedenti, i cui scenari possibili diventano, ogni giorno che passa, più preoccupanti.

Alessandra Mangano







martedì 5 marzo 2013

I nemici intimi della democrazia



Tzvetan Todorov, I nemici intimi della democrazia, Milano, Garzanti, 2012, 248 pp., ISBN 978-88-11-60163-0

Fernand Braudel nel descrivere minuziosamente i mali e le contraddizioni del Sistema Imperiale Spagnolo, divideva i nemici della Corona in esterni e interni. I pericoli per la tenuta del Regno venivano tanto da fuori – i turchi ottomani – quanto dalla stessa periferia dell’Impero: ad esempio i Paesi Bassi.
Se è vero che la storia si ripete ciclicamente, possiamo dire che anche la democrazia – che almeno sulla carta è oggi la forma di governo ufficiale dell’Occidente e in particolar modo dell’Europa – è oggi minacciata da nemici. Se nel corso del Novecento questi nemici erano esterni, oggi sembrano invece essere proprio dentro di noi; a volte addirittura ne sono il volto pubblico, gli stessi rappresentanti ufficiali.
L’autore inizia il suo lungo excursus su libertà e democrazia partendo da Pelagio e Agostino, soffermandosi sul tema del male e del libero arbitrio, ma anche del peccato originale, della predestinazione e del ruolo dell’uomo nella società. I padri della Chiesa cristiana vengono citati non a caso, perché sono funzionali alla spiegazione dell’origine del messianismo, che – ben lungi dall’essere una visione del mondo obsoleta e strettamente connessa alla fede ebraico-cristiana –  si rivela invece una sorta di ideologia ciclica che ha attraversato tutte le fasi della storia dell’umanità, fino ad arrivare ai nostri giorni.
Tanto l’età medievale quanto quella moderna sono costellate da eventi che si ispirano a tale ideologia: dalle crociate alla conquista dell’America, l’idea prevalente – il fine che giustifica i mezzi – è sempre la stessa: imporre un modo “migliore” di vivere, esportare la civiltà, guarire i barbari dal male atavico dell’ignoranza e del peccato. Persino la Rivoluzione Francese si pone l’obiettivo di diffondere benessere e pace perpetui. Il punto è che, in nome di questo rinnovamento promesso dal messianismo, l’uomo si è reso autore di atroci stragi, contravvenendo al principio dell’uguaglianza universale. L’annientamento del nemico diventa, dunque, dovere morale: «la violenza non è camuffata, ma rivendicata» (p.49), la strategia del terrore è funzionale al fine.
Allo stesso modo si comporterà Napoleone. Gli oppositori sono barbari e vanno «civilizzati o fatti scomparire» (p.51), lo afferma già Condorcet senza alcuna esitazione. Da qui la sottomissione dell’India e dell’Egitto rispettivamente da parte dell’Inghilterra e di Napoleone e, più in generale, la conquista europea di Africa e Asia alla fine dell’ ‘800. Le razze superiori devono civilizzare quelle inferiori. Ecco, questo è il messianismo politico che si trascina, con effetti devastanti, fino a confluire negli anni bui dei totalitarismi del Novecento.
Todorov include il comunismo nei messianismi: l’idea comunista è che la storia ha una direzione prestabilita e immutabile. Sic stantibus rebus ogni azione legata a tale idea è legittima. Analizzando il Manifesto di Marx ed Engels, Todorov sostiene che, partendo dal postulato marxista dell’abolizione delle differenze – in quanto produttrici di conflitto – e, aggiungendovi la necessità di abolire la borghesia – in quanto incompatibile con la società – appare impossibile che ciò avvenga senza alcuno spargimento di sangue e cita, a rafforzamento della propria tesi, proprio quella parte del Manifesto in cui si dice che l’unico modo per poter trasformare la società è quello dell’ «abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente» (p.56).
Ma cosa accomuna il messianismo nato dalla Rivoluzione francese e quello comunista? Il primo si proponeva di portare la salvezza agli altri, il secondo è orientato verso l’interno: è una guerra civile, combattuta tra classi. Non si tratta in questo secondo caso (almeno nelle intenzioni) di sottomettere un paese a un altro paese, ma di diffondere le guerre civili per il raggiungimento dell’obiettivo. Todorov – che ha vissuto per 20 anni sotto il regime comunista – afferma di ricordare con orrore non tanto la privazione della libertà, quanto piuttosto il paradosso che «tutto il male [fosse] compiuto in nome del bene, giustificato da uno scopo presentato come sublime» (p. 62).
Dopo il crollo dell’U.R.S.S. e la fine della guerra fredda il nemico cambia, ma la tentazione del messianismo resta forte e si traduce nella necessità di liberare il mondo dal male imponendo la democrazia e i diritti con le guerre «democratiche» e «umanitarie» (p.63). A partire dal conflitto del 1999 in Iugoslavia, vari interventi armati sono stati sanciti dal cosiddetto «diritto di ingerenza»: intervenire cioè laddove vengono violati i diritti umani per portare la democrazia e punire i dittatori.
 La violazione dei diritti dell’uomo avviene però quotidianamente e in qualsiasi parte del globo, eppure la scelta di intervenire ricade sempre sui paesi i cui capi non sono amici politici e possono ostacolare gli interessi degli Stati “democratici” che hanno aderito alla dottrina del diritto di ingerenza. Inoltre le guerre in nome della pace fanno sempre più vittime di quanti civili si vogliano salvare con le guerre stesse e mai, in seguito all’intervento armato dalle forze “portatrici di pace e democrazia”, vi è stato un miglioramento dei diritti umani, anzi. Abu Grahib – solo per citare un esempio – ci parla di una tortura del nemico che assurge a norma, addirittura formulata nei manuali della CIA e dunque pianificata.
Malgrado gli interventi in Iraq, Afghanistan, Libia si siano dimostrati fallimentari e sebbene occupare paesi e torturare i dissidenti per combattere il terrorismo islamico (il nemico esterno) non ha fatto che peggiorare la situazione non solo dei paesi che hanno subito l’occupazione, ma anche di quelli che l’hanno praticata, i capi di Stato delle “democrazie occidentali”, continuano a considerare questo metodo giusto e necessario. Inoltre, in tempi di crisi economica devastante per l’occidente, queste guerre preventive e queste occupazioni costano alle popolazioni occidentali quantità di denaro smisurate. Perché allora impiegare somme di danaro così elevate, a fronte di risultati tanto deludenti? E qui ritorna il messianismo politico: per salvare l’umanità, dicono. Ma salvarla da chi?
É qui che iniziano le vere domande del saggio: perché cercare un nemico esterno quando i pericoli per la democrazia sono insiti in essa e ancor più pericolosi? Pensiamo per un attimo alla scienza, all’innovazione tecnologica: a seconda dell’uso che ne facciamo possono essere fonte di salvezza ma anche di distruzione. Abbiamo forse dimenticato Fukushima? Eppure in questo caso “l’atomo è stato usato a scopi pacifici” (p.136) anche se, nel caso delle centrali nucleari, i rischi coinvolgeranno almeno 800 generazioni future visto che la radioattività liberata può durare 24.000 anni (p.137) e coinvolgono, a volte, anche paesi che non hanno scelto di dotarsi del nucleare.
É la teoria della «seconda modernità» già ben esposta da Ulrich Beck: la scienza e il progresso nella prima fase hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita dei cittadini, oggi invece la scienza, con le stesse attività, può mettere in pericolo la vita umana. La scienza è nata per proteggerci dalla natura eppure le attuali politiche ambientaliste vogliono ritornare alla natura per salvare l’uomo dalle degenerazioni della tecnologia che sono, per così dire, l’incidente di percorso del profitto e del potere.  Non dimentichiamo infatti che il progresso tecnologico, oggi sottomesso al profitto ad ogni costo, riguarda anche l’esistenza stessa dell’uomo, il suo essere al mondo, il suo diritto alla vita e alla salute, come dimostrano, ad esempio, le attuali vicende legate all’ILVA di Taranto.
Neoliberismo di Stato, standardizzazione e flessibilità dell’organizzazione del lavoro contemporaneo, identificazione del pericolo nello straniero che sfocia negli attacchi, purtroppo recenti, alla società multiculturale (si consiglia, a tal proposito, la lettura dell’illuminante saggio di Slavoj Zizek sull’Europa e il razzismo)[1], l’assoggettamento della società all’economia: questi sono oggi i nemici interni della democrazia e sono più potenti di quelli esterni. Combatterli  è più difficile perché essi si richiamano allo spirito democratico e sono legittimati.
Siamo dunque passati dai totalitarismi del Novecento in cui lo Stato veniva messo al centro di tutto, all’ultraliberismo in cui è l’individuo ad essere tutto, anche a costo di distruggere la società stessa. Bisogna pertanto interrogarsi sulla libertà e la democrazia, ma anche sui loro limiti.
Le conclusioni del saggio sono amare: la nostra è una democrazia malata che, secondo Todorov, ha fallito tutti i suoi obiettivi. Il vero e sconvolgente problema è che la democrazia è affetta da una malattia autoimmune e, scoprire che il nemico è dentro di noi, rende lo scenario ancora più inquietante. Ma cosa fare a parte cedere alla tentazione della rassegnazione o ancor peggio del «nientismo»? (p.234)
É questa la domanda cui cerca di rispondere l’autore, soffermandosi sulla necessità estrema di coniugare individuo e collettività, perchè siamo «condannati a riuscire o fallire insieme». (p.240)

Alessandra Mangano











[1] S. Zizek, Un anno sognato pericolosamente, Ponte delle Grazie, traduzione di Carlo Salzani, pagg. 190 euro 15.

1984



George Orwell, 1984, Milano, Oscar Mondadori, 1989, 322 pp. (Oscar classici moderni), ISBN 978-88-04-50745-1.

«Libertà è la libertà di dire che 2 + 2 = 4. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente».
Leggere 1984 è difficile. É difficile leggerlo senza riflettere e senza temere che fatti analoghi possano avverarsi. É difficile leggerlo senza pensare che in minima parte qualcosa dei fatti narrati si sia realizzato o si stia realizzando a nostra insaputa.
 Non è tanto il Grande Fratello televisivo degli ultimi anni a richiamare il Big Brother del romanzo (sebbene il nome del format televisivo sia ispirato al racconto di Orwell), ma l'onnipresenza di una struttura dell'informazione e della comunicazione nella vita odierna (si pensi ai social network, all'e-banking, la posta elettronica, l'e-commerce e quant'altro). E perché non Facebook? Facebook non è un Grande Fratello? Sicuramente Facebook non è l'unico. Esiste Google, esiste Twitter, esiste Wikipedia, che controlla la "conoscenza" (su Wikipedia vi invito a leggere il saggio di Miguel Gotor, L'isola di Wikipedia. Una fonte elettronica, in Prima lezione di metodo storico, a cura di Sergio Luzzatto, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 183-202). Questo discorso vale per tutti i social network. Sicuramente non c'è un solo occhio che osserva, ma migliaia sono spalancati e scrutano e sanno cosa fai, con chi sei, chi sei. E Facebook riesce a sapere anche cosa pensi, cosa ti piace, cosa organizzi il sabato sera e dove sei. Bene. Quello che è stupefacente – e qui Orwell è sufficientemente lungimirante (il romanzo è stato scritto nel 1948!) – è che nulla di ciò avviene sotto coercizione, ma è un processo mentale lento, che è difficile contrastare, perché indolore, silenzioso e apparentemente innocuo. L'unico modo per restare in guardia è leggere. L'unico modo per restare in guardia è non cedere alle esemplificazioni della realtà.
 É inutile commentare, bisogna leggerlo.

 P.S. C'è anche un po' di Big Brother in Beppe Grillo e nel Movimento 5 Stelle... "Vaffaday" come la "Giornata dell'Odio", Comunicati stampa ai giornalisti come Dizionario della Neolingua... Cose su cui riflettere...

 W Goldstein!

Piero Canale