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martedì 5 novembre 2013

Pier Paolo Pasolini (a cura di Alessandra Mangano)

È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita, l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…
[Dalla raccolta Versi dal paese dell’anima, a cura di Nicola Crocetti, introduzione di Cesare Segre, 2012]


Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo del 1922. Durante la sua infanzia si sposterà frequentemente in diverse città, a causa della carriera del padre, ufficiale di artiglieria. Tuttavia, i momenti determinanti della sua infanzia si svolgono a Casarsa (in Friuli) dove il contatto con la natura, la semplicità dell’esistenza e i rapporti genuini avranno successivamente, su Pasolini adulto e scrittore, un impatto di notevole rilevanza.

“Sono uno che è nato in una città piena di portici nel 1922. Ho dunque quarantaquattro anni, che porto molto bene; mio padre è morto nel ’59, mia madre è viva. Piango ancora, ogni volta che ci penso, su mio fratello Guido, un partigiano ucciso da altri partigiani, comunisti sui monti, maledetti, di un confine disboscato con piccoli colli grigi e sconsolate prealpi.” [Poeta delle ceneri]

Durante gli anni dell’Università collabora con diverse riviste, tra cui Il Setaccio della Gil (Gioventù Italiana del Littorio, nda) di Bologna, e pubblica la sua prima opera: la raccolta di poesie in dialetto friulano dal titolo Poesie a Casarsa.

“Fontana di aga dal me paìs
A no è aga pì fres-cia che tal me paìs
Fontana di rustic amòur”(Fontana d’acqua del mio paeseNon c’è acqua più fresca che al mio paeseFontana di rustico amore) [Poesie a Casarsa]

In seguito alla cattura del padre, avvenuta per mano degli inglesi nel corso della guerra in Africa Orientale, Pier Paolo insieme con la madre e il fratello, si trasferisce a Casarsa dove, assieme ad alcuni amici, fonda nel 1945, l’Academiuta di lengua furlana.
Non sono anni facili: il fratello, arruolatosi come partigiano nella divisione Osoppo, viene ucciso da un gruppo di partigiani comunisti legati agli sloveni. Il padre, dopo il ritorno dall’Africa, vive in un continuo stato di depressione.
Dopo la laurea Pasolini aderisce al Partito Comunista Italiano e inizia la carriera di insegnante presso la scuola media di Valvasone a Casarsa.

“Come sono diventato marxista? Ebbene…andavo tra fiorellini candidi e azzurrini di primavera, quelli che nascono subito dopo le primule, e poco prima che le acacie si carichino di fiori, odorosi come carne umana, che si decompone al calore sublime della più bella stagione – e scrivevo sulle rive di piccoli stagni che laggiù, nel paese di mia madre, con uno di quei nomi intraducibili si dicono ‘fonde’, coi ragazzi figli dei contadini che facevano il loro bagno innocente (perché erano impassibili di fronte alla loro vita mentre io li credevo consapevoli di ciò che erano) scrivevo le poesie dell’ ‘Usignolo della Chiesa Cattolica’, questo avveniva nel ’43: nel ’45 ‘fu tutt’un’altra cosa’. Quei figli di contadini, divenuti un poco più grandi, si erano messi un giorno un fazzoletto rosso al collo ed erano marciati verso il centro mandamentale, con le sue porte e i suoi palazzetti veneziani. Fu così che io seppi ch’erano braccianti, e che dunque c’erano i padroni. Fui dalla parte dei braccianti, e lessi Marx". [Poeta delle ceneri]

Nel 1947, accusato di corruzione di minori e di atti osceni in luogo pubblico, viene licenziato e, contemporaneamente, espulso dal PCI. Sebbene i vari processi a cui verrà sottoposto lo scagioneranno totalmente, lo scrittore è costretto a trasferirsi a Roma assieme alla madre, per sfuggire alla costante persecuzione cui è soggetto a causa della sua omosessualità.

Malgrado voi, resto e resterò comunista, nel senso più autentico di questa parola” [Risposta alla Federazione di Udine dopo l’espulsione]

Quelli di Roma sono anni fondamentali: la vita nelle borgate, a contatto col popolo delle periferie urbane e del sottoproletariato, costituirà l’humus nel quale germoglieranno le sue più grandi opere letterarie e cinematografiche. L’incontro con il regista Sergio Citti sarà, in tal senso, di grande importanza per Pasolini.

“A Roma, dal ’50 a oggi, Agosto del 1966, non ho fatto altro che soffrire e lavorare voracemente. Ho insegnato, dopo quell’anno di disoccupazione e fine della vita, in una scuoletta privata, a ventisette dollari al mese: frattanto mio padre ci aveva raggiunto e non parlammo mai della nostra fuga, mia e di mia madre. Fu un fatto normale, un trasferimento in due tempi. Abitammo in una casa senza tetto e senza intonaco, una casa di poveri all’estrema periferia, vicino a un carcere. C’era un palmo di polvere d’estate, e la palude d’inverno. Ma era l’Italia, l’Italia nuda e formicolante, coi suoi ragazzi, le sue donne, i suoi “odori di gelsomini e povere minestre”, i tramonti sui campi dell’Aniene, i mucchi di spazzature: e, quanto a me, i miei sogni integri di poesia. Tutto poteva, nella poesia, avere una soluzione. Mi pareva che l’Italia, la sua descrizione e il suo destino, dipendesse da quello che io ne scrivevo, in quei versi intrisi di realtà immediata, non più nostalgica, quasi l’avessi guadagnata col mio sudore.” [
Poeta delle ceneri]

Sarà l’uscita del romanzo Ragazzi di vita, nel 1955, a consegnare Pasolini alla fama, seppure in seguito a diversi ostacoli, tra cui annoveriamo un processo per pornografia, dal quale verrà nuovamente assolto. Negli anni Cinquanta l’impegno dello scrittore si dividerà tra la scrittura, la sceneggiatura e l’attività sociale e politica. Nel 1955 fonda, insieme con Francesco Leonetti e Roberto Roversi, il fascicolo bimestrale di poesia dal titolo «Officina»; partecipa al dibattito interno al PCI, collabora col settimanale comunista «Vie nuove» mentre pubblica altre due opere: la raccolta di poesie Le ceneri di Gramsci e il romanzo Una vita violenta, rispettivamente nel 1957 e nel 1959.

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro di te; con te nel cuore, in luce, contro te nelle buie viscere del mio paterno stato traditore – nel pensiero, in un’ombra di azione – mi so ad esso attaccato nel calore degli istinti, dell’estetica passione; attratto da una vita proletaria a te anteriore, è per me religione la sua allegria, non la millenaria sua lotta: la sua natura, non la sua coscienza: è la forza originaria dell’uomo, che nell’atto s’è perduta, a darle l’ebbrezza della nostalgia, una luce poetica: ed altro più io non so dirne, che non sia giusto ma non sincero, astratto amore, non accorante simpatia… come i poveri povero, mi attacco come loro a umilianti speranze, come loro per vivere mi batto ogni giorno. Ma nella desolante mia condizione diseredato, io possiedo: ed è il più esaltante dei possessi borghesi, lo stato più assoluto. Ma com'io possiedo la storia, essa mi possiede; ne sono illuminato: ma a che serve la luce?[...]

[Le ceneri di Gramsci, in Le ceneri di Gramsci]

L’impegno di Pasolini come regista ha inizio invece negli anni ’60 con l’uscita del film Accattone (1961). Molti dei suoi film finiscono per suscitare scandali e polemiche, ma il cinema porta a Pasolini una fama ancora maggiore tanto che, a partire dagli anni ’60, molte delle sue opere verranno tradotte in diverse lingue. Sono gli anni dei viaggi in Africa e nei paesi islamici che Pasolini, spesso, fa in compagnia di Moravia. Stringe una sincera amicizia con la cantante lirica Maria Callas, protagonista del suo film Medea (1969) e intrattiene un’importante relazione con Ninetto Davoli, un ragazzo di periferia che Pasolini trasforma in attore brillante dei suoi film.
Polemizza con la neoavanguardia con la quale dissente totalmente e nel ’68 anche col movimento studentesco. Famosa ormai la sua poesia dal titolo Il PCI ai giovani!!! nella quale l’intellettuale difende i poliziotti, di origine proletaria, contro gli studenti, considerati borghesi e figli di papà.

È triste. La polemica contro il PCI andava fatta nella prima metà del decennio passato. Siete in ritardo, figli, e non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle Università) il culo. Io no, amici. Avete facce da figli di papà buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano […]
[La poesia, un frammento da Il PCI ai giovani!]

Le rubriche di attualità e critica letteraria degli anni ’70 – ricordiamo ad esempio Caos che noi stessi abbiamo recensito lo scorso settembre – sono di una straordinaria attualità, di lucida critica e feroce ironia.
In polemica col PCI si avvicina al Partito Radicale e scrive la sceneggiatura del suo ultimo film Salò e le 120 giornate di Sodoma che fece, ancora una volta, scalpore. La notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 Pasolini viene assassinato da un diciassettenne all’idroscalo di Ostia. Sull’efferato omicidio sono stati scritti diversi saggi tra i quali ci sembra doveroso menzionare Profondo Rosso, di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, edito nel 2009 da Chiarelettere. Nel 1995 il regista Marco Tullio Giordana presenta alla 52a Mostra internazionale d’arte cinematografica a Venezia, il film Pasolini, un delitto italiano, che ricostruisce le fasi del processo a Pino Pelosi, esecutore materiale del delitto.
Come abbiamo già accennato, gli anni dell’infanzia trascorsi a Casarsa saranno fondamentali per il futuro letterario di Pasolini. In quel periodo trascorso a contatto con la natura, infatti, inizia la ricerca sul dialetto friulano il cui uso, da parte dell’autore, è ricco di significati e di simboli: il dialetto della madre è la migliore lingua per esprimere la natura incontaminata e la purezza del mondo contadino. L’opera di Pasolini è tutta costellata dal feroce dualismo tra quest’ultimo e la civiltà borghese e capitalista. In tale prospettiva, dunque, la scelta di una lingua pura, come il dialetto, serve ad esaltare il mondo della semplicità e del lavoro, dell’umiltà e della fatica, in contrapposizione a quello, ormai rovinato del benessere e del consumo, per descrivere il quale è sufficiente utilizzare il registro linguistico tradizionale, già contaminato dal capitalismo. Le prime poesie risentono particolarmente del realismo ottocentesco e specialmente di Pascoli, il quale peraltro è oggetto della tesi di laurea di Pasolini. Da altre poesie più tarde verranno fuori influssi di autori come Saba, Bertolucci e Caproni.

Così il dialetto è la più umile e comune maniera di esprimersi; è solo parlato e a nessuno viene in mente di scriverlo. Ma se quell’idea venisse in mente a qualcuno? Voglio dire l’idea di usare il dialetto per esprimere i propri sentimenti, le proprie passioni? Non certo, tenetevelo bene a mente, per scrivere due o tre bazzecole per far ridere, o per raccontare due o tre vecchie storielle del proprio paese (perché allora il dialetto resta dialetto e finisce lì), ma con l’ambizione di dire cose più elevate, difficili magari…”

[Stroligut di ca’ de l’aga]

Le ceneri di Gramsci resta, comunque, l’opera poetica principale di Pasolini: si tratta di una feroce quanto lucida riflessione morale sulla vita sociale italiana degli anni Cinquanta, racchiusa in poemetti costruiti in terzine, con un chiaro riferimento allo stile di Pascoli.
La poesia deve avere per Pasolini un fine pratico, deve cioè, farsi strumento di promozione del cambiamento sociale e politico. Per questa ragione molti hanno visto nelle sue ultime raccolte in versi, un ‘allentamento dell’impegno stilistico’ in virtù, invece, di una maggiore polemica contro il presente e le sue contraddizioni. Il vero intellettuale per Pasolini non è chi cede al compromesso col potere, ma chi ha il coraggio di utilizzare le proprie qualità artistiche per denunciare il marcio. La bellezza non può più essere “cantata” perché l’hanno depredata e violentata. Far finta che non sia così e lasciarla protagonista della scrittura, diventa mero esercizio retorico. Bisogna invece descrivere le metropoli degradate e affamate, il brutto che trabocca copiosamente da esse, la disperazione e la fame, la povertà e la solitudine.
Pasolini inizia a scrivere presto, spinto dalla necessità di fare i conti con la sua vita, le sue aspirazioni, le delusioni, i sensi di colpa. Le sue opere narrative della giovinezza – Amado mio, Atti impuri – usciranno postume nel 1982. La meglio gioventù, che si rifà fortemente all’esperienza neorealista, è del 1949 ma verrà pubblicata soltanto nel 1962.
È il mondo del sottoproletariato urbano che interessa particolarmente l’autore: quell’autenticità popolare che spesso si traduce anche in esperienze estreme, disperate e in veri e propri atti teppistici, contraddistingue quasi tutta la produzione letteraria degli anni ‘50 e ‘60. Le borgate romane fanno da sfondo a diverse raccolte di racconti e romanzi: Alì dagli occhi azzurri (1965), Ragazzi di vita (1955), Una vita violenta (1959). Per quanto la spontaneità dei protagonisti rimandi alla genuinità dei paesaggi e dei personaggi di Casarsa, a quel mondo incontaminato e autentico, in questi romanzi la drammaticità delle esistenze, la disperazione, la tragicità delle condizioni di miseria e fame allontanano i personaggi dalla purezza del mondo contadino friulano. In questo caso, l’uso del dialetto, serve a rappresentare in maniera più compiuta e realistica tutta la complessa drammaticità di quelle esistenze.
È proprio la tensione verso la rappresentazione più autentica della realtà che spinge Pasolini ad abbracciare l’arte del cinema. Nulla come il cinema è in grado di parlarci in modo diretto e schietto della realtà e questo è uno dei tanti motivi che spingono Pasolini a non scegliere quasi mai attori professionisti. Chi volesse approfondire ulteriormente la visione che l’intellettuale friulano aveva del cinema, può leggere il suo Empirismo eretico (1972).
Troppo complessa, da riportare in uno spazio così angusto, l’esperienza di Pasolini come regista. I suoi film hanno sempre suscitato dei sentimenti estremi: sono stati criticati aspramente oppure accolti con calore dal pubblico anche all’estero. Certamente hanno fatto discutere. Il rapporto di Pasolini col cinema è impregnato di dolore e delusione. L’impotenza dinanzi alle incomprensioni dei più, le critiche ma anche i processi, affliggono e prostrano notevolmente l’autore. In molti articoli – anche sulla rubrica Il Caos – l’autore polemizza con quanti accusano il suo cinema di volgarità e di nonsense. In realtà l’opera cinematografica di Pasolini risulta piuttosto versatile ed eterogenea e non segue affatto un filone statico: si va da film estremamente ideologici e realistici come Accattone (1961), Il Vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1966) alla produzione prettamente mitico-simbolica di Teorema (1968), Porcile (1969), Medea (1970); fino ad arrivare all’esaltazione dell’erotismo inteso come espressione estrema di vitalità, ma anche di accostamento alla morte, in un intrecciarsi freudiano di Eros e Thanatos spesso presente in molte opere di Pasolini. A quest’ultimo filone appartiene la cosiddetta Trilogia della vita che comprende opere come Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e il Fiore delle mille e una notte (1974).
Un discorso a parte merita invece Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). In un’intervista del luglio 1975 a Marco Olivetti su Sipario, Pasolini dice che in questo film «il sesso, sia pure in modo onirico e stravolto, diventa la metafora di ciò che oggi il potere fa dei corpi». La sottomissione, la mercificazione della persona, le torture fisiche e psicologiche che il potere si concede, senza rischiare alcuna censura o punizione, trovano nel film una rappresentazione simbolica volutamente cruda e brutale. L’opera, come già Teorema, ebbe non pochi problemi di censura. Il produttore, Grimaldi, fu processato e bisognerà aspettare vent’anni prima che al film venga riconosciuta la valenza artistica che merita.
Negli anni Cinquanta inizia la sua attività di critico letterario. Si tratta di saggi sulla lingua, sulla letteratura e sul cinema che, in molti casi, sono stati raccolti e pubblicati. Ricordiamo, tra tutti, Passione e Ideologia (1960); Empirismo eretico (1972) e Descrizioni di descrizioni uscito postumo nel 1979.
La saggistica di Pasolini è volutamente provocatoria. I suoi scritti trasudano passione e aggressività. Oggetto dei suoi attacchi è la degenerazione della società contemporanea, contro la quale Pasolini si erge come un guerriero solitario. Non soltanto la borghesia, il consumismo, il capitalismo sono i nemici contro cui combattere ma anche il “perbenismo” degli intellettuali di “sinistra.”Il suo approccio ferocemente critico lo isola e di questa solitudine Pasolini risente profondamente. La rabbia, l’angoscia e il dolore legati a questa condizione di emarginazione, cui lo costringono le sue posizioni controcorrente, vengono fuori in molti suoi scritti, specie nei testi delle rubriche di corrispondenza che tiene, per diversi giornali, tra gli anni ‘60 e ‘70. L’Italia che emerge da queste pagine è un paese che ha perso irrimediabilmente il gusto della bellezza, i cui paesaggi sono stati deturpati dalle leggi del profitto e i cui cittadini sono ormai omologati e rassegnati al devastante degrado morale e culturale. Responsabili di questa degenerazione sono la televisione, in primo luogo, ma anche la scuola di massa e il Sessantotto che, unitamente alla classe politica del Paese (con la DC in testa), hanno reso possibile la distruzione del Paese.

Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto, cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un uomo che consuma, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. [Scritti corsari]

La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta. […] Ho visto dunque ‘coi miei sensi’ il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza…il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, buttata per sempre... [Scritti corsari]

Molti di questi scritti sono stati raccolti e pubblicati nel corso degli anni e costituiscono, ad oggi, il più importante testamento spirituale del grande intellettuale: dalle Belle Bandiere (1977) al Caos (1979) a Scritti corsari (1975) e Lettere Luterane (1976).

E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere, ma nel vivere:

bisogna resistere nello scandalo e nella rabbia, più che mai, ingenui come bestie al macello, torbidi come vittime appunto:

bisogna dire più alto che mai il disprezzo verso la borghesia, urlare contro la sua volgarità, sputare sopra la sua irrealtà che essa ha eletto a realtà, non cedere in un atto e in una parola nell’odio totale contro di esse, le sue polizie, le sue magistrature, le sue televisioni, i suoi giornali. [Poeta delle ceneri]

I brani citati sono tratti da:
Alessandro Favaro, Paolo Bernardi (a cura di), Stupendo e misero Pasolini. 1975-2005 omaggio a trent’anni dalla scomparsa, Cgil Veneto e Unione degli Studenti del Veneto, Padova, 2005.

La ricostruzione della vita e delle opere dell’autore è tratta liberamente da:
G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, Il novecento, Milano, Einaudi Scuola, 1996, pp. 511-525.






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