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giovedì 5 dicembre 2013

Ventimila leghe sotto i mari

Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari, Milano, BUR, 2004, 438 pp., ISBN 978-88-17-00-244-8.

Una bandiera nera con una "N" dorata al centro. Questo è il vessillo del Capitano Nemo che sventola al Polo Sud.
«Mobilis in mobile» è il suo motto.
Il Capitano Nemo - misteriosissimo e imperscrutabile principe indiano, un po' pirata, un po' filosofo e un po' scienziato - è la figura centrale, preponderante e apparentemente contraddittoria di Ventimila leghe sotto i mari, romanzo, forse, tra i più popolari di Giulio Verne. Eppure del personaggio si sa poco, come poche sono le sue parole, pochissime; le sue emozioni quasi pari a zero; le sue azioni secche e risolute al massimo grado; la sua conoscenza profonda e superiore del mondo e della natura. Il prof. Aronnax, stimato e acclamato naturalista, tuttavia, ne resta profondamente ammaliato e affascinato. Una sorta di sindrome di Stoccolma, che investe in pieno il naturalista - costretto a uno status di prigioniero, insieme a Ned Land e a Consiglio - e che si basa sulla meraviglia del conoscere e della scienza.
Abituati alle fantasiose e sempre artificiose tecniche dell'effetto speciale cinematografico fine a se stesso, è difficile - per certi versi - comprendere e accogliere la natura avventurosa e fantascientifica di questo capolavoro della seconda metà dell'Ottocento, che ebbe un notevole successo e che fa parte di una trilogia che inizia con I figli del capitano Grant e si conclude con L'isola misteriosa.
Uscito nel 1870 per i tipi di Hetzel, il romanzo è ambientato nel 1867 (alla vigilia dell'apertura del canale di Suez), negli anni in cui le potenze europee hanno raggiunto l'acme nella corsa alle colonie. L'opera di Giulio Verne appare come una fotografia attenta del mondo europeo ottocentesco e nello stesso tempo punto di svolta e cambiamento. Infatti, pur non essendo un romanzo per certi versi "enciclopedico" e didascalico, in esso convivono due nature che sono entrambe facce della stessa medaglia della conoscenza. Il Positivismo imperante, classificatorio e tassonomico del prof. Aronnax e del suo aiutante Consiglio, fa da contraltare alla conoscenza e alla padronanza della tecnica raggiunto dal Capitano Nemo, le quali si esprimono principalmente nella progettazione del Nautilis e nelle sue sofisticatissime apparecchiature. Il grado della tecnica raggiunto dal Capitano e il suo uso, che sembrano andare verso una concezione umanitaria e non economica del progresso, sono tuttavia connotate, in maniera paradossale, dal distacco e dall'esilio volontario del capitano dal mondo e dagli esseri umani. Dichiarando di non voler più mettere piede sulla terra ferma e di non volerne più essere dipendente per quanto riguarda le materie prime e le risorse energetiche - così come dal lavoro degli uomini -, il Capitano Nemo esclude, di fatto, il mondo dalla sua conoscenza e dalle meraviglie che si possono ammirare soltanto esplorando gli abissi.
Non è un caso però che dietro questo distacco misantropico (tanto da far apparire il Nautilus come un monastero sottomarino, dove albergano il silenzio e la solitudine, e risuonano le note dell'organo suonato dal capitano) si nasconda uno dei primi manifesti "ecologisti" rivolti al grande pubblico:

- Voi amate il mare, capitano?
- Sì! L'amo! Il mare è tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre; il suo respiro è puro e sano; è l'immenso deserto in cui l'uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita al suo fianco. Il mare non è altro che il veicolo di un'esistenza straordinaria e prodigiosa; non è che movimento e amore, è l'infinito vivente, come ha detto uno dei vostri poeti. Infatti, signor professore, la natura si manifesta qui con i suoi tre regni: minerale, vegetale, animale. Quest'ultimo vi è largamente rappresentato da quattro gruppi di zoofiti, da tre classi di articolati, da cinque classi molluschi, da tre di vertebrati, dai mammiferi, dai rettili e dalle innumerevoli legioni di pesci, che contano oltre tredicimila specie, di cui un decimo soltanto appartiene all'acqua dolce; il mare è il serbatoio della natura; è dal mare che il globo è, per così dire, incominciato, e chissà che non finisca in lui. Nel mare è la tranquillità suprema. Il mare non appartiene ai despoti, che possono solo esercitare alla sua superficie diritti iniqui e battersi, e divorarsi, e trasportarvi tutti gli orrori della terra, ma a trenta piedi sotto il suo livello, il loro potere cessa, la loro influenza si estingue, tutta la loro potenza svanisce! Ah! Signore, vivete, vivete in mezzo ai mari! Qui soltanto è indipendenza, qui non riconosco padroni, qui sono libero! [pp. 89-90]

Il Nautilus sembra quasi una nave di Greenpeace ante litteram.
L'aspetto "attivista" e rivoluzionario del Capitano si intravede, non solo nelle parole appena riportate che inneggiano a una riflessione attenta sulle risorse e sullo sfruttamento dei mari, ma anche in quelle azioni - che il linguaggio contemporaneo definirebbe "sovversive" e che sembrano un'ulteriore contraddizione del carattere misterioso del Capitano - di aiuto finanziario ai rivoluzionari greci, sostenuti con l'oro recuperato dai relitti dei galeoni spagnoli, oppure di aiuto agli ultimi e agli sfruttati, come i poveri raccoglitori di perle dell'isola di Ceylon, sfruttati dagli Inglesi (ci sarà in questo episodio un modesto omaggio a Bizet e alla sua opera Les pêcheurs de perles del 1863?).
Le pagine di Ventimila leghe sotto i mari soffrono in alcuni tratti i 150 anni circa di età, tuttavia esse nascondono la freschezza e la lungimiranza di Giulio Verne e di un mondo comunque votato alla scoperta e al progresso non solo scientifico e tecnologico, ma anche umano.
Quello che è stato un romanzo per ragazzi, forse oggi appare estremamente noioso alle generazioni multitasking, eppure la sua lettura può ancora riservare stupore e meraviglia.


Lorenzo Cusimano



mercoledì 20 marzo 2013

Cose di Cosa Nostra



Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani, Milano, BUR, 2007, 177 p., ISBN 978-88-17-00233-2.

Che cos’è la mafia? Una domanda apparentemente semplice, a cui Giovanni Falcone dà risposte semplici, immerse in un ragionamento molto più complesso. Varcando i confini di scienze come la psicologia e l’antropologia di cui il fenomeno mafioso, per il giudice palermitano, è profondamente impregnato, si fondono insieme una visione della realtà e dell’uomo stesso.
Il racconto delle “guerre di mafia”, il rapporto con i pentiti (tra i più importanti, Buscetta, Contorno, Mannoia e Calderone), la mattanza dei Corleonesi sono solo alcuni degli argomenti toccati da Giovanni Falcone che focalizza anche l’importanza, non indifferente, di una cultura mafiosa che fatica a scomparire: “l’interpretazione dei segni, dei gesti, dei messaggi e dei silenzi” (p. 49). Falcone non teme di sviscerare i minimi dettagli di questo Stato-altro, che nella sua Sicilia gli pare allungarsi come una nuvola piena di cattivi presagi in tutte le direzioni: dal mondo dell’agricoltura a quello dell’economia, della finanza e della politica.
«Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità» (pp. 70-71), scrive Falcone in un passaggio del libro, tentando di descrivere il suo (complesso) rapporto con quello che non esita a chiamare, per primo e senza mezze misure, lo «Stato-mafia» (p. 71). Uno Stato “parallelo” a quello rappresentato dalle istituzioni. Ma i cui meccanismi arrivano spesso a sopperire le carenze di uno Stato distratto e burocratico, fino a rimpiazzarlo in tutte le sue funzioni e i suoi punti vitali: l’assistenza ai cittadini, il deficit di istruzione, la mancanza di lavoro e di prospettive per i giovani. Un vuoto di Stato, a partire dalla progettualità di vita di ciascuno, che i mezzi a disposizione della mafia (oltre alla sua forte capacità attrattiva, per la combinazione di terrore e potere di cui dispone) non faticano a colmare. Tanto che, per il magistrato, la mafia «a pensarci bene, non è altro che espressione di un bisogno di ordine e quindi di Stato» (p. 71).
Questo libro è il risultato di venti interviste effettuate da Marcello Padovani a Giovanni Falcone tra il marzo e il giugno del 1991. A differenza dell’edizione di quell’anno, questa pubblicazione del 2007 contiene due capitoli, scritti dalla giornalista francese, che precedono le parole di Falcone: Dodici anni dopo pp. 3-7 e Prologo alla prima edizione 1991 pp. 9-19. Il racconto del giudice è quindi articolato in sei capitoli «disposti come… cerchi concentrici attorno al cuore del problema-mafia: lo Stato»: Violenze pp. 21-45; Messaggi e messaggeri pp. 47-71; Contiguità pp. 73-92; Cosa Nostra pp. 95-121; Profitti e perdite pp. 123-145; Potere e poteri pp. 147-171.

Biagio Bertino