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mercoledì 20 marzo 2013

Palermo: gli splendori e le miserie l'eroismo e la viltà



Antonio Ingroia, Palermo: gli splendori e le miserie l'eroismo e la viltà, Milano, Melampo Editore, 2012, 166 pp., ISBN 978-88-89533-52-9.



Quando si parla di Antonio Ingroia non possiamo scindere il suo percorso di vita civile da quello professionale. Quest’ultimo è stato segnato dalla conoscenza diretta di due eminenti uomini, conterranei ed al servizio dello Stato, che hanno forgiato le coscienze della Sicilia, valicando i confini della Nazione: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Paolo Borsellino è stato maestro e mentore della formazione professionale di Antonio Ingroia e ha reso ancora più consapevoli e tenaci i principi che il giudice aveva assimilato, sin da giovane, nel suo percorso adolescenziale: la ricerca della verità, dapprima alimentata con letture di approfondimento sul fenomeno mafioso siciliano – da Sciascia ad Arlacchi – ed in seguito arricchita dalla frequentazione del centro studi Peppino Impastato, ove forte era l’evidenza dell’Antimafia.

La continuità con il suo modo di essere è evidenziata da alcune azioni dei suoi maestri professionali, una in particolare: quando Paolo Borsellino – in occasione della confessione del pentito di mafia Calcara, venuto a conoscenza che alcuni dei suoi giovani sostituti erano entrati nel mirino delle cosche mafiose – decide di assegnare in dotazione al più esposto giovane Ingroia, allora trentenne, una delle sue auto blindate e, da oculato osservatore, lo stesso giudice confessa a  Ingroia di ritenersi quasi fortunato per avere vissuto più anni di libertà rispetto a lui, che sta invece iniziando a vivere la vita blindata precocemente.

Da quel passaggio la vita di Ingroia si è tracciata e concretizzandosi in una costante lotta contro il crimine organizzato.

Definito il “pupillo di Paolo Borsellino”, è sempre in prima linea ad istruire processi a personaggi noti e altri definiti “colletti bianchi”: dal sequestro De Mauro, al caso Rostagno, ai processi Contrada e Dell’Utri ed in ultimo quello sulla Trattativa Stato-Mafia; processi che lo hanno spesso reso oggetto di critiche particolari e lo hanno sottoposto ad una continua esposizione pro e contro le azioni intraprese.

La sua indole è, di certo, segnata dagli avvenimenti criminosi, quali la strage in cui sono stati trucidati Paolo Borsellino e i valorosi servitori dello Stato che tentavano di proteggerlo. Sicuramente da allora qualcosa è cambiato.

Oggi nel mezzo del cammino della sua vita, molto travagliata e vissuta nell’interesse della società, è stato costretto a eliminare buona parte del suo privato e di quelle cose che molte persone ritengono normali.

Di recente, inoltre, ha deciso di intraprendere un percorso professionale e di vita apparentemente diverso. L’occasione è stata colta da molti per muovergli critiche, ed attribuire a tale gesto valore di resa. Chiaramente ha scelto quello che un uomo consapevole e coerente decide di fare nella vita: approfondire e continuare la sua azione di servizio verso lo Stato.

Ha coinvolto negli anni tanta gente, movimenti e rappresentanti della società civile, e ha  molto sperato di trascinarli in quella lotta che ha definito “Rivoluzione Civile”. Per la particolare condizione sociale in cui verte l’Italia in questo momento, il movimento non ha avuto il riconoscimento atteso ma, al contrario, ha mancato l’obiettivo che si era prefisso in partenza, anche se di sicuro ha inciso scuotendo le coscienze di molti italiani.

È innegabile che il contributo dato in magistratura e quello che potrebbe dare nella società civile è un patrimonio che non deve essere perduto. Eroi e servitori dello Stato non sono solo quelli cancellati a forza dalla violenza, ma anche quelli che con i fatti, e non con le sole parole, hanno inciso ed incidono per il miglioramento del presente, che da domani sarà letto come Storia.

Fra le sue opere sono ricorrenti analisi, opinioni, esperienze, trattati di criminalità, sociologia e avvenimenti che oggi possono essere consegnati alla Storia; per elencarne qualcuna: L’associazione di tipo mafioso, Milano, Giuffrè, 1993; L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo, con Gian Carlo Caselli, Milano, Feltrinelli, 2001; C’era una volta l'intercettazione. [La giustizia e le bufale della politica. Lo strumento d'indagine, la sua applicazione per i reati di mafia e i tentativi d'affossamento], Viterbo, Stampa Alternativa, 2009; Nel labirinto degli dei. Storie di mafia e di antimafia, Milano, Il Saggiatore, 2010; Palermo. Gli splendori e le miserie. L'eroismo e la viltà, Milano, Melampo, 2012; Io so, con Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Milano, Chiarelettere, 2012; Il sentimento del giusto. Un dialogo nel tempo con Paolo Borsellino, Milano, Il Saggiatore, 2012.

In questo scritto Antonio Ingroia, nato a Palermo nel 1959, prova a raccontare parallelamente la terra di cui si sente pianta di seme naturale ed etnico, e quanto accaduto e accade nel resto d’Italia; tenta di raccontarsi in quelle sue piccole azioni private e di vita pubblica in magistratura, a partire dall’inizio della sua carriera come uditore giudiziario sin dal 1987.

Racconta la casualità della sua esperienza professionale, determinata da un susseguirsi d’eventi che a qualsiasi persona apparirebbero surreali, ma che lui riesce a circoscrivere e descrivere con una naturalezza tale da rendere la sua storia uguale a quella di un qualsiasi giovane. Da lì a poco la vita di un ventenne che guarda al futuro con semplici prospettive, muta orizzonte a causa di una catena di vicende che, consapevolmente, comprende ed accetta. Vive la professione agli inizi come allievo di quella gente più esposta ed in vista, gente il cui scopo è l’impegno di riscattare la Sicilia e depurarla da tutte le sue ramificazioni, da tutte quelle scorie che ne intristiscono e cambiano i meccanismi, quella terra spesso definita un piccolo paradiso terrestre che alle volte fiorisce, ma che mai è riuscita a risplendere di luce propria. Espone un’analisi di fatti ed azioni in un contesto sociale e nazionale che spesso riportano in Sicilia, in particolare nel territorio palermitano.

Segnatamente descrive le diverse sfaccettature della società palermitana: ora società di apparenze; ora società quasi impossibile da immaginare se non la si conosce dall’interno e che emerge con il racconto minuzioso di fatti, accadimenti, prove, congiure, stragi, uomini e società schierati apertamente per la illegalità; ora come lotta per la legalità e per il riscatto di una terra perennemente dominata; ed infine come società pericolosa che lotta contro tutti, anzi è in guerra con tutti, costretta a convivere con chi vuole il cambiamento, e si fa forte nel contrasto con la strategia del braccio armato e stragista.

Andando avanti nella lettura, si comprende come a contrastare inizialmente questa società, “onorata”, tutelata, nascosta – “Cosa nostra” o, più comunemente, “mafia” – siano stati singoli individui con un profondo senso del dovere e della legalità; successivamente, in modo lento e graduale, queste singole persone iniziano ad aumentare, anche se rimangono in pochi di “qualità”.

Il racconto – oltre ad alcuni fatti personali e quotidiani – è un susseguirsi di vicende accadute che vanno dal periodo definito “sacco di Palermo”, passando attraverso la “primavera palermitana” e lo scontro frontale Stato-Mafia, fino al risveglio del popolo palermitano, per il quale a un certo punto, attendere la soluzione dai tutori e servitori dello Stato non è più sufficiente, ma è altresì necessario mostrare la propria faccia e schierarsi.

Volume molto ben redatto e che riscontra indubbiamente pareri più che positivi; Ingroia coinvolge il lettore, con un linguaggio chiaro e scorrevole nelle vicende, appassionandolo e facendogli raggiungere una consapevolezza che sembra materializzarsi nel giardino della porta accanto, mentre si ascolta il racconto di un vecchio saggio seduto al tavolo di un bar, nel pomeriggio arido ed assolato tipico della nostra Sicilia.

Una testimonianza che ciascuno dovrebbe leggere almeno una volta nella vita, soprattutto coloro i quali decidono fermamente di mettersi al servizio della “cosa pubblica”.

Per chi questi tempi li ha vissuti ed ha seguito con desiderio tale cambiamento, questo libro mantiene vivi la memoria per non dimenticare e lo spirito per continuare a credere in un cambiamento, mentre suscita, in chi non era ancora nato o non ha voluto sapere, una sensazione di risveglio della coscienza ed uno spunto per comprendere che, forse, questo cambiamento è davvero possibile.



Vito Passantino




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