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mercoledì 20 marzo 2013

La storia della mafia



Leonardo Sciascia, La storia della mafia, Palermo, Barion, 2013, 67 pp. (Pugni), ISBN 978-88-6759-001-8.

«La mafia è un’associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato.» (p. 25): questa è la definizione della mafia a cui arriva Sciascia all’interno di questo breve ma intenso volumetto, che in sole 37 pagine, si pone l’arduo obiettivo di ricostruire passo passo i momenti che hanno portato la mafia ad essere l’atroce piaga che ancora oggi non vuole – o non può? – scomparire da questa splendida isola.
La trattazione prende spunto dall’analisi etimologica del termine, che si fa derivare, seguendo la lezione del Traina, da maffia, ossia miseria, parola importata da funzionari piemontesi venuti in Sicilia dopo l’unità d’Italia. Del Traina e soprattutto del Pitrè Sciascia rifiuta e contesta la concezione del fenomeno mafioso, secondo cui «la mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti» (p. 8), ma è anzi «ipertofia dell’io, dell’io dei singoli siciliani» (p. 10).
Lo studio continua facendo risalire l’invenzione della mafia come associazione a delinquere a Giuseppe Rizzotto, che nel 1862 compose la commedia I mafiusi di la Vicaria: momento cruciale per la lotta contro la criminalità, secondo Sciascia, visto che il cambio di prospettiva attivò una serie di studi e indagini che misero in evidenza il fenomeno mafioso; l’autore è convinto che la mafia sia uno dei più grandi mali sociali e in quanto tale non può essere minimizzato, se c’è la volontà di liberarsene.
Nel testo non mancano i riferimenti letterari: notevole è quello a I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Per spiegare cosa fosse la mafia in origine, Sciascia prende ad esempio il fenomeno della «braveria»: «sgherri del tipo dei bravi,» dice «al servizio degli interessi e dei capricci dei nobili, in Sicilia furono i prototipi dei mafiosi» (p. 25). Mentre in Lombardia, una volta finito il dominio spagnolo, la “braveria” fu eliminata grazie all’energica attività dei funzionari austriaci, in Sicilia essa perdurò fino a diventare quella che vediamo ancora oggi.
Sciascia successivamente riflette sul tema del trasferimento, come arma più forte del potere mafioso: «in Sicilia un funzionario che si mostrasse sagace e onesto, resistente alla corruzione o alla pressione dei potenti, veniva isolato o espulso come corpo estraneo» (p. 27). Ne deriva che la storia della mafia non è altro che «storia della complicità dello Stato […] nella formazione e affermazione di una classe di potere improduttiva, parassitaria» (p. 28).
Il saggio si conclude con un breve accenno al rapporto tra mafia italiana e americana, emblema dell’inefficienza dello Stato di fronte alla potenza criminale.
Il libro consta di tre parti: la prima, di cui si è discusso sopra, reca il titolo che è anche dell’intero volume; la seconda, intitolata Io, Nanà e i don, scritta da Giancarlo Macaluso, è il racconto del rapporto di Sciascia col fenomeno mafioso, esposta da uno dei suoi più cari amici, Stefano Vilardo. Questi ci racconta quanto Nanà – così confidenzialmente gli amici chiamavano Sciascia – fosse stato un attento spettatore e un narratore lucido delle dinamiche che regolano i rapporti mafiosi, partendo dagli esempi concreti che osservava nella sua Caltanissetta: «Sciascia mi diceva che quando la mafia si imborghesisce […] poi sforna avvocati, medici, imprenditori, professionisti. Insomma, quelli che si chiamano colletti bianchi. Cambia la forma del mafioso, ma la sostanza resta sempre quella» (p. 49).
Il libro si conclude, e questa è la terza parte, con la Postfazione di Salvatore Ferlita, in cui è narrato il fitto scambio epistolare tra Sciascia e Italo Calvino.

Vincenzo Bagnera


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Globalmafia



Giuseppe Carlo Marino, Globalmafia. Manifesto per un'internazionale antimafia, con un contributo di Antonio Ingroia, Milano, Bompiani, 2011, 413 pp., (Tascabili Bompiani, 427), ISBN 9788845266652.

Giuseppe Carlo Marino, ordinario di storia contemporanea, pubblica nel 2011 per la Bompiani, Globalmafia. Manifesto per un'internazionale antimafia. L'intento dello studioso è di dare un chiaro contributo nella definizione di cos'è la mafia oggi. L'elevato numero di pubblicazioni sulla mafia e la nascita di un vero e proprio filone letterario sull'argomento hanno creato non poche confusioni interpretative e giudizi spesso superficiali. L'autore invece, che già nel 1964 scriveva di mafia (L'opposizione mafiosa), cerca di fare ordine e di dare un'identità a un fenomeno, che già da qualche tempo ha varcato i confini nazionali e che ha assunto connotati internazionali e globali, adattandosi pienamente e con successo alle trasformazioni dell'economia mondiale.
In un mondo in cui l'economia è sempre più avvitata alla politica, il malaffare trova terreno fertile per proliferare. La mafia si modernizza: unisce interessi vecchi (racket, stupefacenti, prostituzione ecc.) e interessi nuovi, in cui banche compiacenti e dinamiche finanziarie internazionali giocano un ruolo fondamentale nel riciclaggio di "denaro sporco".
L'analisi di Marino ci mostra come, di fatto, una Internazionale mafiosa esista, prosperi e trovi ferreo sostegno nell'andamento «criminale della politica che ormai appare quasi 'fisiologico' in numerose aree del mondo» (p. 89). La globalmafia è anche l'esito dell'unione delle varie forme di criminalità organizzata e della «sporca finanziarizzazione» determinata dalle varie forme di economia illegale e politica corrotta, alle quali si aggiunge il sostegno delle politiche neoliberali che propugnano la liberalizzazione totale dei «movimenti economici e finanziari, dei movimenti transnazionali umani e commerciali» (p. 80). Non è un caso che le attività più redditizie della mafia siano quelle che prevedano i traffici internazionali di denaro, stupefacenti, rifiuti e vite umane.
Il libro non si limita a una descrizione attenta e puntuale della mafia. Nella seconda parte, come appunto indica il sottotitolo, Marino invita le società civili dei paesi in cui è forte e necessario l'impegno nella lotta alla mafia a costituire una Internazionale antimafia, una contro-egemonia forte di un'alleanza globale, in grado di «disarticolare l'egemonia [mafiosa] e di colpirla nei suoi gangli vitali» (p. 133). «Infatti, quel che comunque urge a tutti i costi – scontando le difficoltà spesso proibitive da affrontare – è intanto restaurare e rilanciare nella cultura e nella dinamica sociale la dialettica tra l'utopia e la realtà. In tale dialettica, l'obiettivo strategico della contro-egemonia è impedire che i ceti dominanti corrotti e corruttori (quale che sia la loro inedita morfologia nazionale-internazionale) continuino nel loro astuto gioco mafioso, inventato dai baroni siciliani, di utilizzare l'offerta di "legalità" formale promossa dagli ordinamenti statali per alimentare le pratiche di sostanziale illegalità del loro dominio» (p. 141).
Nella grande comunità della società civile internazionale – secondo l'autore – un ruolo importante deve essere necessariamente svolto dai sindacati dei lavoratori, poiché è importante per la lotta alla mafia, ripartire dalla dignità, dai valori e dai diritti del lavoro, «troppo spesso umiliati, conculcati e travolti» (p. 141).
Rispetto a molti libri che invitano alla riflessione o si concludono rimarcando le difficoltà di chi lotta contro la mafia, Globalmafia ha il merito di lanciare un momento propositivo e di lasciare uno spiraglio: quello dell'utopia. Il «dio ignoto» – così l'autore chiama l'utopia – è forse l'unica vera forza cui affidarsi e in cui sperare nella costruzione di una «piattaforma di valori e di fini condivisi sui quali fare avanzare la civiltà del nuovo millennio. Al di là dell'impegno ambiguo per un'ambigua e improbabile 'legalità', e al di là di ogni pur meritoria lotta contro la cosiddetta criminalità organizzata, è questa la missione storica di portata generale alla quale è chiamata l'Internazionale antimafia» (p. 156).
La Postfazione (pp. 189-208) è affidata ad Antonio Ingroia, che ripercorre le vicende del pool antimafia dagli anni Ottanta a oggi e le scelte politiche e legislative che negli ultimi decenni sono state adottate per contrastare il fenomeno mafioso. Il suo contributo si conclude esortando a una «presa di impegno globale che possa fare realisticamente ipotizzare anche istituzioni globali per il contrasto a livello globale del crimine organizzato. Una sorta di procura globale antimafia sul modello della procura nazionale antimafia italiana» (p. 208).
Il volume è dotato di un'ampia appendice in cui sono riportate la Dichiarazione universale dei diritti umani (pp. 211-221); la Convenzione internazionale sull'eliminazione di discriminazione razziale (pp. 222-246); la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale (pp. 247-306); la Convenzione Onu sulla corruzione (pp. 307-399).
Si segnala anche un ottimo apparato di note e di riferimenti bibliografici.
Consiglio la lettura di questo libro per la sua chiarezza e per la sua valenza propositiva.

Piero Canale



Il Ghota di Cosa nostra



Piergiorgio Morosini, Il Ghota di Cosa nostra. La mafia del dopo Provenzano nello scacchiere internazionale del crimine, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, 203 pp., ISBN 978-88-498-2373-8


Può una sentenza diventare un’accurata analisi del mondo di Cosa nostra, della sua struttura, dell’organizzazione interna e perfino della sua storia? Questa domanda non è né nuova né insolita:  quando l’autorevole storico Carlo Ginsburg decise di “rivedere” le carte del processo Sofri – nel suo saggio Considerazioni in margine al processo Sofri – si aprì un dibattito molto acceso e interessante sulla “sovrapposizione” tra la figura del giudice e quella dello storico. Tale sovrapposizione produrrebbe inevitabilmente – a dire di alcuni –  la menomazione di entrambe le funzioni. Non ci sembra questo il caso. Anzi, lo stralcio della sentenza di primo grado emessa dal giudice Piergiorgio Morosini il 21 gennaio del 2008, nel procedimento penale a carico di Adamo Andrea, mette in luce, in modo chiaro e autorevole, i rapporti di Cosa nostra con la società; le complicità e le coperture degli ambienti politici, economici e sociali. Sorge immediatamente spontaneo, leggendola, l’accostamento tra il giudice e lo storico; basta andare a rivedere quanto lo studioso Francesco Renda ha sottolineato, in diverse occasioni, nei suoi scritti sulla mafia e cioè che Cosa nostra affonda le sue radici nella società, stabilisce con essa solidi e duraturi rapporti, cerca complici con vari ceti sociali, con la politica, con le pubbliche istituzioni e perfino con la Chiesa. La mafia non solo si nutre di questi rapporti, ma sono tali rapporti a darle perfino un’identità forte[1]. La sentenza, dunque, non fa che confermare con nettezza le analisi storiche e il testo del giudice Morosini ci dimostra come sia assolutamente naturale che, a volte, un giudice possa anche – seppur involontariamente – divenire storico.
      Tra quelle carte possiamo osservare il delinearsi di un percorso in cui due mafie agiscono in parallelo: quella arcaica del boss Provenzano e quella borghese delle nuove generazioni (p. IX). I due piani non solo si intersecano ma mostrano il modo in cui l’una finisce per diventare imprescindibile per l’altra.
L’operazione Ghota, da cui il libro prende il titolo, porta innanzitutto a smascherare l’intero sistema di appoggio e di protezione di cui godeva Provenzano prima dell’arresto. I pizzini ritrovati nel suo covo, infatti, spalancheranno le porte del carcere anche a professionisti insospettabili e naturalmente a politici di spicco.
Il momento dell’arresto di Provenzano è delicato: il vecchio boss è ormai stanco e braccato; continua ad essere oggetto di rispetto ma non più incondizionato; nell’ambiente di Cosa nostra, tutti sentono avvicinarsi ormai il momento dell’abdicazione. É questa la fase in cui la storia della mafia cambia: è necessario che l’organizzazione criminale ritorni sullo scacchiere internazionale, dopo gli anni di Riina e dei corleonesi. Ne è ben consapevole Lo Piccolo che su questa “internazionalizzazione” punta tutto, perfino la sua candidatura alla leadership di Cosa nostra, finendo inevitabilmente per scontrarsi con l’ala corleonese capeggiata da Anotonino Rotolo, capo mandamento di Pagliarelli. Agli arresti domiciliari – dopo aver congegnato metodiche dalle più artigianali alle più raffinate per sfuggire sia ai controlli delle forze dell’ordine sia ai suoi potenziali nemici – Rotolo continua a comandare e disporre, non sapendo di essere, invece, intercettato.
Binnu è una figura complessa e al tempo stesso cruciale nella svolta che si determinerà all’indomani del suo arresto; di lui Morosini ci dice che sembra un personaggio uscito dal Tractatus politicus di Spinoza: uno che, insomma, riesce a sottomettere offrendo paura ma anche ricchezze, un vero maestro nella strategia del bastone e della carota. Sottomissione in cambio di vantaggi e benefici, è questo il suo metodo.  Non a caso è a lui che si deve la creazione, all’interno di Cosa nostra, di un vero e proprio welfare secondo il quale i mandamenti più ricchi, avevano l’obbigo di redistribuire i profitti a quelli più poveri, evitando così faide legate agli affari.
Eppure il vecchio e onorato boss, a un certo punto, non riesce più a tenere a bada le rivalità interne alla sua organizzazione che – proprio alla vigilia del suo arresto – è sempre più vicina alla resa dei conti con una nuova guerra di mafia che sembra ormai tanto imminente quanto inevitabile. Rotolo è furioso perché è contrario al rientro degli Inzerillo in Italia. Lo Piccolo ne è consapevole: ricorda perfettamente il veto che Totò Riina pose su di loro e sa – da “uomo d’onore” – che i patti, dentro Cosa nostra, non si violano. Ma la consapevolezza non basta, gli Inzerillo servono a svecchiare Cosa nostra, a farla rientrare nel circuito dello spaccio internazionale di droga.  Uno dei temi principali del processo Ghota è proprio il ruolo che Cosa nostra esercita nella rotta Palermo-New York della droga: chiave di lettura fondamentale non solo per studiare il passato della mafia ma anche per capirne le future scelte. 
La droga produce profitti altissimi, conferisce potere, ma garantisce anche dominio ed espansione. In tal senso, riallacciare i rapporti con gli Inzerillo è essenziale per la famiglia Lo Piccolo. Rotolo dal canto suo è spaventato da questo ritorno perché sa bene che «per il sangue di un proprio congiunto non esiste il perdono nel codice di Cosa Nostra» (p.44). Proprio lui è stato protagonista diretto delle stragi con cui Riina, agli inizi degli anni ottanta, ha eliminato scientificamente numerosi membri di quella famiglia, proprio in relazione al controllo delle rotte che portavano la droga in America.
E come si comporta il boss di Pagliarelli dinnanzi a tale eventualità? Parla con Provenzano e in un pizzino gli scrive che non è ammissibile un rientro degli “esiliati” a Palermo. Il vecchio boss temporeggia per poi decretare, alla fine, che forse almeno in occasione della Pasqua, si potrebbe loro concedere una visita. Sembra che il “fantasma” non voglia prendere una posizione chiara e Rotolo, incassato il colpo, decide di fare a modo suo: inizia pertanto a progettare l’omicidio dei Lo Piccolo, padre e figlio. La presenza di Provenzano diventa dunque, sempre più lontana, sempre più sbiadita, quasi spettrale.
Alla fine la guerra si sfiora ma non si concretizza solo perché l’operazione Gotha porterà all’arresto di Provenzano. Mentre l’anno successivo saranno i Lo Piccolo a cadere nella rete degli inquirenti.
Al di là delle logiche interne ai clan, delle faide per la successione e delle guerre intestine, quello che rende interessante la sentenza – che non a caso diventa un libro accessibile anche ai non esperti del settore – è il modo in cui viene raccontata Cosa nostra dagli stessi appartenenti all’organizzazione criminale. Se prendiamo ad esempio le intercettazioni ambientali a casa di Rotolo o qualche “pizzino” ritrovato nel covo di Provenzano, da quelle conversazioni viene fuori una «Cosa nostra dal “vivo”, nel suo modo di essere e di pensare, con tutte le sue ambiguità, le sue contraddizioni e in tutta la sua terribile ingenuità» (p.19); non solo: emerge in modo drammatico quanto la mafia sia garantita da legami di acciaio che coinvolgono tanto la gente comune quanto le alte sfere non solo della politica – in modo trasversale ai partiti – ma anche del mondo delle imprese e della sanità. Le famiglie mafiose sono eterogenee e numerose. Al loro interno non mancano professionisti – dai medici, Antonino Cinà e Guttadauro, agli avvocati – e infiltrati nel mondo politico. Non è un mistero ormai che il salotto di Guttadauro era frequentato, durante gli arresti domiciliari, da numerosi esponenti del mondo politico e della borghesia cittadina.
È questo il modo in cui le due mafie – quella tradizionale e quella nuova – provano a convivere: dopo la stagione stragista di Riina inizia una nuova era in cui Cosa nostra mostra di avere come obiettivo primario l’accumulazione della ricchezza, l’impresa. Guttadauro e Cinà sono il volto della mafia che si innova e che vuole sostituirsi a quella dei vecchi boss «sanguinari e analfabeti» (p. 165); nessuno spargimento di sangue ma la costruzione di una nuova classe dirigente mafiosa che mira a fare affari insieme con e attraverso la politica. Certamente questa commistione esisteva anche ai tempi di Riina ma, in quel periodo storico, la mafia pretendeva la gestione diretta e centralizzata del sistema degli appalti. Già con Provenzano cambia tutto: si preferisce lasciare questo compito alle imprese di riferimento e quindi la presenza di Cosa nostra – seppur sempre forte e incisiva – appare molto più discreta. Meglio trattare con le istituzioni e magari anche «infiltrare mafiosi nella rete dei collaboratori di giustizia per depistare indagini e smontare sentenze già definitive» (p. 70).

Cosa nostra per divenire impresa ha dunque bisogno di relazioni e appoggi, del resto «non esiste mafia senza rapporti con la società, con la politica, con l’economia» (p. 138).
La sentenza del Giudice Morosini è del 2008. Oggi i rapporti tra la criminalità organizzata e la politica non solo continuano ad essere intensi ma hanno addirittura subito un mutamento antropologico: basti andare a riascoltare le intercettazioni telefoniche del camorrista che si dice soddisfatto di aver fatto piangere il deputato. La politica, dunque, non solo è complice ma appare persino totalmente sottomessa alla criminalità organizzata. Del resto, in molti casi, il bacino di consensi viene fuori proprio dalle decisioni interne alle organizzazioni criminali e – come è sempre stato – il favore ha un prezzo da pagare, spesso molto alto. Restano forti anche i legami con il mondo delle imprese, soprattutto quelle del Nord, e ciò crea uno scenario da brivido in cui le due categorie geografiche smettono di esistere come opposti, sovrapponendosi in un pericoloso intreccio di interessi, scambi, vantaggi reciproci che hanno dei costi altissimi che finiscono per gravare sulle spalle di tutti i cittadini onesti. Va detto però, che negli ultimi anni, anche gli imprenditori –soprattutto quelli di ultima generazione – hanno mostrato di voler mandare in black-out la spirale perversa del circuito delle estorsioni decidendo, finalmente, di denunciare e di opporsi, così facendo, al giogo del pagamento di questo odioso balzello.
Quale sarà il futuro di Cosa nostra non sappiamo. Molto ancora andrebbe fatto sul piano culturale – spesso trascurato – e non puntare soltanto tutto sulla sfera repressiva. Molto sicuramente potrà incidere anche l’esito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia, aiutandoci a svelare i misteri più profondi di una delle stagioni più tragiche della storia del nostro paese. Quello che è certo – e che questa sentenza spiega in modo chiaro e preciso – è che la mafia non ha futuro senza relazioni parallele col mondo politico ed economico.
Si dice che per trovare un antidoto ai mali è necessario prima conoscerne le cause. Le seconde le abbiamo da anni, attendiamo ancora di trovare finalmente il primo.

Alessandra Mangano


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[1] Cfr. F. Renda, Storia della Mafia, Sigma Edizioni, 1997, Palermo.

Fimmine ribelli




Lirio Abbate, Fimmine ribelli. Come le donne salveranno il paese dalla ‘Ndrangheta, Trebaseleghe (PD), Rizzoli, 2013, 208 p., ISBN 978-88-17-06359-3.

In Calabria le ‘ndrine sono la legge: è la terra dove i Pesce, i Bellocco, i Medda da Rosarno gestiscono traffici per tutta la penisola, con una manovalanza spietata e devota che afferma «è un onore per noi andare in galera»(p. 197).  In questa società  dai distorti valori, le ragazze sono sotto stretto controllo della famiglia e hanno il solo destino di sposarsi e figliare: «Non è facile dire di no alla ‘ndrangheta, per una donna. Nascere in una famiglia mafiosa implica quasi sempre assimilarne i valori e i codici di comportamento, accettando di rivestire un ruolo che può essere anche di prezioso sostegno gregario, ma sempre nell’ambito di una realtà in cui sono gli uomini a comandare davvero»(p. 191).
Ma in questo libro sono raccolte le storie di fimmine – perlopiù giovani spose e madri – che hanno saputo ribellarsi allo schema imposto loro dalla realtà in cui sono nate. La loro voglia di autoaffermazione scardina l’assetto del sistema e “disonora” la famiglia, ancor più se la donna si rivolge al Nemico, ossia lo Stato. Giuseppina Pesce, Rosa Ferraro, Maria Concetta Cacciola, Simona Napoli, hanno affrontato le loro paure e fragilità, ma ancor più, le loro famiglie. Hanno subito minacce, ritorsioni, ricatti: le ‘ndrine hanno calcato la mano su quelli che potevano essere pessimi esempi di condotta, giungendo alle esecuzioni delle più ribelli.
Su consiglio di Gaetano Grasso le loro storie sono state raccolte da Lirio Abbate, giornalista investigativo che ha sofferto sulla propria pelle le minacce mafiose e dal 2007 vive sotto scorta: «Il giornalista arriva dove il magistrato non può per legge. E muovendosi in questa terra di nessuno può scatenare l’ira di mafiosi, collusi e favoreggiatori, che si nascondono spesso dietro le facciate rispettabili di politici, commercialisti, avvocati, medici, giudici, banchieri e, a volte, anche giornalisti» (p. 12).
Con questa premessa, l’autore ricostruisce l’humus mafioso calabrese attraverso documenti e atti pubblici dei magistrati locali, inchieste e interviste a investigatori di questure e carabinieri, con un linguaggio chiaro e mai retorico. Il libro si fa leggere agevolmente, anche dai non esperti, e andrebbe consigliato nelle scuole perché, nel senso semanticamente più letterale del termine, è esemplare.

Eloisia Tiziana Sparacino


Cose di Cosa Nostra



Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani, Milano, BUR, 2007, 177 p., ISBN 978-88-17-00233-2.

Che cos’è la mafia? Una domanda apparentemente semplice, a cui Giovanni Falcone dà risposte semplici, immerse in un ragionamento molto più complesso. Varcando i confini di scienze come la psicologia e l’antropologia di cui il fenomeno mafioso, per il giudice palermitano, è profondamente impregnato, si fondono insieme una visione della realtà e dell’uomo stesso.
Il racconto delle “guerre di mafia”, il rapporto con i pentiti (tra i più importanti, Buscetta, Contorno, Mannoia e Calderone), la mattanza dei Corleonesi sono solo alcuni degli argomenti toccati da Giovanni Falcone che focalizza anche l’importanza, non indifferente, di una cultura mafiosa che fatica a scomparire: “l’interpretazione dei segni, dei gesti, dei messaggi e dei silenzi” (p. 49). Falcone non teme di sviscerare i minimi dettagli di questo Stato-altro, che nella sua Sicilia gli pare allungarsi come una nuvola piena di cattivi presagi in tutte le direzioni: dal mondo dell’agricoltura a quello dell’economia, della finanza e della politica.
«Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità» (pp. 70-71), scrive Falcone in un passaggio del libro, tentando di descrivere il suo (complesso) rapporto con quello che non esita a chiamare, per primo e senza mezze misure, lo «Stato-mafia» (p. 71). Uno Stato “parallelo” a quello rappresentato dalle istituzioni. Ma i cui meccanismi arrivano spesso a sopperire le carenze di uno Stato distratto e burocratico, fino a rimpiazzarlo in tutte le sue funzioni e i suoi punti vitali: l’assistenza ai cittadini, il deficit di istruzione, la mancanza di lavoro e di prospettive per i giovani. Un vuoto di Stato, a partire dalla progettualità di vita di ciascuno, che i mezzi a disposizione della mafia (oltre alla sua forte capacità attrattiva, per la combinazione di terrore e potere di cui dispone) non faticano a colmare. Tanto che, per il magistrato, la mafia «a pensarci bene, non è altro che espressione di un bisogno di ordine e quindi di Stato» (p. 71).
Questo libro è il risultato di venti interviste effettuate da Marcello Padovani a Giovanni Falcone tra il marzo e il giugno del 1991. A differenza dell’edizione di quell’anno, questa pubblicazione del 2007 contiene due capitoli, scritti dalla giornalista francese, che precedono le parole di Falcone: Dodici anni dopo pp. 3-7 e Prologo alla prima edizione 1991 pp. 9-19. Il racconto del giudice è quindi articolato in sei capitoli «disposti come… cerchi concentrici attorno al cuore del problema-mafia: lo Stato»: Violenze pp. 21-45; Messaggi e messaggeri pp. 47-71; Contiguità pp. 73-92; Cosa Nostra pp. 95-121; Profitti e perdite pp. 123-145; Potere e poteri pp. 147-171.

Biagio Bertino


martedì 12 marzo 2013

Libri e biblioteche: testimonianza per la legalità?


Care Amiche e cari Amici,

siamo lieti di invitarVi all'evento organizzato dall'associazione Librido - Laboratorio di Studi e Servizi Culturali in collaborazione con l'Officina di Studi Medievali e l'Università degli Studi di Palermo dal titolo

Libri e Biblioteche: testimonianza per la legalità?

che si svolge il 22 marzo p.v. a partire dalle ore 15.30 presso l'aula Cocchiara della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Palermo.
Per i dettagli e per maggiori informazioni si rimanda alla locandina in allegato.
Cordiali saluti.

Il Presidente
Vincenzo Bagnera


martedì 5 marzo 2013

I nemici intimi della democrazia



Tzvetan Todorov, I nemici intimi della democrazia, Milano, Garzanti, 2012, 248 pp., ISBN 978-88-11-60163-0

Fernand Braudel nel descrivere minuziosamente i mali e le contraddizioni del Sistema Imperiale Spagnolo, divideva i nemici della Corona in esterni e interni. I pericoli per la tenuta del Regno venivano tanto da fuori – i turchi ottomani – quanto dalla stessa periferia dell’Impero: ad esempio i Paesi Bassi.
Se è vero che la storia si ripete ciclicamente, possiamo dire che anche la democrazia – che almeno sulla carta è oggi la forma di governo ufficiale dell’Occidente e in particolar modo dell’Europa – è oggi minacciata da nemici. Se nel corso del Novecento questi nemici erano esterni, oggi sembrano invece essere proprio dentro di noi; a volte addirittura ne sono il volto pubblico, gli stessi rappresentanti ufficiali.
L’autore inizia il suo lungo excursus su libertà e democrazia partendo da Pelagio e Agostino, soffermandosi sul tema del male e del libero arbitrio, ma anche del peccato originale, della predestinazione e del ruolo dell’uomo nella società. I padri della Chiesa cristiana vengono citati non a caso, perché sono funzionali alla spiegazione dell’origine del messianismo, che – ben lungi dall’essere una visione del mondo obsoleta e strettamente connessa alla fede ebraico-cristiana –  si rivela invece una sorta di ideologia ciclica che ha attraversato tutte le fasi della storia dell’umanità, fino ad arrivare ai nostri giorni.
Tanto l’età medievale quanto quella moderna sono costellate da eventi che si ispirano a tale ideologia: dalle crociate alla conquista dell’America, l’idea prevalente – il fine che giustifica i mezzi – è sempre la stessa: imporre un modo “migliore” di vivere, esportare la civiltà, guarire i barbari dal male atavico dell’ignoranza e del peccato. Persino la Rivoluzione Francese si pone l’obiettivo di diffondere benessere e pace perpetui. Il punto è che, in nome di questo rinnovamento promesso dal messianismo, l’uomo si è reso autore di atroci stragi, contravvenendo al principio dell’uguaglianza universale. L’annientamento del nemico diventa, dunque, dovere morale: «la violenza non è camuffata, ma rivendicata» (p.49), la strategia del terrore è funzionale al fine.
Allo stesso modo si comporterà Napoleone. Gli oppositori sono barbari e vanno «civilizzati o fatti scomparire» (p.51), lo afferma già Condorcet senza alcuna esitazione. Da qui la sottomissione dell’India e dell’Egitto rispettivamente da parte dell’Inghilterra e di Napoleone e, più in generale, la conquista europea di Africa e Asia alla fine dell’ ‘800. Le razze superiori devono civilizzare quelle inferiori. Ecco, questo è il messianismo politico che si trascina, con effetti devastanti, fino a confluire negli anni bui dei totalitarismi del Novecento.
Todorov include il comunismo nei messianismi: l’idea comunista è che la storia ha una direzione prestabilita e immutabile. Sic stantibus rebus ogni azione legata a tale idea è legittima. Analizzando il Manifesto di Marx ed Engels, Todorov sostiene che, partendo dal postulato marxista dell’abolizione delle differenze – in quanto produttrici di conflitto – e, aggiungendovi la necessità di abolire la borghesia – in quanto incompatibile con la società – appare impossibile che ciò avvenga senza alcuno spargimento di sangue e cita, a rafforzamento della propria tesi, proprio quella parte del Manifesto in cui si dice che l’unico modo per poter trasformare la società è quello dell’ «abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente» (p.56).
Ma cosa accomuna il messianismo nato dalla Rivoluzione francese e quello comunista? Il primo si proponeva di portare la salvezza agli altri, il secondo è orientato verso l’interno: è una guerra civile, combattuta tra classi. Non si tratta in questo secondo caso (almeno nelle intenzioni) di sottomettere un paese a un altro paese, ma di diffondere le guerre civili per il raggiungimento dell’obiettivo. Todorov – che ha vissuto per 20 anni sotto il regime comunista – afferma di ricordare con orrore non tanto la privazione della libertà, quanto piuttosto il paradosso che «tutto il male [fosse] compiuto in nome del bene, giustificato da uno scopo presentato come sublime» (p. 62).
Dopo il crollo dell’U.R.S.S. e la fine della guerra fredda il nemico cambia, ma la tentazione del messianismo resta forte e si traduce nella necessità di liberare il mondo dal male imponendo la democrazia e i diritti con le guerre «democratiche» e «umanitarie» (p.63). A partire dal conflitto del 1999 in Iugoslavia, vari interventi armati sono stati sanciti dal cosiddetto «diritto di ingerenza»: intervenire cioè laddove vengono violati i diritti umani per portare la democrazia e punire i dittatori.
 La violazione dei diritti dell’uomo avviene però quotidianamente e in qualsiasi parte del globo, eppure la scelta di intervenire ricade sempre sui paesi i cui capi non sono amici politici e possono ostacolare gli interessi degli Stati “democratici” che hanno aderito alla dottrina del diritto di ingerenza. Inoltre le guerre in nome della pace fanno sempre più vittime di quanti civili si vogliano salvare con le guerre stesse e mai, in seguito all’intervento armato dalle forze “portatrici di pace e democrazia”, vi è stato un miglioramento dei diritti umani, anzi. Abu Grahib – solo per citare un esempio – ci parla di una tortura del nemico che assurge a norma, addirittura formulata nei manuali della CIA e dunque pianificata.
Malgrado gli interventi in Iraq, Afghanistan, Libia si siano dimostrati fallimentari e sebbene occupare paesi e torturare i dissidenti per combattere il terrorismo islamico (il nemico esterno) non ha fatto che peggiorare la situazione non solo dei paesi che hanno subito l’occupazione, ma anche di quelli che l’hanno praticata, i capi di Stato delle “democrazie occidentali”, continuano a considerare questo metodo giusto e necessario. Inoltre, in tempi di crisi economica devastante per l’occidente, queste guerre preventive e queste occupazioni costano alle popolazioni occidentali quantità di denaro smisurate. Perché allora impiegare somme di danaro così elevate, a fronte di risultati tanto deludenti? E qui ritorna il messianismo politico: per salvare l’umanità, dicono. Ma salvarla da chi?
É qui che iniziano le vere domande del saggio: perché cercare un nemico esterno quando i pericoli per la democrazia sono insiti in essa e ancor più pericolosi? Pensiamo per un attimo alla scienza, all’innovazione tecnologica: a seconda dell’uso che ne facciamo possono essere fonte di salvezza ma anche di distruzione. Abbiamo forse dimenticato Fukushima? Eppure in questo caso “l’atomo è stato usato a scopi pacifici” (p.136) anche se, nel caso delle centrali nucleari, i rischi coinvolgeranno almeno 800 generazioni future visto che la radioattività liberata può durare 24.000 anni (p.137) e coinvolgono, a volte, anche paesi che non hanno scelto di dotarsi del nucleare.
É la teoria della «seconda modernità» già ben esposta da Ulrich Beck: la scienza e il progresso nella prima fase hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita dei cittadini, oggi invece la scienza, con le stesse attività, può mettere in pericolo la vita umana. La scienza è nata per proteggerci dalla natura eppure le attuali politiche ambientaliste vogliono ritornare alla natura per salvare l’uomo dalle degenerazioni della tecnologia che sono, per così dire, l’incidente di percorso del profitto e del potere.  Non dimentichiamo infatti che il progresso tecnologico, oggi sottomesso al profitto ad ogni costo, riguarda anche l’esistenza stessa dell’uomo, il suo essere al mondo, il suo diritto alla vita e alla salute, come dimostrano, ad esempio, le attuali vicende legate all’ILVA di Taranto.
Neoliberismo di Stato, standardizzazione e flessibilità dell’organizzazione del lavoro contemporaneo, identificazione del pericolo nello straniero che sfocia negli attacchi, purtroppo recenti, alla società multiculturale (si consiglia, a tal proposito, la lettura dell’illuminante saggio di Slavoj Zizek sull’Europa e il razzismo)[1], l’assoggettamento della società all’economia: questi sono oggi i nemici interni della democrazia e sono più potenti di quelli esterni. Combatterli  è più difficile perché essi si richiamano allo spirito democratico e sono legittimati.
Siamo dunque passati dai totalitarismi del Novecento in cui lo Stato veniva messo al centro di tutto, all’ultraliberismo in cui è l’individuo ad essere tutto, anche a costo di distruggere la società stessa. Bisogna pertanto interrogarsi sulla libertà e la democrazia, ma anche sui loro limiti.
Le conclusioni del saggio sono amare: la nostra è una democrazia malata che, secondo Todorov, ha fallito tutti i suoi obiettivi. Il vero e sconvolgente problema è che la democrazia è affetta da una malattia autoimmune e, scoprire che il nemico è dentro di noi, rende lo scenario ancora più inquietante. Ma cosa fare a parte cedere alla tentazione della rassegnazione o ancor peggio del «nientismo»? (p.234)
É questa la domanda cui cerca di rispondere l’autore, soffermandosi sulla necessità estrema di coniugare individuo e collettività, perchè siamo «condannati a riuscire o fallire insieme». (p.240)

Alessandra Mangano











[1] S. Zizek, Un anno sognato pericolosamente, Ponte delle Grazie, traduzione di Carlo Salzani, pagg. 190 euro 15.

Io sono il Libanese



Giancarlo De Cataldo, Io sono il Libanese, Torino, Einaudi, 2012, 131 pp. (Stile libero BIG), ISBN 978-88-06-21109-7.

Chi non ha mai sentito parlare della Banda della Magliana, una delle più potenti organizzazioni criminali italiane, che negli anni settanta ha messo a soqquadro la capitale? Chi, soprattutto tra i più giovani, non avesse avuto la possibilità di approfondire la conoscenza a riguardo, è stato agevolato dal fortunatissimo Romanzo Criminale di De Cataldo, e ancor più dalla trasposizione cinematografica di Placido. Questi, in maniera abbastanza romanzata, raccontano le avventure del Libanese & Co., che – tra rapimenti, rapine e agguati – cercano di farsi largo all’interno della malavita di Roma e di comandarla. Io sono il Libanese, invece, si configura, secondo uno schema abbastanza collaudato, come il prequel: De Cataldo narra le avventure del Libanese, gli amori e i sotterfugi che lo hanno portato ad essere il capo della banda; il libro, quindi, si conclude dove invece comincia Romanzo Criminale, ossia nel momento in cui viene progettato il rapimento del Barone Rossellini.
Il romanzo ti trascina in mezzo alla strada della borgata romana, tra droga, prostituzione, armi e scazzottate, dove sembra prevalere la legge del più forte, dove non si guarda in faccia nessuno per sopravvivere, dove è sempre meglio stare sul chi va là e far buona faccia a cattivo gioco. Un testo che si fa leggere tutto d’un fiato: crudo, sfacciato e spietato.

Vincenzo Bagnera

1984



George Orwell, 1984, Milano, Oscar Mondadori, 1989, 322 pp. (Oscar classici moderni), ISBN 978-88-04-50745-1.

«Libertà è la libertà di dire che 2 + 2 = 4. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente».
Leggere 1984 è difficile. É difficile leggerlo senza riflettere e senza temere che fatti analoghi possano avverarsi. É difficile leggerlo senza pensare che in minima parte qualcosa dei fatti narrati si sia realizzato o si stia realizzando a nostra insaputa.
 Non è tanto il Grande Fratello televisivo degli ultimi anni a richiamare il Big Brother del romanzo (sebbene il nome del format televisivo sia ispirato al racconto di Orwell), ma l'onnipresenza di una struttura dell'informazione e della comunicazione nella vita odierna (si pensi ai social network, all'e-banking, la posta elettronica, l'e-commerce e quant'altro). E perché non Facebook? Facebook non è un Grande Fratello? Sicuramente Facebook non è l'unico. Esiste Google, esiste Twitter, esiste Wikipedia, che controlla la "conoscenza" (su Wikipedia vi invito a leggere il saggio di Miguel Gotor, L'isola di Wikipedia. Una fonte elettronica, in Prima lezione di metodo storico, a cura di Sergio Luzzatto, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 183-202). Questo discorso vale per tutti i social network. Sicuramente non c'è un solo occhio che osserva, ma migliaia sono spalancati e scrutano e sanno cosa fai, con chi sei, chi sei. E Facebook riesce a sapere anche cosa pensi, cosa ti piace, cosa organizzi il sabato sera e dove sei. Bene. Quello che è stupefacente – e qui Orwell è sufficientemente lungimirante (il romanzo è stato scritto nel 1948!) – è che nulla di ciò avviene sotto coercizione, ma è un processo mentale lento, che è difficile contrastare, perché indolore, silenzioso e apparentemente innocuo. L'unico modo per restare in guardia è leggere. L'unico modo per restare in guardia è non cedere alle esemplificazioni della realtà.
 É inutile commentare, bisogna leggerlo.

 P.S. C'è anche un po' di Big Brother in Beppe Grillo e nel Movimento 5 Stelle... "Vaffaday" come la "Giornata dell'Odio", Comunicati stampa ai giornalisti come Dizionario della Neolingua... Cose su cui riflettere...

 W Goldstein!

Piero Canale

Le due guerre



Gian Carlo Caselli, Le due guerre. Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia, postfazione di Marco Travaglio, Milano, Melampo Editore, 2010, 157 p., ISBN 978-88-89533-39-0.

Le due guerre di Gian Carlo Caselli sono quelle che ha combattuto durante la sua straordinaria carriera di magistrato: prima contro il Terrorismo storico degli anni settanta e, successivamente, contro la Mafia negli anni novanta del secolo scorso.
Caselli racconta. Racconta con stile sobrio e pulito i fatti di quegli anni. I fatti, non le opinioni. Narra i momenti salienti della lotta alle Brigate Rosse e a Prima Linea quando, da giovane magistrato, viene chiamato assieme ad altri valorosi colleghi, dal capo dell’Ufficio Istruzione della procura di Torino a occuparsi di quei crimini spacciati per gesti rivoluzionari, con a fianco un nucleo di carabinieri altamente preparato e specializzato come quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ci spiega anche del modo in cui quella guerra è stata vinta dallo Stato.
      All’indomani delle stragi del ’92 – in cui vengono massacrati i due giudici antimafia più importanti d’Italia e le rispettive scorte – Caselli chiede e ottiene di essere trasferito a Palermo per combattere la Mafia che aveva messo in ginocchio il Paese. Dopo l’apparente consenso iniziale però, la Procura da lui diretta si trova costantemente a essere delegittimata. Lo stesso Stato che ha sconfitto il terrorismo, non ha saputo (e voluto) combattere una lotta che – prima con Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino poi con il pool dello stesso Caselli – aveva dato risultati eccellenti nel contrastare la Mafia. 
Bisogna dare atto a Caselli della sua seria personalità: figura di magistrato inflessibile che applica la giustizia in modo intransigente e irreprensibile. Eppure la sua onestà e determinazione non sono riuscite ugualmente a risparmiargli malumori e polemiche, sia da destra che da sinistra.
 Ricorda ancora una volta come, il processo più importante da lui coordinato – il processo Andreotti – non si sia concluso con un’assoluzione, come molti sono convinti, ma con un accertamento dei fatti delittuosi dei quali questo era chiamato a rispondere, passati in prescrizione. Dunque reato COMMESSO ma prescritto!
In conclusione Caselli non perde occasione per lanciare, come sempre, parole di ottimismo:   «Non ci deve essere spazio per la rassegnazione, l’indifferenza, il disimpegno, il riflusso, se non addirittura il trasformismo e l’opportunismo, che oggi nel nostro Paese vanno purtroppo diffondendosi. Vivere il presente con radicalità significa anche essere capaci di critica argomentata e intelligente. Capacità critica significa allora saper rompere gli idoli della seduzione, l’idolo del consenso, l’idolo del potere, per lavorare invece a una comunità finalmente capace di rompere le ingiustizie. Ripartendo dalla Costituzione. È difficile ma possibile. Lo dimostrano ogni giorno i magistrati, i carabinieri e i poliziotti che nonostante tutto continuano a darci dentro. Lo dimostrano i ragazzi palermitani di Addio pizzo e i loro coetanei di Locri.» (p. 152-153). E tante altre testimonianze che «consentono di guardare al futuro con ottimismo» (p. 153).

Biagio Bertino

100 contemporary artists



Hans Werner Holtzwart (a cura di) , 100 contemporary  artists, Hong Kong et al., Taschen, 2012, 2 voll., 695 pp., (Taschen 25th Anniversary!), ISBN 978-3-8365-1491-0.

Non tragga in inganno il titolo di copertina in inglese, affiancato dai titoli paralleli in italiano, spagnolo e portoghese a sottolineare l’impostazione internazionale dell’opera: se le note dei risvolti e delle didascalie sono anglofone, il resto dei testi è trilingue, come è consuetudine della casa editrice. Nata per la specifica determinazione di Benedikt Taschen di produrre libri d’arte a costi contenuti, le opere della casa editrice Taschen hanno testi multilingue per la contemporanea diffusione in più nazioni, riuscendo ad abbattere così i costi di edizione.
La collana di grandi edizioni,  lanciata in ricorrenza del 25° anniversario nel 2005, è stata riproposta, senza soluzione di continuità, fino ad oggi. A tale collana appartiene quest’opera pregevole in due volumi di grande formato con sovraccoperta e cofanetto, pressoché interamente illustrata; in quasi 700 pagine propone una carrellata dei 100 artisti del XXI secolo che più si sono messi in luce, in rigoroso ordine alfabetico (I volume: A-H, pp. 1-335; II volume: L-Z, pp. 336- 695). L’impostazione è semplice: di ogni artista si fornisce in una pagina, il ritratto e una breve nota critica ripetuta nelle tre lingue, seguita da cinque pagine di immagini delle performances o delle opere. Agli artisti più celebri sono concesse un paio di pagine in più, ma la cura e la qualità grafica dell’impaginazione per tutti sono ottime. 
L’opera non vuole essere un manuale, ed è stato detto da altri che è un bel decoro da sfoggiare sul tavolino del caffè. Ma, a fronte della velocità sommaria delle note, vuol essere – ed è – uno zapping ora truculento, ora visionario o fantasmagorico, sul mondo dell’arte contemporanea che non persegue correnti, scuole regionali o percorsi logici.
Il primo volume è aperto da una Prefazione del curatore Hans Werner Holtzwart (pp. 7-9), che è autore anche del design dell’opera; il secondo volume reca in calce Biografie e pubblicazioni degli artisti (pp. 669-689), Ringraziamenti (p. 691) e Crediti fotografici (pp. 692-695).
Se si può comprendere la mancanza di note bibliografiche di riferimento per la velocità con cui procedono i volumi, resta però grave lacuna la mancanza della localizzazione delle opere nelle didascalie che le accompagnano.

Eloisia Tiziana Sparacino