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giovedì 5 dicembre 2013

Il buio e la luce. La mia vita e i miei film

William Friedkin, Il buio e la luce. La mia vita e i miei film, Milano, Bompiani, 2013, 558 pp., ISBN 9788845274442.

"Mi vuoi bene? Ti fidi di me?" - due domande che William Friedkin ha rivolto più volte a quegli attori che lo deludevano ciak dopo ciak. Esaurita la pazienza, Friedkin li chiamava, rivolgendo loro i due quesiti. Quelli che rispondevano positivamente venivano subito portati nella condizione artistica richiesta dal regista. Come faceva a convincerli in una manciata di secondi? Semplice: con un ceffone del tutto inaspettato. Uno schiaffo che li riportava indietro nel tempo, tirando fuori prima la vulnerabilità e poi la forza e riuscendo a finalmente a metterli "a fuoco".
I registi degli anni Settanta... non ce ne sono più così. Sono stati loro gli ultimi grandi autori selvaggi. Quelli pronti a sporcarsi le mani e combattere ogni battaglia contro nemici o anche amici, perfino disposti a uscire un po' di testa. Tutto pur di beneficiare la loro creazione. Bastano le prime venti pagine per capire che Il buio e la luce - autobiografia di William Friedkin - è uno dei libri dell'anno. Cinquecento pagine di puro piacere narrativo: la descrizione dell'ultimo periodo coraggioso del cinema made in USA, quello dal retrogusto amaro che fu oscurato poco dopo con l'arrivo dei sognatori hollywoodiani.
L'inizio della fine, è questo che il settantottenne Friedkin racconta, invitando il lettore alla scoperta del suo ego smisurato, quello di una persona tutt'altro che semplice, un uomo in grado di essere disgustoso e un minuto dopo adorabile. E viceversa. Uno che ha cominciato la sua carriera con un documentario che ha inchiodato l'opinione pubblica, salvando la vita a un condannato a morte per mancanza di prove schiaccianti. E che trent'anni dopo non ha avuto paura di affermare il suo supporto verso la pena capitale. Lo stesso uomo che ha diretto alcuni dei film più memorabili della storia del cinema: dal poliziotto fascistoide de Il braccio violento della legge (che trionfò agli Oscar) alla bambina posseduta la cui testa è in grado di ruotare a 360 gradi nel film più terrificante della storia del cinema.
Sono proprio i capitoli dedicati a L'esorcista la parte culminante del libro. L'amore a prima lettura del romanzo di William Peter Blatty e il successivo rapporto scontroso con quest'ultimo. La manipolazione dei produttori hollywoodiani con scenate estreme, e la profonda convinzione che non si tratti di un film horror sovrannaturale. Piuttosto una riflessione sull'esistenza del male.
Le chicche non mancano: dal primo provino con una Linda Blair più avanti mentalmente rispetto alla giovanissima età, ai dubbi artistici di Max Von Sydow, totalmente nel pallone prima di girare la scena madre. Peccato che Friedkin non menzioni i colpi di pistola sparati in aria sul set, allo scopo di terrorizzare gli attori all'improvviso. Forse è questo l'unico rammarico del libro, che il regista da una parte si avventuri verso la luce del titolo italiano, quella della determinazione e ossessione che lo hanno portato al suo status di grande autore, peccato però che a volte tralasci aspetti il "buio" della sua persona. Per fortuna questo non succede troppo.
Se al braccio violento della legge e all'esorcista sono dedicati la maggior parte dei capitoli, è forse la parte su Il salario della paura la più interessante. Quella scritta con più sofferenza, perché si tratta del film a cui tiene di più, lo stesso che gli rovinò la carriera. Quel remake di Vite Vendute di Clouzot. che scelse di dirigere all'indomani dell'esorcista - l'epoca in cui Friedkin aveva in pugno l'intera industria cinematografica statunitense - e che fu marchiato dalla critica come noioso e superficiale Lo sforzo creativo era stato enorme, ma bastarono un paio di righe su un quotidiano a calare la ghigliottina. Era la fine di un'epoca. Era arrivato Star Wars e il cinema non sarebbe più stato lo stesso: invece che avventurarsi ed esplorare l'oscurità, si mise a sognare con Spielberg e gli altri.
Friedkin non è certo un sognatore, piuttosto uno che con la sua macchina da presa riesce a portare avanti un discorso sull'esplorazione dell'identità filmando il punto in cui l'uomo può spingersi concretizzando i propri incubi. Ne vorremmo sapere molto di più, ma è inevitabile che il regista abbia dovuto fare delle scelte editoriali e ridurre a poche pagine i racconti sui suoi film "minori" – che poi minori non sono - (tra tutti Basta vincere o Cruising). Oltre cinquecento pagine che inchiodano gli amanti del cinema e portano a termine lo scopo ultimo di questo viaggio letterario: andare al più presto a recuperare i suoi film perduti o riscoprire e re-innamorarci di quelli che conosciamo già.


Pierpaolo Festa



giovedì 5 settembre 2013

Diceria dell'untore



Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore, Milano, Bompiani, 2008, 188 pp., 978-88-4529-152-4.

Il libro descrive la vita di alcuni degenti di un sanatorio che appaiono subito come  condannati in attesa di esecuzione. Ammalati e medici vivono ciascuno la propria parte, reagendo all’atmosfera cupa dominante nel nosocomio.
Basato su un’esperienza autobiografica dello scrittore, viene presentata al lettore una prospettiva originale, con un insolito cast di personaggi: un giovane soldato malato di tisi, una ballerina e il primario chiamato “il Gran Magro”. In un sanatorio della Conca d’Oro, nella Sicilia occidentale, amministrato da un primario nobile e alcolizzato, viene descritta un’atmosfera noir, se non fosse per il profumo degli aranci e per il chiarore del sole della Sicilia. Una sentenza dolorosamente sospesa, che non lascia alla speranza che una possibilità di sopravvivenza su tre. Tra la ballerina e il soldato scaturisce un amore senza futuro, ostacolato dalla gelosia del Magro e dalla sorveglianza ferrea che la guarnigione di monache amministra a presidio di una rigorosa segregazione. La condizione del malati è un segno di sofferenza o di privilegio, un indizio di diversità, di estraneità alla vita, ai suoi modesti e prosaici valori. Il binomio arte-malattia diviene in Bufalino una categoria estetica, il metro di giudizio con cui misurare l’atteggiamento dello scrittore di fronte alla vita, il suo modo di accertarne la diagnosi. Il senso della vita, sentita dunque come una irreparabile malattia, è uno dei punti di forza della poetica bufaliniana. Bufalino parte da una condizione squisitamente autobiografica della malattia, ma leopardianamente ne supera i confini elevando la sua condizione di malato e quindi di diverso, alla dimensione dell’arte, nel senso più ampio del termine.
«…non sono felice e mi chiedo perché. Forse questa consunzione che porto nella carne mi va guastando anche l’anima» [p. 71]. Gran costruttore di personaggi, ispiratore di atmosfere incantate, tratta i fatti oggettivi come favola, senza stancarsi, tuttavia, di ragionare sulle cose; e allora la meditazione scava negli oggetti e nelle figure imboccando la via della meraviglia.
Gesualdo Bufalino ebbe riluttanza a pubblicare, infatti diede alle stampe il suo primo libro a sessant’anni, dopo una lunga opera di convincimento da parte di Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia. Nel 1981 l’opera esplode immediatamente in tutto il suo valore e si trasforma in un caso letterario che culmina con l’assegnazione del Premio Campiello. Il suo primo editore è sempre Sellerio ma rotti gli indugi, l’autore comisano, intrattiene collaborazioni anche con Einaudi e Bompiani. Autore di saggi, poesie, romanzi e traduzioni, Bufalino di volta in volta affronta i suoi temi più cari elevandoli a dignità letteraria, tramite uno stile alto, ricco di metafore, ossimori e simboli.

Biagio Bertino



mercoledì 20 marzo 2013

Globalmafia



Giuseppe Carlo Marino, Globalmafia. Manifesto per un'internazionale antimafia, con un contributo di Antonio Ingroia, Milano, Bompiani, 2011, 413 pp., (Tascabili Bompiani, 427), ISBN 9788845266652.

Giuseppe Carlo Marino, ordinario di storia contemporanea, pubblica nel 2011 per la Bompiani, Globalmafia. Manifesto per un'internazionale antimafia. L'intento dello studioso è di dare un chiaro contributo nella definizione di cos'è la mafia oggi. L'elevato numero di pubblicazioni sulla mafia e la nascita di un vero e proprio filone letterario sull'argomento hanno creato non poche confusioni interpretative e giudizi spesso superficiali. L'autore invece, che già nel 1964 scriveva di mafia (L'opposizione mafiosa), cerca di fare ordine e di dare un'identità a un fenomeno, che già da qualche tempo ha varcato i confini nazionali e che ha assunto connotati internazionali e globali, adattandosi pienamente e con successo alle trasformazioni dell'economia mondiale.
In un mondo in cui l'economia è sempre più avvitata alla politica, il malaffare trova terreno fertile per proliferare. La mafia si modernizza: unisce interessi vecchi (racket, stupefacenti, prostituzione ecc.) e interessi nuovi, in cui banche compiacenti e dinamiche finanziarie internazionali giocano un ruolo fondamentale nel riciclaggio di "denaro sporco".
L'analisi di Marino ci mostra come, di fatto, una Internazionale mafiosa esista, prosperi e trovi ferreo sostegno nell'andamento «criminale della politica che ormai appare quasi 'fisiologico' in numerose aree del mondo» (p. 89). La globalmafia è anche l'esito dell'unione delle varie forme di criminalità organizzata e della «sporca finanziarizzazione» determinata dalle varie forme di economia illegale e politica corrotta, alle quali si aggiunge il sostegno delle politiche neoliberali che propugnano la liberalizzazione totale dei «movimenti economici e finanziari, dei movimenti transnazionali umani e commerciali» (p. 80). Non è un caso che le attività più redditizie della mafia siano quelle che prevedano i traffici internazionali di denaro, stupefacenti, rifiuti e vite umane.
Il libro non si limita a una descrizione attenta e puntuale della mafia. Nella seconda parte, come appunto indica il sottotitolo, Marino invita le società civili dei paesi in cui è forte e necessario l'impegno nella lotta alla mafia a costituire una Internazionale antimafia, una contro-egemonia forte di un'alleanza globale, in grado di «disarticolare l'egemonia [mafiosa] e di colpirla nei suoi gangli vitali» (p. 133). «Infatti, quel che comunque urge a tutti i costi – scontando le difficoltà spesso proibitive da affrontare – è intanto restaurare e rilanciare nella cultura e nella dinamica sociale la dialettica tra l'utopia e la realtà. In tale dialettica, l'obiettivo strategico della contro-egemonia è impedire che i ceti dominanti corrotti e corruttori (quale che sia la loro inedita morfologia nazionale-internazionale) continuino nel loro astuto gioco mafioso, inventato dai baroni siciliani, di utilizzare l'offerta di "legalità" formale promossa dagli ordinamenti statali per alimentare le pratiche di sostanziale illegalità del loro dominio» (p. 141).
Nella grande comunità della società civile internazionale – secondo l'autore – un ruolo importante deve essere necessariamente svolto dai sindacati dei lavoratori, poiché è importante per la lotta alla mafia, ripartire dalla dignità, dai valori e dai diritti del lavoro, «troppo spesso umiliati, conculcati e travolti» (p. 141).
Rispetto a molti libri che invitano alla riflessione o si concludono rimarcando le difficoltà di chi lotta contro la mafia, Globalmafia ha il merito di lanciare un momento propositivo e di lasciare uno spiraglio: quello dell'utopia. Il «dio ignoto» – così l'autore chiama l'utopia – è forse l'unica vera forza cui affidarsi e in cui sperare nella costruzione di una «piattaforma di valori e di fini condivisi sui quali fare avanzare la civiltà del nuovo millennio. Al di là dell'impegno ambiguo per un'ambigua e improbabile 'legalità', e al di là di ogni pur meritoria lotta contro la cosiddetta criminalità organizzata, è questa la missione storica di portata generale alla quale è chiamata l'Internazionale antimafia» (p. 156).
La Postfazione (pp. 189-208) è affidata ad Antonio Ingroia, che ripercorre le vicende del pool antimafia dagli anni Ottanta a oggi e le scelte politiche e legislative che negli ultimi decenni sono state adottate per contrastare il fenomeno mafioso. Il suo contributo si conclude esortando a una «presa di impegno globale che possa fare realisticamente ipotizzare anche istituzioni globali per il contrasto a livello globale del crimine organizzato. Una sorta di procura globale antimafia sul modello della procura nazionale antimafia italiana» (p. 208).
Il volume è dotato di un'ampia appendice in cui sono riportate la Dichiarazione universale dei diritti umani (pp. 211-221); la Convenzione internazionale sull'eliminazione di discriminazione razziale (pp. 222-246); la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale (pp. 247-306); la Convenzione Onu sulla corruzione (pp. 307-399).
Si segnala anche un ottimo apparato di note e di riferimenti bibliografici.
Consiglio la lettura di questo libro per la sua chiarezza e per la sua valenza propositiva.

Piero Canale



martedì 5 febbraio 2013

La rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba



Tahar Ben Jelloun, La rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba, Milano, Bompiani, 2011, 140 p., ISBN 978-88-452-6774-1.

Che fine ha fatto la primavera araba? Quello straordinario movimento di ribellione spontanea è davvero riuscito a liberare le popolazioni che hanno deciso di porre fine alle vessazioni e alla dittatura? È questa la domanda cui cerca di dare risposta Tahar Ben Jelloun in questo libro. L’analisi iniziale è di assoluta condanna nei confronti dei dirigenti arabi. Tunisia, Marocco, Yemen, Algeria, Egitto, Libia: Stati diversi, accomunati da politici che hanno confuso il paese con casa loro, e disposto dei beni e dei cittadini come se fossero proprietà privata.
Repressioni, arresti indiscriminati, torture, servizi segreti. Non è un mistero che Mubarak, Ben Ali, Gheddafi non brillassero per rispetto della democrazia e dei diritti umani. Eppure l’Europa, in più occasioni, ha deciso di chiudere entrambi gli occhi perché è preferibile il silenzio assenso a tutela degli accordi economici e dei grossi affari che potevano garantirle i capi di stato arabi. Per fare un solo esempio, l’Italia è il secondo partner commerciale della Tunisia dopo la Francia e il terzo investitore straniero: l’ENI investe in Tunisia. Ufficialmente però la giustificazione dei ministri degli esteri di molti paesi europei è che questi governi servono a scongiurare il pericolo di una repubblica islamica stile Iran.
Ma davvero  l’unica alternativa possibile è la scelta tra dittatura e integralismo islamico?
Sebbene Ben Jelloun sia scettico riguardo all’ipotesi di un ritorno al potere degli integralisti, i fatti recenti purtroppo ci dicono il contrario. Basti guardare a cosa è accaduto in Egitto dopo le rivolte e il trionfo dei Fratelli Musulmani, o a ciò che sta accadendo in Libia, dopo l’eliminazione del colonnello Gheddafi e della sua famiglia, oppure all’Algeria dove sono ancora brucianti le ferite per la strage di In Amenas. L’Egitto, un tempo «faro della cultura e della civiltà araba» [p.21], si è trasformato in un paese spaccato dove, appena un mese fa, il 64% della popolazione – pur tra mille proteste e denunce di brogli – ha votato un referendum che introduce una costituzione filoislamista.
È vero che quelle rivoluzioni – che l’autore definisce «una poesia che sgorga dal cuore di un poeta che scrive sotto dettatura della vita, che si ribella e vuole giorni migliori» [p. 15] – sono state determinanti poiché sono riuscite a rovesciare regimi oppressivi; ma è altrettanto vero che non sono state affatto risolutive per i problemi reali dei paesi in cui si sono verificate. Non si tratta di sposare tesi complottistiche riguardo ai rivoluzionari, o di chiedersi provocatoriamente chi li ha armati e a che scopo. Si tratta di registrare un fatto indiscutibile (in quei paesi è scoppiata la guerra civile) e di chiedersi il perché sia accaduto.
Il testo non si occupa, se non marginalmente, di questioni cruciali per tutto il mondo arabo: la soluzione dell’annoso conflitto israelo-palestinese in primo luogo; i rapporti tra Stati Uniti e Israele e i condizionamenti che questi rapporti determinano nelle relazioni tra occidente e mondo arabo.
Il libro ci racconta la tendenza da parte dei popoli arabi a sviluppare il bisogno di un «padre carismatico e autoritario, unificatore e onnipresente» [p. 90] ma anche la propensione alla frammentazione dei vari paesi arabi che tanto ricorda – seppur per aspetti diversi – quella dei popoli europei. Peccato però che tutto venga soltanto citato e mai approfondito.
Il testo comunque potrebbe essere utile a quanti necessitassero di un quadro generale relativo alla situazione di Egitto, Tunisia e Libia prima delle rivoluzioni del 2010-2011.
                                                    
Alessandra Mangano